Waldinger R. (2015). La chiave per una buona vita: una ricerca dell’Università di Harvard (a cura di F.D’Alberton)

Mentre da poco l’ISTAT ha reso ufficiale che in Italia nel 2015 il numero dei decessi è aumentato dell’11,3 % rispetto al 2014 e crescono gli interrogativi sui motivi che hanno portato a questo inaspettato aumento, l’Università di Harvard rende pubblici i dati di una ricerca sulle variabili che favoriscono una vita più longeva e più sana.

Robert Waldinger, direttore dell’ Harvard Study of Adult Development, psichiatra al Massachusetts General Hospital, professore associato di psichiatria all’Harvard Medical School e psicoanalista della Società Psicoanalitica di Boston, espone in una presentazione al TED TalkxBeacon Street Blog i risultati di una ricerca condotta da generazioni di ricercatori dell’Università di Harvard su cosa ci tiene in salute e ci fa vivere più a lungo.

Si tratta di uno studio longitudinale reso eccezionale dal fatto che è probabilmente il più lungo al mondo. Infatti, settantacinque anni fa, nel 1938 iniziarono ad essere arruolati i soggetti del primo braccio della ricerca; studenti del secondo anno dell’Harvard College, molti dei quali entrarono successivamente nell’esercito per combattere la seconda guerra mondiale. Il secondo braccio dello studio iniziò qualche anno dopo arruolando giovani delle periferie svantaggiate di  Boston. A tutt’oggi partecipano allo studio circa 60 dei soggetti iniziali, alcuni  dei quali hanno più di novant’anni.

Nel corso dei decenni, i soggetti hanno risposto a questionari biennali, hanno consentito che  si raccogliessero informazioni sulla salute dai loro medici e si sono prestati a interviste più approfondite. Negli ultimi anni si sono sottoposti a scansioni di neuro immagini e all’analisi del DNA.

I risultati che sono emersi sono al contempo ovvii e stupefacenti. Secondo i ricercatori di Boston, una infanzia difficile, ad esempio, conta molto per un giovane adulto, ma i suoi effetti si attenuano nel corso degli anni e più del denaro e dello status sociale, l’educazione, soprattutto un’educazione superiore, è importante  nel determinare il successo nella vita.

Uno studio sulle persone più avanti con l’età ha dimostrato che le condizioni fisiche e psichiche di una persona di 50 anni ha maggiore influenza sulle salute e sulla la felicità che avrà a 70 rispetto a ciò che è accaduto nella vita precedentemente. E ad esempio, in modo sorprendente, la qualità delle vacanze che uno ha trascorso nella vita – una misura della capacità di giocare – conta più del denaro per alla felicità successiva nella vita.

Lo studio evidenzia sia fattori controllabili che incontrollabili che influiscono sull’invecchiare in modo sano. “Noi pensavamo che il maggior predittore di una lunga vita fosse avere parenti che avevano vissuto a lungo.. E’ risultato invece che le scelte sullo stile di vita che la gente compie nella mezza età sono un predittore più importante di quanto a lungo e  quanto in salute uno vivrà.”

Dallo studio è emerso che la qualità delle relazioni intime e dei legami che una persona stabilisce influisce in modo determinante sulla possibilità di avere una vita sana e longeva. “Il fatto che la buona vita si costruisce sulle buone relazioni è una idea che vale la pena di diffondere” – sostiene Waldinger al termine della sua presentazione.

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F.D’Alberton ha tradotto la presentazione “La buona vita” di R.Waldinger.

Il video originale (durata 15′ min su TedxBeaconStreet) può essere visto cliccando qui:  “Good Life. R.Waldinger” 

Cosa ci mantiene in salute e in benessere nella vita? Se doveste investire su cosa riterreste meglio per voi, dove investireste il vostro tempo e la vostra energia? Ci sono molte risposte che hanno a che fare con quello che ritenete più importante nella vita. Siamo bombardati dai media di immagini di persone che sono ricche, famose, che hanno costruito imperi con il loro lavoro e noi crediamo a quelle storie. C’è una recente ricerca sui ragazzi divenuti adulti nel 2000 che chiede quali siano i principali obiettivi della vita e più dell’ottanta per cento ha detto che il loro principale obiettivo è diventare ricchi e un altro cinquanta percento di quegli  stessi giovani ha detto che un altro degli scopi principali era diventare famosi. E ci viene costantemente detto di buttarci nel lavoro e ottenere sempre di più. Danno l’impressione di essere le cose più importanti da perseguire per avere una buona vita. Ma è vero? E’ questo che fa la gente felice nella vita? Immagini di vite intere, delle scelte che la gente compie e di come queste scelte funzionano sono praticamente impossibili da avere. Molto di ciò che sappiamo sulla vita umana lo sappiamo chiedendo alle persone cosa ricordano del loro passato e ciò che sappiamo con il senno di poi è tutt’altro che preciso. Dimentichiamo vaste aree di ciò che succede nella vita e a volte ciò che ricordiamo del passato è qualcosa di creato. Mark Twain lo capì e disse: “alcune delle peggiori cose della mia vita non sono mai successe”. E la ricerca ci dice che noi ricordiamo il passato in modo più positivo quando invecchiamo. Mi ricordo di un adesivo sul paraurti di una macchina con scritto: “non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice”. Ma cosa succederebbe se noi potessimo seguire intere vite mentre vengono vissute nel tempo? Cosa succederebbe se noi potessimo studiare le persone da quando erano teenagers fino a quando sono diventate anziane per vedere cosa realmente rende più felici e in buona salute?

Noi l’abbiamo fatto.

La ricerca di Harvard sullo sviluppo dell’adulto probabilmente è il più lungo studio che sia mai stato svolto. Per 75 anni abbiamo seguito la vita di 724 uomini. Ponendo loro, anno dopo anno, domande sul lavoro, sulla vita in famiglia, sulla salute e chiedendo naturalmente loro queste cose nel tempo, senza sapere cosa sarebbe successo nelle loro vite. Studi come questo sono eccezionalmente rari. Quasi tutte le ricerche di questo tipo non superano un  decennio, perché troppi soggetti abbandonano lo studio o i finanziamenti si esauriscono o i ricercatori si distraggono in altre cose o muoiono e nessuno se ne fa carico ulteriormente. Ma per una combinazione di fortuna e di persistenza di diverse generazioni di ricercatori questo studio è sopravvissuto. Circa 60 dei nostri originari 724 uomini sono ancora vivi e partecipano ancora allo studio. La  maggior parte sono novantenni, e stiamo iniziando a studiare i loro più di 2000 discendenti. Io sono attualmente il quarto direttore dello studio. Dal 1938 abbiamo monitorato le vite di due gruppi di uomini. Il primo gruppo partì quando erano al secondo anno del College di Harvard, facevano parte di quella che Tom Brokaw ha chiamato “the greatest generation”, hanno finito il college prima della seconda guerra mondiale e molti di loro sono andati in guerra. Il secondo gruppo che abbiamo seguito era formato da ragazzi dei sobborghi più poveri di Boston, ragazzi che erano stati scelti specificatamente perché provenivano dalle famiglie più problematiche e disagiate della Boston degli anni ‘30. Molti abitavano in baracche per lo più senza acqua corrente. Quando sono entrati a far parte dello studio tutti questi teenagers furono intervistati e sottoposti ad esami medici e siamo andati nelle loro case per intervistare i loro genitori. Poi questi teenagers diventarono  adulti e presero la loro strada nella vita. Diventarono operai, avvocati, muratori, dottori, uno diventò presidente degli Stati Uniti, alcuni divennero alcolisti, qualcuno sviluppò una schizofrenia. Alcuni salirono la scala sociale dal basso ai livelli più alti, altri la ripercorsero in senso inverso. Gli ideatori di questo studio non avrebbero immaginato neppure in sogno che ora io sarei stato qui, settantacinque anni dopo, davanti a voi, a dirvi che lo studio è ancora in corso. Ogni due anni i nostri ricercatori, con pazienza e impegno, chiamano queste persone e chiedono loro se possiamo far loro ancora delle domande sulle loro vite. Molti di quelli del gruppo di Boston chiedono: “perché continuate a studiare la mia vita, è così interessante?” Quelli di Harvard non fecero mai questa domanda!

Per avere un’idea più chiara delle loro vite noi non mandiamo loro solo dei questionari; li intervistiamo nei loro salotti, raccogliamo dati medici dai loro medici di base, facciamo degli esami del sangue, scannerizziamo i loro cervelli, parliamo con i loro figli, li videoregistriamo mentre parlano con le loro mogli circa le loro maggiori preoccupazioni. Quando, circa dieci anni fa abbiamo, chiesto alle mogli se volevano far parte dello studio, molte di loro risposero: “era ora”.

Cosa abbiamo imparato allora, quali sono le lezioni che vengono da questa decine di migliaia di pagine di informazione che abbiamo raccolto su queste vite? Le lezioni non sono sulla ricchezza, sulla fama o sul lavorare sempre di più. Il messaggio più chiaro che è emerso da questo studio durato 75 anni è questo: avere buone relazioni ci mantiene più felici e più in salute. Punto ! Abbiamo appreso tre importanti lezioni sulle relazioni:

La prima è che le relazioni sociali ci fanno veramente bene e che la solitudine uccide. E’ emerso che quelli che erano più socialmente legati alla famiglia, agli amici, alla comunità sono più felici, stanno fisicamente meglio e vivono più a lungo di quelli che hanno meno relazioni. E l’esperienza della solitudine si è dimostrata “tossica”. Le persone che erano più isolate dagli altri di quanto volessero, erano meno felici, la loro salute declinava più velocemente nella mezza età, il funzionamento del loro cervello declinava prima e avevano una vita più corta di quelli che non erano soli. E la cosa più triste è che più di un americano su cinque riferisce di essere solo. Si può essere soli in una folla, si può essere soli in un matrimonio.

La seconda lezione che abbiamo imparato è che non importa quanti amici hai, o se sei in relazione con una comunità, ma è la qualità delle relazioni intime che conta. E’ emerso che vivere in mezzo a conflitti è davvero negativo per la nostra salute. Matrimoni altamente conflittuali senza affetto si dimostrano negativi per la salute, a volte peggio che divorziare. E vivere all’interno di una buona e calda relazione ha una funzione protettiva. Quando abbiamo seguito tutti questi uomini nelle loro vite fino a che erano ottantenni e abbiamo voluto vedere come erano nella loro mezza età e vedere se potevamo predire chi sarebbe diventato un ottuagenario sano e felice e chi non lo sarebbe stato, quando abbiamo messo assieme le cose che sapevamo su come erano a cinquant’anni; non era il livello di colesterolo che poteva predire come sarebbero stati a ottant’anni: era quanto si sentivano soddisfatti nelle loro relazioni. Le persone che erano più soddisfatte dello loro relazioni a cinquant’anni erano le più sane a ottanta. Avere buone relazioni intime sembra proteggerci dai problemi dell’invecchiamento. Molti degli uomini e delle donne con buoni matrimoni, a ottant’anni hanno detto che quando hanno avuto dolori fisici, il loro umore era ugualmente felice mentre le persone con relazioni più conflittuali hanno detto che quando avevano dolori fisici, a causa di un maggiore dolore emotivo, i dolori si amplificavano.

E la terza lezione che abbiamo appreso circa l’influenza di buone relazioni sulla nostra salute,  è che le buone relazioni non proteggono solo il nostro corpo, proteggono anche il nostro cervello. Succede che essere in una relazione con un attaccamento sicuro con una persona ha una funzione protettiva quando uno ha ottant’anni. In persone che sono in relazione con persone su cui possono veramente contare in caso di necessità, i ricordi rimangono più precisi e durano di più. E le persone che non sono in relazione con persone su cui possono far conto, sono le persone i cui ricordi declinano più velocemente. E queste buone relazioni non devono essere sempre tranquille. Alcune delle nostre coppie di ottuagenari bisticciano un giorno sì e uno no, ma nella misura in cui sentono che possono contare realmente sull’altro nei momenti di difficoltà, queste discussioni non hanno lasciato un segno sui loro ricordi.

Così, questo messaggio che buone relazioni hanno una influenza sulla nostra felicità e sul nostro benessere è una saggezza antica come le montagne, è il consiglio della nonna o del parroco. Allora perché è così difficile da mettere in pratica? Per esempio, per quanto riguarda la ricchezza, sappiamo che quando i bisogni di base sono soddisfatti, la ricchezza non conta, se passi da guadagnare 75 mila a 75 milioni di dollari l’anno l’effetto sulla salute è nullo e la felicità cambia molto poco, se non per nulla. Se poi pensiamo alla fama, l’impatto della costante intrusione dei media e la mancanza di privacy rende le persone famose meno sane e sicuramente non più felici. E riguardo all’impegnarsi sempre di più sul lavoro, c’è del vero quando si dice che nessuno, sul letto di morte avrebbe desiderato passare più tempo in ufficio.

Perché è così difficile cogliere il messaggio e così facile ignorarlo?

Beh, siamo esseri umani, desideriamo qualcosa che si ottiene all’istante, qualcosa che si può avere subito, che fa andare bene le nostre vite e le fa continuare così. Le relazioni sono disordinate, complicate e il duro lavoro di prendersi cura della  famiglia o degli amici non è sexy o eccitante, inoltre dura tutta la vita, non finisce mai. Le persone che nel nostro studio di 75 anni erano le più felici in pensione erano le persone che si erano attivamente date da fare per sostituire i compagni di lavoro con compagni di attività di gioco. Come quelli che erano diventati adulti nel duemila del nostro recente studio, anche molti dei nostri uomini che erano giovani adulti quando li abbiamo intervistati credevano veramente che la ricchezza, il successo e l’impegno nel lavoro fossero quello che bisognava perseguire per avere una buona vita. Ma sempre di più nel corso dei 75 anni della ricerca è emerso che le persone che stavano meglio erano quelle che si erano impegnate di più nelle relazioni in famiglia, con gli amici, con la comunità.

E per quanto riguarda voi? Mettiamo che abbiate 25 anni,  o 40 o 60, cosa potrebbe significare impegnarsi nelle relazioni? Le possibilità sono praticamente infinite. Ci potrebbe essere qualcosa di molto semplice, come il cambiare il tempo che si passa davanti a uno schermo con il tempo che si passa con le persone. Oppure rinvigorire relazioni facendo qualcosa di nuovo assieme, lunghe passeggiare, stare svegli la notte per fare qualcosa. O ricontattare quel membro della famiglia con cui non hai parlato da anni. Perché queste troppo comuni faide familiari chiedono un costo terribile alle persone che tengono il rancore.

Vorrei concludere con un’altra citazione di Mark Twain. Più di un secolo fa guardando indietro alla sua vita ha scritto questo: “la vita è troppo corta per bisticci, scuse, crepacuori, recriminazioni; c’è tempo solo per voler bene, e, per così dire, c’è solo un istante anche per quello”.

La buona vita si costruisce sulle buone relazioni. E questa è una idea che vale la pena di diffondere.