Berrini Maria Elvira ( Mariolina)

A cura di Pietro Roberto Goisis

Maria Elvira (Mariolina) Berrini fa parte del gruppo di giovani medici che iniziano un’analisi con Cesare Musatti verso la fine degli anni quaranta. Lei sola però, nel gruppo, con l’intenzione già maturata di formarsi come psicoanalista di bambini. Come è arrivata alla psicoanalisi? quali le motivazioni che l’hanno portata poi a farsi organizzatrice di servizi di psichiatria di psicoterapia infantile?

Laureatasi a Milano in Medicina nel luglio 1943, aveva acquisito una solida preparazione clinica, ma i suoi interessi e progetti per il futuro erano andati orientandosi verso lo studio della psichiatria. Capiva che preferiva prendersi cura della “persona” con difficoltà e disagi psicologici. Lo studio del funzionamento della mente, della sofferenza e dei conflitti psicologici la affascinava. E d’altra parte aveva riconosciuto in sé una particolare facilità e disponibilità all’ascolto e al sostegno di persone in difficoltà. La colpiva la frequenza con cui veniva scelta dagli amici come confidente e come riferimento per la soluzione dei propri problemi e dei propri patemi sentimentali.

Subito dopo la laurea però il progetto di specializzarsi in psichiatria doveva venire accantonato. Cresciuta in ambiente antifascista e di sinistra si trovava subito attivamente impegnata nel movimento della resistenza. E’ partigiana e dal Comando Lombardo delle Brigate Garibaldi le vengono affidati compiti ispettivi per verificare in loco e sul campo i bisogni sanitari delle varie formazioni e le possibilità di farvi fronte, provvedendo all’invio di materiale sanitario e di medici ed infermieri. Sarà in Valtellina, in Valcamonica, nell’Oltre Pò Pavese e soprattutto in un Val Sesia e nel Cusio vivendo di volta in volta, sia pure per brevi periodi, l’esperienza di partigiana di montagna.

È stato per lei un periodo indimenticabile e importante, un’esperienza fonte di arricchimento e di maturazione. Come un uscire da una fase di tarda, spensierata adolescenza e prima gioventù per ritrovarsi più matura e responsabile, scoprendo anche in sé capacità organizzative prima insospettate che avrebbe poi messo a frutto nel suo lavoro. Si era iscritta al PCI di cui sarà soltanto un’attiva militante di base. Il suo desiderio di ritornare allo studio, agli interessi scientifici, al lavoro di medico si accompagnano ora ad una forte motivazione per l’impegno sociale.

Prenderà la specializzazione in pediatria e come pediatra incomincerà a lavorare nei consultori dell’OMNI. Ma soprattutto avrà la fortuna di trovare presto indicazioni precise per un’attività che le darà modo di integrare i suoi diversi interessi.

Nell’estate del 1946, appena entrata come volontaria del servizio di neuropsichiatria infantile dell’Istituto Neurologico di Milano, le verrà offerta l’opportunità di partecipare, con tanti giovani pedopsichiatri e psicologi di diversi paesi europei provati dalla guerra, alle prime settimane di aggiornamento organizzate a Losanna per la formazione di equipes medico-psicologiche per l’assistenza all’infanzia disadattata. A Losanna il corso è articolato in lezioni teoriche e in visite a istituzioni psichiatriche e a servizi per l’infanzia. Le lezioni sono tenute da psicologi allievi di Piaget, da pedopsichiatri illustri venuti da Parigi (Heuyer), ma anche da psicoanaliste che lavorano con i bambini nell’Office Medico Pedagogique della città. Mariolina Berrini viene così scoprendo un modo nuovo e affascinante di affrontare lo studio e la cura del bambino affettivamente disturbato o psichicamente sofferente: un modo nuovo in cui rigore clinico, fantasia e gioco, rapporto con la realtà sociale, si intrecciano e si integrano in un occuparsi psicoterapeuticamente non solo del bambino, ma anche del suo ambiente.

A Losanna è con lei Giovanni Bollea con il quale instaura un rapporto di amicizia basato anche sul comune impegno a realizzare in Italia servizi di psichiatria infantile quali sono venuti conoscendo in Svizzera, servizi che si chiameranno centri medicopsicopedagogici (CMPP) in analogia coi servizi svizzeri e francesi. E’ un progetto che coinvolgerà altri giovani medici e psicologi che saranno poi tutti i membri della SPI. A Novara Marcella Balconi, cugina di Mariolina con cui ha condiviso i giochi dell’infanzia, gli anni di università e l’esperienza partigiana. A Roma Adda Corti e Bartoleschi, allievi di Bollea. Sono questi gli amici con cui si stabilisce un rapporto di scambi e di solidarietà che è di aiuto nel difficile inizio della propria attività.

Perché non era davvero facile, specie a Milano, realizzare il progetto a cui ci si era impegnati a Losanna. Ci si doveva preparare e formare professionalmente nel vuoto di centri di formazione specifica e insieme farsi promotori e organizzatori di quei servizi del tutto nuovi in cui il lavoro in equipe e gli interventi psicoterapici e psicosociali erano centrali.

Erano proposte che allora, alla fine degli anni quaranta, non potevano non urtare contro resistenze da parte di una psichiatria accademica fortemente organicista e di un’assistenza neuropsichiatrica infantile incentrata sulle cure del bambino definito “anormale” e visto soprattutto come portatore di deficit intellettuali e di danni cerebrali che finiva per essere isolato in scuole speciali o in istituti. D’altra parte lo stesso clima politico e culturale che si era instaurato dopo il 1948 non era certo tale da favorire le iniziative di giovani psicoanalisti e per di più di sinistra.

Per la sua formazione Mariolina Berrini tornerà a Losanna, anche per un tirocinio pratico che la vedrà impegnata per alcuni mesi presso l’Office Medico Pédagogique. Altro punto di riferimento importante sarà Parigi. Vi si recherà una prima volta per un corso di aggiornamento nel 1947 e poi successivamente per uno stage presso il servizio del Professor Heuyer dove sarà seguita da Serge Lebovici con cui già si erano incontrati, lei e Marcella Balconi, nel 47. Da lui avevano ricevuto le prime indicazioni bibliografiche e soprattutto consigli e suggerimenti preziosi fra cui anche quello di entrare al più presto in analisi. In anni successivi, i seminari di analisi infantile che Lebovici organizzerà ogni anno a Parigi saranno l’occasione per incontri e scambi anche con i colleghi italiani che lavorano con bambini. Importante d’altra parte era stato entrare nel gruppo degli analizzati o analizzandi di Musatti: un gruppo che si ritrova in un clima di cordialità e di amicizia, che si aggiornava, che si formava. Compagni di studio saranno soprattutto Franco Fornari e Giancarlo Zapparoli che come lei si stavano specializzando in psichiatria.

Dopo gli anni ’40 e ’50, diventerà poi tutto più facile. A parte l’apertura di scuole di psichiatria infantile, di psicologia e di psicoterapia, non mancheranno occasioni di supervisioni e di seminari. Adda Corti, e dopo di lei Lussana, torneranno da Londra formati da un lungo training anche come psicoanalisti di bambini. E’ il periodo in cui più che alla psicoanalisi di lingua francese si fa riferimento alla scuola inglese e in particolare agli allievi di M. Klein (Winnicott, Bion, Rosenfeld, Meltzer, ecc.) e si sarà aiutati da E. Bick e da M. Harris ad “osservare” il lattante in famiglia. Gli inglesi scenderanno in Italia per seminari tenuti non solo all’interno della S.P.I. (si pensi ai primi seminari di Meltzer a Novara e a Perugia, ai seminari a Roma di F. Tustin, a Irma Pick, ecc).

A Milano, per l’avvio del primo C.M.P.P. (nel 1948 nell’ambito dei servizi dell’ONMI) le sarà di sostegno Virginio Porta, un illuminato psichiatra di adulti aperto a ogni proposta nuova in campo psicosociale. Con lui M. Berrini pubblicherà il suo primo lavoro sulla “Funzione dei test proiettivi nell’infanzia”.

Dopo questa prima esperienza otterrà dal Comune di Milano il nullaosta per l’apertura di un centro che si affiancherà ai servizi di NPI delle scuole speciali, ma con un taglio completamente diverso. Le condizioni logistiche non erano certamente delle migliori, sistemati in un seminterrato di una scuola di via Sondrio; ma lì, in quelle strutture che evidentemente erano collocate nel sottosuolo non solo per un significato metaforico di ricerca nel profondo, vennero iniziate le prime psicoterapie ed i primi trattamenti psicoanalitici per bambini. Il fatto di nascere come servizio specialistico della medicina scolastica crea però dei problemi. All’inizio, infatti, il centro tende a essere utilizzato dalla scuola, più che per una consulenza per meglio capire i bambini, come strumento diagnostico per la selezione di alunni ritenuti insufficienti e anormali, ma che si riveleranno il più spesso “disadattati” a una scuola che non sa rispondere ai bisogni dei bambini che vivono nelle condizioni sociali più sfavorevoli.

M. Balconi a Novara vive la stessa esperienza. Insieme decidono, negli anni ’50, di avviare un’indagine clinico-statistica sulla casistica dei due centri da loro diretti su di un campione di 1000 alunni segnalati già in prima elementare. Ricercano la correlazione tra il disadattamento ed i fattori ambientali, educativi e psichici ponendo al centro dell’indagine, che riveste un indubbio valore anche sociologico, lo studio delle diverse “strutture” psicologiche del bambino di 6/7 anni. Lo scritto “Diagnosi di struttura in psichiatria infantile” appare in quel momento altamente innovativo in Italia e tale da mutare profondamente, in senso psicodinamico, l’approccio nosografico, diagnostico e clinico.

Sono di quegli anni anche due lavori (Balconi, Berrini e Fornari) sui disturbi nelle “prime relazioni oggettuali”. In uno di essi viene presentato per esteso il primo caso di autismo infantile descritto in Italia, osservato e seguito in psicoterapia da M. Berrini proprio all’interno del C.M.P.P. Così la psicoanalisi era entrata in un servizio pubblico e con lei naturalmente le psicoanaliste. (Numerose sono le psicoanaliste della S.P.I. che, dai tempi pioneristici sino ad anni recenti, hanno lavorato nei servizi di M. Berrini. Impossibile citarle tutte. Va certo ricordata per prima M. Carati, poi Luciana Nissim e Anna Maria Pandolfi, e poi ancora Laura Schwarz e Adriana Pagnoni. Infine, le più “giovani” tuttora attive nell’Osservatorio di Psicoanalisi del bambino e dell’adolescente del Centro Milanese di Psicoanalisi. Numerose sono anche le psichiatre e le psicoterapeute, non S.P.I., formatesi come psicoterapeute anche attraverso un’analisi personale rimaste a tempo pieno nel servizio. Grande importanza verrà data anche alla formazione che non deve essere solo trasmissione di conoscenze, ma di uno stile, di un metodo di lavoro in cui devono congiungersi rigore, fantasia, curiosità intellettuale e culturale. Non vengono fatte mancare supervisioni individuali per chi ha casi in trattamento e per la formazione dei nuovi assunti. Ma acquista importanza soprattutto la settimanale riunione di “sintesi”, in cui in gruppo si impara a riflettere, affinando le proprie capacità diagnostiche e anche di osservazione e di ascolto, sul materiale che viene dalla “consultazione”. Dall’incontro con il bambino e da quanto egli comunica con le parole, col gioco, col disegno e con i test e dall’incontro con i genitori e dalla storia che si saprà ricostruire con loro intorno al figlio e a loro stessi e al gioco di interazioni che li lega. La consultazione, in fondo, ancor più degli interventi sociali, di consulenza e delle psicoterapie, potrà essere considerato l’intervento centrale e di elezione e finirà in molti casi per trasformarsi da momento diagnostico in rapporto psicoterapico vero e proprio anche con i genitori e soprattutto con la madre.

Sul piano organizzativo maturava intanto la consapevolezza, anche dopo l’apertura nel 1960 di un secondo centro, che per poter assolvere i propri compiti consultoriali e preventivi ogni C.M.P.P. doveva poter operare come “servizio di territorio”, in un contesto ambientale ristretto e definito e su tutto l’arco dell’età evolutiva dal periodo perinatale alla prima adolescenza. Venivano quindi avanzate proposte per un decentramento che anticipavano lo stesso decentramento amministrativo, ma che avrebbero potuto realizzarsi proprio con la suddivisione in “zone” della città. Quando lascerà il suo impegno organizzativo e di direzione, le grandi e affollate Scuole Speciali che all’inizio avevano schiacciato il piccolo e diverso C.M.P.P. saranno ormai chiuse e ridimensionate.

Nella prima metà degli anni ’70 M. Berrini sarà riuscita a organizzare e coordinare quattro C.M.P.P., operanti in maniera autonoma in altrettante zone della città e solo in esse. I Centri si chiameranno successivamente SIMEE, ma manterranno le loro finalità e caratteristiche, collaborando in senso preventivo anche con i nidi e con quella rete di servizi consultoriali di zona, pediatrici e familiari che la riforma sanitaria aiuterà a far nascere.

Sulle problematiche relative ai bisogni primari di contenimento e di contatto del neonato e alle angosce che possono accompagnare in casi limite la nascita ed i primi rapporti madre-figlio, M. Berrini, anche dopo aver lasciato la direzione dei suoi centri nel 1978, ritornerà, chiamata da F. Fornari, a seguire il lavoro delle sue allieve, all’interno dell’Ospedale Buzzi.

Vi è un filo, dunque, che dai primi inizi fino alla fine dell’impegno di lavoro di M. Berrini passa dalla Pediatria alla Psicoanalisi e viceversa, dall’attenzione al mondo interno, anche agli albori della vita, alla realtà sociale e alla “preoccupazione” perché si offrano cure e sostegno affinché la vita di un individuo possa iniziare, evolversi e compiersi nel modo più favorevole.

Con l’andata in pensione M. Berrini ha potuto dedicarsi con maggiore respiro al suo lavoro di psicoanalista di bambini e, negli ultimi anni, solo di adulti. Le piaceva ancora, alla soglia degli ottanta anni, lavorare intorno alla “consultazione psicoterapica con genitori e bambino” con un gruppo di giovani psichiatre e psicoterapeute di bambini impegnate nei servizi pubblici.

testo raccolto da Pietro Roberto Goisis nel 1998