Solms M. & Panksepp J. (2012). The “Id” knows more than the “Ego” admits: neuropsychoanalytic and primal consciousness perspectives on the interface between affective and cognitive neuroscience. Brain Sciences, 2: 147-175.

Solms M. & Panksepp J. (2012).The “Id” knows more than the “Ego” admits: neuropsychoanalytic and primal consciousness perspectives on the interface between affective and cognitive neuroscience. Brain Sciences, 2: 147-175.

 

Abstract

 

It is commonly believed that consciousness is a higher brain function. Here we consider the likelihood, based on abundant neuroevolutionary data that lower brain affective phenomenal experiences provide the “energy” for the developmental construction of higher forms of cognitive consciousness. This view is concordant with many of the theoretical formulations of Sigmund Freud. In this reconceptualization, all of consciousness may be dependent on the original evolution of affective phenomenal experiences that coded survival values. These subcortical energies provided a foundation that could be used for the epigenetic construction of perceptual and other higher forms of consciousness. From this perspective, perceptual experiences were initially affective at the primary-process brainstem level, but capable of being elaborated by secondary learning and memory processes into tertiary-cognitive forms of consciousness. Within this view, although all individual neural activities are unconscious, perhaps along with secondary-process learning and memory mechanisms, the primal sub-neocortical networks of emotions and other primal affects may have served as the sentient scaffolding for the construction of resolved perceptual and higher mental activities within the neocortex. The data supporting this neuro-psycho-evolutionary vision of the emergence of mind is discussed in relation to classical psychoanalytical models.

 

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Nel n° 37-38 della rivista Setting – Quaderni dell’Associazione di Studi Psicoanalitici (2016) si può leggere la traduzione di questo articolo  a cura di Ciro Elia.

La pubblichiamo qui di seguito per gentile concessione della rivista. 

L’Es sa più di quanto l’Io ammetta: prospettive neuropsicoanalitiche rispetto alla coscienza primaria nell’interfaccia tra neuroscienza affettiva e cognitiva

 

Introduzione

Il nostro scopo è di presentare un modo nuovo di integrare gli aspetti affettivi e cognitivi dei processi cerebrali consci e inconsci, usando una cornice neuropsicoanalitica. Il nostro punto di partenza è la comune osservazione che i diversi campi di indagine usano i termini “conscio” e “inconscio” in modi differenti: questo ostacola un discorso coerente tra le varie discipline. In generale questo campo non ha definizioni standard per questi termini e per termini affini. Per esempio, che cosa è la “consapevolezza” conscia? Il soggetto conscio deve avere qualcosa di più di semplici esperienze fenomeniche per avere una consapevolezza conscia? La “consapevolezza” implica sempre una capacità di riconoscimento riflessivo del fatto che si stanno avendo delle esperienze? Possiamo avere (e studiare empiricamente) una coscienza fenomenica senza forme più elevate e di coscienza che possono fare riferimento alla consapevolezza? Noi crediamo che la risposta all’ultima domanda debba essere “sì”; altrimenti escluderemmo tutti gli altri animali dall’ambito della coscienza, il che non ha senso evolutivo, specialmente a causa delle numerose evidenze relative alle funzioni cerebrali di “premio” e di “punizione” concentrate in varie regioni sottocorticali del tronco cerebrale. Per evitare questa ambiguità, noi partiamo dalla premessa che la natura essenziale della coscienza sia costituita dalla forma basica dell’esperienza fenomenica, che include nella nostra visione vari stati affettivi che possono essere monitorati negli animali per mezzo delle proprietà soddisfacitarie e punitive suscitate dall’evocazione di tali stati con la stimolazione profonda del cervello. Nella nostra prospettiva la capacità di essere consapevoli dell’ambiente e del fatto che siamo il soggetto di queste esperienze suscitate dall’esterno è già una funzione cognitiva superiore, che in fondo è mediata dalla capacità di riflettere sulle nostre esperienze soggettive. Questa analisi gerarchica rende capaci di essere consci nelle diverse modalità, per esempio sentirsi felici o tristi, senza avere necessariamente la capacità mentale di riconoscere che si è felici o tristi, per non parlare della capacità di riflettere sulle relazioni oggettive che hanno causato questa felicità o tristezza. Il fatto di essere consci fenomenicamente non richiede affatto, di per sé, molta sofisticazione cognitiva.

 

1.  Sinossi dell’insieme della nostra cornice di riferimento

 

Queste limitate distinzioni concettuali permettono la costruzione di approcci scientifici alla coscienza validi dal punto di vista evolutivo, che ci permettono, per esempio, di distinguere le diverse strutture cerebrali: le prime, che sostengono le forme più antiche dal punto di vista filogenetico e che numerosi studi empirici dimostrano essere condivise, per quanto riguarda gli affetti, da tutti i mammiferi; le seconde, che sostengono le forme superiori di coscienza che richiedono capacità riflessive e dichiarative: queste ultime possono essere studiate sistematicamente solo in esseri che sono in grado di parlare di sé. L’incapacità di fare queste distinzioni produce quei tipi di discorso che fanno affrettatamente diventare “inconsci” i processi cerebrali semplicemente perché le forme delle esperienze che hanno origine dall’interno spesso non sono riconosciute e espresse facilmente da forme superiori, specificatamente umane, della consapevolezza basata sul linguaggio. Per esempio, certe speci di mammiferi possono avere una grande quantità di esperienze fenomeniche, consce affettivamente e percettivamente, con una capacità molto piccola di riflettere su tali esperienze. Un approccio evolutivo alla coscienza, che ne consideri i diversi livelli, ci permette di capire come accada che stati affettivi interni possano manifestarsi senza che il soggetto riconosca cognitivamente (“accetti”) i sentimenti associati. Inoltre, poiché nel cervello le funzioni superiori possono inibire le funzioni inferiori (e viceversa), possiamo vedere come certe forme dell’esperienza fenomenica possano essere rese temporaneamente “inconsce” mediante influenze attive in senso inibitorio. Emozioni forti possono anche interferire con la processazione cognitiva disturbandola; così accade facilmente che le persone possono provare un’intensa agitazione emotiva senza avere in seguito nessun insight di quelle esperienza o anche nessun loro ricordo. Questi esempi potrebbero essere certamente più numerosi. In breve, la complessità della nostra capacità di processare consciamente e inconsciamente i mutevoli stati cerebrali e i processi comportamentali legati all’ambiente richiede un qualche tipo di analisi a molti livelli, quali la ben nota suddivisione della coscienza di Endel Tulving in tre forme: anoetica (forme di esperienza non riflessiva, che può essere intensa affettivamente senza essere “conosciuta” e che potrebbe essere la caratteristica propria di tutti i mammiferi), noetica (forme di coscienza mediate dal pensiero, legate alla percezione e alla cognizione esterocettiva) e autonoetica (forme astratte di percezioni e cognizioni, che permettono  la “consapevolezza” conscia e la riflessione sull’esperienza nell’ “occhio della mente” attraverso i ricordi episodici e le fantasie [1].

Questo tipo di schema concettuale può essere sovrapposto facilmente ad alcuni dei più importanti passaggi evolutivi del cervello: questi corrispondono grosso modo all’evoluzione (a) del tronco cerebrale superiore (fino all’area settale), che permette esperienze fenomeniche anoetiche, (b) dei gangli sottocorticali inferiori e delle strutture limbiche superiori (come la linea mediana corticale), che permettono l’apprendimento e la coscienza noetica, e (c) delle funzioni neocorticali superiori (includenti tutte le cortecce associative), che forniscono i substrati fondamentali per le integrazioni autonoetiche e riflessive: queste danno luogo alla corrente della consapevolezza ordinaria. Questa suddivisione della coscienza secondo livelli multipli (vedi la figura 1, adottata da [23]), ci permette di riconoscere non solo i processi cerebrali profondamente inconsci, cruciali rispetto al comportamento, ma anche i processi cerebrali che possono essere sperimentati ad un certo livello ma non ad un altro. Questo ci consente di includere nel nostro discorso scientifico le evidenze imponenti e sempre crescenti dell’esistenza delle varie forme affettive e percettive della coscienza fenomenica negli altri animali [34]. Siamo così in grado così di sviluppare meglio i paradigmi neuroevolutivi per chiarire la fondamentale natura biologica della coscienza, come pure i caratteri differenziali delle sue strane manifestazioni attraverso  molteplici livelli. Affronteremo qui la complessità di questi livelli della coscienza dal punto di vista delle prospettive neuroscientifiche moderne sia cognitive che affettive. Comunque, allo scopo di contestualizzare storicamente queste prospettive, collocheremo alcuni aspetti, selezionati dai dati cognitivi e affettivi, entro una cornice psicoanalitica di riferimento, che resta sorprendentemente rilevante rispetto alla controversie che vengono discusse in questo lavoro. Benché l’interregno del comportamentismo all’insegna del “mai la mente”, che semplicemente ignorava la Scatola Nera del cervello, interrompa le continuità storiche, speriamo che il radicamento della nostra discussione in una chiara descrizione dei problemi fondazionali che furono considerati esplicitamente all’inizio dell’era neuroscientifica moderna, ci aiuterà a capire meglio ciò che i vari e frammentati settori della neuroscienza attuale possono e devono ancora acquisire. Allo scopo di collocare lo scenario in una prospettiva storica, contestualizziamo la nostra argomentazione entro il quadro di riferimento del pensiero psicoanalitico classico, che può aiutare a evidenziare alcune provocatorie relazioni concettuali col nostro approccio. Un’attenta lettura del pensiero freudiano suggerisce che egli abbia assunto un approccio alla mente molto simile. Anche se Freud, che all’inizio della carriera era un importante neuroscienziato, non aveva a disposizione la ricchezza delle attuali conoscenze neuroscientifiche, la nostra analisi oggettiva dell’apparato mentale ha somiglianze chiare con le sue risultanze, che però emersero soltanto da una prospettiva soggettiva. Noi offriamo queste nostre idee come un esempio di convergenza con la speranza che promuova analisi empiriche delle basi affettive della mente umana più accurate di quelle che sono state evidenziate nella gran parte della neuroscienza moderna; questa offre tipicamente una visione molto riduzionistica del cervello, come se l’analisi dell’apparato mentale sia irrilevante per la comprensione di cosa fa il cervello.

Figura 1. Una schematica presentazione delle gerarchie sovrapposte delle funzioni cerebrali in cui i processi primari (quadrati rossi) influenzano i secondari (cerchi verdi) e i terziari (rettangoli blu), che a loro volta esercitano un controllo regolatorio top-down. Sono indicate le sette emozioni del processo primario: quelle a valenza positiva sono scritte in rosso (Ricerca, Piacere, Accudimento e Gioco) e quelle negative in porpora (Rabbia, Paura e Panico/Pena) [2,4].

 

 2.  La teoria freudiana dei processi mentali inconsci

 

L’idea che il cervello sa più di quanto ammette consciamente può essere riportata storicamente al lavoro clinico e concettuale di Sigmund Freud. Egli fondò questa idea, che fu considerata radicale a quel tempo, sulle osservazioni che fece in merito alla suggestione post-ipnotica e agli stati clinici di dissociazione, nei quali i comportamenti risultavano causati in maniera dimostrabile da motivazioni di cui il soggetto non era consapevole: alcune di queste potevano poi essere portate alla consapevolezza durante il trattamento psicologico. Poiché un resoconto scientifico della vita mentale non può escludere le conoscenze inconsce con i loro effetti causali che possono essere dimostrati, Freud concluse che gli oggetti della psicologia devono includere i processi inconsci, nonostante la tradizionale equiparazione della “mente” alla coscienza. Così Freud dedicò il resto della sua vita scientifica a studiare i processi mentali inconsci. La sua prima più importante conclusione fu che questi processi ammettevano una differenziazione ulteriore. Alcuni processi inconsci potevano essere resi consci ad opera della volontà, mentre altri no. Freud chiamò i primi processi “preconsci” e i secondi “inconsci”. Poi suddivise i processi inconsci in quelli che si svolgevano al di fuori della consapevolezza cosciente ad opera della automatizzazione (cioè in quanto sono divenuti capacità abituali), e in quelli che erano esclusi attivamente dalla consapevolezza ad opera di resistenze che avevano una loro motivazione (decidendo di non pensare a qualcosa per evitare lo sviluppo di affetti negativi). Egli chiamò inconsci “descrittivamente” i primi e inconsci “dinamicamente” i secondi. I processi dinamicamente inconsci includevano quelli che erano “rimossi” dalla coscienza e quelli che non avevano mai raggiunto la coscienza. La seconda conclusione più importante di Freud fu che questi livelli differenti dei processi inconsci rivelavano proprietà funzionali differenti. I processi dinamicamente inconsci venivano condizionati meno di quelli preconsci o di quelli descrittivamente inconsci dalle considerazioni realistiche della vita. Questi ultimi, invece, erano influenzati dagli stati affettivi meno di quelli dinamicamente inconsci. Su questa base Freud differenziò i processi mentali che obbediscono a ciò che chiamò “principio di realtà” da quelli che obbedivano al “principio di piacere”, in quanto erano relativamente non sottoposti a controlli inibitori. In termini moderni questi ultimi possono essere concettualizzati come attivati da “energia libera” [6,7]. Poiché i processi non inibiti erano considerati i più antichi filogeneticamente e predominanti nella vita infantile, Freud li chiamò “primari”; invece i processi inibiti, realistici, erano descritti come “secondari” (che nella Figura 1 sono distinti ulteriormente in secondari, cioè appresi, e in terziari, cioè legati al pensiero). Prendendo a prestito dalla termodinamica Helmolziana [8], Freud speculò che i processi secondari [9] implichino qualche forma di “legame” delle energie “libere” che hanno origine dai bisogni vitali dell’organismo, benché ammettesse la sua ignoranza della fisiologia che sottostava a questi processi. Egli arguì che le energie compulsive “libere” premano per un’immediata scarica motoria (poiché non sono condizionate da considerazioni realistiche), mentre le energie “legate”, che vengono utilizzate nei processi esecutivi di carattere cognitivo, danno origine a risposte ritardate e più opportune. Freud immaginò che queste ipotetiche energie “si riversino sulle tracce mnestiche delle idee così come in qualche modo una carica elettrica si espande sulla superficie di un corpo” ([10], pag. 60). I processi mentali furono perciò fondamentalmente concettualizzati da Freud come composti da (a) rappresentazioni, attivate da (b) energie pulsionali (che qualche volta chiamerò anche “quote di affetto”). Questi due elementi mentali furono considerati inconsci di per sé e capaci di dar luogo ai fenomeni della coscienza solo in determinate condizioni. Qui svilupperemo l’idea che questi due elementi rimangono i concetti fondamentali della scienza affettiva e cognitiva moderna ma sosterremo la tesi che le cosiddette “energie pulsionali”, che attivano i processi cognitivi, sono intrinsecamente consce, benché le trasformazioni cui sono soggette le rendano inaccessibili alla consapevolezza riflessiva. Freud formulò i fondamenti condizionanti la coscienza entro una serie di modelli dell’architettura funzionale della mente. Nel suo primo modello [11] attribuì i processi rappresentazionali inconsci a un sistema di neuroni del prosencefalo che erano distinti dagli altri neuroni per la loro capacità mnestica. Egli chiamò questo sistema rappresentazionale «Ψ» e lo descrisse come un “ganglio simpatetico” perché il suo scopo biologico era di collegare associativamente i bisogni endogeni (espressi come pulsioni) con gli oggetti esterni che li soddisfacevano. Il sistema dei neuroni Ψ veniva diviso tra il “pallio” e i settori “nucleari”. Il settore del pallio riceveva i suoi input dalla periferia sensoriale attraverso le connessioni sottocorticali talamiche e dai nervi cranici (Freud chiamò queste vie sistema dei neuroni «ϕ»). Il settore nucleare di Ψ riceveva i suoi input dall’interno del corpo che Freud descrisse come la “fonte” dell’apparato mentale per la ragione che era attivato costantemente (o “investito”, per usare il suo linguaggio) da energie pulsionali che hanno origine dai bisogni vitali e inarrestabili del corpo (legati alla sopravvivenza e alla sessualità). L’inibizione tonica di questo settore enterocettivo di Ψ era considerato perciò come la base fisiologica del controllo esecutivo (l’ “Io”). La coscienza, che era attribuita a un sistema neuronale separato (“ω”), era collocata al termine motorio dell’apparato. La funzione distintiva del sistema ω era di monitorare l’accumulo di energie pulsionali entro Ψ. Un aumento della tensione pulsionale generava sensazioni di dispiacere in ω; di contro, la scarica motoria generava piacere. La funzione dell’omeostasi affettiva era, secondo Freud, lo scopo primario della coscienza. Quindi egli insistette sempre sul fatto che gli affetti erano consci per definizione (vedi la Sezione 11). L’affetto era la raison d’être della coscienza. Comunque la coscienza veniva estesa anche alla percezione sensoriale esterna ad opera di meccanismi complicati che si imperniavano sulla funzione dell’attenzione, che aumentava il livello di attivazione del settore esterocettivo di Ψ [12, 13]. La coscienza perciò si declinava in due forme: (a) la forma legata agli affetti enterocettivi, e (b) la forma legata alle percezioni esterocettive. Rispetto alle differenze qualitative nelle forme di coscienza, Freud affermò solo che le varie modalità apparivano originare da ritmi e pattern o “periodi” (in quanto opposti ai livelli) dell’attività neuronale – il che era a quel tempo un processo inferito, poiché l’attività neuronale organizzata non era ancora stata misurata (con l’EEG – nota del traduttore). Il secondo modello freudiano dell’apparato mentale [14] fu essenzialmente lo stesso del primo, a parte il fatto che agli ipotetici sistemi neuronali venivano date ora designazioni puramente funzionali. L’ignoranza, riconosciuta da Freud, dell’anatomia e fisiologia, lo portò alla conclusione che essi originassero da osservazioni psicologiche e comportamentali piuttosto che neuroscientifiche. Perciò i neuroni ϕ diventarono il “sistema percettivo” della mente (abbreviato «Pcpt.»); i neuroni Ψ diventarono i “sistemi mnestici”, divisi in settori non inibiti e inibiti, che perciò divennero rispettivamente i sistemi “inconscio” (abbreviato «Ucs») e “preconscio” (abbreviato «Pcs») (vedi la Figura 2 [15]); invece i neuroni ω divennero il sistema “coscienza” (abbreviato «Cs»), collocato ancora al termine motorio dell’apparato.

Figura 2. Il secondo modello freudiano dell’apparato mentale, Pept (antecedentemente ϕ) = Sistema Percettivo; Mnem (antecedentemente Ψ) = Sistemi Mnestici; Ucs = Sistema Inconscio; Pcs = Sistema preconscio; M = Sistema Motorio [conosciuto anche come Sistema Coscienza, abbreviato Cs (antecedentemente ω)]. Riprodotto da [5] col permesso.

Una significativa revisione fu introdotta nel 1917 quando Freud [16] combinò ϕ e ω (i sistemi percettivi e motori vicini a Ψ) in un sistema unico integrato come coscienza percettiva («Pcpt.-Cs.»), a causa del fatto che tutte le varietà della coscienza erano in fondo percettive. Ciò che distingueva i sistemi Pcpt e Cs era solo dato dalle sorgenti dei loro stimoli e dalle modalità di percezione a cui davano origine. Le classiche modalità sensoriali, che registravano lo stato del mondo esterno, venivano percepite sulla “superficie esterna” del sistema Pcpt.-Cs., mentre gli affetti, che registravano lo stato dell’apparato stesso, erano percepite sulla “superficie interna” di questo stesso sistema integrato.

Questa revisione fu mantenuta nel modello finale di Freud [17]. Lo scopo maggiore di questa ultima revisione fu di riconoscere il fatto che il controllo esecutivo non coincideva con ogni livello della coscienza (o del preconscio). Per esempio i processi automatizzati, inconsci “descrittivamente”, che non divenivano mai consci, erano sotto il controllo inibitorio (erano i processi secondari; cf. [5,15]) e erano al servizio degli scopi funzionali del principio di realtà. Allo stesso modo il processo di rimozione, nonostante fosse inconscio “dinamicamente”, era al servizio degli scopi inibitori. Così Freud raggruppò tutte le categorie inibite sia dei processi consci che di quelli inconsci in un unico sistema esecutivo – l’Io – : la caratteristica distintiva di questo sistema era l’utilizzazione di energie “legate” che stavano alla base di tutti i processi “cognitivi”; e allo stesso modo raggruppò tutti i processi inibiti (“istintuali”, affettivi) in un unico sistema che utilizzava l’energia pulsionale “libera” – l’ “Es” (vedi la Figura 3).

Figura 3. Il modello freudiano finale dell’apparato mentale. Pept.-Cs.= sistema Percezione – Coscienza. Riprodotto da [17] col permesso.

Dalla fine della vita scientifica di Freud, perciò, la nozione che “il cervello sa più di quanto ammetta” ruotò intorno alla teoria che le spinte enterocettive bottom-up sulla mente davano luogo a un insieme di pulsioni primitive, compulsive (nell’ “Es”), che tendevano a una soddisfazione istintuale immediata sulla base degli imperativi omeostatico-affettivi, senza alcun riguardo per i dettami mutevoli della realtà. Perciò l’accesso di queste influenze al sistema esecutivo motorio doveva essere condizionato ad opera delle influenze esterocettive top-down (l’ “Io”), cioè della percezione e dell’apprendimento. Questi sviluppi teoretici, che introducevano l’idea vera e propria dei processi mentali inconsci nella psicologia, ebbero luogo tra il 1894 e il 1923. È importante notare che, poiché Freud si spostò da una descrizione neurologica a una funzionale, i suoi modelli successivi della mente furono ancora imperniati sul corpo in tre punti cardinali: (a) gli organi di senso, (b) i bisogni vitali, e (c) il sistema motorio. Ora, cento anni più tardi, siamo in grado di tradurre, a causa dei progressi sensazionali delle neuroscienze, le descrizioni funzionali di Freud di queste origini corporee della mente nel linguaggio dell’anatomia e della fisiologia. Così faremo più avanti nella Sezione 5 nello spirito dell’osservazione di Eric Kandel che i modelli di Freud forniscono tuttora “la visione della mente più coerente e intellettualmente soddisfacente” che abbiamo ([18], pag. 505).

 

 3.  Il racconto di una conversazione moderna: ci sono due origini corporee della mente ed esse sono rappresentate in maniera differente

 

Al 12° Congresso Internazionake di Neuropsicoanalisi, tenutosi a Berlino nel giugno 2011 sul tema dell’ “Occuparsi del corpo” Bud Craig, Antonio Damasio, Jaak Panksepp, Vittorio Gallese e Manos Tsakiris, tra gli altri, hanno riassunto lo stato attuale delle conoscenze riguardo a come il funzionamento mentale umano sia incarnato. Nei suoi commenti di chiusura al congresso, Mark Solms ha sottolineato che i relatori avevano fatto riferimento a due aspetti differenti del corpo, senza distinguerli sempre. Questo può dar luogo a confusione. Il primo aspetto del corpo si impernia sulle mappe somatotopiche della superficie corticale che hanno origine dai recettori sensoriali della superficie del corpo. Questo aspetto della rappresentazione corporea corrisponde direttamente all’homunculus corticale. Comunque la rappresentazione corporea non coincide soltanto con la corteccia somatosensoriale, include anche le zone di proiezione delle altre modalità sensoriali, che sono costituite da mappe topologiche dei diversi organi di senso. Essa include anche le strutture talemiche sottocorticali specifiche per la modalità e quelle dei nervi cranici: tali strutture collegano questi organi di senso terminali con la corteccia. L’ “immagine corporea” non ha origine soltanto da queste mappe corticali modalità-specifiche. Questo aspetto della rappresentazione corporea dovrebbe perciò essere completato dai vari flussi percettivi che hanno origine dalle zone di proiezione e convergono nella corteccia associativa. In questo articolo, per ragioni di brevità, chiameremo “corpo esterno” questo aspetto della rappresentazione corporea (vedi Figura 4).

Figura 4. Blu scuro = proiezione corticale esterocettiva; blu tenue = corteccia percettiva associativa; verde = corteccia della proiezione motoria; giallo = corteccia motoria associativa (esecutoria).

È importante notare che i meccanismi cerebrali che rappresentano il corpo esterno rappresentano anche gli altri oggetti esterni. Un corpo esterno è un oggetto. È l’aspetto del corpo che percepiamo quando ci guardiamo esternamente, per esempio allo specchio. (“Questa cosa sono io”; è il mio corpo”). Vorremmo ricordare che anche le mappe motorie contribuiscono all’immagine esterna del corpo. La sensazione di possedere un corpo tridimensionale è determinata non solo dalla convergenza sensoriale esteromodale ma anche dal movimento. Il movimento produce sensazioni cinestesiche e può avere intrinseche emozioni cerebrali di per sé. La relazione stretta tra movimento e sensazioni muscolari e articolari si riflette nella vicinanza anatomica delle zone corticali rispettive: le aree proiettive somatosensoriali e motorie formano un’unità funzionale integrata. Il secondo aspetto del corpo è il suo ambiente interno, il corpo autonomico, che è rappresentato più profondamente e inferiormente nel cervello. Le strutture cerebrali che rappresentano questo aspetto del corpo hanno la loro base nell’ipotalamo, ma includono anche gli organi circumventricolari, il nucleo parabrachiale, l’area postrema, il nucleo solitario e simili (vedi [19-21] per una rassegna). Analogamente a ciò che abbiamo detto sopra riguardo alla corteccia motoria in relazione con l’esterocezione, anche queste strutture enteroccettive non solo monitorizzano ma anche regolano lo stato del corpo (omeostasi). Questi eccitamenti della rete sottocorticale possono produrre di per sé vissuti affettivi fenomenici. In questo articolo chiameremo “corpo interno” questo aspetto della rappresentazione corporea (vedi Figura 5).

Figura 5. Rosso = alcuni nuclei enterocettivi; magenta = alcuni nuclei ERTAS (eccitamento); bianco = alcuni circuiti di base dell’emozione.

Anche a livello del tronco encefalico le strutture neurali relative al corpo interno sono nascoste da quelle del corpo esterno, proprio come il corpo muscoloscheletrico stesso avvolge i visceri. Questo riflette ampiamente il fatto che l’evoluzione di una coerente viscerazione cerebrale è più antica e fondazionale rispetto al movimento della deambulazione che attiene all’apparato dell’azione somatica. Esistono molte evidenze del fatto che la coerenza dell’attività emozionale del processo primario e le emozioni grezze, che compaiono simultaneamente, originano da questi circuiti sottocorticali [4]. I meccanismi cerebrali del corpo interno funzionano in larga misura automaticamente, ma stimolano anche il corpo esterno a soddisfare i bisogni vitali nel mondo esterno. Questo viene ottenuto ad opera di una rete di strutture di “eccitamento” della parte superiore del tronco encefalico e della parte basale del prosencefalo, conosciute convenzionalmente, ma in qualche modo erroneamente, come sistema attivatorio esteso reticolo-talamico (ERTAS). Questo sistema eccitatorio è costituito da molti subsistemi neuronici, dotati di un lungo  cilindrasse e includono sistemi dell’acetilcolina, dell’adrenalina/noradrenalina, della dopamina e seratonina, come pure una quantità di neuropeptidi [4,22]. In aggiunta vi è una complessa struttura interna per i processi cerebrali deputati all’attività viscerale (per una rassegna vedi [23-25]. Le radici primarie dell’emotività hanno la loro base in questi substrati autonomici. È importante notare che perciò esiste una relazione interdipendente e gerarchica tra i due aspetti del corpo. Se consideriamo le radici antiche, dal punto di vista evolutivo, dell’attività viscerale, situate più caudalmente e medialmente nel cervello, ci sono ragioni per credere che la viscerazione cerebrale (e quindi l’emozionabilità) abbia fornito una coerenza corporea capace di generare il substrato per gli sviluppi successivi del cervello, con inclusi i settori più cognitivi. Comunque, come alcuni studiosi lungimiranti hanno ampiamente sottolineato, da David Hume a Antonio Damasio, le componenti emozionali sono tuttora criticamente importanti per il modo in cui operano le capacità cognitive che vengono a sovrapporsi loro. Inoltre, sta diventando sempre più evidente che il corpo interno dà luogo a un tipo di coscienza molto diverso dalla coscienza associata alla corteccia esterocettiva. Il tronco encefalico enterocettivo con le varie reti emozionali genera “stati” interni piuttosto che “oggetti” esterni di coscienza (vedi [4,20] per delle rassegne). In altre parole, il corpo interno non è rappresentato come un oggetto di percezione. Piuttosto dà luogo a una sensazione di fondo di “essere”; questo aspetto del corpo è il soggetto della percezione. Possiamo descrivere questo tipo di coscienza come la pagina neurodinamica sulla quale, o dalla quale, le esperienze esterocettive sono inscritte nelle regioni encefaliche superiori. (Questo tipo di coscienza è anche ciò che collega le esperienze; la percezione si verifica in un soggetto che è unitario e incarnato). È importante notare che questi “stati” del corpo-come-soggetto comportano non solo livelli vari di coscienza (per esempio sonno-veglia), ma anche qualità variabili di coscienza. Ancora, la coscienza enterocettiva è fenomenica: essa “si sente come” qualcosa. Soprattutto, gli stati fenomenici del soggetto-come-corpo sono vissuti affettivamente. Gli affetti, piuttosto che rappresentare eventi esterni distinti, sono vissuti come stati a valenza positiva e negativa. Questa valenza è determinata da come le mutevoli condizioni interne si mettono in relazione con le probabilità di successo rispetto alla sopravvivenza e all’attività riproduttiva. A questo livello del cervello, perciò, l’omeostasi è inseparabile dalla coscienza. Mentre le classiche modalità sensoriali rappresentano accadimenti noetici distinti e esterni (oggettivi e generatori di conoscenza), la coscienza affettiva rappresenta reazioni anoetiche diffuse e interne (soggettive e automaticamente valutative) a quegli accadimenti. L’affettività è, a questo riguardo, è solo una modalità esperenziale. Ma questo non è tutto: l’affettività è una proprietà intrinseca del cervello che si esprime nelle emozioni, e le emozioni sono, soprattutto, forme distinte di scarica somato-motoria coordinate con pattern supportivi del cambiamento autonomico. Comunque, pure queste espressioni emozionali “si sentono come” qualcosa, con modalità a valenza diversa. Le evidenze empiriche della componente emotiva sono basate semplicemente sul fatto, decisamente replicabile, che dovunque nel cervello si possono evocare artificialmente pattern di coerente risposta emozionale mediante la stimolazione profonda del cervello: questi stati variabili sono accompagnati costantemente da stati della mente di “ricompensa” e di “punizione” [2,4]. Il punto fondamentale della coscienza affettiva è fornita dalle serie piacere-dispiacere, l’espressione motoria del quale è il comportamento di avvicinamento-ritiro. Sentimenti di piacere-dispiacere, gioia-angoscia – e i comportamenti compulsivi associati – sono determinate rapidamente dalla stimolazione profonda sia del tronco cerebrale sia della sostanza grigia periacquedottale (PAG).  Attribuendo una valenza all’esperienza (cioè determinando se qualcosa è “buono” o “cattivo” per il soggetto, entro un sistema biologico di valori), la coscienza affettiva (e i comportamenti cui dà luogo) promuove il successo nella sopravvivenza e nella riproduzione. Questo è ciò a cui serve la coscienza. Essa inoltre promuove i controlli cognitivi che emersero durante la successiva encefalizzazione. Questo fornisce strategie mentali sempre più sofisticate per controllare il comportamento sulla base di ciò che gli animali possono fare mediante il processo informazionale noetico esterno. A questo fine, sono vari i circuiti motivazionali istintuali, che originano dal PAG e salgono al sistema limbico prosencefalico, che a sua volta provvede a molti controlli discendenti. Questi circuiti sono anche conosciuti come quelli dell’ “emozione basica”. Ci sono molte classificazioni di queste emozioni. Gli esempi meglio conosciuti sono costituiti dalle emozioni che determinano (a) ricerca del cibo, (b) ricompensa consumatoria, (c) congelamento e fuga, (d) attacco aggressivo, (e) cura dell’allevamento, (f) angoscia di separazione, e (g) gioco rumoroso (vedi [4] per una rassegna dettagliata). Ai circuiti di queste emozioni di base sono stati dati nomi particolari (vedi sotto). Le ulteriori ricerche sui loro percorsi anatomici, sulla neurochimica e neurodinamica, forniscono obiettivi chiari per gli strumenti della neuroscienza cognitiva che hanno la potenzialità di rivelare la costituzione della coscienza affettiva e fenomenica nel cervello. La nostra ipotesi di lavoro è che questo tipo di coscienza abbia fornito alcuni materiali grezzi, indispensabili per la costituzione delle forme cognitive dell’esperienza nelle regioni superiori del cervello. È importante notare che ciascuno dei circuiti istintuali determina non solo comportamenti stereotipati ma anche stati emozionali diversi, come interesse e aspettativa, piacere orgasmico, timore e trepidazione, rabbia distruttiva, affezione amorevole, sofferenza intensa, e gioia esuberante. Ancora, le evidenze sostanziali di questo provengono dal fatto che questi stati emozionali possono essere suscitati dalla stimolazione esterna (come la ricerca di cibo e di  calore). Questi gli “strumenti di sopravvivenza” istintuali: ricercare risorse alimentari (SEEKING), erotismo riproduttivo (LUST), protezione del corpo (FEAR e RAGE), dedizione materna (CARE), angoscia di separazione (PANIC/GRIEF), e impegno vigoroso e positivo con i cospecifici (PLAY). Questa tassonomia della neuroscienza affettiva, basata sulle evidenze [2,4], utilizza una nomenclatura a lettere maiuscole per distinguere le reti sottocorticali identificate come primarie dal punto di vista affettivo-istintuale dai vari miscugli linguistici della consapevolezza cognitiva comune, cioè i processi terziari della Figura 1. Il nostro scopo principale in questo articolo è di fornire una fondazione della mente emozionale del processo primario per le neuroscienze cliniche, cognitive e sociali, più valida di quella esistente attualmente.

 

 4.  L’Io esterocettivo; l’Es enterocettivo

 

Avendo rivisto i due modi in cui il corpo è rappresentato nel cervello, è facile riconoscere nei dati i due sistemi più importanti che furono descritti nei classici modelli freudiani e che abbiamo rivisto sopra. Il corpo esterno corrisponde all’ “Io”, il corpo interno è l’ “Es” (vedi la Figura 6).

Figura 6. Le precedenti figure 2 e 3 sono qui colorate per mostrare alcune corrispondenze con le strutture cerebrali indicate con lo stesso colore nelle figure 4 e 5.

Freud in effetti disse la stessa cosa. Rispetto all’origine corporea dell’ “Io” Freud scrisse questo: “L’Io è in primo luogo e soprattutto un Io corporeo, esso non è semplicemente un’entità di superficie, ma è anche la proiezione di una superficie. Se desideriamo trovare un’analogia anatomica per esso, possiamo identificarlo meglio con l’ “homunculus corticale” degli anatomici, che sta con la testa in giù nella corteccia, protende verso l’alto i calcagni, guarda indietro e, come sappiamo, ha l’area del linguaggio nel lato sinistro” ([17], pag. 26). Poi ha proseguito:

“L’Io in definitiva è derivato dalle sensazioni corporee, soprattutto da quelle provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque essere considerato come una proiezione mentale del corpo, inoltre, come abbiamo visto sopra (Figura 3), può essere considerato il rappresentante delle superfici dell’apparto mentale”. Circa l’origine corporea dell’Es, Freud scrisse: “L’Es, tagliato fuori dal mondo esterno, ha un mondo di percezione di per sé. Esso avverte con straordinaria acutezza certi cambiamenti al suo interno, specialmente oscillazioni nella tensione dei suoi bisogni istintuali, e questi cambiamenti diventano consci come sentimenti nelle serie piacere-dispiacere. É difficile dire, a onor del vero, con quali mezzi e con l’aiuto di quali organi sensoriali terminali queste percezioni si verificano. Ma è un fatto noto che le percezioni del Sé – sentimenti cinestesici e sentimenti di piacere – dispiacere – governano il passaggio degli eventi nell’Es con forza assoluta. L’Es obbedisce all’inesorabile principio di piacere” ([26], pag. 198). Qui la parola “istintuale” è una cattiva traduzione di Trieb. Un Trieb è una “pulsione”. Freud definì chiaramente cosa intendeva con questo termine: “La “pulsione” [Trieb] ci appare come un concetto al limite tra il mentale e il somatico, come la rappresentazione psichica degli stimoli che si originano da dentro l’organismo e raggiungono la mente, come una misura della richiesta fatta alla mente del lavoro in conseguenza della sua connessione col corpo” [27], pag. 121-122. È evidente che Freud stesso “localizzò” prontamente le differenti derivazioni corporee dell’Io e dell’Es. Noi abbiamo aggiunto soltanto il dettaglio anatomico (nella Sezione 3) e chiarito che ci sono bisogni interni al cervello che chiaramente stimolano tutti il corpo, e, quando suscitati, continuano a essere modulati dal corpo. È facile riconoscere l’equivalenza funzionale da un lato tra i meccanismi cerebrali della rappresentazione esterocettiva e l’Io corporeo, e dall’altro tra la pulsione enterocettiva e l’Es. Questo si applica allo stesso modo alla relazione interdipendente e gerarchica tra i due sistemi. Quindi questi concetti si applicano anche ai processi cerebrali che influenzano l’omeostasi corporea e a quelli per le emozioni di base, rispetto alle quali Freud si pronunciò meno. Tuttavia Freud formulò i fondamenti dell’emozione di base in modi che riflettono le sedute moderne: “E che cosa è un affetto in senso dinamico? È in ogni caso qualcosa di molto composito. Un affetto include in primo luogo particolari innervazioni motorie o scariche motorie e in secondo luogo certi sentimenti; questi ultimi sono di due tipi – le percezioni delle azioni motorie che si sono verificate e i sentimenti diretti di piacere e dispiacere che, come diciamo, danno all’affetto la nota fondamentale. Ma non penso che con questa elencazione si sia colta l’essenza di un affetto. Crediamo di vedere più in profondità nel caso di alcuni affetti e di riconoscere che il nucleo, che tiene unito l’insieme che abbiamo descritto, è la ripetizione di qualche particolare esperienza significativa. Questa esperienza potrebbe essere soltanto un’impressione molto primordiale di natura molto generale, da situarsi nella preistoria non dell’individuo ma delle speci” ([28], pag. 395).

 

 5.  La fallacia esterocettiva

 

Lo stretto parallelismo tra i meccanismi cerebrali degli aspetti esterni e interni della rappresentazione corporea da un lato, e le proprietà funzionali dell’Io e dell’Es dall’altro, rivela un contrasto evidente tra gli attuali concetti della mente della neuroscienza affettiva e quelli di Freud. A questo riguardo Freud inaugurò la messa in relazione dei processi inconsci con l’inconsapevolezza della coscienza pulsionale e in questo modo relegò prematuramente i processi affettivi non monitorati nella categoria “inconscio” (vedi [29] e i commenti di accompagnamento). Come vedremo, questa presa di posizione ipersemplifica le varietà dei processi consci e inconsci che in realtà esistono. Per affrontare questo problema, bisogna sottolineare che Freud non mise mai in questione l’ipotesi classica che la coscienza era una funzione corticale: “Ciò che la coscienza produce è costituito essenzialmente di percezioni e di eccitamenti provenienti dal mondo esterno e di sentimenti di piacere e dispiacere che possono avere origine solo dal di dentro dell’apparato mentale; perciò è possibile assegnare al sistema Pept.-Cs una posizione nello spazio. Esso deve essere collocato al confine tra l’interno e l’esterno; deve essere rivolto verso il mondo esterno e deve comprendere gli altri sistemi psichici. Si vedrà che non c’è nulla di arditamente nuovo in queste affermazioni; noi abbiamo adottato semplicemente i punti di vista sostenuti dall’anatomia cerebrale, che localizza la “sede” della coscienza nella corteccia cerebrale – lo strato dell’organo centrale più esterno e avviluppante. L’anatomia cerebrale non ha bisogno di considerare perché, da un punto di vista anatomico, la coscienza dovrebbe essere situata nella superficie del cervello invece di essere ospitata con sicurezza in qualche posto nella sua parte interna più profonda” ([30], pag. 24). Freud riconobbe che la coscienza implicava anche un aspetto enterocettivo, affettivo. Egli suggerì anche che questo aspetto definiva lo “scopo” biologico originale della coscienza ([31], pag. 220). Questo spiega perché Antonio Damasio fu portato a dire che “gli insight di Freud sulla natura dell’affetto sono concordi con le visioni più avanzate delle neuroscienze contemporanee” ([32], pag. 38). Ma è chiaro dalla citazione appena fatta che anche l’aspetto affettivo della coscienza era per Freud “collocata sulla superficie del cervello”. Qui sotto egli sostiene questa visione anche più esplicitamente: “Il processo di qualcosa che diventa conscio è legato soprattutto alle percezioni che i nostri organi di senso ricevono dal mondo esterno. Dal punto di vista topografico, quindi, è un fenomeno che ha luogo nella corteccia più esterna dell’Io. È vero che noi riceviamo informazioni anche dall’interno del corpo – i sentimenti che esercitano effettivamente un’influenza più intensa sulla nostra vita mentale delle percezioni esterne; inoltre, in certe circostanze gli organi di senso stessi trasmettono sentimenti, sensazioni di pena, in aggiunta alle percezioni specifiche loro proprie. Comunque, poiché queste sensazioni (come le chiamiamo in contrasto con le percezioni coscienti) provengono anche dagli organi terminali e poiché guardiamo a tutti questi come prolungamenti o derivati dello stato corticale, siamo ancora in grado di mantenere l’osservazione fatta sopra. La sola distinzione sarebbe che, riguardo agli organi terminali di sensazione e sentimento, il corpo stesso prenderebbe il posto del mondo esterno” ([26], pag. 161-162). Nel fare questa affermazione Freud seguì una lunga tradizione che continua tutt’oggi. Per esempio considerate la seguente osservazione di Joseph Le Doux: “Quando stimoli elettrici applicati all’amigdala umana elicitano vissuti di paura (vedi Gloor 1992), non è perché l’amigdala “sente” paura, ma invece perché le varie reti, che vengono attivate dall’amigdala, alla fine forniscono alla memoria di lavoro gli input che sono definiti come paura. Questo è del tutto compatibile con la nozione freudiana che l’emozione conscia è la consapevolezza di qualcosa che è fondamentalmente inconscio” ([33], pag. 46). L’ultimissima incarnazione di questa tradizione “corticoncentrica” è il lavoro di Bud Craig [34]. Egli crede che ci sia una zona corticale di proiezione del corpo interno, nell’insula posteriore, che descrive come la base del soggetto-come-corpo, il “Sé” (precisamente la funzione che noi abbiamo attribuito sopra, sulla base di una diversa tradizione di ricerca, alla parte superiore del tronco encefalico). Noi sosteniamo questa critica nella prospettiva che il locus della soggettività non risiede nell’insula, mentre ammettiamo che  molti affetti sensoriali (ad esempio il disgusto) – in quanto opposti alle emozioni di base del processo primario [2, 4, 35] – e probabilmente altre varie sensazioni corporee, insieme a certi affetti sensoriali, sono processati effettivamente dall’insula [35].

 

6.  La coscienza senza corteccia

 

La ricerca recente dimostra senza alcun dubbio che la visione corticoncentrica della coscienza (e del “Sé” soggettivo) è sbagliata. Considerata la seguente intervista riportata al nostro congresso di Berlino da Damasio [36]: riguarda un paziente nel quale l’insula era stata distrutta bilateralmente (in maniera totale) da un’encefalite da herpes simplex. Per la visione di Craig questo paziente avrebbe dovuto mancare del senso di sé, soggettivo, affettivo; gli sarebbe dovuta mancare la vera e propria pagina sulla quale l’esperienza viene scritta. Ma non era così:

Q: “Hai un senso di sé?”

A: “Sì, ce l’ho”

Q: “Cosa diresti se io dicessi che non eri qui proprio adesso?”

A: “Direi che sei diventato cieco e sordo”

Q: “Tu pensi chele altre persone possano controllare i tuoi pensieri?”

A: “No”

Q: “E perché pensi che non è possibile?”

A: “Tu controlli la tua propria mente, c’è da sperare”

Q: “Che diresti se dovessi dirti che la tua mente fosse la mente di un altro”
A: “Quando ci fu il trapianto, intendo dire, il trapianto del cervello?”

Q: “Cosa diresti se ti dovessi dire che io ti conosco meglio di quanto tu ti conosci?”
A: “Penserei che tu sbagli”

Q: “Cosa diresti se dovessi dirti che sei consapevole del fatto che io sono consapevole?”

A: “Direi che hai ragione”

Q: “Tu sei consapevole che io sono consapevole?”

A: “Sono consapevole che tu sei consapevole che io sono consapevole”

Questo caso confuta soltanto la visione ristretta (insulare) di Craig della teoria corticoncentrica. Che dire del resto della corteccia? Nei modelli animali preclinici è stato visto da molto tempo che la rimozione della neocorteccia risparmia l’emotività. Infatti, non solo sono presenti gli effetti gratificanti delle stimolazioni sottocorticali, ma questi animali sono anche più emotivi che nella norma [37, 38]. La prova umana più straordinariamente concordante emersa negli ultimi anni, importante per questa questione più ampia, riguarda una condizione patologica chiamata idranencefalia, nella quale l’intera corteccia cerebrale viene distrutta “in utero” (questa grave lesione è dovuta solitamente a un infarto di tutto il territorio della circolazione arteriosa della parte anteriore del cervello) [39]. Gli studi autoptici rivelano che le isole di corteccia che possono preservarsi in questi casi (vedi la Figura 7) non sono più connesse funzionalmente col talamo: questo è dovuto alla distruzione della sostanza bianca di collegamento. Inoltre i frammenti sopravvissuti di corteccia sono costituiti da glia e perciò del tutto non-funzionali. Questo è confermato dall’osservazione clinica che questi pazienti sono ciechi, benché la corteccia visiva sia preservata. Comunque le reti sottocorticali sono funzionanti per cui i bambini sono esseri umani del tutto funzionanti dal punto di vista emozionale (vedi la Figura 8).

Figura 7. Un tipico cervello idranencefalico (Ristampato col permesso del Collegio Americano di Radiologia [40]. Nessuna altra rappresentazione di questo materiale è autorizzata senza l’espresso permesso scritto del Collegio Americano di Radiologia).

“Essi esprimono piacere sorridendo e ridendo e avversione arcuando la schiena in maniera agitata e piangendo (con varia intensità), e le loro facce sono animate da questi stati emozionali. Un familiare può utilizzare questa responsività per creare sequenze di gioco con passaggi prevedibili da parte del bambino dal sorriso ai risolini e poi al riso con grande eccitazione” ([3], pag. 79).

Figura 8. Le reazioni emotive di una bambina idranencefalica. (Ringraziamo Bjorn Merker per l’uso di queste fotografie, riprodotte col permesso della madre della bambina [41]).

Inoltre essi dimostrano un apprendimento emozionale di base. Essi: “prendono iniziative comportamentali entro le severe limitazioni delle loro disabilità motorie nella forma di comportamenti strumentali come fare rumore prendendo a calci dei gingilli appesi in una speciale struttura costruita apposta “un piccolo ambiente” o attivando i giocattoli preferiti per mezzo di interruttori; questi comportamenti presumibilmente sono basati sull’apprendimento associativo delle connessioni tra azioni e i loro effetti. I comportamenti sono accompagnati da segnali appropriati di piacere o di eccitamento da parte del bambino in relazione alla stimolazione” [3]. Non ci può essere dubbio che questi bambini sono coscienti sia quantitativamente sia qualitativamente, benché ci sia in loro un’importante povertà dei tipi di coscienza che normalmente sono associati alla percezione esterna. Essi non solo sono svegli e attenti, ma anche provano ed esprimono una gamma completa di emozioni istintuali. In breve, il grezzo Sé affettivo di base è pienamente presente. Lo standard aureo per gli affetti negli animali è che gli affetti imparati di “ricompensa” e di “punizione” possono essere suscitati mediante la stimolazione delle aree cerebrali che provocano intense manifestazioni emozionali, come si può vedere in quei bambini come pure negli animali decorticati. Il fatto che la corteccia è essenzialmente assente in questi casi dimostra inequivocabilmente che la coscienza affettiva è sia generata che sentita a livello sottocorticale. Questo contraddice le ipotesi teoriche di Le Doux e Craig citate sopra e quelle di Freud. La coscienza affettiva non dipende dal fatto che la memoria di lavoro è procurata da input sottocorticali inconsci che solo dopo vengono “etichettati” come emozioni. Essa è una funzione intrinseca delle regioni inferiori del cervello. E questo non si applica solo alla coscienza affettiva.

 

7.  Tutta la coscienza è endogena

 

Lo “stato” di coscienza come insieme è generato nella parte superiore del tronco encefalico. Lo sappiamo da molto tempo. Una sola decade dopo la morte di Freud, Moruzzi e Magoun [42] dimostrarono per primi che la coscienza complessiva, nel senso misurato dall’attivazione EEG, non è generata da stimoli esterocettivi ma endogeneamente, in una parte superiore del tronco cerebrale chiamata da allora “sistema reticolare attivante”. Questo fatto fu confermato presto da Penfield e Jasper, che riconobbero negli attacchi epilettici di assenza (ricordati sopra) “un’opportunità eccezionale per studiare il substrato neurale della coscienza” [43], pag. 480. I loro studi esaurienti condussero alla conclusione che la scomparsa della coscienza poteva essere causata da un danno ristretto ai siti superiori del tronco encefalico (che essi chiamarono “sistema centroencefalico”). Essi furono anche colpiti dal fatto che la soppressione di ampie estensioni della corteccia con l’uso di un anestetico locale, e anche l’emisferectomia totale, avevano effetti limitati sulla coscienza. La soppressione corticale non interrompeva la presenza del “Sé” conscio, dell’essere conscio; semplicemente privava il paziente di “certe forme di informazione” ([43], pag. 65). Invece lesioni nella parte superiore del tronco encefalico abolivano completamente e rapidamente la coscienza proprio come gli attacchi di assenza. Queste osservazioni dimostrarono un punto di importanza fondamentale: alla fin fine tutta la coscienza ha origine dalle sorgenti della parte superiore del tronco encefalico. Contrariamente a Le Doux e agli altri teorici corticocentici riteniamo che tutte le varietà corticali di coscienza dipendono dall’integrità di queste strutture sottocorticali, non l’opposto. Con questo non si vuole negare che le loro regioni corticali superiori aggiungano parecchio alla coscienza. Naturalmente è così. Ma le “radici” evolutive della coscienza devono essere trovate altrove, e sono probabilmente affettive [4,44]. Le osservazioni classiche che sostengono questa importante conclusione hanno retto al test del tempo, anche perché è stata aggiunta una precisione anatomica maggiore (vedi [24] per una rassegna). Significativamente il PAG (la sostanza grigia periacqueduttale) appare essere un punto nodale nel “sistema centroencefalico”. Questo sottolinea il solo fatto che è cambiato nelle concezioni moderne di questo sistema: le strutture del tronco encefalico, che danno luogo allo “stato” conscio, non sono responsabili solo del livello quantitativo ma anche della qualità nucleare dell’essere soggettivo. Lo stato conscio primario dei mammiferi è intrinsecamente affettivo. È questa convinzione che rivoluzionerà gli studi sulla coscienza negli anni futuri [4, 21]. Per dirla chiaramente, la coscienza ha origine nell’Es. la concezione classica è capovolta. La corteccia non era l’origine primaria della coscienza, ma questo non è molto riconosciuto negli studi sulla coscienza. Come disse il tardo Paul Grobstein: “La consapevolezza riflessiva” è un lusso al livello più elevato della coscienza? O potrebbe essere che senza di essa non vi sia assolutamente alcuna esperienza interna?” [45]. Questo è il classico problema negli studi sulla coscienza che impedisce tuttora a molti studiosi di accettare la conclusione basata sull’evidenza che la “coscienza riflessiva” non è la conditio sine qua non per l’esperienza soggettiva. L’incapacità di accettare l’evidenza permette tuttora a molti di sostenere che non abbiamo nessun diritto di concludere che i piccoli degli uomini e gli altri animali, che non possono parlare, abbiano esperienze affettive. Naturalmente una scienza che veda in profondità non indulge in concetti quali “la prova”, ma solo sul “peso dell’evidenza”; con questo concetto come regola cardinale del ragionamento scientifico le evidenze delle esperienze affettive in tutti i mammiferi, che non godono del linguaggio, sono da tempo piuttosto imponenti [2, 4, 44]. Forse questa linea di ragionamento avrà presto bisogno di essere estesa ad alcuni invertebrati [46]. Al contrario non c’è assolutamente nessuna evidenza che di per sé la neocorteccia vivente, cioè senza supporti sottocorticali, possa avere qualche esperienza soggettiva [47, 48].

 

8.  I solidi mentali

 

Allora quale è il contributo della corteccia alla coscienza? È chiaro dai fatti che abbiamo appena rivisto che la coscienza legata agli stati affettivi di base non è effettivamente intrinseca alla corteccia ma piuttosto ha origine da fonti sottocorticali profonde. La neocorteccia senza il tronco cerebrale non può mai essere conscia. Benché la neocorteccia aggiunga sicuramente molto alla consapevolezza percettiva più raffinata, la processazione percettiva iniziale appare di per sé inconscia (cr. la visione cieca) o può avere qualità che non riconosciamo subito a livello della coscienza cognitiva. I sistemi sensoriali esterocettivi a livello sottocorticale (per esempio tettale) possono avere poco più che di una sensazione affettiva e a orientamento corporeo delle qualità sensoriali. Una formulazione appropriata della relazione tra percezione e coscienza (che è, come sappiamo, endogena, soggettiva e fondamentale eneterocettiva in una modalità affettiva) potrebbe perciò essere: “Mi sembra questo rispetto a quello” (dire “questo” è la coscienza e “quello” è la percezione). La coscienza, per usare la terminologia di Damasio, si allarga all’esterocezione. È possibile che le forme percettive e cognitive superiori di coscienza siano emerse nella neocorteccia sulla base della fondazione evolutiva della coscienza affettiva [39, 49]. In altre parole, le esperienze fenomeniche anoetiche possono essere emerse prima delle forme noetiche di coscienza nell’evoluzione del cervello-mente [50]. Inoltre, molto di ciò che abbiamo pensato tradizionalmente come non condizionato a riguardo della coscienza esterocettiva in realtà è appreso. Questo è stato dimostrato bene dalle ricerche di Mriganka Sur, che mostrano come la soppressione totale della corteccia “visiva” in feti di gatto (in utero) non compromette affatto la loro visione da adulti; inoltre, se nei furetti ridirezioniamo l’input visivo dalla corteccia occipitale a quella uditiva, questo fatto porta a una riorganizzazione di quest’ultimo tessuto, che diventa in grado di dare luogo a una visione del tutto adeguata (per una rassegna vedi [51]). Chiaramente questo significa, da un punto di vista corticocentrico, sia che la percezione sensoriale viene del tutto imparata, sia che la funzionalità percettiva è controllata del tutto da strutture sottocorticali, tenendo conto del fatto che piccoli ampliamenti dell’esperienza affettiva durante lo sviluppo ne sono forse il principale strumento. In breve, uno dei gravi errori della moderna neuroscienza cognitiva può essere l’assunto che la coscienza corticale è costituita su principi computazionali intrinseci basati sull’ “hard-ware”. Il determinarsi delle esperienze coscienti nella neocorteccia può essere in larga misura imparato attraverso le funzioni epigenetiche del cervello durante lo sviluppo. Per esempio le caratteristiche cruciali originarie delle capacità cognitive, supposte come intrinseche quali il cosiddetto “istinto del linguaggio”, più probabilmente devono essere affettive – forse basate su sentimenti di carattere sociale legati alle “spinte a comunicare” [52]. Il contributo fondamentale della corteccia alla coscienza è la stabilizzazione (e il raffinamento) degli oggetti di percezione e il pensiero creativo e le idee. Questo contributo deriva dalla capacità ineguagliabile della corteccia di avere forme rappresentazionali di memoria (in tutte le sue varietà, sia a breve che a lungo termine). Per dirla metaforicamente, la corteccia trasforma gli stati di coscienza fugaci e transitori, simili ad onde, in solidi mentali. Essa genera oggetti (Freud li chiamò “presentazioni oggettuali”). Queste rappresentazioni stabili, una volta costituitesi, possono essere innervate sia dall’esterno che dall’interno, generando quindi oggetti non solo a causa della percezione ma anche della cognizione. Per essere chiari: le computazioni e i ricordi che sottostanno a questi processi rappresentazionali sono inconsci in sé stessi, ma quando la coscienza si estende a loro, la coscienza stessa viene trasformata da loro in qualcosa di stabile, qualcosa che può essere pensato, qualcosa della natura di percezioni chiare e cristalline che sono trasformate in idee nella memoria di lavoro. Quando diciamo che la percezione cosciente esprime la formula “sento questo rispetto a quello”, stiamo chiaramente evocando l’idea di Freud che il prosencefalo sia un “ganglio simpatetico” nel senso che la coscienza esterocettiva e l’apprendimento riflettono e sono al servizio dei bisogni enterocettivi. L’apprendimento deriva dalle associazioni tra le pulsioni enterocettive e le rappresentazioni esterocettive: le associazioni sono guidate dai sentimenti generati dalle esperienze affettive stimolate da quelle rappresentazioni. Questo è il motivo per cui esse diventano conscie; il soggetto incarnato deve valutarle. (Le associazioni sono in larga misura determinate dalle categorie incondizionate degli affetti di base, ma le rappresentazioni stesse non lo sono). Poi la stabilità di queste rappresentazioni le rende in grado di essere usate per guidare il comportamento conscio (la stabilità le rende capaci di essere “tenute in mente”). Il prototipo di questo nella concezione di Freud era il “desiderio”, (Berridge [53] lo chiama “la mancanza”), che in prima istanza veniva regolato dal “principio di piacere”, ma energizzato da una spinta potente a cercare risorse, dalle noci alla conoscenza, per così dire. Le pulsioni corporee affettive e istintuali e le emozioni inizialmente sono senza oggetto (vedi il concetto di “SEEKING” di Pankseep [4, 44]), ma l’apprendimento simpatetico e associativo conduce rapidamente al “venire alla mente” degli oggetti di desiderio ricordati. In altre parole, gli oggetti desiderati (o temuti ecc.) sono resi consci ad opera della loro “rilevanza incentivante” (determinata dal loro significato biologico per il soggetto nel modo in cui SEEKING porta all’interazione con gli aspetti di piacere-dispiacere dell’ambiente, il che è la base ultima della coscienza). In questo modo il principio di piacere, se lasciato ai suoi propri meccanismi, produrrebbe ciò che Freud chiamò soddisfazioni allucinatorie del desiderio (il prototipo della cognizione del “processo primario”). Quindi la pressione evolutiva e dello sviluppo, volta a limitare nella percezione la rilevanza incentivante mediante la codificazione della previsione dell’errore (il “principio di realtà” – un processo superiore cervello-mente, di ordine terziario nella nostra terminologia (Figura 4)), impone un’inibizione vincolante all’azione. Questa codificazione dell’errore deve anche essere regolata dalla funzione omeostatica (cioè affettiva) della coscienza, che determina la valenza biologica delle percezioni. L’inibizione che ne risulta – che per forza si verifica al termine motorio dell’apparato, a livello del quale le risposte rinviate devono essere sequenziate –  richiede la capacità di tollerare la frustrazione degli affetti, ma assicura una soddisfazione più efficace nel lungo periodo (Freud la chiamò “principio di costanza”). Questo definisce l’essenza della funzione esecutiva espressa nella memoria di lavoro, nel senso in cui oggi in linea generale la teorizziamo (un senso che Freud avrebbe chiamato pensiero del processo secondario, che descrisse anche come “azione virtuale”). Il processo secondario di Freud, come sappiamo dalla Sezione 3, comportava il “legare” le energie pulsionali “libere”. Questo processo creava una riserva di energie mentali toniche, utilizzate per le funzioni (come il pensare) che Freud attribuiva all’ “Io”. Carhart-Harris e Friston [54] recentemente hanno equiparato questa riserva alla rete ………………………….. Infatti il lavoro di Friston è basato sulla stessa concezione helmolziana che aveva Freud. Il modello di Friston del cervello Bajesiano (nei termini del quale l’errore previsionale o la sorpresa venivano equiparate all’ “energia libera”) è minimizzato attraverso la codificazione di modelli migliori del mondo che conducono a predizioni migliori [6] e perciò è del tutto coerente, in linea di principio, col modello descritto nel nostro articolo. È importante notare che in questo modello l’errore di previsione (mediato dall’affetto sensoriale della sorpresa), che aumenta la rilevanza incentivante (e perciò “la presenza” conscia del Sé) nella percezione, è una cosa “cattiva”, biologicamente parlando. Il più veridico modello generativo del mondo nel cervello, la minore sorpresa, (la minore rilevanza, la minore coscienza, la maggiore automaticità) è il meglio. Freud chiamò tutto questo “principio del Nirvana”. Ci torneremo sopra nella Sezione 10. Comunque prima di tornarci sopra, dobbiamo sottolineare che il pensiero del processo secondario comporta un’importante caratteristica aggiuntiva, che può ancora essere attribuita alla corteccia. Le presentazioni dell’oggetto desiderato che alla lettera “vengono in mente” nel processo primario di pensiero (allucinatorio) sono ri-presentate, secondo Freud, a un livello differente nel pensiero legato del processo secondario (che noi chiamiamo processo terziario da una prospettiva evolutiva del cervello). Egli chiamò questo livello di rappresentazione “presentazione di parole”. Per Freud il valore delle presentazioni di parola era – benché esse, come tutte le rappresentazioni cognitive, siano derivate originariamente dalla percezione (in questo caso l’udito) – che la loro natura simbolica le rende capaci di rappresentare relazioni astratte tra gli oggetti concreti del pensiero (“il che è ciò che in maniera particolare caratterizza i pensieri, e a cui non può essere attribuita un’espressione visiva”) ([17], pag. 21). Questo fatto rende il pensiero del processo secondario molto più efficiente di quello del processo primario. Inoltre lo rende anche “dichiarativo”. Questo è il contributo della corteccia. Infatti, per quanto ne sappiamo, tutte le specializzazioni funzionali corticali sono epigenetiche dal punto di vista dello sviluppo. Le colonne della corteccia inizialmente sono quasi identiche rispetto all’architettura neuronale, e le differenze ben note nell’area di Broadmann probabilmente hanno origine dalla plasticità che dipende dall’uso. Metaforicamente, le colonne corticali assomigliano ai monotoni cip della memoria ad accesso random (RAM) dei computer digitali. La coscienza intrinsecamente biologica può avere lì la sua origine? Gli aspetti soggettivi della mente possono essere veramente computati? Non esiste nessun corpo coerente di dati credibili che supportino l’uno e l’altro di questi assunti – guida della scienza cognitiva moderna. La Teoria Computazionale della Mente, che attualmente è dominante, sembra fondamentalmente difettosa. Essa resta qualcosa di incompleto rispetto alla ricerca di una Teoria Affettiva della Mente, sofisticata dal punto di vista neurologico. La neocorteccia, la supposta depositaria della coscienza, è intrinsecamente inconscia, nonostante la sua grande capacità di produrre “solidi mentali” dettagliati e raffinati, che oscurano tutto il resto dalla vista.

 

9.  L’Io riflessivo

 

Abbiamo detto nella Sezione 2 che la rappresentazione del corpo esterno è fatta della stessa “sostanza” della rappresentazione degli altri oggetti. Il “Sé” corporeo esterno è rappresentato come una cosa – il “mio corpo” – e è iscritto sulla pagina della coscienza (derivata dal corpo– come –soggetto interno) per la gran parte come gli altri oggetti. In breve, si tratta di una rappresentazione esterna, stabilizzata e dettagliata del soggetto della coscienza. Non è perciò il soggetto stesso. È importante riconoscere che questa concezione del Sé è un’illusione, per quanto usuale. Il corpo esterno non è il proprietario o il luogo della coscienza. Non è veramente il Sé soggettivo; è una rappresentazione del Sé– come –oggetto. Il soggetto della coscienza identifica sé stesso fondamentalmente nella rappresentazione del corpo esterno, come una bambina potrebbe proiettare sé stessa nelle figure animate che lei controlla in un gioco del computer. Le rappresentazioni vengono presto a essere trattate come se fossero il “Sé”, ma in realtà non lo sono. Ecco qualche evidenza sperimentale della relazione controintuitiva tra il Sé e il suo corpo esterno. Petkova e Ehrsson [35] hanno riferito una serie di esperimenti di “scambio del corpo” nei quali camere da ripresa montate sugli occhi di altre persone o di manichini, che trasmettono immagini dal loro punto di osservazione agli occhialoni montati sugli occhi dei soggetti sotto esperimento, creavano rapidamente l’illusione nei soggetti sotto esperimento che l’altro corpo o il manichino fosse il proprio corpo. L’illusione era così forte che persisteva anche quando i soggetti (proiettati negli altri corpi) stringevano con le mani il proprio corpo. L’esistenza di questa illusione era dimostrata oggettivamente dal fatto che, quando l’altro corpo (quello illusorio) e il proprio corpo erano entrambi minacciati con un coltello, la reazione emozionale (misurata dalla frequenza cardiaca e dalla risposta galvanica della pelle) era maggiore per il corpo illusorio. La ben nota “illusione della mano di gomma” dimostra la stessa relazione tra il Sé e il corpo esterno, sebbene meno drammaticamente. La stessa cosa viene dimostrata dal fenomeno opposto dell’ “arto fantasma”. La base anatomica di questi fenomeni (che collocano la teoria di Freud del “narcisismo” su una nuova base empirica) può essere equiparata per mezzo delle scoperte ben note dovute alla Risonanza Magnetica Nucleare all’effetto che la forma e la misura degli omuncoli corticali somatosensori e motori (il luogo riconosciuto dell’ “Io” corporeo di Freud) possono essere manipolate facilmente, e anche estese in modo da includere strumenti inanimati. La natura secondaria della rappresentazione corporea esterna è dimostrata ulteriormente dai molti fenomeni ben conosciuti dei “neuroni specchio”. Il gruppo di Gallese ha mostrato recentemente, per esempio, che i pazienti schizofrenici sono incapaci di distinguere attendibilmente i propri movimenti da quelli degli altri, sulla base del fatto che l’attività dei neuroni specchio (che dà luogo a simulazioni corticali del movimento del proprio corpo quando vengono osservati i movimenti di qualcun altro) non è controllata in questi pazienti dalla inibizione frontale [56]. I fenomeni appena descritti dimostrano in primo luogo che il corpo esterno non è un soggetto ma un oggetto, e in secondo luogo che è percepito nello stesso registro degli altri oggetti. Occorre che qualcosa venga aggiunto alla semplice percezione prima che il proprio corpo possa essere differenziato da quello degli altri. A questo riguardo il ruolo della corteccia prefrontale nella coscienza riflessiva (coscienza secondaria, coscienza dell’accesso, consapevolezza dichiarativa, ecc.) è sicuramente pertinente. Lo stesso vale per il ruolo della corteccia prefrontale nella ri-rappresentazione verbale (Figura 5 e 6). Questo livello di rappresentazione (il pensiero di ordine superiore) rende capace il soggetto della coscienza di separare sé stesso come oggetto dagli altri oggetti. Quindi vediamo che il processo implica tre livelli di esperienza: (a) il livello soggettivo o fenomenico del Sé anoetico in quanto affetto, cioè la prospettiva in prima persona; (b) il livello percettivo o rappresentazionale del Sé noetico come oggetto, non differente in alcun modo dagli altri oggetti, cioè la prospettiva in seconda persona; (c) il livello concettuale o ri-rappresentazionale del Sé autonoetico in relazione con gli altri oggetti, percepiti nella prospettiva in terza persona. Perciò il Sé della cognizione comune è in gran parte un’astrazione. Questo perché il Sé è capace naturalmente di riflettere su di sé in relazione agli affetti, in situazioni comuni del tipo “Io ora sto sperimentando me stesso che guardo un oggetto”. La distanza che non è stata riconosciuta tra il Sé soggettivo primario e il Sé astratto ri-rappresentazionale causa molta confusione. Ne è testimone il ben noto esempio di Benjamin Libet che registra un ritardo fino a 400 ms tra la comparsa fisiologica dell’attivazione premotoria e la decisione volontaria di muoversi. Questo fatto è interpretato tipicamente nel senso che il libero arbitrio è un’illusione, quando invece dimostra soltanto che la ri-rappresentazione riflessiva del Sé, che inizia un movimento, si verifica alquanto più tardi rispetto a quando il Sé nucleare effettivamente lo inizia. Questa confusione è evitata se usiamo termini differenti per riferirci ai differenti livelli dell’esperienza di sé. Per esempio potremmo chiamare Sé noetico “dichiarativo” il Sé ri-rappresentazionale (prefrontale) della conoscenza comune; lo stato primario e affettivo dell’essere (del tronco cerebrale) potrebbe essere denominato Sé “nucleare”, anoetico e affettivo. Il Sé intermedio somatosensitivo e motorio (della corteccia posteriore) potrebbe essere denominato “Sé corporeo”. Ad opera della coscienza autonoetica possiamo avere una grande varietà di Sé idiografici [49]. Ora, la nostra conclusione più importante può essere messa così: il Sé nucleare, sinonimo dell’Es di Freud, è l’origine di tutta la coscienza; il Sé dichiarativo, sinonimo dell’ “Io” di Freud, è di per sé inconscio. Comunque, poiché l’Io stabilizza la coscienza nucleare generata dall’Es, trasformando gli oggetti in rappresentazioni oggettuali verbali, pensiamo comunemente di noi stessi come a esseri consci in quest’ultimo senso. Questo oscura il fatto che il nostro pensiero cosciente (e la percezione esterocettiva che il pensiero ri-rappresenta) è accompagnato costantemente da un basso livello di affetti (qualche sorta di “energia libera” residuale da cui la coscienza cognitiva è stata costituita durante la psicogenesi nello sviluppo). Comunque la forma sottostante di coscienza primaria e affettiva è alla lettera invisibile, per cui dobbiamo tradurla in immagini percettivo-verbali prima che possiamo “dichiarare” la sua esistenza. In breve, il muto Es sa più di quanto possa ammettere. Per cui dobbiamo meravigliarci poco se l’Es è così regolarmente sottovalutato nella scienza cognitiva contemporanea. Ma l’Es, diversamente dall’Io, è muto solo in senso glossofaringeo. Esso costituisce la sostanza primaria di cui le menti sono fatte; e la scienza cognitiva lo ignora a suo rischio. Possiamo dire con sicurezza, senza timore di contraddizione, che se non fosse per la presenza costante di un sentimento affettivo, il pensiero e la percezione cosciente non esisterebbero o decadrebbero gradualmente. Questo avviene anche proprio perché una mente, non motivata (e non guidata) dalle emozioni, sarebbe uno sventurato zombie, incapace di gestire i compiti fondamentali della vita.

 

10.  Se l’Es è conscio…

 

La presa di coscienza che l’Es freudiano è intrinsecamente conscio ha implicazioni per la psicoanalisi, la psichiatria biologica e per la nostra comprensione della natura della mente. Questo cambiamento di posizioni potrebbe essere profondo, specialmente perché, quando Freud, come è noto, affermò “dove c’era l’Es ci sarà l’Io” ([57], pag. 80) come scopo terapeutico della sua “talking cure”, ipotizzò che l’Io illuminasse l’Es. Ora appare che probabilmente accade l’opposto; il “parlare” riflessivo è idoneo a moderare e a limitare la coscienza nucleare. Questo fatto come si può conciliare con lo scopo espresso della terapia psicoanalitica, cioè il superamento delle rimozioni? E quali sono le implicazioni per gli altri approcci alla psicoterapia e alla psichiatria? Per cominciare solo a rispondere a questa domanda, sembra ragionevole suggerire che la rimozione deve implicare il ritiro della consapevolezza dichiarativa (esperienza autonoetica) dalla cognizione. Questo ha l’effetto di ridurre il processo cognitivo “episodico” in un processo “associativo”. Il soggetto della rimozione tuttavia attira le rappresentazioni in questione (“la relazione oggettuale” rimossa), ma i legami associativi non stimolano più la consapevolezza riflessiva. Ricordiamo che questo è lo scopo originario dello sviluppo dell’Io: meta di ogni apprendimento sono i processi mentali automatizzati e l’aumento della capacità previsionale e la riduzione dell’incertezza o della “sorpresa”. È la rilevanza biologica degli errori di predizione – influenzata probabilmente a livello mentale da una varietà di emozioni in aggiunta alla sorpresa vera e propria – che richiede la presenza affettiva dell’Es (del Sé biologico). Appena l’Io sia diventato padrone di un compito mentale, l’importante algoritmo associativo si automatizza. Questo, quindi, potrebbe essere il meccanismo della rimozione: esso consiste in un ritiro prematuro della consapevolezza riflessiva e in un’automatizzazione dell’algoritmo mentale – comportamentale prima che sia effettivamente adatto allo scopo.  Questo darebbe luogo a un errore di previsione e perciò al continuo rischio che il materiale rimosso recuperi rilevanza affettiva. Questo pone le basi per il “ritorno del rimosso”, il meccanismo classico delle nevrosi. Allora, lo scopo terapeutico della psicoanalisi sarebbe di annullare le rimozioni (permettere il riemergere dell’ansia affettiva associata alla situazione rimossa): lo scopo è di rendere il soggetto riflessivo in grado di padroneggiarla in maniera opportuna e dar luogo a rappresentazioni episodiche adeguate allo scopo, cosicché il comportamento possa essere automatizzato validamente. La psicosi, in questo modello, implica un meccanismo quasi opposto. Gli stati psicotici appaiono derivare da un fallimento protratto ad automatizzare modelli previsionali del mondo, presumibilmente dovuto ancora alla loro originaria inadeguatezza rispetto allo scopo. Questo non rende ragione di tutti i meccanismi degli stati psicotici, ma almeno i sintomi psicotici positivi (“i tentativi di guarigione”” onnipotenti come Freud li chiamò) implicano una rilevanza eccessiva [58]. Questi pazienti vivono in uno stato continuo di sorpresa, dal quale si difendono per mezzo di certezze deliranti [59]. Come con i pazienti nevrotici, lo scopo terapeutico è perciò di aiutare questi pazienti a sviluppare soluzioni più adeguate agli scopi della vita, ma nel caso della psicosi abbiamo di fronte una mente che effettivamente sa “meno di quello che sente…..”, piuttosto che sapere “più di quanto ammetta”. Il problema è la costante presenza dell’Es – l’esigenza costante per il Sé biologico di valutare oggettivamente il significato dell’esperienza. Lo scopo terapeutico “dove era l’Es vi sarà l’Io” sembra perciò più appropriata per la psicosi che per la nevrosi. Poiché però molti lettori non sono psicoanalisti, applicheremo brevemente i nostri suggerimenti terapeutici allo stato attuale della neuroscienza cognitiva. Se consideriamo la sua impressionante mancanza della dimensione affettiva della mente, e perciò della coscienza nucleare stessa, l’osservazione più rassicurante che possiamo fare rispetto alla neuroscienza cognitiva contemporanea è che essa non è psicotica. La neuroscienza cognitiva è nevrotica, essa soffre di rimozioni piuttosto che di deliri; essa “sa più di quanto ammetta” piuttosto che “meno di quanto senta”. Molti aspetti della mente, quali gli stati affettivi, sono stati collocati nell’inconscio prematuramente, anche se sono sentiti, ma raramente riconosciuti o valutati (per una discussione piena dei problemi vedi [29] e i commenti di accompagnamento). Quindi il nostro scopo è di attivare gentilmente l’attenzione dei nostri colleghi cognitivi sui continui errori di previsione cui questo dà luogo, e aiutarli a tollerare l’ansia che ne consegue: il fine è che possa svilupparsi un modello previsionale della mente più realistico e basato sugli affetti.

 

11.  L’insight più profondo

 

L’ironia della revisione storico-scientifica che abbiamo fatto sopra è che potrebbe sembrare che Freud abbia arrecato un danno alla psicologia negando alla coscienza l’orgoglio del suo ruolo. Ma non è così. In primo luogo, quando Freud dovette affrontare nel 1938 la valanga comportamentista che stava per togliere di mezzo il lavoro della sua vita, egli osservò che la coscienza era:

“… un fatto senza uguali, che sfida ogni spiegazione o descrizione. Tuttavia, se qualcuno parla di coscienza, sappiamo immediatamente dalla nostra esperienza più personale che cosa si intende dire. Una linea estrema del pensiero, esemplificata dalla dottrina americana del comportamentismo, ritiene possibile costruire una psicologia che ignori questo fatto fondamentale!” ([26], pag. 157). In questo spirito, noi rivolgiamo di nuovo l’attenzione al primato della coscienza nella vita mentale e nella ricerca sul cervello. Questo in nessun modo sminuisce l’importanza dei processi di apprendimento profondamente inconsci del cervello, ecc., e la quantità sterminata di fatti che sono stati messi in luce dalla “rivoluzione neuroscientifica”; la nostra posizione mette in discussione l’attrattiva del riduzionismo duro, così in voga attualmente nella psichiatria biologica nella quale i ricercatori cercano di saltare dai fatti del cervello alla cacofonia delle psicopatologie codificate nei successivi DSM, senza esplicito interesse al ruolo costituito dall’intervento dell’esperienza mentale stessa.  Il progresso futuro in questo campo ci richiede di riconoscere le infrastrutture della mente che nei loro fondamenti sono affettive e il loro ruolo cruciale nei disturbi psichiatrici. Dovremmo dedicare almeno altrettanto sforzo per chiarire la neurodinamica dei processi affettivi primari nei disturbi psichiatrici quanto ne dedichiamo ai loro correlati neurali e genetici, così noiosi e apparentemente senza fine [60]. In secondo luogo dobbiamo ricordare che tra le molte affermazioni che Freud fece nel senso che la coscienza (da cui sembra che egli facesse soprattutto riferimento alla coscienza dichiarativa) era una funzione corticale, egli riconobbe sempre il ruolo eccezionale dell’affetto. Per esempio:

“La domanda, “In quale modo una cosa diventa conscia?” sarebbe meglio espressa così: “In che modo una cosa diventa preconscia?”. E la risposta sarebbe: “Divenendo collegata con le presentazioni di parole corrispondenti ad essa”. Queste presentazioni di parole sono residui di ricordi; esse un tempo sono state percezioni, e, come tutti i residui mnemonici, possono diventare ancora percezioni. Prima di occuparci ulteriormente della loro natura, ci diventa chiaro come una nuova scoperta che solo qualcosa che una volta è stata una percezione Cs, può diventare conscia e che qualsiasi e che qualsiasi cosa che origina dall’interno (a prescindere dalle emozioni) e cerca di diventare conscia deve cercare di trasformarsi in percezioni esterne: questo diventa possibile per mezzo delle tracce mnestiche” ([17], pag. 20). In altre parole, benché Freud pensasse che anche gli affetti fossero percezioni corticali (enterocettive), riconobbe che erano provati direttamente. Egli non condivise la visione che essi avessero bisogno di essere rappresentati esterocettivamente, o letti, o “etichettati” nella memoria di lavoro, per esistere (il che oggi sembra essere il punto di vista più comune nella scienza cognitiva delle emozioni). Infatti per Freud gli affetti non potevano essere rappresentati come erano rappresentati gli oggetti esterni. Questo li distingueva da tutti i processi cognitivi:

“Certamente è proprio dall’essenza di un’emozione che dovremmo essere consapevoli di essa, cioè che essa dovrebbe diventare conosciuta alla coscienza. Così la possibilità dell’attribuzione di stato inconscio sarebbe esclusa completamente per quanto concerne le emozioni, i sentimenti e gli affetti” ([5], pag. 177). Dobbiamo sperare che i fatti scientifici rivisti qui aiuteranno a capire il senso di questa osservazione, che, a merito di Freud, egli riconobbe sempre, nonostante le difficoltà teoriche che essa deve avergli causato. Chiuderemo con l’osservazione che la sua concezione fondamentale dinamica della mente, accoppiata alla dimensione di profondità (o gerarchia), fu più essenziale per ii modelli successivi della mente di Freud del luogo e dell’estensione della coscienza. Questo perché Freud affermò ripetutamente che l’assunto di “due stati diversi dell’energia di investimento nella vita mentale: uno nel quale l’energia è “legata” tonicamente e l’altro in cui essa è liberamente mobile e preme per la scarica”, fu l’insight più profondo che egli avesse mai acquisito:

“Secondo me questa distinzione rappresenta l’insight più profondo che noi abbiamo raggiunto fino ad oggi sulla natura dell’energia nervosa, e non vedo come possiamo evitare di farlo” ([5], pag. 188).  Questa distinzione dinamica non solo è mantenuta nella nostra neuroscienza affettiva, aggiornamento delle visioni di Freud – insieme a molto altro, ma è realmente sviluppata. Il legame tra affettività da un lato e la turbolenta energia “libera” di Helmholtz dall’altro sembra fornire un filo rosso che attraversa tutto il lavoro di Freud, legandolo all’indietro a Helmholtz e in avanti (via Feynman) a Friston. Considerando questo e le altre prospettive che si aprono con la riscoperta del cervello incarnato, istintuale – che di necessità deve essere controllato dal cervello cognitivo e dal suo essere modellato con capacità previsionali – è difficile immaginare come la neuroscienza e la psicologia del futuro possano essere qualcosa se non psiconeurodinamiche. Come la scienza cognitiva dell’ultima parte del ventesimo secolo è completata dalla neuroscienza affettiva del presente, noi ci stiamo aprendo la strada verso una neuroscienza veramente mentale, e capendo finalmente che il cervello non è semplicemente un congegno per la processazione delle informazioni ma anche un’entità senziente, intenzionale. I nostri comportamenti animali non sono “solo” comportamenti; nelle loro forme primariamente affettive essi incarnano i processi mentali antichi che pure noi condividiamo, come minimo con tutti gli altri mammiferi.

 

12.   In conclusione

Il nostro scopo qui era di ristabilire il fondamento affettivo del processo primario per l’apparto mentale superiore, che sta avendo la parte del leone nell’attenzione della scienza cognitiva e della psicoanalisi. Abbiamo scelto di inquadrare la nostra argomentazione nella teoria psicoanalitica freudiana, poiché durante il ventesimo secolo egli si è forse avvicinato di più alla nostra visione. Benché egli, come nella tendenza moderna, abbia collocato la coscienza al livello più alto del cervello, il peso delle evidenze attuali indica che gli affetti grezzi hanno origine nella “base” del cervello. La nostra argomentazione è stata molto ristretta alla base del cervello, e riconosciamo che, quando essa è interfacciata con la memoria dell’apprendimento secondario inconscio e con i processi conseguenti del pensiero cognitivo, energizzati affettivamente, ci saranno complessità aggiuntive da affrontare, insieme alla possibilità di molte fallace mereologiche (confusioni parte – tutto e combinazioni), come è stato discusso magnificamente da Bennet e Hacker, nel loro libro eccezionale del 2003 [61]. Naturalmente le emozioni primarie si dispiegano in relazione con le caratteristiche delle vite individuali, ma sono costruite nel cervello come risorse affettive e comportamentali di natura endogena e nomotetica. Non abbiamo cercato di affrontare come queste capacità ancestrali della mente penetrino negli strati ideografici successivi dell’emergenza del cervello-mente. Freud cercò di spiegare questo processo, ma occorrerà che la neuroscienza cognitiva futura e gli studi correlati della coscienza neurofenomenologica diano più consistenza a quei processi: occorre un pieno riconoscimento del fatto che l’emersione epigenetica bottom-up nello sviluppo della mente necessita di fornire un fondamento solido alle estese complessità delle regolazioni automatizzate top-down e agli impegnativi controlli consci che un apparato mentale maturo (pienamente costruito) permette e promuove (Figura 1).

 

Sommario

Si ritiene comunemente che la coscienza sia la funzione superiore del cervello. In questo articolo consideriamo la possibilità, basta su abbondanti dati neuroevolutivi, che le esperienze affettive e fenomeniche legate alla parte inferiore del cervello forniscano “l’energia” per la costruzione durante lo sviluppo delle forme più evolute della coscienza cognitiva. Questa visione è in accordo con molte formulazioni teoriche di Sigmund Freud. In questa riconcettualizzazione tutta la coscienza può dipendere dalla evoluzione originaria delle esperienze affettive e fenomeniche che hanno portato alla codificazione dei valori utili alla sopravvivenza. Queste energie sottocorticali forniscono la base per la costruzione epigenetica delle forme superiori, percettive e non–percettive, della coscienza. In questa prospettiva, le esperienze percettive furono inizialmente affettive del tipo del processo primario e originantesi nel tronco encefalico; esse sono capaci di essere elaborate attraverso l’apprendimento secondario e i processi mnemonici e di evolvere nelle forme della cognizione terziaria della coscienza. In questa visione, benché tutte le attività neurali dell’individuo siano inconsce, le reti primarie sottocorticali delle emozioni e degli altri affetti primari, insieme ai meccanismi dell’apprendimento secondario e della memoria, possono essere state al servizio, come un’impalcatura senziente, dello sviluppo delle risolte attività mentali superiori e di quelle percettive che avvengono nella neocorteccia. I dati che sostengono questa visione neuro-psico-evolutiva della costituzione della mente vengono discussi e messi in relazione con i classici modelli psicoanalitici.