Attaccamento/Teoria

attaccamentorotanteA cura di Maria Rosa De Zordo

Foto d’archivio

Che rapporto c’è tra psicoanalisi infantile e teoria dell’attaccamento? Perché occuparsi di questa teoria?

La psicoanalisi si è da sempre interessata allo sviluppo umano dalla nascita all’età adulta, la psicoanalisi infantile in particolare si è occupata dei primi anni di vita. La teoria dell’attaccamento va intesa come la primaria relazione affettiva tra infante e genitore, che si sviluppa nel primo anno di vita, risposta del genitore all’assoluta dipendenza dell’infante e ricerca precoce di relazioni del neonato. Influisce sullo sviluppo della personalità come stima di sé, atteggiamento verso la realtà esterna, aspettative nelle relazioni. Comprensibilmente quindi interessa una parte considerevole di analisti che si occupano di età evolutiva, prima infanzia, ma anche dell’età adulta, e cercheremo di capire perché. Al tempo stesso tuttavia è una teoria che incontra alcune critiche, poiché sembra orientata piuttosto al cognitivismo e non tenere nel debito conto alcuni concetti fondamentali della psicoanalisi classica: inconscio, pulsioni… Ma la critica non regge: che i processi mentali siano per la maggior parte inconsci è assodato anche dalle neuroscienze (anche se il termine “inconscio” è usato con accezioni diverse da discipline diverse dalla psicoanalisi); quanto alle pulsioni, la teoria dell’attaccamento non contraddice a mio avviso tale assunto. Comunque il dibattito è aperto, così come la discussione tra orientamenti ed evoluzioni diverse della psicoanalisi sollecitati dall’esperienza clinica e dal confronto con discipline dei territori di confine.

Il pregio forse maggiore di questa teoria (e il motivo per cui vale la pena di accennarvi) è l’affinità e l’intreccio con la ricerca nell’area dell’infanzia, cioè con quegli studi che si occupano di conoscere lo sviluppo infantile attraverso l’osservazione diretta accurata delle interazioni precoci tra l’infante e chi se ne prende cura.

L’infant research ipotizza la presenza nel neonato di una tendenza sociale innata a interagire e a comunicare con l’altro, usualmente la madre, i genitori biologici (talvolta, per vari motivi, altre figure, da cui la preferenza per il termine inglese caregiver: chi offre la cura, chi si prende cura). Questa tendenza innata, presente attraverso l’orientamento preferenziale che il lattante manifesta verso la madre (il caregiver) a livello di attenzione olfattiva, uditiva e visiva, diventa più marcata dopo poche settimane, con movimenti di orientamento verso la madre e con scambi vocali e mimici, dialogo che diventa più coerente quando il neonato incontra una madre responsiva, cioè che risponde essa stessa con un orientamento nei confronti del lattante, guardandolo intensamente, toccandogli il capo e le mani, utilizzando un particolare tono di voce, incoraggiando in questo modo l’infante ad aprirsi e a ricercare il contatto: potremmo dire che questo incontro felice favorisce nel bambino l’innamoramento per la vita. Una recente ricerca (Nadia Bruschweiler Stern, 2013) approfondisce i momenti precoci di incontro tra madre e neonato in cui entrambi appaiono felicemente in grado di sintonizzarsi, la madre confortandosi di poter essere un buon genitore (sufficientemente buon genitore), sentendo che può proteggere e amare il nuovo nato e dando un senso ai segnali comunicativi del piccolo attraverso la sua interiorità. Quando questo sembra difficile da realizzarsi, i momenti di incontro della madre (di cui son frequenti e comprensibili incertezze e timori) con il neonato richiederebbero un sostegno alla diade per favorire lo sviluppo dell’attaccamento. A questo riguardo è comunque importante sottolineare che le difficoltà di interazione, il mancato coordinamento tra infante e caregiver hanno molteplici cause, che si possono genericamente ascrivere non solo all’ambiente, ma anche alle particolarità costituzionali dell’infante.

La teoria dell’attaccamento si è sviluppata in tre fasi principali.

Nella prima fase il londinese John Bowlby (1907-1990), psichiatra e psicoanalista, richiamò l’attenzione sul sistema comportamentale di attaccamento, come garante dell’incolumità e della sopravvivenza del bambino nel suo ambiente. Da questo punto di vista l’attaccamento è un sistema altrettanto importante di quello che regola l’assunzione del cibo. Esso orienta il bambino verso la/le figura/figure di protezione, le figure appunto di attaccamento, e ricerca queste figure come rifugio sicuro in caso di pericolo.

La psicoanalisi classica parla di pulsione (che è un concetto psicologico distinto dall’istinto, che è un concetto biologico), che ha la sua fonte in un organo del soggetto e cerca il soddisfacimento in una meta oggettuale. Da questo punto di vista l’attaccamento sembra piuttosto riduttivo, solo processo istintuale, comune agli altri mammiferi, che non tiene nel debito conto la specificità somato psichica della pulsione. Ma è anche vero che i teorici dell’attaccamento non ignorano tutta la complessità emotiva della relazione e la sua importanza per lo sviluppo psichico: la base sicura per affrontare la vita, come abbiamo accennato sopra.

I primi legami di attaccamento in genere si formano nei primi mesi e si costruiscono con poche persone; la selezione delle figure di attaccamento avviene attraverso le interazioni sociali: il bambino tenderà a piangere quando tali figure si allontanano e mostrerà piacere quando ricompaiono. E’ così forte il bisogno di attaccamento per la sopravvivenza che i bambini sviluppano un legame di attaccamento anche verso genitori insensibili o maltrattanti. E’ comunque importante sottolineare che le difficoltà di interazione, il mancato coordinamento tra infante e caregiver hanno molteplici cause, che si possono genericamente ascrivere non solo all’ambiente, ma anche alle particolarità costituzionali dell’infante.

La tendenza a controllare la disponibilità delle figure di attaccamento e a cercarle nei momenti difficili permane, secondo Bowlby, per tutta la vita (negli adulti di solito è un amico o il partner).

Tuttavia è utile tenere presente che la formazione dei primi legami di attaccamento è un campo di indagine aperto, così come i processi che portano gli individui a cambiare le proprie figure di attaccamento.

La seconda fase si può far coincidere con gli studi della psicologa clinica canadese Mary Ainsworth (1913-1999). Essa individuò nei bambini di dodici mesi tre modelli organizzati di risposta a due brevi separazioni da un genitore e successivamente in sua presenza in una situazione sperimentale (Strange Situation). Parallelamente fu condotta a Baltimora una ricerca osservativa longitudinale della durata di un anno nell’ambiente familiare.

I bambini che mostravano segni di disagio durante l’assenza della madre, che la salutavano attivamente e tornavano a giocare al suo rientro, erano considerati capaci di utilizzare la madre come “base sicura” nell’esplorazione dell’ambiente di casa, raramente irritati o ansiosi dopo brevi separazioni. Questo modello di risposta sicura compariva nella maggioranza dei casi ed era associato ad un comportamento amorevole e attento da parte della madre (attaccamento sicuro). Pochi bambini apparivano preoccupati durante tutta la procedura, arrabbiati o passivi, non riprendevano a giocare al ritorno della madre; apparivano ansiosi nel loro ambiente familiare, non perché le madri fossero rifiutanti, ma incapaci di contenimento, di coordinare le loro risposte nelle interazioni con il bambino (attaccamento insicuro-resistente, insicuro-ansioso).
L’attaccamento insicuro-evitante sarebbe caratteristico dei bambini che non piangevano durante le separazioni, ignoravano o evitavano attivamente la madre al suo ritorno. In casa questi bambini tendevano a manifestare una certa rabbia verso la madre per i suoi spostamenti, ma tali comportamenti non apparivano nella Strange Situation. Le madri di questi bambini sembravano restie al comportamento di attaccamento del bambino e mostravano una certa avversione al contatto fisico. Bowlby aveva osservato lo stesso comportamento evitante dopo una lunga separazione.

Queste ricerche e scoperte della Ainsworth furono seguite da numerosi altri studi e sono tuttora ricerca di indagine. Ci si è chiesti quale sia il contributo dei genitori allo stile di attaccamento, quale l’impatto dello stile di attaccamento nello sviluppo emotivo. Come osservato in nota, vivace è il dibattito sul ruolo ricoperto dal temperamento del bambino.

Ci limitiamo a segnalare che lo stile di attaccamento disorganizzato-disorientato (conseguente a situazioni ambientali e diadiche particolarmente catastrofiche) sembra quello a più alto rischio di futuro disturbo mentale.

La terza fase che si può far iniziare con Mary Main (che insegna presso il Department of Psychology dell’Università di Berkeley in California) è la prevalente fase attuale degli studi. I ricercatori hanno osservato relazioni sistematiche tra l’organizzazione dei primi legami di attaccamento e le capacità rappresentazionali in età scolare, in adolescenza, nell’età adulta. Se si intervistano gli adulti sulle esperienze, sulle relazioni di attaccamento vissute nell’infanzia, le separazioni, la perdita delle figure di attaccamento e gli effetti di queste esperienze sulla loro crescita e persona, si ottengono delle risultanze molto significative che descrivono lo stato mentale dell’adulto (ma le ricerche si sono rivolte anche agli adolescenti) relativamente ai legami di attaccamento.
E’ stata elaborata dalla Main e dai suoi collaboratori un’intervista clinica semistrutturata (Adult Attachment Interview), che individua quattro categorie relative alle rappresentazioni interne degli originari legami di attaccamento e il conseguente stato mentale: sicuro-autonomo, distanziante, preoccupato, disorganizzato a seguito di traumi e lutti irrisolti.
Ci sarebbe una certa relazione tra la risposta dell’adulto caregiver a questa intervista e il legame di attaccamento dell’infante.
La sintesi presentata della teoria dell’attaccamento è ovviamente una presentazione breve, che rischia di apparire generica. Vuole solo evidenziare un’importante area di ricerca e congruenza tra la psicoanalisi clinica e la ricerca nell’area infantile. Le domande aperte sono certamente maggiori delle risposte che si possono dare, ma continuano gli studi e i contributi sul tema.

Bibliografia

Cristina Ria Crugnola (2007). Il bambino e le sue relazioni. Raffaello Cortina Editore, Milano.
Nadia Bruschweiler Stern (2013). Il momento di incontro del neonato,costruzione del dialogo e rafforzamento del legame. infanzia e adolescenza, 3, 161,173.
Widlöcher et al. ( 2000). Sessualità Infantile e Attaccamento. Franco Angeli, Milano, 2002