Corpo nella psicoanalisi (Il)

A cura di Marisa Pola

Ives Klein, 1962

L’interesse per il corpo e la relazione corpo-mente è presente nella psicoanalisi fin dalla sua nascita, ed è, oggi, tornato al centro del dibattito.

Freud attribuì un ruolo centrale al corpo a partire dagli Studi sull’isteria (1895), in cui osservò che alcune sue pazienti presentavano sintomi somatici associati a disturbi psichici. Ravvisò una connessione tra fisico e mentale in conseguenza della quale elaborò il concetto di pulsione (Pulsione e loro destini 1915) come «limite tra lo psichico e il somatico» .

Il significato psicoanalitico del corpo assume ancora maggior centralità nella seconda topica, nell’Io e l’Es, in cui il corpo svolge quella funzione dell’Io necessaria alla costituzione del senso d’identità. «L’Io è innanzitutto un’entità corporea» (Freud,1928:488) e Freud più tardi aggiungerà: «L’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque venire considerato come una proiezione psichica della superficie del corpo». Il corpo e i suoi affetti, nonostante ancora un certo dualismo corpo-mente presente in Freud, diventano prioritari nella costruzione dell’Io.

Successivamente, la psicoanalisi ha considerato il legame tra il corpo e la mente  fondamentale nella strutturazione dell’Io e nella relazione con la realtà. Winnicott e Bion svilupperanno una concezione più vasta rispetto a Freud, di maggiore continuità tra l’organico e lo psichico.

Winnicott (1949-1950) individua nella corporeità il punto di partenza e sviluppo dell’Io. Per l’autore, gradualmente arriviamo a vivere noi stessi come abitanti dei nostri corpi ed esiste una sola unità «psiche-soma». Quando la mente é legata al corpo, attraverso l’«holding materno»  si sviluppa il vero Sé. Isolata dal corpo, si potrà soltanto sviluppare il falso Sé.

Bion (1950) concentra la sua osservazione sugli organi di senso come strumento di accesso alla percezione della realtà e condensa nella “griglia” un modello secondo il quale il pensiero è una diretta evoluzione dei livelli sensoriali. Partendo dallo scritto di Freud Sui due principi dell’accadere psichico (1911), Bion amplia l’ipotesi di Freud e ritiene che pensiero ed emozione siano inseparabili e che il corpo sia il punto di avvio per i fenomeni di pensiero. La mente si sviluppa attraverso un continuo processo di apprendimento dall’esperienza emotiva (Apprendere dall’esperienza, 1962) ed è in continua trasformazione, attraverso un processo dinamico. La capacità di contenimento ed elaborazione delle emozioni è alla base del fare esperienza e del poter utilizzare la funzione della mente, che viene esperita dal bambino sin dalla nascita «attraverso la reverie materna».

Il ruolo delle emozioni vissute – punto cardine per Bion – dà in questo modo avvio ad una nuova psicoanalisi. L’analisi e la relazione analitica attivano un funzionamento mentale capace di reggere l’impatto con le emozioni e permettono il cambiamento. Il corpo concreto, nel qui e ora della seduta psicoanalitica, viene considerato da Bion come una potenzialità di pensiero in divenire, come un pensiero in attesa di essere pensato, laddove il ruolo dell’analista  può essere assimilato a quello della levatrice di un pensiero che sta per nascere (Lombardi 2016).

 

Sviluppi attuali

Attualmente il legame tra il corpo e la mente è considerato fondamentale dalla psicoanalisi e i numerosi contributi teorici sviluppano una concezione più ampia tra l’organico e lo psichico. Marty (1976-80) ipotizza la natura psicosomatica dell’inconscio e dell’emergere del corpo nella depressione essenziale. Mahler e McDevitt (1982) sviluppano osservazioni psicoanalitiche sulle fasi precoci dello sviluppo individuale, mettendo in evidenza l’importanza delle funzioni corporee e sensoriali nel bambino. Bick (1968) evidenzia come il ruolo della pelle influenzi l’interazione oggettuale precoce. Gaddini (1989), attraverso le sue osservazioni cliniche sui disturbi risalenti alle prime fasi dello sviluppo postnatale, descrive un’organizzazione mentale di base (OMB) che comprende fenomeni tanto elementari quanto complessi del primo organizzarsi della mente ai confini del corpo. McDougall (1982, 1995) mette in rilievo le implicazioni psicoanalitiche sulla corporeità dando voce al linguaggio del corpo, che trova espressione nella relazione analitica permettendo al corpo stesso di esprimersi in maniera simbolica. Didier Anzieu (1985) ritiene che la pelle serva come un modello di un Io primitivo, che definisce “Io pelle”. Assoun (1997), attraverso il suo lavoro sulla clinica del corpo, ripercorre le teorie di Freud ed evidenzia come nel pensiero freudiano non vi sia una categoria omogenea del corpo. Aron Anderson (1988) segnala come l’esperienza del corpo possa  nascere nell’esperienza analitica. Ogden (1989) individua nella modalità contiguo-autistica la base sensoriale dell’esperienza (il Sè si sviluppa a partire dalle sensazioni corporee, in particolare su sensazioni cutanee). Egle Laufer (1991, 2005) considera il corpo come «un oggetto interno» che si crea fin dalle prime esperienze con la madre e con il suo corpo. Resnick (2002) individua nel ruolo del corpo la nascita della persona ed evidenzia come nella psicosi la negazione del corpo determini la depersonalizzazione.

Più di recente la psicoanalisi si è dovuta anche confrontare con i progressi  nel campo psico-biologico e delle neuroscienze e ha dovuto recuperare la centralità del corpo sia nella teoria che nella clinica (Lombardi 2016), per rispondere, anche, alle nuove tipologie dei pazienti (Gaddini 1984, Lombardi 2016). Anche lo sviluppo dell’informatica e l’intelligenza artificiale hanno profondamente influenzato il funzionamento mentale (Lingiardi 2008, Lemma 2010), offrendo da una parte evidenti vantaggi, dall’altra rendendo ancora più problematica la relazione corpo-mente (Lombardi 2016). Già Freud (1929) nel Disagio della civiltà segnalava sia positivamente che in senso problematico quanto lo sviluppo della tecnica avesse ampliato il potere dell’uomo. Oggi siamo di fronte a una «mutazione antropologica», come disse Pasolini, e l’uomo, trasformato in macchina, si allontana dal corpo e quindi dal suo sentire-pensare e  dalla relazione con sé stesso. Il corpo e la mente sono come catturati e talvolta intrappolati: computer e smartphone sempre più sofisticati hanno creato nuove forme di comunicazione sociale (Lombardozzi, 1977) e sono diventati «oggetti-protesi», con cui viviamo in perfetta simbiosi, con cui dialoghiamo e da cui dipendiamo. Oggetti sé, «sempre più umanizzati e dotati di funzioni mentali» (Lingiardi 2017), con cui interagiamo in un cyberspace dove possiamo correre il rischio di perdere l’ancoraggio al corpo e diventare «macchina acefala». 

 

Una prospettiva clinica

 

Se l’identità in senso biologico – «Io sono corpo», scrive Merleau-Ponty (1945) – vacilla, siamo, come analisti, chiamati ad aiutare chi si rivolge a noi nel complesso cammino della soggettivazione. La soggettività, in accordo con Matte Blanco, ripreso da Grotstein (2004), è comprensiva dell’intera personalità e dei suoi sé componenti (Grotstein 2004)  ed «emerge quando la mente diviene consapevole di sé stessa nell’atto del percepire e di rispondere ad un oggetto». Grotstein (2004) aggiunge, sulla scia di Tausk (1919) e Federn (1952 ), che il bambino nasce «con una psiche che ancora deve essere incarnata e solo quando la mente accetta la responsabilità della sua soggettività diventa “soggetto dell’essere”» (Grotstein 2004, pag. 152), ossia persona al centro della sua storia come protagonista responsabile della sua vita. Al di fuori di questo processo c’è l’«indifferenziato Io vuoto», che la Tustin (1990), nel parlare dei nuclei autistici, chiama «buchi neri» (S.Vegetti Finzi, 2002). Per accedere ad un Io vivo, è necessario partire dalle sensazioni e dalle emozioni generate dal corpo-mente.

  1. Ferrari e R. Lombardi sviluppano una innovativa concezione sul corpo e sulla relazione corpo-mente e sul valore del corpo rispetto alla realtà psichica. Le loro osservazioni cliniche si rivelano particolarmente efficaci con i pazienti per i quali è compromessa sia la capacità di pensiero che il contatto con le emozioni, e le loro ricerche rivelano elementi di accordo con altre discipline. Per esempio, concordano con Damasio nel riconoscere la necessità di una continuità tra mente e corpo, e con la Bucci (1997) in riferimento alla teoria del codice multiplo e al concetto di subsimbolico riferito al corpo, che comprende l’unità mente-corpo.

Ferrari sviluppa e amplia il pensiero di Bion e individua nel corpo, oggetto originario concreto della mente (OOC), il punto da cui ha origine il funzionamento mentale. Il corpo, inteso in senso fisico, genera sensazioni, percezioni ed emozioni a partire dagli organi di senso, gli «organizzatori fisici», che hanno funzione di coordinamento delle sensazioni percepite. Tale funzione é equiparata ad una funzione psichica. Grazie alla reverie materna, si abbassa la pressione marasmatica, il corpo si «eclissa» e si avvia la nascita dei primi fenomeni mentali.

Dalla registrazione del dato sensoriale hanno origine due relazioni primarie: “verticale” (corpo-mente), riferita alla relazione che il soggetto intrattiene con sé stesso, e “orizzontale” (bambino-madre), che attiene alle relazioni interpersonali, laddove nella relazione analitica il primo interlocutore è l’analista.

La relazione verticale si andrà articolando attraverso la capacità di simbolizzazione, rappresentazione e astrazione. Le emozioni, originate dalle sensazioni corporee, vengono filtrate attraverso una funzione che Ferrari ha definito «rete di contatto» e si attiva a partire dal corpo nell’interscambio tra sensazione, emozione e pensiero.

Alla luce di questa ipotesi la relazione corpo-mente è vista in una continua dinamicità e movimento disorganizzante-organizzante, armonico-disarmonico. Nella condizione armonica corpo e mente sono integrati e in dialogo tra loro; in quella disarmonica, in cui predomina una sensorialità marasmatica che compromette le capacita riflessive e di pensiero, si sviluppa una conflittualità tra corpo e mente, come nelle psicosi. Se, all’opposto, c’è un’eccessiva prevalenza di astrazione intellettuale e uno scarso interesse per le sensazioni e le emozioni e i sentimenti , il corpo può essere attaccato concretamente fino a scomparire all’orizzonte della mente, come avviene in particolare nelle patologie alimentari (Lombardi 2016). La disarmonia corpo-mente è spesso legata a lacerazioni molto precoci della personalità a causa della mancata reverie.

Lombardi individua nel corpo e nella relazione corpo-mente, così come nella  conflittualità che si può generare tra queste due entità, il centro della sua ricerca clinico-teorica, il cui focus non è il corpo pulsionale, ma i limiti posti dal nostro stesso corpo, in grado  di «generare una conflittualità specifica che ci fa sentire schiavi nonché prigionieri della nostra natura concreta» (Lombardi 2016). La conseguenza di questo conflitto, come è stato segnalato da molti autori e come esperiamo nella clinica oggi, è l’irraggiungibilità di certi pazienti nel contesto delle relazioni interpersonali, in cui é il corpo del soggetto a diventare irraggiungibile dalla mente, e viceversa, tanto che essi si escludono a vicenda ingenerando una dissociazione corpo-mente.

La dissociazione di cui si parla si differenzia da quella comunemente studiata, frutto di un conflitto non  primario e legata a situazioni traumatiche non elaborate. Lombardi, in sintonia con Ferrari, si riferisce a forme disarmoniche in cui il conflitto corpo-mente diventa intollerabile e il corpo continua ad esistere concretamente, ma scompare all’orizzonte della mente. Se consideriamo che l’accoglimento e la considerazione che la mente ha del corpo è alla base di ogni operazione pensante, la conseguenza è che l’assenza di riferimento alla realtà del corpo implica l’assenza della mente.

La relazione e lo spazio analitico diventano il luogo dove il corpo reale del paziente e quello dell’analista sono in reciproca relazione, e in questa interrelazione si costruisce un ponte tra corpo, affetto e pensiero (Lombardi, 2000). Il  transfert e il contro-transfert si declinano come «transfert sul corpo», inteso come prima risposta alla necessità di creare un primo nucleo di funzionamento nel paziente, il quale, riconoscendosi nella sua essenza corporea, sperimenta una base di partenza per un Io funzionante. Successivamente potrà consentire al paziente stesso un lavoro ricostruttivo quando è in relazione con il suo corpo e le sue emozioni (Lombardi 2016).

Il controtransfert corporeo è riferito al transfert dell’analista sul proprio corpo «come condizione necessaria per accompagnare l’elaborazione di avvicinamento dell’analizzando al proprio corpo» (Lombardi 2016). Nel controtransfert somatico è l’analista nella sua globalità ad essere coinvolto per contenere prima di tutto nel proprio corpo le manifestazioni pre-simboliche e concrete, che anticipano la nascita di fenomeni emozionali e mentali (Bion1979), affinché si creino le condizioni per l’attivazione della funzione Alfa e quindi la generatività dei primi fenomeni consci e inconsci (Bion 1962; Lombardi – Pola 2010). 

 

 

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Vedi anche: