Controtransfert

controtransfert 2A cura di Irene Ruggiero

La concezione “classica” del controtransfert.

Freud (1910, 1912) definisce il controtransfert, allora chiamato controtraslazione, una forza interna che si attiva per influsso del paziente sui sentimenti inconsci dell’analista, determinando delle “macchie cieche” che ostacolano le sue capacità di comprensione dell’inconscio del paziente. La contro traslazione si connota dunque come una resistenza inconscia dell’analista. Preoccupato che il controtransfert mini la credibilità della nascente psicoanalisi, esponendola a critiche di scarsa serietà e scientificità, Freud lo considera un inconveniente spiacevole, seppure inevitabile, come panni sporchi da lavare in famiglia (1911).

Freud raccomanda pertanto agli analisti di mantenere un’attenzione fluttuante nell’ascolto del paziente e di attenersi a quella neutralità che rappresenta a quel tempo il modello ideale di funzionamento analitico, di procedere durante il trattamento psicoanalitico come “il chirurgo, il quale mette da parte tutti i suoi affetti e perfino la sua umana pietà nell’imporre alle proprie forze intellettuali un’unica meta: eseguire l’operazione nel modo più corretto possibile” (1912, 536).   Tuttavia, poiché “ogni psicoanalista procede esattamente fin dove glielo consentono i suoi complessi e le sue resistenze interne” (1912, 201), per potersi servire “del suo inconscio come di uno strumento per l’analisi”, il medico deve sottoporsi a una “purificazione psicoanalitica”, che in un primo tempo Freud ritiene attuabile attraverso l’autoanalisi.  Successivamente, è proprio la constatazione dell’inevitabilità del controtransfert, la scoperta dei potenziali ostacoli rappresentati dalle rimozioni e dagli affetti non padroneggiati dell’analista, ad indurlo a porre l’analisi personale del futuro analista come la base della formazione: infatti, solo se “purificato”, l’analista potrà “come una lastra di specchio mostrare [al paziente] soltanto ciò che gli viene mostrato”.

L’idea che il controtransfert rappresenti un ostacolo nel processo di rendere conscio l’inconscio, considerato all’epoca lo scopo del trattamento psicoanalitico, si mantiene sostanzialmente immutata per molto tempo e rimane il nucleo di quella che Kernberg (1965) definisce la concezione “classica” del controtransfert. Essa presuppone coerente un modello del processo analitico in cui il paziente rappresenta l’oggetto da conoscere e l’analista l’osservatore tendenzialmente neutrale.  In questo modello, il controtransfert, che inquina questa distinzione di ruoli, non dovrebbe idealmente esistere (Albarella e Donadio, 1998). 

Il controtransfert (e in generale il tema degli affetti dell’analista), la cui inevitabilità costituisce un’imbarazzante evidenza dei limiti dell’analisi personale – tema su cui Freud tornerà successivamente (1937) – viene così sostanzialmente trascurato per molti anni, con sparute eccezioni (il contributo di Ferenzci – pioniere nel riconoscimento del valore positivo degli affetti dell’analista e nella critica del mito della “neutralità analitica” – e dei Balint che, nel 1939, propongono di allargare il concetto di contro-transfert alla totalità dei sentimenti dell’analista verso il paziente).

Secondo Kernberg (1965), è l’ideale della neutralità analitica, agendo come istanza superegoica, a ritardare l’esplorazione delle potenzialità del controtransfert. Per poterle riconoscere, occorre che si modifichino la concezione dell’analisi e si sviluppi l’idea che essa costituisce una relazione tra due persone, che le coinvolge entrambe, sia pure con modalità e funzioni differenti.

La svolta degli anni ‘50.

E’ soprattutto il concetto di identificazione  proiettiva introdotto da Klein (1946) e sviluppato da Bion nei suoi aspetti più comunicativi, a modificare il clima e a creare le condizioni per la valorizzazione del controtransfert, che trova il suo fulcro all’inizio degli anni ‘50, con i lavori contemporanei ma indipendenti della Heimann (1950) in Inghilterra e di Racker (1953; 1957; 1958) in Argentina.

Partendo dalla critica all’ideale di un analista “distaccato”, Heimann sottolinea che la natura più profonda della situazione analitica è costituita dall’essere una relazione tra due persone e che ciò che la rende specifica non è l’assenza di sentimenti nell’analista, bensì la sua capacità di sostenerli ed elaborarli invece di scaricarli. Affermando che il controtransfert costituisce “una creazione del paziente della mente dell’analista”, e quindi una via di accesso ai suoi affetti inconsci, Heimann capovolge la concezione freudiana.  L’attenzione fluttuante va dunque integrata con risposte emotive fluttuanti.  Anche se non le sfugge il rischio che l’analista attribuisca al paziente ciò che invece gli appartiene, la Heimann ritiene che, essendo troppo arduo distinguere il transfert dell’analista sul paziente dal controtransfert vero proprio, sia opportuno includere nel controtransfert la totalità degli affetti che l’analista prova verso il paziente.

In grande consonanza con Heimann, Racker – partendo dalla critica del “mito della neutralità analitica” – attribuisce la prolungata sottovalutazione dell’importanza del contro-transfert all’”idea illusoria che l’analisi sia l’interazione tra una persona malata e una sana” (1957, 177). Anch’egli considera gli affetti dell’analista un prezioso strumento di lavoro: in un primo tempo, l’analista non può che sopportare il controtransfert (l’effetto degli affetti del paziente, che gli vengono “comunicati” senza la mediazione del linguaggio verbale); successivamente, sarà l’analisi del contro-transfert a rendere comprensibili e rappresentabili gli affetti e le emozioni, che formeranno la base di interpretazioni efficaci e vitali. Così, anche le reazioni controtransferali più patologiche possono essere utilizzate per comprendere il transfert del paziente e la natura del rapporto analitico.

Questa importante svolta nel modo di concepire la relazione tra analista e paziente contribuisce al superamento dei precedenti limiti di analizzabilità: la valorizzazione della dimensione preverbale nell’analisi (in quanto le emozioni dell’analista diventano un canale privilegiato per accedere a quanto il paziente non può rappresentare ed esprimere attraverso il linguaggio) consente l’estensione del trattamento psicoanalitico ai casi limite e ai pazienti con personalità narcisistica, e facilita la via all’allargamento dell’analisi ai bambini e agli adolescenti.

Il concetto di contro-transfert della Heimann e di Racker si fonda su quello di identificazione proiettiva (M. Klein, 1946); alla base di esso, è il modello della relazione madre-infante, che verrà ulteriormente sviluppato da Bion, con una specifica sottolineatura delle funzioni comunicative dell’identificazione proiettiva e della sua elaborazione attraverso la reverie materna, volta a contenere, trasformare e dare un senso alle proto-emozioni (elementi sensoriali grezzi) del bambino, in modo che egli non ne sia sommerso.

I loro scritti avviano ampie rivisitazioni del concetto di controtransfert, a partire dalla sua stessa definizione, e discussioni accese sulla sua origine, il suo significato, il modo di utilizzarlo. Molti autori ne estendono il significato ben oltre i confini della concezione freudiana, fino ad includervi tutte le fantasie e i sentimenti dell’analista nei confronti del paziente (concezione “globalista”), ne evidenziano il ruolo di strumento atto a favorire un accesso diretto ai livelli più primitivi e meno strutturati della mente del paziente, sottolineano ruolo cruciale che nell’esperienza analitica giocano elementi quali il silenzio, il preverbale, il gioco e l’illusione ed evidenziano il contributo del paziente nel produrre le risposte controtransferali dell’analista, valorizzando gli aspetta relazionali e simmetrici della relazione analitica.  Autori come Winnicott (1947; 1960), Searles (1958), la Little (1951) e la Tower (1956) contribuiscono alla comprensione delle emozioni controtransferali, ciascuno dal proprio punto di vista, accomunati però dalla concezione della situazione analitica come una relazione attraversata da continue e reciproche comunicazioni inconsce. Non tutti gli psicoanalisti, tuttavia, accettano questi nuovi punti di vista e sorgono vivaci controversie tra sostenitori della concezione “globalista” e rappresentanti della “concezione classica” del controtransfert (tra cui A. Reich, 1949, 1959; e R. Fliess, 1953). 

Concezioni attuali.

Nel tempo, gli analisti sono diventati più avvertiti nel cogliere i pericoli insisti in un uso automatico del controtransfert, pur riconoscendone la fondamentale potenzialità euristiche. Già Racker, del resto, pur pure evidenziando magistralmente l’utilità del controtransfert come strumento di comprensione, non ne misconosce gli aspetti problematici di possibile contro-resistenza dell’analista.

Le posizioni degli analisti attuali sono molto variegate: alcuni, in linea con la concezione freudiana, propendono per una definizione del contro-transfert come evento delimitato e circoscritto e lo considerano la manifestazione di una resistenza (Semi, 1998, 2006), in quanto espressione dei bisogni e dei conflitti inconsci dell’analista; altri, sottolineando gli aspetti relazionali del processo analitico, evidenziano gli elementi di inevitabile interazione insiti nella dinamica transfert-contro-transfert, e optano per una concezione ampia del contro-transfert, concepito come una trama profonda del processo analitico piuttosto che come situazione acuta, come emergenza transitoria (Di Benedetto, 1991; 1998; Vallino Macciò, 1992). Molti di loro pensano che il controtransfert, pur rappresentando una preziosa via di accesso al non ancora rappresentato del paziente, non cessi per questo di essere un ostacolo e che, prima di poterlo utilizzare come base di un’interpretazione, vada elaborato attraverso l’autoanalisi dell’analista (Russo, 1998, 2003).  Personalmente penso che, nonostante sia innegabile che in molti casi il contro-transfert costituisca un importante via di accesso ad elementi non ancora rappresentabili operanti nella relazione analitica, e pertanto un irrinunciabile punto di partenza per un processo figurativo e elaborativo, esso non possa essere pensato come uno strumento tecnico utilizzabile in modo agevole o automatico, per molteplici ragioni: perché il contro-transfert è per definizione inconscio e l’idea che sia possibile monitorarlo continuamente per tenerlo sotto controllo appare illusoria (Little, 1951; Tower, 1956; Pick, 1985; Turillazzi, 1994); perché la difficoltà di distinguere il contro-transfert “normale” da quello “patologico” (Money Kyrle, 1956) rende troppo opinabile la sua utilizzazione automatica come indicatore del mondo interno del paziente (Riolo, 1998); perché gli affetti dell’analista non sono né programmabili né decidibili (Bolognini, 2002); per il fatto che l’analista deve compiere un profondo e impegnativo lavoro di elaborazione interiore prima di poter utilizzare il contro-transfert come un’utile risorsa (Ruggiero, 2011); e infine, perché il contro-transfert, qualunque sia l’uso conoscitivo che l’analista ne fa, interferisce inevitabilmente con il processo analitico in quanto il paziente lo percepisce e ne è influenzato (Racker, 1957; Searles, 1958; Rosenfeld, 1987). Direi che la concezione del controtransfert prevalente oggi è che esso rappresenti sia un ostacolo che una risorsa (Ferruta, 1998; Turillazzi Manfredi, 1989) e che costituisca una formazione di compromesso una entità complessa contenente le risposte dell’analista fuse e mescolate con gli aspetti proiettati dal mondo interno del paziente (Jacobs, 1999).

Quello di controtransfert rimane a tutt’oggi un concetto piuttosto ambiguo.   Grosso modo, le questioni più controverse riguardano: la possibilità o meno di distinguerlo dal transfert dell’analista; l’estensione del concetto di contro-transfert; la sua natura di ostacolo e/o di risorsa; il peso dell’analista nell’influenzare il transfert del paziente, e conseguentemente i livelli di simmetria e asimmetria presenti e auspicabili nel rapporto analitico.

Sebbene Gabbard (1993) lo ritenga il terreno comune emergente della psicoanalisi contemporanea, quello di contro-transfert permane a tutt’oggi un termine ambiguo e controverso, che designa una varietà di concetti teorico-clinici non facilmente sovrapponibili.

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Novembre 2013