Bugia

BUGIArota cura di Giorgio Mattana

La bugia è generalmente definita come un’affermazione contraria alla verità, spesso consapevole e motivata dall’interesse personale. Specie se occasionale, tale genere di menzogna, che potremmo definire “utilitaristica”, non riveste in quanto tale un particolare interesse psicoanalitico. Quando, invece, per contenuto, significato e funzione, oltre che, eventualmente, frequenza, la bugia viene a coinvolgere più direttamente la personalità, essa diviene un fenomeno psicoanalitico. Come tale, la bugia è oggetto di uno spettro di considerazioni diverse che riflettono differenti configurazioni cliniche, le quali, tanto dal punto di vista evolutivo che “strutturale”, come assetto relativamente stabile della personalità, si dispongono lungo un continuum che va dalla normalità o quasi normalità alla patologia.Freud (1913), prendendo in considerazione le menzogne di due bambine, l’una relativa all’occultamento di una piccola somma di denaro e l’altra allo status sociale della propria famiglia, chiaramente descrive delle bugie motivate esclusivamente dall’“interesse” emotivo. Le bugie in questione, che potrebbero essere definite “nevrotiche”, in quanto non costitutive della personalità e pregiudizievoli per il suo sviluppo, sono da Freud collegate al complesso edipico e al forte attaccamento ai genitori. A patto che non si crei “un malinteso fra il bambino e la persona che egli ama”, esse tendono, inoltre, a essere associate a una prognosi favorevole, che escluderebbe lo sviluppo di un carattere “immorale”. Autori come Tausk (1919), Ferenczi (1927) e Kohut (1977), spingendosi oltre le considerazioni freudiane, ritengono la bugia un passaggio evolutivo importante, fattore e testimonianza del costituirsi di uno spazio interno sottratto allo sguardo dell’altro. Non è più la dinamica edipica, in questo caso, a occupare il centro della scena, bensì il costituirsi di una “teoria della mente” e della relazione fra il proprio spazio mentale interno, individuale e separato, e quello altrui. La bugia e il segreto, che ne rappresenta spesso l’altra faccia, costituiscono, in questa prospettiva, un fattore essenziale di costruzione e tutela dell’identità personale .In linea con ciò, la bugia che sconfina nella diplomazia e nella dissimulazione può essere vista come l’espressione di un “sano falso sé” posto a protezione del vero sé, inteso come sfera più intima e coincidente con il nucleo autentico della personalità. Altri autori, tuttavia, hanno sottolineato manifestazioni della bugia che, allontanandosi progressivamente dal “sano falso sé”, si avvicinano a condizioni francamente patologiche, come la personalità “come se” e l’impostura. Nella prima, seguendo la Deutsch (1942), quella “dissimulazione onesta” che già Torquato Accetto (1641), scrittore napoletano del seicento, considerava essenziale alla convivenza umana, diviene affettazione conformistica a tal punto costitutiva della personalità da sostituire completamente il vero sé. Come osserva Goisis (2009), mettendo a confronto il concetto di personalità “come se” con quello di falso sé, non esiste, in questo caso, un nucleo della personalità che il falso sé protegge dalle intrusioni dell’altro, ma l’adattamento compiacente tende a costituire l’essenza stessa del soggetto. La “bugia” non riguarda più eventi o comportamenti specifici, ma investe l’identità stessa della persona, erodendo progressivamente le basi di un suo corretto sviluppo: siamo nell’ambito di ciò che Bion (1970) definisce “essere una bugia”. A tale ambito appartiene anche l’impostura, distinta dalla personalità “come se” in quanto priva di quelle caratteristiche di “trasparenza” e adattamento conformistico che ne costituiscono il tratto peculiare. Abraham (1923) descrive il caso di un impostore “di professione”, che edifica la propria carriera sulla menzogna e il millantato credito, in un crescendo di falsificazione che viene ricondotto all’investimento narcisistico del sé e all’odio e alla svalutazione dei genitori. Nella stessa linea, la Deutsch (1955) e la Greenacre (1958), tratteggiano l’impostura come caratterizzata dall’assunzione di identità fittizie con forti tratti antisociali, riconducendo le menzogne dell’impostore a un processo di alterazione dell’identità basato su identificazioni patologiche e riconducibile all’ambito del narcisismo .La possibilità che l’analista risulti esposto alla falsificazione del paziente induce a sollevare il problema dell’analizzabilità: essendo la sincerità considerata un prerequisito dell’analisi, la bugia sembrerebbe in linea di principio una controindicazione al trattamento. Eppure, come afferma Bion (1970), la bugia è in certo senso il “pane quotidiano” dell’analista, che deve imparare a riconoscerla e ancor prima a rispettarla, poiché le formulazioni false sono mantenute “come una barriera contro affermazioni che condurrebbero ad un tumulto psicologico”. O’ Schaughnessy (1990) rivendica alla psicoanalisi la capacità di risolvere il suo specifico “paradosso del mentitore”, di un soggetto, cioè , che per essere se stesso è “costretto” a mentire, essendo, come afferma Bollas (1987), la bugia del bugiardo un’ espressione della sua realtà psichica. Senza negare i gravi problemi transferali che possono nascere nel trattamento del bugiardo abituale, di colui che è “caratterologicamente” un mentitore, O’Schaughnessy (1990) sottolinea come la possibilità d’intendere l’origine e la natura di tale disposizione, da ricercare nella relazione e identificazione con i primi oggetti, sentiti come inaffidabili e bugiardi, rappresenti spesso la chiave di volta del trattamento. Come ogni altro sintomo, in ogni caso, la bugia, quando incide in maniera abnorme e patologica, andrebbe intesa come una manifestazione di sofferenza, come la copertura di lacune dell’identità riconducibili al carattere fallimentare delle prime relazioni.  

2013 

BIBLIOGRAFIA

Abraham K. (1923). La storia di un impostore alla luce della conoscenza psicoanalitica. In Abraham K., Opere, vol. 1. Torino, Boringhieri, 1975.

Accetto T. (1641). Della dissimulazione onesta. Torino, Einaudi, 1997.  

Bion W. (1970). Attenzione e interpretazione. Roma, Armando, 1973.

Bollas C. (1987). L’ombra dell’oggetto. Roma, Borla, 1989.

Deutsch H. (1942). Alcune forme di disturbo emozionale e la loro relazione con la schizofrenia. Psicoterapia e scienze umane, 1989.    

Deutsch H. (1955). L’impostore. Contributo alla psicologia dell’Io in relazione a un particolare tipo di psicopatia. In Bugiardi e traditori, Torino, Bollati Boringhieri, 1994.

Ferenczi S. (1927). Il problema del termine dell’analisi. In Scritti, vol. 3, Bologna, Guaraldi, 1974.

Freud S. (1913). Le bugie di due bambine. O.S.F., 7.

Goisis P.R. (2009). Chi non ha mai detto una bugia? Tra normalità, “come se” e falso sé. Riv. Psicoanal., 1, 67-90.

Greenacre P. (1958). L’impostore. Firenze, Martinelli, 1979.

Kohut H. (1977). La guarigione del Sé. Torino, Bollati Boringhieri, 1980.

O’Shaughnessy E. (1990). Can a liar be psychoanalysed? Int. J. Psycho-Anal., 71, 187-195.

Tausk V. (1919). Scritti di psicoanalisi. Roma, Astrolabio, 1979.