Ansia/Angoscia

ansiaangosciarotanteA cura di Gabriella Giustino

L’urlo, Edvard Munch

Definizione

L’ansia è una condizione psichica, prevalentemente consapevole, caratterizzata da sensazioni di paura. Queste possono derivare da stimoli soggettivi od oggettivi. L’ansia è spesso associata a sintomi corporei ( palpitazioni, senso di oppressione al petto, affanno, tremori).

In ambito psicoanalitico più che di ansia si parla di angoscia.

L’angoscia si distingue dalla paura (ansia) per il fatto di essere meno specifica o legata ad un oggetto che la genera. Può derivare da un conflitto interiore e non è una paura immediatamente individuabile. E’ un terrore senza nome che deriva dall’immaginazione catastrofica dell’individuo.  Il tema dell’angoscia in psicoanalisi è molto complesso ma l’evoluzione teorica di questo concetto ha dato un grande contributo alla comprensione clinica di alcune situazioni psicopatologiche. Mi soffermo in particolare sull’approccio a quelle condizioni cliniche in cui determinati stati d’angoscia esprimono sottostanti problematiche strutturali e funzionali del Sé.

Si tratta di situazioni in cui l’ambiente sembra essere stato inadeguato a fornire le condizioni necessarie allo sviluppo di un senso identità stabile e allo sviluppo della capacità di contenimento e di elaborazione dell’angoscia.

Storia del concetto

Il tentativo di Freud, non privo d’indeterminatezza, nel definire l’angoscia, un concetto molto complesso, sembra oscillare dalla concezione economico – biologica della pulsione e della scarica (l’angoscia come “libido convertita”), a quella simbolica dell’angoscia-segnale basata sulla visione strutturale e genetica dell’apparato psichico.

Nel primo periodo ( 1915-1917) prevale il punto di vista economico: l’angoscia é definita come un eccesso di libido che si accumula e non può essere trasformata mediante il legame con la rappresentazione; un’eccitazione eccessiva che deriva da tensioni somatiche mancanti di rappresentazione e di legame e che comporta una reazione di “scarica” attraverso canali neuro vegetativi.

Successivamente Freud introduce i concetti di rimozione e di sintomo psiconevrotico: la rimozione trasforma in angoscia l’affetto legato alla rappresentazione rimossa.

Con l’introduzione della teoria strutturale diviene possibile concepire l’esistenza di un’istanza che può rispondere con l’ansia a situazioni di pericolo sia interne che esterne.

In “Inibizione sintomo e angoscia” (1925) Freud effettua, infatti, una revisione del concetto di angoscia ed indica come ancora valido in senso fenomenologico il concetto di “libido convertita” ma aggiunge una rappresentazione metapsicologica del termine. In questo lavoro emerge la distinzione tra angoscia come “segnale di pericolo” e angoscia come “reazione al pericolo” e l’Io viene definito come l’istanza psichica che percepisce l’angoscia in quanto simbolo “mnestico” o “affettivo” di una situazione di pericolo.

Appena conosciuto il pericolo l’Io dà il segnale d’angoscia e inibisce il minaccioso investimento dell’Es in modo da evitare di essere sopraffatto dall’afflusso di eccitazioni e permettendo di far scattare così le operazioni di difesa.

L’angoscia nevrotica é una reazione ad un pericolo pulsionale interno, l’angoscia “reale” ad un pericolo esterno.

In questo lavoro Freud rivolge la sua attenzione anche ai contenuti psicologici dell’angoscia: affrontando il rapporto tra angoscia e trauma della nascita l’autore scrive: “…Sia come fenomeno automatico, sia quale segnale di salvataggio, l’angoscia appare il prodotto dello stato di impotenza psichica del poppante…”; l’angoscia viene quindi considerata come una risposta spontanea dell’organismo a una situazione traumatica (o a una sua riproduzione). Affermando che le situazioni infantili di pericolo e angoscia mutano nei diversi stadi della vita, e criticando la tesi di Rank secondo la quale il trauma della nascita costituisce l’angoscia unica e ubiquitaria, Freud sottolinea come il trauma della nascita venga invece man mano sostituito dal trauma della perdita dell’oggetto, dalla paura di perderne l’amore, dall’angoscia di castrazione e dalla paura della perdita di amore del Super-Io.

Per Freud l’angoscia di castrazione é comunque centrale e sembra rappresentare il prototipo di tutte le angosce, risignificando, nella situazione edipica, lo stato affettivo originario dell’impotenza e della paura della perdita (separazione).

Anche l’angoscia di morte é, in un certo senso, equiparata all’angoscia di castrazione: nell’inconscio freudiano, la pulsione di morte é silente e non ha collegamenti con l’angoscia di morte. L’inconscio, per Freud, é soprattutto il luogo dei desideri e degli appagamenti libidici e non prevede una rappresentabilità della morte.

Nella teorizzazione kleiniana il problema dell’angoscia appare centrale.  Le ipotesi teoriche di Melanie Klein sullo sviluppo mentale si basano sul concetto di “posizione” schizoparanoide e depressiva e su una visione del funzionamento mentale fondata sulle corrispondenti angosce e relazioni oggettuali.

L’autrice nei suoi primi lavori (1928) teorizza che vi sono nell’infante fantasie sadiche e aggressive contro il corpo materno con l’angoscia che deriva dall’attesa di una successiva rappresaglia. Successivamente, introducendo la nozione di posizione depressiva, individua come angoscia fondamentale dell’individuo quella della perdita dell’oggetto interno amato (1935) e infine si concentra (1946) sull’angoscia di annichilimento dell’Io.

Concettualizzando l’angoscia in relazione al dolore mentale ed ai fenomeni legati alla teorizzazione delle “posizioni”, l’autrice distingue l’angoscia persecutoria dall’angoscia depressiva.   Il significato dell’angoscia per il soggetto può essere legato prevalentemente a vissuti di minaccia per l’Io (angoscia persecutoria o paranoide) o a vissuti di perdita e minaccia per l’oggetto d’amore ( angosce depressive); queste ultime  sono,  in un certo senso, comparabili  all’angoscia di separazione di Freud, ma la Klein va oltre introducendo i sentimenti di colpa per gli impulsi distruttivi diretti all’oggetto e il desiderio di riparazione che ne deriva.

Per l’autrice le vicissitudini dell’Io e dell’oggetto esistono e si intrecciano sin dall’inizio della vita mentale: il presupposto di base é l’esistenza di un Io precoce capace di difendersi e di percepire l’angoscia (1932). Si potrebbe in questo senso dire che, nella teorizzazione kleiniana, l’angoscia si definisce sin dal principio come “segnale” in quanto ha sempre ( dall’inizio della vita) un significato psicologico per il soggetto. Peraltro, la tesi generale dell’autrice é che l’angoscia, purché non sia eccessiva, agisce da stimolo allo sviluppo.

Nel 1946 la Klein accoglie l’ipotesi della centralità della paura di annichilimento nelle primissime esperienze della vita: queste angosce rappresentano il modo in cui viene sperimentato l’istinto di morte che opera all’interno della personalità.

A questo proposito l’autrice scrive: “…se assumiamo l’esistenza dell’istinto di morte dobbiamo anche assumere che negli strati più profondi della mente c’é una risposta a questo istinto in termini di paura di essere annientati […] questo a mio avviso é la prima causa di angoscia” (1946).  Il primo generatore dell’angoscia deriva dalla percezione da parte dell’Io della minaccia di annichilimento operata dall’istinto di morte. Per l’autrice, l’angoscia dell’infante origina proprio dalla paura di morire e, nell’inconscio, la rappresentazione della morte corrisponde a quella degli oggetti cattivi e persecutori. La proiezione all’esterno aiuta inizialmente l’Io a superare l’angoscia liberandolo da ciò che é pericoloso e minaccioso.

Anche Winnicott sposta l’attenzione della sua ricerca dall’angoscia di castrazione ad angosce più precoci e primitive, ma la sua teorizzazione pone l’accento sul ruolo cruciale della risposta dell’ambiente e si declina all’interno di un modello evolutivo che riguarda la strutturazione del Sé e lo sviluppo dell’identità.

Winnicott pensa che l’ambiente può esercitare un’influenza tale da distruggere la “continuità dell’essere del bambino”.

Se la madre non conferma l’ipotesi del bambino di essere in grado di soddisfare anche da sé i propri bisogni, cioè non sostiene e facilita il senso di “onnipotenza” infantile, allora l’infante soffre dell’esperienza della “pressione ambientale” e sperimenta la sensazione di annichilimento. Questo causa gravi interferenze nello sviluppo della personalità con la costituzione difensiva di un falso Sé (teorizzazione che qui tralascio).

Complessivamente, comunque, le osservazioni cliniche di Winnicott sullo sviluppo affettivo infantile condurranno all’interesse verso i processi che promuovono oppure interferiscono con l’integrazione del Sé. L’individuo, per potersi costituire come persona intera, parte dal suo Sé originario che necessita di sviluppo: l’immaginazione del soggetto é il “luogo” di questo sviluppo potenziale che dipenderà da una felice relazione dinamica tra la funzione creativa dell’individuo e quella ambientale.

Le vicissitudini pulsionali si intrecciano quindi con le vicende legate alle relazioni oggettuali: l’individuo cresce e sviluppa il suo Sé attraverso esperienze relazionali e, per poter costruire un proprio senso di identità personale, necessita di una “matrice relazionale” adeguata a dargli un senso di significatività e valore.

A questo proposito l’autore scrive: “[…] Il Sé si trova naturalmente posto nel corpo ma, in certe circostanze, può dissociarsi dal corpo nello sguardo e nell’espressione della madre e nello specchio che può giungere a rappresentare il viso della madre… Infine il Sé arriva a un rapporto significativo tra il bambino e la somma di identificazioni che (dopo una sufficiente incorporazione ed introiezione di rappresentazioni mentali) si organizzano nella forma di una viva realtà psichica interna” (1971). La relazione tra la madre e il bambino diventa fondante per lo sviluppo dell’identità e del senso di sé vitale: attraverso il rapporto reciprocamente creativo con la madre, il bambino ri-conosce le sue doti innate e sperimenta il suo senso di esistere come persona.

La naturale funzione materna di cure empatiche fornisce un ambiente “che sostiene” (holding) e attraverso cui il figlio si sente contenuto e può sperimentare il proprio senso di esistere come individuo. Il processo evolutivo si compie attraverso la progressione da stati di non integrazione ad esperienze di sempre maggiore senso di “unità” ed integrità della continuità dell’essere, dove I confini del corpo e della psiche divengono sempre più definiti.

La patologia del Sé si configura allora, in questa teorizzazione, come un’interferenza nel senso di continuità dell’esistenza dovuta a fallimenti nella responsività materna, con il conseguente sviluppo di angosce specifiche.  Winnicott definirà queste angosce come “andare in pezzi”, “cadere per sempre”, non avere rapporto con il proprio corpo, non avere orientamento, essere annientato, e descriverà gli insuccessi della madre-ambiente (in termini di holding, handling e object-presenting) e i tentativi del Sé nell’organizzare difese specifiche.

Il disturbo psicosomatico diventa allora un sintomo che segnala un’angoscia a livello del Sé corporeo (disturbo dell’indwelling, patologia del Sé somato-mentale); l’angoscia di “crollare” viene invece messa in connessione con fenomeni terrificanti di disintegrazione del Sé (depersonalizzazione da fallimento dell’holding), dissociazione dell’unità psico-somatica (fallimento dell’handling), cattiva relazione con gli oggetti (fallimento dell’object presenting).

L’angoscia di morte si configura quindi in Winnicott come terrore di annientamento, di perdita irreparabile del Sé potenziale, angoscia di non esistenza.

Vi sono alcune analogie tra il concetto di “holding” di Winnicott e il concetto di “madre contenitore” di Bion. Questo autore sviluppa, infatti, l’idea che l’identificazione proiettiva del bambino possa ricevere un primo grado di significato dalla madre tramite la capacità di quest’ultima di rendere “pensabili” e “nominabili” le angosce senza nome del bambino. Nel 1967 scrive: “… Se vuole capire quello di cui ha bisogno il bambino la madre non può limitarsi a considerare il suo pianto semplicemente con la presenza di lei…la madre dovrebbe prenderlo in grembo e accogliere la paura che ha dentro di Sé, la paura di morire, perché é questa che il bambino non é in grado di tenersi dentro…una madre comprensiva é in grado di sperimentare questa angoscia che il figlio tenta di introdurre in lei attraverso l’identificazione proiettiva e di mantenere un sufficiente equilibrio…”.

Bion e Winnicott, seppure attraverso differenti intuizioni e riferendosi a modelli teorici diversi, sembrano concordare su un punto fondamentale: le madri che non possono accogliere, comprendere e rendere tollerabili (restituendole trasformate) le angosce primitive dei propri figli, fanno mancare loro una struttura psichica di base di cui hanno bisogno per costituire un senso di sé vitale. La cura analitica si configura allora come un’opportunità di contenimento e trasformazione di intollerabili angosce di morte ed annientamento del Sé ( che possono diventare pensabili) e può fornire un ambiente adeguato, uno spazio potenziale dove è possibile il cambiamento.

 

BIBLIOGRAFIA

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