Scalzone F. (2012). Su alcune ‘questioni’ a proposito di un modello di comunicazione dia-logico tra psicoanalisi e neuroscienze (dei suoi linguaggi e delle sue afasie). Intervento nella Tav.Rotonda su Neuroscienze e Psicoanalisi. Roma, 20 e 21 Ott. 2012

Scalzone F. (2012). Su alcune “questioni” a proposito di un modello di comunicazione dia-logico tra psicoanalisi e neuroscienze (dei suoi linguaggi e delle sue afasie). 

Intervento nella Tavola Rotonda su Neuroscienze e Psicoanalisi  ( con L.Cappelli, F.D’Alberton, S.Merciai, M. Pigazzini, F.Scalzone) 

Incontro con A.Schore. Roma 20 e 21 Ottobre 2012 

Società Psicoanalitica Italiana 

Centro di Psicoanalisi Romano, Centro Psicoanalitico di Roma, Istituto G. Bollea di Neuropsichiatria Infantile 

Nel mio intervento intendo evidenziare alcuni problemi e domande che credo debbano essere tenuti in giusto conto, proprio al fine di evitare fraintendimenti e facilitare il dialogo tra la psicoanalisi e le neuroscienze secondo processi che arricchiscano entrambi. 

Nella prima parte del mio intervento la tesi principale è quella di sostenere che il dialogo tra la psicoanalisi (ψA) e le neuroscienze (NS) è fondato sull’assunto che ambedue si occupano di strutture virtuali, alle quali sottostanno ovviamente strutture materiali: esse hanno una loro funzione, sebbene differenti espressioni.
Infatti lo stesso Freud dice: «[…] per il campo psichico, quello biologico svolge veramente la funzione di una roccia basilare sottostante» (Freud, 1937, p. 535).
La conferma dell’esistenza di un correlato somatico collegato al linguaggio simbolico, di cui si è detto sopra, la possiamo trovarla anche in Freud quando scrive negli Studi sull’isteria: «Tutte queste sensazioni e innervazioni appartengono all’“espressione delle emozioni” che, come Darwin ci ha insegnato, consiste in azioni originariamente sensate e utili; esse possono essere attualmente per lo più così affievolite che la loro espressione linguistica ci appare puramente metaforica, ma è molto verosimile che tutto ciò s’intendesse una volta alla lettera, e l’isteria è nel giusto quando ripristina per le sue più forti innervazioni il significato originario delle parole. Anzi, forse non è corretto dire ch’essa si crei tali sensazioni mediante la simbolizzazione; forse essa non ha affatto preso l’uso linguistico a modello, piuttosto l’isteria e l’uso linguistico attingono a una fonte comune» (Breuer e Freud, 1892-1895, p. 332).
Questa fonte comune può essere identificata, ad esempio, con la zona erogena.
Bisogna però sostenere la continuità tra queste strutture somato-psichiche nel senso che esse sono solo le due facce di una stessa realtà noumenica ma a differente espressione fenomenica.
Nella seconda parte dell’intervento mostrerò come la psicoanalisi si interessi anche della meta-morfosi di queste strutture e cioè come sia possibile passare dalla fenomenica neurobiologica alla fenomenica psicologica, sempre riconoscendo l’esistenza di un “misterioso salto” dal corpo alla mente, e accennerò alla possibilità che offre la psicoanalisi di pensare diversamente a differenti ambiti di ricerca.

Prima parte 

Parto da due citazioni di Freud che hanno sfumature diverse e che in un certo senso sembrano essere in contraddizione tra loro.
Prima citazione .Freud aveva scritto nella Lettera a Fliess del 22 settembre 1898: «[…] non sono affatto incline a lasciar fluttuare l’elemento psicologico senza base organica. Tuttavia, oltre alle mie convinzioni, non ho nulla, né di teoretico né di terapeutico, su cui fondarmi, e perciò debbo comportarmi come se fossi di fronte solamente a fattori psicologici. Non riesco ancora a capire come mai la cosa non quadri» (p. 365, corsivo mio).

Seconda citazione: «[…] un interrogativo difficile perché trascende i limiti della psicologia pura e va a sfiorare le relazioni dell’apparato psichico con l’anatomia. Sappiamo che in un senso molto generale e grossolano tali relazioni esistono. La ricerca ha provato in modo incontestabile che l’attività psichica è legata al funzionamento del cervello più che ad ogni altro organo. Un tratto più avanti (non sappiamo quanto) porta la scoperta dell’importanza disuguale delle diverse aree del cervello e del loro particolare rapporto con determinate parti del corpo e attività mentali. Ma tutti i tentativi di scoprire, su questa base, una localizzazione dei processi psichici, tutti gli sforzi intesi a stabilire che le rappresentazioni sono accumulate in cellule nervose e gli eccitamenti viaggiano lungo le fibre nervose sono completamente falliti. La stessa sorte toccherebbe a una dottrina che volesse, poniamo, individuare nella corteccia la sede anatomica del sistema C, dell’attività psichica cosciente, e localizzare i processi psichici inconsci nelle aree subcorticali del cervello. Si apre qui uno iato che per il momento non è possibile colmare; e colmarlo non appartiene comunque ai compiti della psicologia. Per il momento la nostra topica non ha niente da spartire con l’anatomia; non si riferisce a località anatomiche, bensì a regioni dell’apparato psichico, a prescindere dalle parti dell’organismo in cui dette regioni possano esser situate. Da questo punto di vista il nostro lavoro è dunque libero, e può procedere secondo i propri bisogni» (Freud, 1915, pp. 57-58). 

A mio parere, la vera ambizione di Freud era quella di trovare la variabile nascosta, cioè una causa unica neuro-psichica in grado di produrre un effetto specifico, e su questa base costruire una metascienza che comprendesse in sé le scienze del corpo e della mente; cioè di trovare la base biologica e i fattori psicologici del vivente, e una teoria che li spiegasse entrambi.
Possiamo pensare che ciò che Freud cercò di fare fu di individuare delle analogie tra il funzionamento della psiche e quello del cervello, che gli permettessero di utilizzare il modello neurofisiologico per fondare la nuova scienza psicologica: la psicoanalisi. Una volta “fallita” l’impresa fece ricorso al linguaggio perché gli fornisse la scialuppa che, attraverso la dimensione del simbolico, lo traghettasse dalla sponda neurologica a quella psicologica. Il ritorno al linguaggio e al suo apparato fu anche un ritorno ai suoi studi sul L’interpretazione delle afasie che di nuovo ripropose, come in un gioco di continui rimandi, la dimensione neurologica. (vedi Scalzone, 2004, p. 24).
Ora Freud poteva però fare anche l’ultimo passo: teorizzare l’aspetto psichico dell’organico e cioè l’inconscio: «I cosiddetti processi psichici inconsci sarebbero appunto quei processi organici paralleli allo psichico la cui esistenza è stata ammessa da tempo» (Freud, 1938, p. 644).
Egli fu sempre consapevole dello stretto legame esistente tra i due livelli e non volle mai ridurre l’eziologia dei disturbi somatici alla sola dimensione psichica, sebbene continuamente cercasse di rielaborare la sua teoria.
Con gli attuali progressi nel campo delle neuroscienze le cose sembrano cambiate, ma bisogna vedere se sono cambiate di molto o…. solo di un poco.

Per prima cosa dobbiamo segnalare la differenza tra la dimensione neurobiologia e quella psicoanalitica. La prima cerca di assolutizzare l’aspetto anatomo-fisiologico e di porsi in una situazione di presunta autosufficienza… è come se volesse trattare da sola la “realtà ultima” su cui fonda non solo il somatico ma anche lo psichico. In psicoanalisi le cose stanno in modo diverso: la sostanza nervosa è un “concetto limite tra il somatico e lo psichico” (vedi Marone, [2013]), essa è fortemente connotata come rappresentazione e le parole che lo esprimono sono a loro volta rappresentanti di rappresentazioni. Forse si può dire che tutta la psicoanalisi si situa in un’area al limite tra il somatico e lo psichico. Ad esempio, il famoso alfabeto di neuroni φψω di Freud (vedi Progetto di una psicologia, 1895), non indica niente che possa essere visto al microscopio, ma indica una struttura virtuale fatta da nodi di una rete di elementi la cui funzione si esplica nell’essere tra loro associati e interattivi.
Per cercare di esprimere meglio ciò che intendo, mi sembra molto utile riferirmi ad una citazione di un passo di due scienziati, Maturana e Varela, a proposito delle strutture nervose, perché possiamo capire cosa si intende per natura non-materiale degli elementi della struttura. Essi dicono che: «Ogni componente del sistema nervoso che l’osservatore descrive è definito, nel dominio delle interazioni delle sue osservazioni, e come tale è alieno al sistema che è supposto integrare. Ogni funzione ha una struttura che la materializza e la rende possibile, ma questa struttura è definita dalla funzione nel dominio del suo operare come un insieme di relazioni tra elementi, pure definiti in questo dominio. I neuroni sono le unità anatomiche del sistema nervoso, ma non sono gli elementi strutturali del suo funzionamento. Gli elementi strutturali del sistema nervoso funzionante non sono ancora stati definiti, e probabilmente sarà evidente quando saranno definiti che devono essere espressi in termini di invarianti di attività relative tra neuroni, in qualche modo materializzati in invarianti di relazioni di interconnessioni, e non in termini di separate unità anatomiche» (Maturana e Varela 1980, pp. 97-98).
Ma vediamo anche qualche altra definizione di struttura fatta da neuroscienziati e da psicoanalisti. Scrive Pribram: «La chiave per la concezione biologica del problema mente-cervello è dunque la struttura. In un certo senso la concezione biologica è una forma di realismo strutturale. Biologica più che fisicalista. Essa però racchiude una fenomenologia strutturale: le Immagini sono dotate di struttura; esse sono costituite mediante un complesso processo cerebrale; non sono i dati della consapevolezza esistenziale. Poiché la concezione biologica è strutturale, essa condivide l’approccio razionale all’epistemologia e ha dunque un sapore neo-kantiano. Data l’accentuazione degli Atti comunicativi – linguaggio e cultura – la concezione biologica parla al pragmatista offrendo un pragmatismo strutturale» (1971, p. 444).
E Changeux: «Uso “strutture” nel senso di organizzazioni morfologiche stabili costituite da neuroni e dalle loro connessioni, in cui circolano impulsi elettrici o chimici che oppongono agli atti od operazioni dinamiche – processi, attività e beninteso comportamenti.» (1998, p. 86).
Ricordo infine che Rapaport diceva che le strutture sono processi a bassa velocità di cambiamento, stabili, e i processi sono strutture in rapido movimento, sono cioè strutture labili; in questo modo collegava strettamente queste due realtà anzi, mostrava come in qualche modo esse sono cose molto affini che appartengono ad un continuum: due facce di una stessa medaglia. La struttura è come l’ordito del nostro psichismo mentre i processi ne costituiscono la trama.
Anche Freud parla di strutture quando parla ad esempio di “istanze” e scrive: «Ciò che è l’apparato psichico risulterà presto chiaro. Vorrei invece pregarLa di rinunciare a chiedere di che materiale sia fatto. Questo problema non ha interesse psicologico: per la psicologia esso è indifferente, come per l’ottica la questione se le pareti del cannocchiale sono metalliche o di cartone. Lasciamo da parte il punto di vista essenzialistico per non prendere in considerazione che quello spaziale. Ci rappresentiamo l’apparato ignoto che serve per l’esecuzione delle operazioni psichiche proprio come uno strumento costruito con più parti – che diciamo istanze – ciascuna delle quali ha una sua particolare funzione; esse presentano fra loro una stabile connessione spaziale: in altri termini la relazione spaziale – “avanti” e “indietro”, “superficiale” e “profondo” – ha per il momento per noi solo il significato di una rappresentazione della regolare successione delle funzioni. Sono ancora abbastanza chiaro?» (Freud 1926, pp. 361-362, corsivo mio).
Quindi lo stesso Freud era preoccupato dal poter essere frainteso.
Molti grafici di Freud (per primo quello della rappresentazione di parola ne L’interpretazione delle afasie (1891, p. 101), il “grafico di Emma” nel Progetto di una psicologia (1895, p. 254) e il grafico dell’episodio di Signorelli Psicopatologia della vita quotidiana (1901, p. 60)  indicano a più riprese il concetto di struttura. Ciò non toglie che ci sia un correlato anatomico dello psichico, ma ad esso le tecniche di brain imaging possono solo alludere fornendo esse stesse delle rappresentazioni per immagini. Troppo spesso non si tiene conto di ciò e si pensa che quello sia il reale inconoscibile, mentre sono solo reti per pescarlo.
A volte sembra si usi una visione eccessivamente meccanicistica e semplificata, che si usi un linguaggio neurofisiologico come traduzione di un linguaggio fenomenico e fenomenologico e che, come accade in altre situazioni, si parte da un dato e su di esso si costruiscono cattedrali di inferenze che possono portare il lettore incauto del tutto fuori strada, facendo apparire come dimostrate cose che non lo sono affatto, perché sono solo congetture passibili di confutazioni e che andrebbero ulteriormente testate. Altre volte addirittura sembra che sia presente un uso magico del pensiero tecnologico. Questo tipo di pensiero è maggiormente insidioso, e perciò più pericoloso, perché più facilmente può essere scambiato per un vero e proprio pensiero razionale e scientifico, mentre invece non fa altro che veicolare un pensiero animistico molto primitivo avente scopi difensivi (vedi Scalzone, Tamburrini, 2012). In altre parole spesso si assumono come verità di fatto quelle che sono solo interpretazioni.
Si deve tenere conto dei misteriosi salti dal corpo alla mente. Anzi dico che è nel vuoto che c’è tra il neurologico e lo psicologico che si situa la psicoanalisi e il linguaggio, e l’interpretazione psicoanalitica non-saturante, che è uno dei mezzi con cui si cerca di gettare un ponte per scavalcare quella “terra di nessuno” posta tra l’organico e lo psichico di cui parlava Freud.
A questo proposito vedi l’importanza de L’interpretazione delle afasie e dei grafici che ne indicano la funzione: esso non a caso è ritenuto il primo testo “psicoanalitico” di Freud, e della metapsicologia così come di tutte le strutture virtuali/funzionali di cui ci parla.
Anche Lacan nel suo schema ottico (1966), ad esempio, ci dice che lo specchio concavo rappresenta la corteccia cerebrale come “specchio intraorgnico”. Allora la dimensione neurologica è solo uno specchio che rimanda un’immagine speculare ma deformata e enigmatica, come avviene per i due ben noti omunculi neurologici (homunculus motorio e homunculus sensoriale).
Allo specchio (anche quello concavo neurologico) il bambino si vede e non si vede sicut est e perciò contemporaneamente si configura un enigma da sciogliere.

Da un punto di vista terapeutico io metterei in un ordine ascendente dal basso all’alto: le terapie che si pongono in un atteggiamento empatico-suggestive, poi verrebbe la psicoanalisi in quanto talking cure fondata sulla traduzione in parole dei contenuti inconsci, e infine il cognitivismo che opera soprattutto sui contenuti cosciente in quanto tali.
Nel modello delle neuroscienze, da come si vede, quasi sempre il linguaggio occupa una posizione marginale, ma per noi psicoanalisti il concetto di talking cure è fondamentale.
Direi che l’acquisizione del linguaggio nel corso dell’evoluzione e del processo di ominazione esilia l’uomo dalla mera dimensione biologica, alla quale non potrà più accedere senza il tramite del linguaggio in tutte le sue espressioni. Questo ci fa pensare ad uno degli aspetti del dualismo cartesiano perché da questo momento il corpo e la mente prendono vie differenti e stenteranno a ricongiungersi, tanto meno lo potranno fare “magicamente”. Diversamente il ricongiungimento deve realizzarsi a spese della negazione di uno dei due termini oppure utilizzando la mediazione del linguaggio.
Certo ci sono molte altre forme di terapie non-analitiche che ho indicato genericamente come “suggestive”, ma che comprendono tecniche come l’ipnosi, lo yoga, la programmazione neurolinguistica, il training autogeno ecc.
In ogni caso credo che pensare di poter riattualizzare in pieno la funzione delle cure primarie come terapia che affronti e risolva meglio della talking cure i problemi delle psicosi ecc., sia una soluzione ingenua. Le cure primarie funzionano in una relazione molto precoce tra madre e bambino in cui esistono ancora residui di una fusionalità “reale”, che poi può diventare solo immaginaria nel transfert, inoltre esse occupano una finestra temporale limitata che ad un certo momento si chiude e non è possibile più un accesso diretto… comunque non certamente con la psicoanalisi… o al massimo se si utilizza con una forzata estensione del termine “psicoanalisi”.
Che fine fa allora l’interpretazione, sia dei sogni sia delle altre formazioni dell’inconscio come lapsus, atti mancati ecc. e di tutto ciò che dice il paziente (coscienza), cardine della terapia psicoanalitica, se tutto avviene con il non-verbale?
È importante inoltre non attribuire al paziente, mediante la comprensione o l’empatia, aspetti proiettivi nostri. Tener conto perciò dei fenomeni di mirroring del terapeuta e del paziente per cui si può essere fortemente influenzati dall’alterità dell’altro. 

Seconda parte 

Come premessa a ciò che dirò riprendo ora il problema della talking cure e dell’aiuto che viene dal terapeuta al soggetto sofferente.
Freud nel Progetto di una psicologia (1895) scrive: «Vale anche la pena di considerare lo sviluppo biologico di queste così importanti associazioni [verbali]. L’innervazione della parola è originariamente una via di scarica per y, come una specie di valvola di sicurezza avente lo scopo di regolare le oscillazioni Qἠ; è un tratto del canale che porta alla modificazione interna, unico mezzo di scarica fino al ritrovamento dell’azione specifica. Questo canale acquista una funzione secondaria in quanto serve ad attirare l’attenzione della persona cooperatrice [Nebenmensh] (che è abitualmente l’oggetto stesso desiderato) sui desideri e i disagi del bambino; serve perciò allo scopo di condurre all’intendersi e viene a integrarsi nell’azione specifica» (p. 264).
Inoltre, dice sempre Freud: «Tale via di scarica acquista pertanto la funzione secondaria estremamente importante dell’intendersi, e l’impotenza iniziale degli esseri umani è la fonte originaria di tutte le motivazioni morali» (Freud, 1895, pp. 222-223).
Qui l’importanza consiste nel collegare l’inermità [Hilflosigheit] dell’infante all’aiuto della persona cooperatice [Nebenmensch] e tutto ciò all’intendersi e, infine, alla nascita della morale… questa mi sembra un buon filone di ricerca da trasferire alle neuroscienze: cercare le basi dell’etica della psicoanalisi e dei suoi meccanismi evolutivi seguendo il percorso che va dall’azione al linguaggio (vedi anche Marone, [2013]). 

Un altro dei programmi di ricerca nel dialogo tra la ΨA e le NS al quale penso potrebbe essere quello di collegare il concetto di neuronal recycling, delle strutture e dei circuiti neurali, e il concetto di strutture funzionali della metapsicologia, alle trasformazioni in funzioni psichiche.
In altri termini il passaggio dalla cosa inconoscibile (das Ding) delle aree di Broca e Wernicke al linguaggio simbolico è un esempio paradigmatico del passaggio da un fenomeno somatico ad un accadere psichico, e dalla trasformazione di un’attività neurobiologica ad una attività psicologica: cioè un esempio di questo livello di trasformazione all’interno di una continuità somato-psichica.
In un altro lavoro del 2005 proposi il passaggio dal funzionamento dei neuroni specchio ai processi imitativi e da questi al linguaggio, e cioè ancora un percorso da un fenomeno somatico ad uno psichico.
Freud a proposito del neuronal recycling già scriveva: «Il campo associativo del linguaggio è invece privo di questi collegamenti diretti con la periferia del corpo e certamente non ha proprie “vie proiettive” della sensibilità, e molto probabilmente nemmeno vie motorie specifiche.» (Freud, 1891, p. 89).
La Rizzuto ci ricorda che: «L’apparato del linguaggio ha così poco di anatomicamente suo proprio che Freud lo descrisse mediante la sua funzione: “La maggioranza dei fattori qui raggruppati risulta dalle proprietà generali di un apparato organizzato (eingerichtet) per l’associazione”. (p. 115)» (1993, pp. 166-167).
Si nota come il neuronal recycling è un processo che lega strettamente il linguaggio al corpo, grazie alla plasticità del cervello che permette una nuova specializzazione di reti di neuroni già esistenti, mediante la formazione di nuove connessioni sinaptiche per l’acquisizione di una nuova funzione.
Possiamo ipotizzare che Freud abbia preso il concetto di neuronal recycling, che ovviamente non aveva ancora questo nome, da Darwin che lo espresse in un testo del 1862 quando scrisse: «Quantunque un organo originariamente possa non essere formato per uno scopo speciale, se al presente serve a questo scopo, abbiamo il diritto di dire che ad esso è specialmente accomodato. Seguendo questo principio, si può dire che quando un uomo costruisce una macchina per un qualche scopo speciale, ma servendosi di ruote o di molle e cilindri vecchi e solo poco modificati, questa intiera macchina con tutte le sue parti è adatta in modo speciale al nuovo fine. In tale modo nell’universa natura ciascuna parte degli organismi attualmente viventi fu probabilmente utilizzata a scopi diversi, subendo solo poche considerevoli modificazioni, e nella macchina vivente hanno avuto parte molte e diverse forme antiche» (p. 191).
A questo proposito attualmente Dehaene (2005) utilizza un concetto molto simile: cioè l’ipotesi del neuronal recycling, appunto. Egli propone in sintesi che l’architettura del sistema nervoso permette un rapido sviluppo di nuove funzionalità in aree cerebrali previamente dedicate ad altri compiti.
Sempre in relazione al riciclo di aree motorie in aree specializzate per il linguaggio notiamo che Freud dice: «Le parole possono fare un bene indicibile e ferire nel modo più sanguinoso. Certo in principio era l’Azione; e il verbo è venuto solo più tardi, e gli uomini hanno sotto un certo riguardo fatto un gran passo sulla via della civiltà quando l’azione si è attenuata in parola. Ma la parola era pure in origine un sortilegio, un atto magico; essa ha tuttora conservato gran parte della sua antica efficienza» (1926, pp. 355-356, corsivo mio).
In questa citazione non solo notiamo che per Freud l’azione motoria precede la parola che ne sarà poi un’espressione, ma anche che a quest’ultima nella comunicazione viene riconosciuto essere un “atto magico” che va oltre il puro valore simbolico di scambio informativo. In sintesi se consideriamo l’area di Broca, formata da neuroni e sistemi sensi-motori, si capisce come nello scambio linguistico si riceve “magicamente”, come in filigrana, più informazioni di quelle che riceveremmo dal solo segnale acustico.
Il concetto di neuronal recycling ci fa pensare anche al fatto, sostenuto da molti, che il gesto motorio precede la parola motoria (vedi ad esempio Leroy-Gourhan, 1964; Corballis, 2002).
Man mano che si conosce meglio l’apparato del linguaggio esso ci appare sempre più un complesso sistema ricco di connessioni e di funzioni. Si parte dai neuroni ydai quali emergono i desideri e si forma un eccitamento che esita o in una modificazione interna, o nell’azione la quale, a sua volta, può essere un’azione specifica volta a modificare il mondo esterno, oppure un’azione verbale volta all’intendersi, anchenel sociale perché «Le parole suscitano affetti e sono il mezzo comune con il quale gli uomini si influenzano tra loro» (Freud, 1915-1917, p. 201).
Ancora Freud precisa «[…] vado certamente al di là del significato usuale della parola postulando l’interesse dello studioso della lingua per la psicoanalisi. Per “lingua” non si deve intendere qui la pura espressione di pensieri in parole, ma anche il linguaggio gestuale e qualsiasi altro tipo d’espressione di un’attività psichica, come ad esempio la scrittura» (Freud, 1913, pp. 264-265) la quale costituisce perciò un’altra espressione del linguaggio. Inoltre: «Ma l’inconscio non parla un unico dialetto» (ibidem, p. 260). 

Apro qui una breve parentesi per riferire dei risultati di recenti studi neurofisiologici sul ruolo giocato dall’area di Broca sita nel piede della terza circonvoluzione frontale (vedi Fazio e al., 2009). Per prima cosa quest’area non si limiterebbe alla produzione del linguaggio ma anche alla sua comprensione. Questi studi hanno osservato che i pazienti afasici erano anche agrammatici, a volte aprassici, e avevano difficoltà con la musica e il calcolo matematico e si è visto che il linguaggio, l’azione e la musica hanno in comune una struttura simil-sintattica. Queste ricerche fanno ipotizzare che le capacità linguistiche, motorie e musicali hanno a che fare con i sistemi dei neuroni specchio, anzi, che l’area di Broca sia un nodo cruciale del sistema umano dei neuroni specchio.
Si è potuto ipotizzare anche che una proto-sintassi sopramodale, alla base anche di quella linguistica, sia presente sin dalla nascita e che possa derivare dal passaggio dalla rappresentazione seriale a quella gerarchica del sistema motorio, e che l’area di Broca sia stata la sede della primitiva organizzazione gerarchica del comportamento e delle capacità ricorsiva dell’azione, e in seguito anche del linguaggio come azione attenuata.
Questi risultati sembrano dare un supporto alle idee di Freud e di altri psicoanalisti circa l’importanza di quello che genericamente possiamo chiamare “linguaggio gestuale”, come anche del ritmo, della prosodia e di altre caratteristiche sensoriali, motorie e performative del linguaggio. Inoltre viene mostrato come le regole che organizzano sia l’“Azione” che il “verbo”, cioè la sintassi, hanno una stessa origine e sono molto probabilmente innate. La condensazione e lo spostamento sono un esempio dei meccanismi trasformativi coinvolti in queste dinamiche.
Scrive la Rizzuto: «Le rime, le metriche, la musicalità, e la profondità del significato emozionale presente nella poesia sono molto adatte a veicolare la trasformazione della sensazione in rappresentazioni d’oggetto, colorate emozionalmente, costitutive delle parole umane. Anche qui, Freud anticipò la conoscenza dei tempi moderni riguardo la molteplicità di registrazioni sensoriali simultanee di un cervello multimodale» (1997, p. 83).
È perciò interessante vedere un esempio di come si può articolare il passaggio dal somatico allo psichico – il misterioso salto – utilizzando la funzione del linguaggio.
C’è ad esempio un tentativo di esprimere il non-verbale con un forma verbale particolare ed è quello fatto attraverso il concetto lacaniano di lalangue. Questa espressione linguistica particolare che richiama la lallazione dell’infante si pone all’interfaccia tra il reale biologico e il simbolico linguistico andandone a costituire la matrice.
Sempre a proposito del neural recycling e del misterioso salto dal corpo alla mente, non è possibile qui fare un’esposizione completa delle concezioni di R.Spitz (1957, 1965) che mi sembrano paradigmatiche, ma voglio comunque ricordare a questo proposito l’importanza dei suoi studi sul primo anno di vita del bambino, specie dell’acquisizione del “No”. Egli mostrò come si sviluppa il processo che conduce dal “movimento” del rooting al “gesto” di negazione – scuotimento del capo – fino alla parola “No” che esprime il concetto di negazione; perciò il passaggio dal riflesso di orientamento finalizzato alla ricerca del seno, in quanto base neurofisiologica del processo di differenziazione del bambino dalla madre, per poi giungere al “gesto” verbale. Ciò vuol dire che il bambino, all’interno di una relazione comunicativa con la madre basata su scambi affettivi, passa da un atto motorio al gesto semantico di diniego e di rifiuto – il quale è all’origine del pensiero capace di utilizzare il giudizio e i concetti.

Per quanto detto finora, l’apparato del linguaggio di Freud costituisce un paradigma ideale per affrontare il problema dei rapporti mente-corpo perché fa dell’uomo una macchina biologica che parla e che desidera parlando. Per tali ragioni Castellarin (2002) opportunamente nota: «A mio parere neuroscienze e psicoanalisi si possono parlare… parlando» (p. 138) in un reciproco accoglimento e comprensione, continuando ad indagare “insieme” le rispettive trasformazioni favorite da questo stesso dialogo nonché ricercando i processi che conducono dal sostrato neurobiologico all’espressione linguistica.
Bisogna continuare a costruire una scienza nuova come scienza del soggetto che fa scienza, la quale perciò al suo interno “comprenda” la psicoanalisi, e cioè che la includa e che sia anche in grado di rispondere alla domanda: «Che cosa la psicoanalisi può fare per (fornire un supplemento al) la scienza?» (vedi Marone e Scalzone, 2005) anche nel caso in cui queste scienze siano le neuroscienze o la psicoanalisi stessa. Penso cioè che sia indispensabile che le neuroscienze debbano includere, comprendere, al loro interno la psicoanalisi al fine di favorire un atteggiamento fondato su un vero rapporto dia-logico.
Come forse direbbe Lacan, nel momento in cui si affronta il dialogo tra la psicoanalisi e le neuroscienze bisogna sempre tenere annodati il punto di vista immaginario (fantasie), quello simbolico (linguaggio) e quello reale (biologico) per fare in modo che la struttura su cui si reggono le due scienze e il relativo dialogo si annodino e… tengano.

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