Campo analitico (Modello)

A cura di Fulvio Mazzacane

Le origini del modello di campo si fanno risalire ai contributi di Kurt Lewin (1951) che definisce il campo, in ambito sociale e psicologico, come una totalità dinamica capace di creare all’interno di un gruppo un senso di coesione e appartenenza che si manifesta con l’emergere del sentimento del “noi” ed implica un’identità di gruppo, per cui il cambiamento di uno provoca il cambiamento anche degli altri (Neri, 2011).

Le ricerche sui funzionamenti gruppali di Foulkes (1964) che considera il gruppo un’entità psicologica e di Bion (1961) che studia gli assetti del gruppo di lavoro e in assunto di base, pur non esplicitando la nozione di campo ne costituiscono delle premesse.

Nella stessa direzione va la psicologia dell’uomo “in situazione” di Merlau Ponty (1945), un uomo che comprende i fatti psichici nel contesto di relazioni intersoggettive, in cui i pensieri di due persone sono un frutto comune e la conoscenza dell’altro è un fenomeno di accoppiamento.

Il concetto di campo analitico nasce negli anni sessanta dai lavori di W. e M. Baranger (1961-62), che immaginano la situazione analitica come un campo dinamico tra due persone ineluttabilmente connesse e complementari, per cui nessun membro della coppia può essere capito senza l’altro.

La loro teoria si basa sugli studi di Racker sul controtransfert e sul concetto di identificazione proiettiva della Klein, il campo si struttura con un gioco incrociato di identificazioni proiettive e introiettive, con un analista attento a limitare le proprie contro-identificazioni proiettive.

Nel loro modello un certo grado di impasse è fisiologico, c’è  una continua alternanza di momenti di processo e di non processo, un periodico ripresentarsi, per il sommarsi di identificazioni proiettive incrociate, di zone di “resistenza” della coppia che ostacolano il progresso analitico.

Il concetto di “bastione” è rappresentativo degli arresti del processo analitico. Il bastione rimanda ad un settore scisso della vita dell’analizzando che entra bruscamente nel campo dell’analisi, dapprima all’interno di un vissuto catastrofico e, in seguito, come occasione di un profondo arricchimento. Pur sottolineando la certezza sull’origine dei bastioni (il paziente), i Baranger sottolineano un elemento importante, l’inevitabilità della loro irruzione in ogni campo analitico. E’ un concetto collegato alla coazione a ripetere e alla pulsione di morte, che loro considerano analogo alla nevrosi di transfert in una prospettiva bi-personale. Il bastione è il sintomo di una patologia del campo e non del paziente, modellata dalla specificità dell’incontro con l’analista.

L’analista deve lasciarsi inglobare, fino ad un certo punto, in questo gioco. Il momento interpretativo arriverà quando l’attenzione fluttuante, grazie ad una sorta di personale repertorio controtransferale (esperienze corporee, fantasie di movimento, comparsa di certe immagini) lascerà il posto al “secondo sguardo”, consentendo all’analista di interrogarsi sugli avvenimenti del campo.

I Baranger derivano da Pichon Riviere un’idea del percorso analitico come di un processo a spirale in cui l’hic et nunc della seduta è una dimensione ineludibile della realtà analitica.

Quello di campo è un modello volutamente aperto all’incontro con saperi diversi, che naturalmente tende al “meticciato” (Neri, 2011) e nella psicoanalisi italiana è stato introdotto grazie all’opera di Corrao (1986). Nella sua teorizzazione il modello di campo è stato caratterizzato dal fecondo incontro con  tre saperi. Il primo è con la teoria delle funzioni di Bion, tale accoppiamento, nel suo sviluppo, consentirà a Ferro di ipotizzare una nosografia del campo analitico (Ferro, 2002). Il secondo è l’incontro con l’ermeneutica, Corrao (1987a) sottolinea l’importanza di considerare gli elementi analitici come risultato di osservazioni espresse da uno specifico punto di vista, non valutabili oggettivamente. I modelli analitici che prediligono l’insaturo per lui si inseriscono in un filone culturale che abbraccia tutti i campi del sapere, risultato di un’evoluzione etica dell’uomo che rinuncia alla sua hybris, alla sua arroganza cognitiva.

Il terzo è l’incontro con la narratologia (Corrao, 1987b). Narrativo per Corrao è uno stile, una delle dimensioni che assume ogni “costruzione di mondo”, che porta lo psicoanalista a immaginare una relazione bi-personale, costruita da due persone in circostanze dialogiche altamente specializzate, con caratteristiche di transitorietà e mutabilità tipiche delle attività narrative. Nella situazione analitica le versioni degli eventi significativi cambiano man mano che il lavoro progredisce e con esse cambia il vissuto degli eventi poiché versioni narrative e vissuti sono inseparabili. Anche le teorie analitiche si costituiscono come narrazioni che non possono mai considerarsi definitive.

Ferro e Bezoari (1992, 1997) hanno affrontato in due lavori importanti nodi del pensiero analitico, che successivamente Ferro svilupperà. Il primo riguarda il concetto di personaggio in seduta, che abbandona lo statuto storico-referenziale per assumere la caratteristica di “aggregato funzionale”, elemento proto-simbolico, frutto dei processi trasformativi della coppia analitica, che consente una visione condivisa di aspetti del campo emotivo non altrimenti rappresentabili: “Aggregati” in quanto sintesi di elementi eterogenei (verbali, emotivi, corporei), “funzionali” perché correlati al funzionamento mentale della coppia e alle necessità emotive del momento.

Collegato a questa prospettiva è il concetto di interpretazione “debole”, “insatura” che sottolinea la natura radicalmente dialogica e intersoggettiva del lavoro interpretativo e apre a sviluppi nella tecnica degli interventi dell’analista e al concetto di co-interpretazione narrativa e di oscillazione tra capacità negativa e fatto prescelto come matrice degli interventi dell’analista (Ferro, 2007).

Il terzo punto riguarda il sogno e sviluppa la prospettiva dei Baranger che parlano di “racconto del sogno”. Sogno che manda un messaggio che attiene alla storia dell’analizzando, al suo mondo interno ma soprattutto alla relazione analitica, che può essere commento agli interventi dell’analista.

Il sogno viene definito come opera narrativa aperta da sviluppare con la costruzione di nuove storie, come una metafora viva in grado di espandere il pensabile e il dicibile con la rinuncia a codici interpretativi forti, in un modello in cui non è centrale la ricostruzione ma l’alfabetizzazione.

Nei suoi lavori successivi Ferro definisce il campo come un luogo/tempo in cui si manifestano le turbolenze emotive attivate dall’incontro analitico, in cui vengono favorite narrazioni che sono il risultato di processi di alfabetizzazione delle proto emozioni della coppia. Attraverso la capacità negativa e l’attivarsi di rêverie, si ricercano situazioni di unisono che aumentano la funzione di contenitore della coppia, e quindi del paziente, e lo sviluppo della funzione alfa.

E’un modello che ridimensiona l’insight, decentra gli aspetti genetici, economici e dinamici e produce una sensazione di spaesamento nell’analista che deve riconoscere ampi margini di incompetenza nel seguire una rotta imprevedibile (Gaburri, 1997).

Vari autori italiani, oltre a quelli citati, hanno sviluppato temi inerenti al campo (Chianese, 1997; Di Chiara, 1997; Riolo, 1997), anche nei suoi aspetti legati al lavoro istituzionale (Correale, 1991).

L’evoluzione più recente del concetto di campo vede la convergenza di più autori su un modello di campo onirico, a partire dal concetto bioniano di pensiero onirico della veglia, che immagina una funzione continua della mente impegnata a trasformare gli stimoli esterni e interni, fisici e mentali in modo da renderli disponibili al pensiero. Campo onirico che si definisce come lo sviluppo delle capacità sognanti del campo che porteranno alla trasformazione e all’introiezione di funzioni (Ferro, 2013). Questa definizione trova consonanza nel concetto, centrale nel pensiero di Grotstein (2007), di “dreaming ensemble”, che così definisce l’insieme di tutte le funzioni sognanti della mente.

Nella teorizzazione di Ogden (1994, 1999), che converge con il modello di campo,  la disponibilità come analisti ad essere inconsciamente recettivi a essere usati per svolgere una varietà di ruoli nella vita inconscia dell’analizzando  porta a consegnare la propria individualità a un terzo soggetto, il “terzo analitico intersoggettivo”, generato inconsciamente dalla coppia analitica, risultato dello scambio di degli stati di rêverie dell’analista e dell’analizzando, in costante tensione con le loro individualità. Per Ogden ogni sintomo è il frutto di sogni non fatti o interrotti, che portano ad un accumulo di elementi beta, la finalità della cura è quella di riuscire a sognare col paziente i suoi sogni non sognati. Anche attraverso il “talking as dreaming” (Ogden, 2007) che definisce una modalità narrativa che la coppia analitica realizza in seduta in un clima in cui si allude al gioco, alla creatività libera simile all’improvvisazione musicale.

Nello stesso senso va lo strumento tecnico della “trasformazione in sogno” proposto da Ferro (2009, 2013). La seduta analitica è immaginata continuamente immersa in un’atmosfera onirica, un sogno delle menti, l’obiettivo della terapia è lo sviluppo delle capacità sognanti del campo che porteranno a nuove narrazioni e all’introiezione di funzioni.

Bibliografia

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Novembre 2013