The self and its Defences. M. Di Francesco M. Maraffa. A. Paternostrer. Recensione G. Mattana

Di Francesco, Marraffa, Paternoster – The Self and its Defences: From Psychodynamics to Cognitive Science – Recensione e commento di G. Mattana

 

The Self and its Defences – From Psychodynamics to Cognitive Science

Autori: Michele Di Francesco, Massimo Marraffa, Alfredo Paternoster

Edizioni: Palgrave Macmillan

Anno: 2016

 

Il libro – scritto da tre filosofi della mente e delle scienze cognitive italiani attenti alla psicoanalisi – è dedicato alla soggettività, sia nel senso del problema più classicamente filosofico del posto del Sé nell’ordine del mondo, sia in quello del tentativo di proporre un approccio bottom-up alla genesi dell’autocoscienza, che riconduca le complesse funzioni da essa implicate a funzioni più elementari. La soggettività è dunque programmaticamente ricondotta all’autocoscienza e con essa totalmente identificata, dalle forme più semplici a quelle più evolute, linguistiche, culturali e narrative, secondo una linea condivisa da studiosi contemporanei come Edelman e Damasio. Gli Autori propongono una visione «realistica» del Sé, contrapposta tanto alla sua concezione metafisica idealistica di ascendenza cartesiana, quanto alla tesi eliminativista che da Hume e Kant arriva fino alle recenti posizioni «dissolutive» di Dennett. Il Sé non è un’essenza autotrasparente – e qui gli Autori ritengono di utilizzare gli apporti più validi della psicoanalisi  – o uno spirito disincarnato cartesiano, ma un processo psicobiologico complesso e continuo di costruzione e ricostruzione collegato alla relazionalità innata dell’essere umano e al suo inserimento organico in una comunità linguistica. Essi ritengono superata la metapsicologia pulsionale freudiana e si richiamano alla teoria delle relazioni oggettuali e dell’attaccamento, circoscrivendo la parte più valida dell’insegnamento freudiano alla denuncia degli autoinganni e delle pseudospiegazioni motivazionali della coscienza, recentemente confermati dai dati della neuropsicologia sulla confabulazione. Dai suddetti orientamenti relazionali, invece, gli Autori ricavano il presupposto che il contatto fisico e la costruzione di strutture interpersonali protettive e comunicative costituiscono i bisogni psicologici primari del bambino, intorno ai quali gradualmente si sviluppa la sua vita mentale.

Le spiegazioni ultime del comportamento e dei fenomeni mentali sfuggono all’introspezione consapevole, essendo radicate a livello inconscio in meccanismi neurocognitivi sub-personali di principio inaccessibili alla coscienza. Centrale a tale concezione è il concetto psicoanalitico di difesa, riferito tuttavia non al conflitto pulsionale, ma alle strategie adottate dagli esseri umani contro la precarietà «metafisica» del Sé. L’autorappresentazione dell’essere umano come soggetto unitario, che nasce dalla rappresentazione del corpo come corpo proprio e passa per la concezione di un Sé come portatore di stati mentali per giungere alla definizione della propria identità autobiografica narrativa, è considerata una vera e propria necessità psicobiologica. Il tentativo è di costruire una teoria naturalistica della soggettività, che in contrapposizione al kantismo e alla fenomenologia la costruisca a partire dai risultati della ricerca neuroscientifica. La compatibilità e la coerenza con i dati della ricerca neuroscientifica è considerata il tratto distintivo di questo approccio rispetto a quelli della tradizione filosofica. Il Sé degli Autori non è dunque una sostanza, non si identifica con il cogito metafisico cartesiano, ma non è nemmeno un’illusione come alcune prospettive filosofiche e alcune interpretazioni dei risultati neuroscientifici vorrebbero. Il Sé, il soggetto unitario della psicologia del senso comune, delle scienze umane e della psicoanalisi, è il risultato di un processo ed è costruito a partire da funzioni sub-personali, ma non è per questo meno reale e le spiegazioni che lo coinvolgono, ossia le spiegazioni che si collocano al livello personale, non sono per questo meno valide sul piano causale. Lo scopo dichiarato è dunque quello di tenere conto delle scienze cognitive, correggendo tuttavia quella che secondo gli Autori è la tendenza a esse immanente a negare alla coscienza (di fatto all’autocoscienza) un ruolo significativo nella spiegazione del comportamento riducendola a sorta di residuo superfluo, accordando viceversa a essa, in linea con il senso comune, le scienze umane e – a detta degli Autori – la psicoanalisi, un ruolo centrale.

Sostanzialmente il libro si propone di mettere insieme, all’interno di una concezione naturalistica della mente, il ruolo fondamentale assegnato all’inconscio cognitivo dalle attuali scienze della mente e la soggettività autocosciente come perno della visione dell’uomo del senso comune e delle scienze umane. A tal fine gli Autori muovono dall’affermazione che la conoscenza dei fenomeni mentali è attualmente fornita dalle scienze cognitive, intese come collezione di discipline e programmi di ricerca miranti a spiegare come percepiamo, ragioniamo, intendiamo il linguaggio, prendiamo decisioni, pianifichiamo e realizziamo azioni: in breve come si realizzano tutte le abilità che consideriamo come peculiarmente mentali. Le scienze cognitive – questo è il punto di partenza del discorso – si sono occupate negli ultimi cinquant’anni di funzioni inconsce, ossia di quei meccanismi sub-personali inaccessibili alla coscienza che spiegano e permettono la realizzazione delle nostre principali attività mentali. Dei nostri processi mentali solo gli input e gli output (e forse qualche altro frammento emergente) sono accessibili alla coscienza. Noi siamo consapevoli solo dei risultati finali dei processi, mentre la loro dinamica interna ci sfugge e dunque l’inconscio è in questa prospettiva ben più importante del conscio, poiché è l’inconscio che spiega le abilità manifestate dal nostro comportamento. L’enfasi sui processi «nascosti» ha pertanto determinato l’eclisse di quello che siamo abituati a considerare il mentale per eccellenza, cioè i contenuti del nostro flusso di coscienza, il variopinto mondo di sensazioni e di emozioni che costituisce la nostra vita mentale, l’eclisse della nostra soggettività autocosciente.

Il programma è chiaro: bene le scienze cognitive, bene la nozione a esse connessa di inconscio, bene l’estensione del concetto di mente, ma a patto che la distanza con il senso comune, che assegna alla soggettività autocosciente un ruolo fondamentale, non sia eccessiva. Bisogna dunque colmare lo iato, avvicinare scienza e senso comune, recuperare cioè in una cornice naturalistica e scientificamente aggiornata la nozione tradizionale di soggetto, depurandola da ogni residuo metafisico, ma restituendole almeno in parte il ruolo che il senso comune le assegna. Una caratteristica importante dello sviluppo delle scienze cognitive è stata la progressiva crescita di importanza delle neuroscienze. A differenza di quanto avveniva negli anni Sessanta e Settanta, attualmente le conoscenze sul cervello giocano un ruolo centrale nella spiegazione delle capacità mentali. E’ questo un dato fondamentale e più volte sottolineato dagli Autori, che tuttavia, non senza fare riferimento a quella che alcuni hanno definito «neuromania», sottolineano come il fatto che esista un’interrelazione ed entro certo limiti un’integrazione fra psicologia e neuroscienze, non significhi che i rispettivi oggetti non siano fra loro ben distinti. In accordo col senso comune la relazione fra mente e cervello, per quanto stretta, non può essere concepita come una semplice identità. Se noi distinguiamo facilmente fra cervelli e persone, abbiamo invece una certa difficoltà a trovare una stabile collocazione per la mente, che non può essere identificata né con il cervello né con la persona, pur essendo strettamente collegata a entrambi. Naturalmente il senso comune non può essere considerato la stella polare del conoscere e in questo come in altri casi la scienza se ne deve allontanare: si tratta di vedere come, dove e quanto.

La concezione della mente del senso comune proviene in larga misura da Cartesio ed è caratterizzata da due assunti fondamentali. Il primo è quello che identifica la mente con la coscienza: l’attributo che la definisce è il pensiero e quest’ultimo è definito in termini di consapevolezza. Il senso comune ha parzialmente modificato tale assunto, poiché sotto l’influsso della psicoanalisi ha accettato l’idea di stati mentali inconsci. In tale visione popolare della mente, tuttavia, si riflettono a giudizio degli autori i limiti principali della concezione freudiana dell’inconscio, in base alla quale quest’ultimo non è se non un altro tipo di conscio, dotato di struttura simile e della possibilità di diventare conscio. L’altro assunto del modello cartesiano di soggetto è quello della radicale separazione fra mente e corpo. La mente è una res cogitans in tutto e per tutto ontologicamente distinta dalla res extensa corporea. Là dove il corpo è soggetto a leggi meccaniche, è situato nello spazio, è composto e divisibile in parti, la mente è libera e creativa, è senza localizzazione spaziale ed è una e indivisibile. La mente cartesiana è una secolarizzazione del concetto di anima. Nel ventesimo secolo entrambe le assunzioni cartesiane sono state rigettate. La distinzione fra mente e corpo è stata largamente superata su basi ontologiche, perché ogni processo mentale dipende dal cervello ed è realizzato dal cervello. La dimensione del mentale non è più identificata con quella conscia, poiché la gran parte dei fenomeni e dei processi che sono considerati mentali dalle scienze cognitive non sono coscienti. Per comprendere pienamente il superamento dell’approccio cartesiano, in modo particolare riguardo alla dissociazione fra mente e coscienza, bisogna prendere in considerazione due assunti epistemologici che hanno giocato un ruolo fondamentale nelle scienze odierne del mentale: l’idea che i processi mentali hanno natura computazionale; l’idea che il comportamento intelligente è mediato da rappresentazioni mentali. I processi mentali indagati dalla scienza cognitiva, così come le rappresentazioni mentali che essa presuppone, non sono coscienti: basterebbe pensare alla spiegazione cognitiva della comprensione del linguaggio o della percezione visiva. I processi e le rappresentazioni mentali da essi implicati sono completamente inconsci.

Ciò premesso gli Autori muovono da una approfondita descrizione della differenza fra inconscio psicoanalitico e inconscio cognitivo, al fine di mostrare come il secondo costituisca una sorta di evoluzione del primo e sia destinato a prenderne il posto nella spiegazione della vita mentale e del comportamento. A differenza dell’inconscio psicoanalitico, identificato con l’inconscio freudiano, il primo sarebbe più profondo e di principio inaccessibile all’esperienza cosciente. L’inconscio freudiano sarebbe un inconscio personale, intenzionale e finalistico, in una parola antropomorfico. In esso «abiterebbe» un soggetto speculare a quello autocosciente, dotato di desideri, angosce e passioni spesso opposti a quelli che animano la vita cosciente. Troppo elementare, troppo semplice – sembrano dire gli Autori – che tuttavia in questo interessante e utile volume, che motiva con argomenti empiricamente fondati e concettualmente convincenti l’integrazione, ma anche la distinzione fra neuroscienze e psicologia, sommano due prospettive che forse andrebbero tenute separate. Da una parte la critica del modello pulsionale freudiano in nome della teoria delle relazioni oggettuali e dell’attaccamento, dall’altra il superamento dell’inconscio psicoanalitico da parte di quello cognitivo. Sovrapporre i due approcci rischia di far coincidere l’avvicendamento fra il modello pulsionale e quello relazionale, oggi di fatto in psicoanalisi prevalente, con la dissoluzione dell’inconscio personale freudiano, che invece rimane – in quanto personale – una caratteristica distintiva e fondante anche degli approcci relazionali.

Non si tratta certo di un limite del volume, che ha il grande merito di costruire con competenza ponti, articolazioni e sinergie fra discipline diverse – neuroscienze, psicologia cognitiva e psicoanalisi – sottolineando al tempo stesso le differenze e le reciproche autonomie, in una prospettiva tanto nettamente antimetafisica quanto schiettamente e motivatamente antiriduzionistica. Si tratta piuttosto di un implicito invito alla psicoanalisi a raccogliere il testimone del grande sforzo di sintesi e integrazione compiuto dagli Autori, mettendo l’accento su quello che appare l’«anello mancante» di questa importante, aggiornata e stimolante trattazione: la soggettività inconscia che fonda l’approccio psicoanalitico al soggetto tanto nella prospettiva pulsionale quanto in quella relazionale. Come propongono gli Autori, il fatto che il soggetto – almeno secondo alcune letture dei risultati della ricerca neuroscientifica – a livello cerebrale si dissolva in una miriade di agenzie neurocognitive distribuite, autonome e parallele; il fatto che sia una proprietà «emergente» dell’organismo, non significa che a esso non competa alcuna realtà, alcun ruolo e alcun potere causale. Eppure, a questa interessante e plausibile argomentazione, che riflette non una passiva registrazione, ma un’autonoma e originale elaborazione dei risultati della ricerca scientifica, la psicoanalisi può aggiungere e illustrare che la soggettività non coincide con l’autocoscienza, ma include una fondamentale e ubiquitaria dimensione inconscia, che attraverso i concetti di fantasia inconscia, relazioni oggettuali interne, modelli operativi interni e così via caratterizza l’orientamento relazionale tanto quanto quello pulsionale. Si tratta di un inconscio personale, relativo a un soggetto – integrato e coeso, embrionale, frammentato o dissociato – in relazione con i suoi oggetti, che arricchisce la dimensione del Sé di una componente inconscia ineliminabile e determinante, evitando di identificate il soggetto con l’autocoscienza e di ridurre la difesa a un istinto psicobiologico di sopravvivenza contrapposto alla dispersione del Sé nella miriade di «agenzie» neurocognitive sub-personali che lo costituiscono.

 

 

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