Balbuzie

balbuzierotanteA cura di Irenea Olivotto

Foto d’archivio

(Inglese: stuttering, stammering – Francese : bégaiement – Tedesco : stottern – Spagnolo: tartamudeo)

La balbuzie è un fenomeno relativo al comportamento verbale che si manifesta frequentemente nell’età evolutiva e che in molti casi scompare spontaneamente. Lieve o intensa che sia la sua manifestazione, essa è una caratteristica generalmente assai disturbante per la persona che ne è affetta ed anche per coloro che con chi balbetta vengono a contatto. Può, infatti, incidere pesantemente sulla possibilità di comunicare e creare un disagio nella relazione che non è facilmente superabile.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha proposto la seguente definizione: “La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione quello che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono”. E’ da considerarsi pertanto una disfemia, cioè uno dei disturbi di fluenza del linguaggio, distinguibile sia da altri disturbi di disfluenza (come per esempio il tumultus sermonis o tartagliamento, dove è stata riscontrata una più netta base organica), sia dai disturbi che riguardano più specificamente la pronuncia delle parole (come per es. la dislalia), sia dai disturbi relativi alla organizzazione del pensiero e del linguaggio verbale.

E’ un fenomeno universale, testimoniato fin dall’antichità; è presente in tutti i popoli della terra, anche nelle culture primitive; si riscontra in tutti i livelli sociali. La storia ricorda illustri personaggi affetti da balbuzie; solo per citarne qualcuno: Mosè, Aristotele, Demostene l’oratore greco, Esopo, Virgilio, Newton, Napoleone, Washington, Darwin, Wittgenstein, il re inglese Giorgio VI, Churchill, Lenin, Manzoni, Somerset Maugham… ed anche Marilyn Monroe.
Da tutte le discipline che si interessano di questo fenomeno (in campo medico, psichiatrico, psicologico) viene riconosciuta l’importanza degli aspetti psicologici e relazionali implicati nel disturbo, tanto che secondo O. Schindler, audiofoniatra di Torino e uno dei maggiori studiosi della balbuzie in Italia, si può dire che un individuo nasce o diventa disfluente e la società lo trasforma in balbuziente.
Una persona affetta da balbuzie non balbetta quando pensa, quando sogna, quando parla da sola o con gli animali, o parla una lingua straniera, quando canta o recita…
Ci sono età della vita in cui la balbuzie si manifesta più facilmente: nella prima infanzia, all’inizio della scuola elementare e all’inizio della pubertà; l’insorgenza nell’età adulta è rara e generalmente è legata a problematiche di tipo organico quali traumi o malattie neurologiche. Viene anche generalmente riconosciuto che il primo manifestarsi della balbuzie è spesso correlato con episodi traumatici o di intenso significato emotivo sgradevole per il soggetto che poi ne resta affetto. La fascia di età di maggiore frequenza della balbuzie è fra i 3 e i 6 anni (oltre il 30%) ed è considerata fisiologica; poi la frequenza diminuisce e oltre i 18 anni scende al di sotto dell’1% anche per il fatto che il balbuziente ha trovato dei sistemi per controllare l’emissione del linguaggio e riesce a tenere il disturbo, qualora persista, in forma latente appena rilevabile da leggera disfluenza del ritmo della parola.
Si osserva una maggiore incidenza nei maschi, con rapporto generalmente accettato di 3-6 a 1 rispetto alle femmine.
Solitamente si distinguono tre forme di balbuzie: la tonica, la clonica e una forma mista delle due. La balbuzie tonica è caratterizzata da blocchi improvvisi e parossistici di emissione del linguaggio per cui la persona non può cominciare un dato fonema o non riesce a superarlo per passare ad un altro. La forma clonica si presenta con una ripetizione convulsiva di un fono, di una sillaba o di una parola soprattutto all’inizio della produzione verbale o durante l’enunciazione della frase. Emil Fröschels, illustre foniatra austriaco del secolo scorso, descriveva sei livelli di intensità nella manifestazione della balbuzie. A partire da un primo livello (in cui è presente solo la semplice ripetizione di suoni, sillabe o parole) via via il disturbo si intensifica accompagnandosi con incoordinazione respiratoria, sincinesie mimico-facciali, movimenti ticcosi del volto, della testa, del busto, degli arti e delle mani che hanno lo scopo di superare il blocco spastico. Si arriva ad un ultimo stadio, detto del mascheramento, in cui il balbuziente tenta di adattarsi all’ambiente sociale mettendo in atto una serie di meccanismi che lo aiutano a nascondere il proprio difetto, come per esempio evitare le parole che ingenerano balbuzie usando al loro posto altre parole o frasi sostitutive. Il tutto rende la produzione linguistica del soggetto difficile e alterata nella qualità e nella quantità di emissione delle parole e la comunicazione estremamente penosa per chi parla e per chi ascolta.
Gli autori americani distinguono una balbuzie primaria da una secondaria. La balbuzie primaria viene riferita ai primi anni di età, quando il bambino non ne è consapevole, è limitata ad esitazioni, prolungamenti o ripetizioni di suono, non interessa la parola e la frase e non vi sono tentativi di evitarla. La balbuzie secondaria si instaura più tardi, in età scolare, con coscienza del disturbo e può accompagnarsi alle sincinesie, ai movimenti ticcosi, alla incoordinazione respiratoria. La balbuzie che insorge nella prima infanzia viene detta anche evolutiva, in quanto in condizioni ambientali favorevoli scompare spontaneamente e nella maggioranza dei casi non si ripresenta.
Per quanto riguarda la terapia, il problema della balbuzie viene affrontato con metodi e tecniche diverse e differenziate a seconda dell’età. Sempre più frequentemente è considerato elettivo il trattamento psicoterapeutico, nella visione della balbuzie come disturbo della relazione interpersonale, accompagnato o no che sia da tecniche di rieducazione logopedica.
Nella prima infanzia è sconsigliato generalmente un trattamento specifico con tecniche logopediche e si preferisce tenere sotto controllo l’evolversi del disturbo, seguendo i genitori e dando consigli sul modo più opportuno di rivolgersi al figlio quando balbetta, in modo da evitare al massimo il fissarsi del sintomo. Perché la rieducazione logopedica abbia buoni effetti, è necessario, infatti, che vi sia nel balbuziente la coscienza del disturbo e che la sua disfluenza venga sentita come disturbante.
Le tecniche logopediche attuate sono svariate, e si basano soprattutto in pratiche di rilassamento, di controllo della respirazione e della emissione delle parole, nello sviluppare le abilità verbali e non verbali del linguaggio e nell’incoraggiare l’interazione comunicativa. Ma non sempre la rieducazione logopedica ha successo: dopo cicli di rieducazione che hanno avuto buon esito la balbuzie spesso si ripresenta…e magari succede che il paziente riesca a non balbettare più durante le sedute con la logopedista, per poi riprendere a balbettare appena esce dalla stanza.
Sulla eziologia della balbuzie, vengono chiamati in causa numerosi fattori sia organici che funzionali, la predisposizione ereditaria, la psicologia del soggetto e le influenze ambientali. Le teorie organicistiche, foniatriche e psicogenetiche dibattono i loro punti di vista. Gli psicoanalisti Renato Sigurtà e Mariangela Barbieri in un loro libro del 1955 nel quale hanno trattato ampliamente l’argomento, hanno affermato che esistono casi nei quali l’organicità almeno parziale del disturbo appare troppo evidente per poter essere negata; ma che l’origine organica nulla toglie al fatto che nelle manifestazioni di balbuzie i fattori emozionali esercitino un ruolo particolare. Essi escludono la univocità psicogenetica del disturbo e affermano che anche nelle sindromi nelle quali la componente psichica è più evidente esiste una componente organica la quale è la causa effettiva perché il disturbo fisico si manifesti sotto forma di balbuzie e non di altri aspetti.
Nel versante organico, si nota un’alta correlazione con incoordinazione e ritardi motori, alterazione o disturbi della lateralizzazione (frequente il mancinismo), della strutturazione spazio percettiva, ritardo nel feedback uditivo, nonché un’elevata familiarità, la quale però può trovare ragione anche nel comportamento appreso e nel fatto che i genitori particolarmente sensibilizzati da esperienze di balbuzie, possono con la loro ansia contribuire a fissare il sintomo nel figlio. Non è stata trovata correlazione alcuna della balbuzie con il livello intellettivo.
Gli studi sulle dinamiche affettive hanno evidenziato nei balbuzienti delle caratteristiche assai peculiari sia per quanto riguarda la personalità di questi soggetti che per quanto riguarda il loro ambiente e le relazioni familiari. Nella nostra cultura occidentale, il rapporto genitori/figlio balbuziente pare caratterizzato da una forte richiesta da parte dei genitori che il figlio risponda alle loro aspettative narcisistiche di successo, da un’educazione rigida e formale, da tensioni e contrasti soprattutto con la figura paterna. Nei balbuzienti e nelle loro famiglie si trova spesso una ipervalutazione della parola: essa appare eccessivamente privilegiata come veicolo della comunicazione e come indice di evoluzione culturale, in un contesto dove sono più importanti gli aspetti formali della parola che non il suo contenuto affettivo. Questa caratteristica appare più facilmente quando la personalità dei genitori, al di là del bagaglio culturale e del livello socioeconomico, si presenta a sua volta disturbata. Invece che essere usata nel suo valore simbolico come segno verbale del pensare, la parola sembra restare fissata a significati concreti, non affettivamente neutralizzati; il che rende assai problematico l’uso del linguaggio come mezzo di comunicazione.
Fra il balbuziente e il contesto ambientale si instaura un clima di tensione e di aspettative continuamente deluse. I balbuzienti possono assumere un atteggiamento passivo e dipendente, con inibizione delle loro potenzialità espressive ed interattive in famiglia e nell’ambiente sociale; oppure possono reagire in modo eccessivo con disinibizione verbale (il cosiddetto Complesso di Demostene), manifestazioni di prepotenza o di instabilità emotiva. Le indagini psicologiche effettuate hanno evidenziato che l’espressione e l’uso dell’aggressività è uno degli aspetti principali della problematica dei balbuzienti.

APPROFONDIMENTI

La balbuzie nella psicoanalisi

Viene esposta qui di seguito una breve panoramica degli autori che si sono interessati di questo disturbo del linguaggio, focalizzando l’attenzione sul fatto che essi mettono strettamente in relazione la balbuzie con le problematiche inerenti ai vari livelli e stadi dell’evoluzione della personalità.
Secondo alcuni autori (Blanton, Fröschels – vedi Bloom 1978) Freud non avrebbe mai condotto analisi su balbuzienti e avrebbe dichiarato la sua poca esperienza a proposito. Negli “Studi sull’Isteria” (1895) egli espone il caso di Frau Emmy von N., che aveva trattato col metodo dell’ipnosi. Fra i vari disturbi di Emmy vi era anche la balbuzie, insorta in seguito ad un paio di incidenti traumatici: mentre era in carrozza con le figlie piccole i cavalli si erano imbizzarriti e lei si era imposta di stare quieta per non spaventare maggiormente i cavalli. Freud era riuscito con la suggestione ad eliminare il sintomo, ma il disturbo era ricomparso sia durante la frequentazione di Freud, sia dopo il trattamento. Freud lo spiega per il fatto che era stata cancellata con l’imposizione ipnotica la balbuzie legata all’angoscia del fatto traumatico in sé, ma non quella relativa alla lunga catena di ricordi associati. Freud considera la balbuzie di Emmy “una sorta di conversione isterica”, “un simbolo mnestico corporeo”, “un sintomo motorio formatosi per semplice conversione dell’eccitamento psichico in fatto motorio”. (Per una visione critica di questo caso in relazione alla balbuzie, vedi B. Barrau 1980).

Anche se non vi sono lavori specifici di Freud sulla balbuzie, accenni ad essa si trovano in vari punti della sua opera e sono riportati da autori a lui contemporanei suoi interventi a proposito. In “Psicopatologia della vita quotidiana” (1901) ne fa cenno come indice di conflitto interiore. Nel 1907, discutendo il caso di un balbuziente presentato da Adler, non concorda con lui che si tratti di un difetto innato derivante da una inferiorità dell’organo del linguaggio, ma pensa piuttosto ad una soppressione dell’esibizionismo, accennando indirettamente alla connessione fra la balbuzie e la nevrosi ossessiva. Nel 1910 dichiara a Federn che la balbuzie, come l’asma ed i tic, è “un disordine che assomiglia all’isteria… ma che dobbiamo classificare a parte come nevrosi di fissazione” (ad un organo). Nel 1915, in una lettera a Ferenczi, gli chiede “se gli constasse che la balbuzie poteva essere causata da uno spostamento verso l’alto di conflitti a carico delle funzioni escretorie” (Jones 1953). Pare si riferisse ad un paziente balbuziente su cui non era riuscito a condurre l’analisi.
Fra i seguaci di Freud, molti si interessarono della balbuzie, o per avere incontrato il disturbo nei loro pazienti o perché specificamente interessati alla patologia del linguaggio: Putman, Jones, Adler, Jung, Seashore, Travis, Appelt e Johnson che erano balbuzienti, Van Riper, Blanton, Fröschels… Le loro teorizzazioni furono svariate, le cause e meccanismi riportati furono molteplici. E’ interessante notare che le loro idee si possono ritrovare nelle interpretazioni della balbuzie che furono date da autori successivi.
La prima esposizione clinico-scientifica psicoanalitica completa si deve a Stekel (1908) che dedicò alla balbuzie un capitolo del suo trattato sulle nevrosi d’angoscia, ma la sua idea (balbuzie come impotenza psichica, inibizione al parlare derivante dalla fobia di non poter parlare senza interruzioni) non fu condivisa da Freud.

Scripture (1912) affermò che la balbuzie inizia da un trauma che porta ad uno stato generale di ansia; il balbettare inizia come un’abitudine, che la disapprovazione dell’ambiente fa diventare psiconevrosi.

Dorsey (1934) considerava il balbuziente difettoso nella libido genitale, come risultato di difetto nella libido orale anale e uretrale.

Melanie Klein in un saggio del 1923 parla della sublimazione delle fissazioni orali, cannibalesche e sadico-anali che si ha nel linguaggio e cita una bambina balbuziente di 9 anni, Grete, come esempio di non felice esito del processo di maturazione. Per Grete il parlare e il cantare rappresentavano l’attività mascolina e il movimento della lingua quello del pene. “Nel corso dell’analisi – dice la Klein – si dimostrò che l’occasionale balbuzie di cui soffriva la bambina era determinata dall’investimento libidico del parlare e del cantare. Il salire e il calare della voce, e i movimenti della lingua, rappresentavano il coito”.

Coriat (1927, 1933, 1942-43) vede la balbuzie non come una difesa ma piuttosto come una perversione. Alla base di essa vi sarebbe un eccessivo erotismo orale (succhiare, masticare, mordere). La parola sarebbe trattenuta per avere una più intensa gratificazione, senza quindi sensi di colpa e inibizione. Questo autore descrive la personalità del balbuziente come passiva-dipendente e interpreta la balbuzie come una ripetizione compulsiva dei primi atti relativi all’allattamento, un tentativo di tenere legata a sé la madre come oggetto d’amore. A sostegno delle sue opinioni, sottolinea la relazione fra svezzamento ritardato ed assenza di balbuzie nelle tribù primitive della Nuova Guinea, dove manca anche il termine “balbuzie”.
Fenichel (1945) pone la balbuzie (come il tic psicogeno e l’asma bronchiale) fra le conversioni pregenitali, un terzo tipo di nevrosi i cui sintomi rientrano in quelli della conversione, ma gli impulsi inconsci espressi nei sintomi sono pregenitali. Pur evidenziando anche l’importanza di pulsioni orali, falliche ed esibizionistiche nella strutturazione del disturbo, egli considera la balbuzie principalmente un sintomo di fissazione allo stadio sadico-anale e avvicina la struttura di personalità del balbuziente a quella del nevrotico coatto. La parola detta e non detta, espulsa e trattenuta, viene rifiutata dall’Io perché rappresenta desideri relativi al livello sadico-anale del bambino. Il significato inconscio del parlare, o della cosa che sta per essere detta, o dell’attività del parlare in genere, rende impossibile esprimere quello che sta per essere detto. Come è proprio del pensiero magico concreto che caratterizza questa fase evolutiva, le parole non “rappresentano le cose” ma “sono” le cose e quindi sono sentite pericolose di sporcare e di uccidere.
Secondo Wassef (1955) sono altamente implicate nella personalità del balbuziente problematiche specifiche del livello edipico, che non trovano soluzione a causa del permanere di conflitti irrisolti dei livelli precedenti (orale e anale). Il sintomo della balbuzie esprime simbolicamente le modalità con cui sono state strutturate, negli stadi successivi dello sviluppo psicosessuale, le relazioni oggettuali e libidiche degli stadi precedenti.

Johnson (1959), pubblicando i risultati di una più che ventennale ricerca sui balbuzienti dello Iowa, arrivò a concludere che, come conseguenza della reazione del bambino ai suoi genitori, egli sviluppa una visione negativa del suo linguaggio che “inibisce” il suo parlare, e che nel dire “il mio fiato si è fermato” il balbuziente vuole significare che ci sono entità e forze sulle quali egli non ha controllo. Questo autore dà cruciale importanza all’influenza della “proiezione inconscia” dei genitori sullo sviluppo della balbuzie. Afferma: “la balbuzie inizia nell’orecchio di chi ascolta piuttosto che nella bocca del balbuziente”.
Più tardi, nel 1963 Augusta Bonnard ipotizzerà che la balbuzie, equiparata in questo senso a tutti gli altri disturbi del linguaggio, sia un’espressione psicosomatica di stati affettivi arcaici che si manifestano attraverso i meccanismi muscolari della lingua ma che vengono contrastati da azioni dirette ad annullare l’impulso.
Glauber, autore statunitense appartenente alla corrente della Psicologia dell’Io, a partire da 1935 ha pubblicato una quindicina di articoli sulla balbuzie e sul pensiero di Freud a riguardo. Egli afferma che la balbuzie ha le sue origini nel rapporto primitivo diadico madre-bambino e nel gioco fantasmatico di proiezioni-introiezioni che si crea tra di loro. In questo caso si presume una fissazione a livello orale-narcisistico che si traduce nella personalità dipendente e passiva che, secondo questo autore, è tipica del balbuziente. Nell’ultimo articolo pubblicato nel 1968, dopo la sua morte, parla della balbuzie come disautomatizzazione, cioè come un disordine del funzionamento preconscio dell’Io. Egli afferma che il parlare è una delle funzioni dell’Io che opera preconsciamente. Nella formazione del linguaggio, il bambino passa dall’imitazione conscia all’identificazione inconscia; il parlare diventa un automatismo. In talune circostanze può accadere che avvenga un investimento conscio delle funzioni preconscie, le quali quindi non avvengono più automaticamente ma passano sotto i meccanismi di controllo dell’Io. Se nel processo di separazione dall’identificazione primaria con la madre avviene un trauma, l’aggressività che si sviluppa in conseguenza della defusione delle pulsioni va a colpire la funzione del linguaggio negli aspetti dell’automatismo e della fluenza che ad esso è legata. La balbuzie viene considerata il prototipo della disautomatizzazione. Essa di solito consiste soltanto in un sintomo transitorio; se persiste nella latenza e nella adolescenza, diventa una sindrome cronica che ha due aspetti principali: 1) il disturbo primario, balbuzie come sintomo, una fissazione derivante dal trauma precoce; 2) secondariamente un conflitto nevrotico posteriore che viene innestato sopra e utilizza la fissazione primaria. Inoltre, la fissazione determina lo sviluppo di un disordine del carattere che in generale tende a riflettere la struttura della fissazione. Secondo Glauber la tecnica analitica raramente produce una completa risoluzione del sintomo, che ha radici così profonde. Può essere trattato con l’analisi solo ciò che appartiene alla struttura nevrotica; il funzionamento balbuziente, a sua volta libidinizzato e automatizzato, diventa egosintonico e vengono instaurate ambivalenze e grosse resistenze alla terapia.
La teoria di Glauber sulla balbuzie si inserisce e si accorda con il pensiero di Anna Freud per ciò che riguarda lo sviluppo delle funzioni dell’Io e le sue problematiche. La linea di sviluppo di una funzione (in questo caso il linguaggio, la comunicazione) non è stabile e continuativa ma può essere alterata da pressioni disturbanti provenienti sia dal mondo esterno che da quello interno. Anna Freud riferisce del piccolo Martin di tre anni, il quale veniva preso da collera violenta e da crisi di rabbia quando non poteva restare con la bambinaia alla quale era affidato all’asilo e alla quale era legatissimo. Dopo le sue scenate, diventava malamente balbuziente per parecchie ore, a volte anche per l’intera giornata. Il livello di funzionamento raggiunto dal bambino nel linguaggio veniva turbato dall’angoscia di perdere l’amatissima bambinaia. Un commento di Anna Freud è che “i balbettamenti infantili hanno diritto di esistere nella vita del bambino, accanto ai discorsi razionali e in alternanza con essi” (1943, 1965).

Annie Anzieu (1964, 1969, 1980, 1982) ipotizza nel bambino che diventerà balbuziente un’estrema precocità della rimozione, dovuta all’intensità delle pulsioni libidiche. Il sintomo della balbuzie non esprime la regressione o la fissazione dell’affettività soltanto ad un determinato stadio di sviluppo, ma si manifesta contemporaneamente su tre registri: paranoico, ossessivo e isterico, i quali si riferiscono agli stadi successivi orale, anale e fallico dello sviluppo psicosessuale ed alle relazioni oggettuali elaborate o non completamente elaborate all’interno di essi. Questa interpretazione permette di spiegare il carattere sfaccettato e la presenza di atteggiamenti contraddittori, come attività e passività, nel balbuziente. Annie Anzieu osserva nei balbuzienti una struttura psichica estremamente fragile sotto le difese apparenti, pur avendo riscontrato molto raramente balbuzienti psicotici o psicotici balbuzienti, come se la balbuzie fosse un segno o un mezzo per superare e controllare la parte psicotica della personalità. Nel pensiero di questa autrice, il linguaggio come conquista del simbolico è il segno della accettazione delle differenze generazionali e del divieto dell’incesto. La balbuzie quindi è il sintomo che esprime la lotta fra il desiderio inconscio e la non ammissione di esso. Per questa autrice (come per Glauber) la balbuzie si manifesta spesso in un contesto familiare caratterizzato da una relazione madre-figlio fusionale, altamente sessualizzata, in cui le tematiche edipiche del figlio si incontrano con i desideri edipici inconsci della madre, colludendo con essi. Nel balbuziente la posizione edipica sembra restare la stessa, non superata, per tutta la vita; la sessualità genitale mai pienamente raggiunta e goduta. L’eliminazione della balbuzie viene ritenuta quasi impossibile per le radici arcaiche di essa e per l’utilizzazione difensiva del sintomo.

Anche Sigurtà (1955, 1970) dà della balbuzie una visione più allargata, che non lega più il disturbo ad una regressione-fissazione ad un unico e determinato stadio dello sviluppo psicosessuale, ma la interpreta come un sintomo che può presentarsi in diverse forme nevrotiche, le quali esprimono problematiche a livelli diversi. La balbuzie si manifesta in quei casi in cui gli organi del linguaggio vengono investiti di significato tale da diventare il luogo più adatto per l’espressione del conflitto.
Per W. Bion (1967, 1970) il balbettare è un attacco al linguaggio in quanto legame fra paziente e analista. La formulazione verbale con la quale le esperienze vengono espresse viene mandata in frantumi dalle emozioni sottostanti che non riescono più ad essere contenute dal contenitore linguaggio, cosicché il significato che chi parla vuole esprimere viene spogliato di significato. Come per M. Klein, Bion riferisce, nella situazione clinica di balbuzie che riporta, l’investimento libidico masturbatorio della bocca.

E. Gaddini (1980) avvicina la balbuzie all’asma bronchiale, affermando che là dove la sindrome dell’asma non si è instaurata (fine del primo anno di vita), nel secondo anno di vita si può instaurare la balbuzie. La balbuzie quindi viene collegata alle sindromi psicofisiche datate che, secondo questo autore, si riferiscono ad una patologia della mente relativa al distacco e alla separatezza dall’oggetto primario materno. Esse esprimono in una sorta di linguaggio preverbale, concreto e presimbolico, quale è quello di un alterato funzionamento corporeo, un contenuto mentale difensivo. La connessione funzionale del parlare con il respirare viene usata dalla mente infantile per riattivare una delle prime esperienze della mente, quella del succhiare e del deglutire al seno in concomitanza con il respirare.

Renata Gaddini a sua volta (1980) sottolinea come nell’età in cui insorge la prima balbuzie, 2/3 anni, il mondo interno del bambino è pieno di contenuti sadici: tensioni dirompenti e fantasie distruttive. Secondo questa autrice, le tensioni che sono alla base dei sintomi che insorgono a questa età, come la balbuzie, sono di natura istintuale e quindi non tendono a risolversi da sole ma “urgono senza pietà” nel corso del crescere in relazione al rapporto oggettuale.
Anche Giannitelli, che aveva avuto a che fare come pedopsichiatra con questa patologia, in un articolo del 1976 aveva parlato di attivazione nella balbuzie di pulsioni pregenitali prevalentemente aggressive e distruttive sulla base di angosce traumatiche di separazione.La localizzazione somatica sulle prime vie aeree viene collegata all’iperinvestimento dell’aria sulla base della fissazione anale. Rifacendosi a Fenichel, questo autore suppone che “a livello del pensiero primitivo l’apparato respiratorio sembra diventare la sede dell’incorporazione degli oggetti alla stessa guisa di quello intestinale: alla stessa guisa si prendono e si ricevono sostanze dal mondo esterno, o si restituiscono, si ridanno ad esso”. Giannitelli sottolinea l’alternanza (nei casi da lui studiati) della balbuzie con le malattie respiratorie, entrambi come comunicazione di richiamo al rapporto per via somatica secondo modalità espressive non verbali.

R. Diatkine (1985) sottolinea che la balbuzie nel bambino non è un sintomo nevrotico nel senso stretto del termine, ma piuttosto una inibizione in una situazione di parola. Egli afferma che nei piccoli balbuzienti si ritrova con innegabile frequenza l’importanza delle fissazioni sadico-orali e delle relazioni pregenitali, in particolare dell’invidia, nel senso kleiniano del termine. Secondo questo autore, la balbuzie costituisce una debolezza nella relazione con l’altro, dove la disorganizzazione del linguaggio rappresenta il fallimento dell’identificazione primaria coi genitori. Quando nel bambino le organizzazioni preedipiche ed edipiche – che hanno partecipato alla labilità strutturale nel corso della quale si organizza la balbuzie – non evolvono positivamente, allora la balbuzie può fissarsi come sintomo nevrotico di varie forme psicopatologiche.

Nel 1999 Tomas Plänkers, nel discutere il materiale dell’analisi di un paziente balbuziente, formula una nuova ipotesi sulla psicodinamica della balbuzie facendo riferimento alla teoria del claustrum di Meltzer. Sostiene che il balbuziente si trova a far fronte ad esperienze intollerabili di separazione dall’oggetto primario e all’esperienza catastrofica della situazione edipica attraverso una fantasia inconscia nella quale l’odio predominante conferisce all’oggetto materno interno delle qualità anali. Lo spazio dell’oggetto sadico-anale di questo “claustrum” è proiettata sullo spazio dell’oggetto esterno, in modo specifico sulla bocca in quanto cavità involucro dei suoni che, secondo le teorie di D. Anzieu, viene considerata il vero primo spazio psichico; ne consegue la rottura delle parole. In parallelo, nelle relazioni d’oggetto ne consegue l’attacco al legame e il ritiro psichico, come Plänkers testimonia nelle vicende del transfert e controtransfert con il suo paziente.

Dal punto di vista psicoanalitico, dunque, la balbuzie è considerata un sintomo, indice di un disagio psicologico che ha addentellati nelle fasi più precoci dello sviluppo affettivo e che trova espressione a livello organico con una conversione dal conflitto psicologico alla funzionalità dell’organo (sistema respiratorio, articolatorio-fonatorio). E’ implicita l’idea di base di una stretta connessione fra l’espressione psichica e il substrato organico nell’individuo dove (citando A. Anzieu) il linguaggio costituisce l’adempimento dei processi di mentalizzazione che a poco a poco portano sulla via simbolica attraverso i labirinti somato-psichici e la dialettica Io/altro. L’origine del disturbo è dunque collocabile nelle fasi precoci dello sviluppo psichico, là dove l’aggressività è componente fondamentale dei processi di separazione e differenziazione di sé dall’altro e dove i processi di simbolizzazione ancora non sono completati.
All’aggressività è stata attribuita una grande importanza come fattore caratterizzante sia la manifestazione della balbuzie, sia la personalità del balbuziente. Il padre di un bambino portato a consultazione perché balbettava, spiegava che capiva benissimo il problema e la sofferenza del figlio, perché anche lui era stato balbuziente da ragazzo. Disse che non gli riusciva di pronunciare le parole specialmente quando era arrabbiato, perché gli pareva che una spada di fuoco gli uscisse dalla gola e andasse a colpire la persona alla quale parlava. Le parole di questo padre sarebbero molto piaciute a Fenichel, il quale scrisse che, nella situazione affettiva da cui si origina la balbuzie, le parole possono uccidere e i balbuzienti sono persone che inconsciamente ritengono necessario usare con cura un’arma così pericolosa.
L’aggressività è necessaria per mettere spazio fra sé e l’altro e stabilire i confini. Da un confine all’altro, quello spazio può essere percorso dalla parola quale espressione del pensiero e degli affetti, come un ponte segno di separazione e di relazione. Ma se l’aggressività invece che creare spazio produce distruzione, la parola non potrà mai essere espressa e il pensiero non potrà trovare evoluzione.

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Maggio 2014