De Toffoli Carla

carla1A cura di Francesca Izzo

Foto d’archivio

Autori: Carla De Toffoli

PRESENTAZIONE

Carla De Toffoli, specialista di malattie nervose e mentali, psicoanalista con funzioni di training della Società  Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytic Association si è occupata a lungo dello studio e del trattamento psicoanalitico delle patologie gravi. La sua concezione del tutto originale del rapporto corpo-mente è il nucleo della sua ricerca psicoanalitica.  Nonostante la complessità del suo lavoro, De Toffoli riesce a farsi ascoltare dal lettore, gli va incontro. Scrive “Ognuno di noi per imparare a passare dall’una all’altra parte senza perdere sé stesso ha bisogno di esservi accompagnato da qualcuno che conosce già il viaggio di andata e ritorno, il sonno, il sogno e il risveglio che sa stare nel paradosso senza tentare di risolverlo” (C. De Toffoli, 2009 in Transiti Corpo- Mente. L’esperienza della psicoanalisi, a cura di B. Bonfiglio, 2014, Franco Angeli, pag. 289 ).  Sin dal suo primo lavoro “Note sullo scorrere del tempo e prime esperienze di identità” pubblicato nel 1984, l’autrice volge la sua attenzione all’area  del preverbale della relazione analitica e ai funzionamenti primitivi della mente in cui “affondano le radici del lavoro psicoanalitico”, a  quel livello in cui “i fenomeni di fusione, identificazione e accadimenti somatici” intessono il legame analitico di elementi di entrambi i partecipanti, in modo tale “che il lavoro e la presa di coscienza sono possibili solo se bilaterali” (ib. pag.33). E’ in questa articolata comunicazione inconscia tra paziente e analista che si fonda la possibilità di un passaggio dall’area preverbale a quella simbolica e comunicabile.

Questa citazione, letta a posteriori, è al contempo l’enunciazione di un metodo, una presentazione di sé e la definizione del campo in cui Carla De Toffoli  promuove la sua ricerca.

La sua concezione della relazione analitica “almeno bipersonale”, che coinvolge non solo le menti ma anche i corpi del paziente e dell’analista, richiede un’espansione della coscienza e la concezione di una coscienza incarnata. In accordo con il pensiero dell’ultimo Bion, la riflessione  sulle condizioni di espansione della coscienza onirica e della veglia, la porterà nel tempo verso una teoria del funzionamento della mente che da campo psichico “almeno bipersonale”, evolve in  un campo psichico multidimensionale in cui è possibile includere fenomeni di comunicazione inconscia infrasensoriale. Come ben rappresentato nel suo lavoro clinico, in cui proposizioni teoriche e agire clinico non sono mai disgiunti,  quando nella relazione analitica si crea “ un luogo affettivo-mentale coincidente per il paziente e l’analista” esso diviene luogo d’incontro “a prescindere dagli usuali strumenti comunicativi” (ib., pag. 99)

Nel suo vibrante apporto alla psicoanalisi Carla De Toffoli può essere considerata una pioniera ed evoca alcuni tratti che Gerald Holton, fisico, storico della scienza della Harvard University, nel suo libro “L’immaginazione scientifica” ( Einaudi, 1983) osserva nell’opera di molti scienziati creativi: “l’adesione a pochi temi a cui sono legati da una grande fedeltà  esplicita o implicita; la trattazione di questi temi che sin dagli inizi  comunicano l’energia nascente delle grandi intuizioni scientifiche; la consapevolezza che ogni scoperta richiede un’espansione della coscienza umana.” (ib.,  pag. XII )

Il CONTRIBUTO ALLA PSICOANALISI

Il pensiero di Carla De Toffoli, per la sua ricchezza e  originalità è uno dei contributi più innovativi della  psicoanalisi italiana. La raccolta dei suoi scritti, tra cui alcuni inediti, pubblicata nel 2014 a cura di Basilio Bonfiglio, “Transiti corpo-mente. L’esperienza della psicoanalisi” ,   costituisce uno strumento prezioso per conoscere la proposta teorico-clinica di questa maestra della psicoanalisi. In ognuno dei lavori della raccolta, i riferimenti teorici ad autori psicoanalitici a lei vicini,- in primis Bion e Winnicott- così come le sue proprie teorizzazioni, sono intessuti  in intense sequenze di  interazioni psicoanalitiche. Si potrebbe dire che è proprio dal lavoro elaborativo dell’esperienza analitica che nascono interrogativi e intuizioni teoriche che poi tornano alla clinica in un andamento circolare. In questo ha molte similitudini al modo di procedere e teorizzare della Milner. (Illuminante sul suo metodo, oltre che commovente, la rilettura a pag. 249, del caso di Susan dal testo Le mani del Dio vivente che chiuderà questo lavoro).

Carla De Toffoli è sempre partecipe dell’esperienza, con la sua  mente e con il suo corpo inteso come materia pensante, depositario al pari del corpo del paziente, di memorie inconsce corporee e di un sapere inconscio anche transgenerazionale. Corpo e mente che, nella sua teorizzazione,  sono concettualmente inquadrati  in un  rapporto di tipo complementare e quindi secondo una modalità d’interazione  non gerarchica ma paritaria. Quando Bohr nel 1927, al Congresso Internazionale di fisica di fronte a scienziati del calibro di Fermi, Heisenberg, Planck, Lorentz, Pauli ed altri, presentò per la prima volta il suo concetto di complementarità, fu perché alla luce degli esperimenti era arrivato alla conclusione che in certi casi :”è possibile esprimere la totalità della natura soltanto attraverso forme di descrizione complementari.” ( G. Holton, L‘immaginazione scientifica, pag.100). Allo stesso modo per Carla De Toffoli, la totalità di psiche-soma richiede analoghe forme complementari di descrizione senza  dover risolvere artificialmente dicotomie e senza cadere in una posizione dualistica o in un monismo riduzionista.

Questi aspetti, che esprimono la ricchezza del suo percorso e delle sue intuizioni, sono anche ciò che rende la lettura dei suoi lavori complessa. Come accadeva a chi ha potuto ascoltare le sue relazioni ai convegni, nel lettore si produce lo stesso tipo di silenzio attento. Una forma di coinvolgimento  che lo avvicina al piano della dimensione inconscia, creando in lui a volte quasi un senso di spaesamento e perdita di coordinate abituali, perché ogni lavoro ha un’area che è anche un’immersione in una dimensione di cui non si vedono i confini. Si è portati vicini “all’ombelico del transfert”,  secondo una felice parafrasi dell’autrice, porta dell’ignoto, a cui in qualche modo è necessario “arrendersi”. Nelle vignette cliniche si è introdotti in un ‘area di complessità, in cui l’accadere psichico della coppia psicoanalitica non si può comprendere seguendo la logica della  sequenzialità lineare di causa-effetto. Quando il campo analitico si espande, il corpo e la mente del paziente e dell’analista comunicano inconsciamente a diversi gradi di consapevolezza; quando entrambi sono partecipi di un’esperienza di risonanza all’unisono, lo stesso lettore ne diviene partecipe. Per questo la suddivisione per temi che seguirà spero non sacrifichi troppo la ricchezza della tessitura con cui Carla De Toffoli espone il suo pensiero.

TRANSITI CORPO- MENTE

Il nucleo dell’originale contributo di Carla De Toffoli è incentrato intorno alla sua concezione del rapporto corpo-mente. La sua prima e fondante asserzione è che corpo e mente sono profondamente co-determinati e che “I processi per cui il soma viene dotato di vita psichica e la psiche si rappresenta nel corpo necessitano di una costante oscillazione tra l’essere uno e l’essere due” ( De Toffoli, 2009 in Transiti corpo-mente, pag. 292).  Dal lavoro somato-psichico della coppia materno-fetale nel “laboratorio perfetto” della gravidanza, alle prime fasi dello sviluppo, fino alla riattualizzazione nel processo analitico,  “la continuità tra gli inconsci è anche una continuità psicosomatica tra corpi e psiche della coppia “( ib., pag. 39). E’ solo nella cornice  di un modello bipersonale, “che si può comprendere come  l’individuo si formi e si costituisca fin da principio come unità psicosomatica all’interno di un unico sistema biologico implicante due esseri umani: due unità corporee e due avventure psichiche inestricabilmente connesse e che vicendevolmente si riverberano in un ininterrotto processo di trasformazioni dal somatico allo psichico e di nuovo al somatico” (ib., pag. 175). Da qui l’ affermazione “che la matrice psicosomatica dell’esperienza di sé si forma e può essere compresa solo all’interno di un contesto almeno duale” (ib.,  pag. 142)

In accordo con le concezioni di Winnicott, De Toffoli osserva che quando  irrompono eventi traumatici precoci che esitano in uno scollamento dell’unità psicosomatica del sé in formazione, l’analista può trovarsi a cercare il paziente nel luogo di quello scollamento  originario “ fino ad un transfert di tipo neonatale o placentare” (ib. pag. 45) A questo livello di funzionamento primitivo e non simbolico della mente, le tracce traumatiche “sono al contempo ineffabili e tangibilissime per i vissuti di non esistenza che generano” (D. Cinelli, 2015). Includere anche  gli  accadimenti somatici del paziente e dell’analista  tra i fenomeni di transfert, e prestare loro attenzione per capire a cosa si leghino o cosa essi esprimano nella relazione analitica, rende il corpo  “luogo concreto delle valenze transizionali, nel senso che l’esperienza incarnata può essere considerata l’inizio della creazione di uno spazio potenziale tra sé e l’altro, di uno spazio psicologico potenziale tra l’esperienza riflessiva e l’esperienza percettiva” ( P. Passi, 2015). Se in quest’ottica si riconosce anche al corpo un “conosciuto non pensato” (Bollas), è anche immaginabile arrivare a riconoscere nel linguaggio sintomatico del corpo, un altro “codice di elaborazione dell’esperienza” ( De Toffoli, 2001, in  Transiti Corpo-Mente pag. 154);  un altro modo di trascrivere le memorie implicite che l’affinamento del  metodo psicoanalitico e le ricerche scientifiche sulla memoria, comprese quelle che indagano gli esiti del loro recupero con il metodo psicoanalitico, dovrebbero nel tempo sempre più poter decifrare. (C. Alberini, 26 novembre 2016, relazione alla Giornata Nazionale del gruppo di Ricerca Psicoanalisi e Neuroscienze, Roma )

La seconda asserzione è che all’interno di questa visione non dualistica, corpo-mente sono un’unica realtà.  Lo psichico e il somatico non sarebbero quindi in un rapporto gerarchico con Mente che domina Corpo, (Bion, 1979 cit. pag. 288) in quanto il corporeo è esso stesso un evento psichico anche se in una forma a noi sconosciuta. (Freud, 1940, 585, cit. a p. 148), il modello bipersonale  apre spazi “ di significazione affettiva, o di incarnazione somatica dei reciproci vissuti, emotivi, psichici o corporei che siano.” (ib., pag. 143) e necessita per l’analista di “una dotazione ideo-affettiva capace di transitare in entrambe le direzioni”. La  tesi di Carla De Toffoli è che “questo sia possibile in particolari contesti relazionali utilizzando come veicolo e tramite, la risposta affettiva dell’analista, intendendo gli affetti come legame di elezione tra la psiche e il soma” (ib. pag. 72). Le illustrazioni cliniche offrono esempi di questa oscillazione tra l’Io e il Tu, tra Psiche e Soma,  descrivendo bene la possibilità di significare, in particolari condizioni, tracce traumatiche che si possono presentare anche sotto forma di sintomo sia nel paziente sia nell’analista, quando questi incarna nel suo corpo le memorie somatiche  ancora inaccessibili del paziente. La realizzazione di questi fenomeni  transferali in cui  la coscienza-corpo dell’analista entra in risonanza con le aree preverbali e prerappresentative del paziente, attiva nell’analista l’”immaginazione speculativa” (Bion)  e  crea  un ‘sogno della veglia’ che attraverso la voce del campo analitico può attribuire senso e parola alle esperienze traumatiche  precoci inscritte  nel corpo del paziente. Per questa via si può iniziare a tracciare un sentiero che  conduce dal segno al significato. Nell’altra direzione è altrettanto significativo, “di fronte ad un fatto psichico, riconoscere in quale corpo o in quale storia del soma si radica e si rappresenta” (ib., Winnicott, 1989, cit. pag. 143).  Ma se corpo e mente sono un’unica realtà viene meno non solo la posizione dualista propria del pensiero occidentale, ma anche quella concezione che interpreta il sintomo somatico come un difetto di mentalizzazione, o buco nella capacità di simbolizzazione o ancora come scarica di elementi mentalmente indigeribili nel corpo. “Il metodo analitico offre l’opportunità che un evento originario conosciuto come somatico da parte dell’uno, si riattualizzi e venga contestualmente conosciuto come psichico da parte dell’altro, rendendo visibili contemporaneamente le due facce della stessa realtà umana che denominiamo psiche-soma”(ib. Pag.152). Suggerisco in proposito la lettura di due casi clinici ( da pag. 78 a 83 e da pag.254  a pag. 256).

Se mente e corpo sono un’unica realtà, la terza asserzione è che corpo e mente sono fatti della stessa materia e questa materia assomiglia sempre più al pensiero (ib., pag. 249).  Questo significa ampliare la concezione della mente intendendola come “una mente estesa al corpo ed inerente ai processi somatici, una mente delle cellule, anche se la sua elaborazione come pensiero necessita del funzionamento cerebrale.”(De Toffoli, 2007a, ib, pag. 246) Questa posizione, nella linea del pensiero freudiano, (Freud 1922) è stata maturata nel corso degli anni. Nel 2007 scrive “chiamiamo corpo-mente l’esperienza di noi stessi in quanto oggettivamente pensabile, e psiche-soma la stessa esperienza nel suo essere percepita come soggettiva e vivente” (ib., pag. 246). Nel 2009  scrive “..chiamiamo soma ciò che può essere percepito attraverso i cinque sensi e sottoposto a valutazione oggettiva, chiamiamo psiche ciò a cui diamo soggettivamente significato.”  Quindi un unico processo del reale in cui corpo e psiche sono fenomeni complementari che sono sensorialmente diversi solo per il nostro intelletto. In cui la relazione causa-effetto con il fisico che causa lo psichico o viceversa, non è da considerarsi valida in quanto corpo e mente sono  governati dalla stessa legge fisica della complementarità di  Bohr, per la quale non possono manifestarsi contemporaneamente allo stesso modo in cui nel mondo della fisica sono complementari l’onda e la particella.  Quindi non si tratta della natura della realtà ma del modo in cui essa viene percepita. In quest’ottica psiche, corpo, mente, soma, sono categorie della coscienza e il lavoro che ci è richiesto non può riguardare questi processi in sé inconoscibili per le nostre attuali capacità percettive e cognitive ma piuttosto quello di portare l’attenzione sugli stati di coscienza.

Un bell’esempio di questo esercizio lo troviamo ne “Il sapere inconscio inscritto nel corpo” del 2007 in cui Carla De Toffoli si immerge nella rilettura del famoso caso, tratto da “La creatività e le sue origini”, in cui a Winnicott il paziente maschio disteso sul lettino appare come una ragazza. La riflessione di De Toffoli si focalizza sulla comprensione dei livelli di coscienza multipli  sperimentati da Winnicott in quella seduta. Con grande naturalezza l’ analisi dei 3 diversi livelli di coscienza viene esplicata  secondo categorie bioniane.

1. La coscienza sensoriale. Che si realizza nel percepire attraverso i sensi, la presenza  di un paziente di sesso maschile. ( Espansione   nel campo del senso).

2. La percezione attraverso la coscienza di ciò che viene “intuito” attraverso la comunicazione inconscia infrasensoriale. “Il vedere lo psichico (una femmina, cioè l’incarnazione della follia della madre) e insieme la prefigurazione di un significato nascente qualora la percezione sensoriale venga illuminata da ciò che è giunto intuitivamente dall’inconscio; l’accettazione del paradosso (Espansione nel campo del mito)” (ib. pag. 247)

3. La coscienza della presenza della passione, che attraverso il “registro dell’immaginario” introduce nel legame analitico un significato sconosciuto “che  consente a un sogno libero da spazio e tempo di muoversi tra le individualità e le generazioni   ( Espansione nel campo della passione)” ( ib. pag. 248)

L’INTELLIGENZA UNICA FONDANTE IL TESSUTO DELLA VITA.

Ma se la realtà della nostra esperienza umana è unitaria, allora è necessario  riferirsi ad un campo di conoscenza  unificato  che includa altri saperi  e allo studio di  quei principi che regolano la natura di cui l’umano è parte. Scrive il fisico Rovelli “..Non c’è nulla in noi che sfugge le regolarità della natura […] Non c’è nulla in noi che violi il comportamento naturale delle cose. Tutta la scienza moderna, dalla fisica alla chimica, dalla biologia alle neuroscienze, non fa che rafforzare questa osservazione… Non ci sono “io” e  “ i neuroni del mio cervello”. Si tratta della stessa cosa. Un individuo è un processo, complesso, ma strettamente integrato.”( C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi 2014, pag.79). Nella ricca  bibliografia di questa maestra della psicoanalisi troviamo molti riferimenti a importanti scienziati, biologi, fisici, chimici oltre che filosofi e letterati così come ai contributi di altre culture. Profonda conoscitrice dei lavori di Bion, apprezza la sua idea di cercare in altri linguaggi non solo psicoanalitici modelli di comprensione della mente.  Ma la conoscenza di questi linguaggi non la conduce ad innesti impropri tra discipline tanto diverse, quanto ad utilizzarli, in attesa di prove scientificamente sostenibili, alla stregua di miti scientifici con cui sostenere  la sua immaginazione speculativa. (Bion 1998 pag. 63) Nei suoi lavori troviamo ampi riferimenti alle concezioni della biologia evoluzionista di Maturana e Varela,  o a quelle dell’etologo Lorenz , ma è soprattutto l’ampliamento del suo interesse verso la fisica quantistica e al suo principale paradigma che orienta il suo pensiero negli ultimi lavori. Il paradigma quantistico afferma che non esiste nessun oggetto al mondo che sia isolato, e questo in tempi moderni, in un certo senso,  offre una base scientifica al concetto di sentimento oceanico che  Romain  Rolland intendeva come un essere partecipi ed immersi in un universo condiviso – concetto da cui il Freud psicoanalista era fortemente attratto nonostante la fede “positivista”,  come è riportato nel suo  lavoro del 1929  “ Il Disagio della civiltà”- per fondarlo  in  un nuovo olismo dinamico.  Nel suo lavoro De Toffoli si è ispirata  all’osservazione del fisico premio nobel  De Broglie che riteneva che la struttura dell’universo materiale avesse qualcosa in comune con le leggi che governano il lavorio della mente umana come oggi gli studi più attuali sembrano confermare. O a Pauli che nel 1946 scriveva a Jung come gli stessi concetti psicologici di coscienza e inconscio sembravano presentare molte analogie con “la situazione della “complementarità” nell’ambito della fisica” (Jung e Pauli  Il carteggio originale: l’incontro tra psiche e natura). O alle ipotesi di Bohr che osservava una relazione di complemetarità tra materia vivente e non vivente analoga a quella che esiste nella fisica tra posizione e velocità di una particella. Ipotesi quest’ultima, che ha  portato  C. De Toffoli a domandarsi se il metodo psicoanalitico non si dovesse accreditare tra gli strumenti più adatti  ad indagare la materia vivente della mente umana.  Come per lo stesso Bion, lo strumento psicoanalitico, per la sua capacità di oscillare dall’esperienza soggettiva alla comprensione oggettiva per ritornare nuovamente all’esperienza, le sembrava particolarmente prezioso per indagare la vita psichica. Certamente queste letture hanno costituito un background che ha informato il suo pensiero.

IL CONTRIBUTO CLINICO

Tratto distintivo dell’operare clinico di Carla De Toffoli è: la ricerca dell’unisono come luogo psichico da cui nasce e funziona l’intervento dell’analista.

Sia che si tratti del resoconto di un primo colloquio, o di una seduta particolarmente dolorosa per la paziente, o del lungo percorso che condurrà alla nascita psichica un paziente grave con un funzionamento primitivo della mente, Carla De Toffoli con grande sensibilità riesce a condurci nel punto d’incontro con il paziente che è anche il luogo della risonanza all’unisono. (nota 1)

Nel suo lavoro clinico questa maestra della psicoanalisi, non si occupa solo del transfert “ conoscibile e interpretabile”, ma di quei punti oscuri, che costituiscono la relazione analitica come un “campo psichico” da lei ridefinito “spazio transferale”, in cui l’analista è così implicato che una comprensione o una cura vengono trovate per entrambi o  per entrambi falliscono.

E’ un transfert che può dilatarsi in modo multidimensionale, che può spaventare lo stesso analista, “qualora non abbia facilmente accesso all’area della creatività. Qualora, sentendosi responsabile per la sua parte, non abbia fede sufficiente nel fatto che il gioco delle rappresentazioni di transfert è giocato dall’energia creatrice della vita stessa, che è appunto quell’ignoto in cui lo spazio transferale affonda le sue radici ” ( De Toffoli, 2007, pag. 229).

E’ un transfert dove la funzione generativa del legame analitico si esplica nella convinzione che “l’elaborazione del passato anche transgenerazionale, avviene attraverso il passaggio cruciale dell’assunzione di responsabilità dell’analista dei nuclei traumatici del paziente per il tramite dei suoi propri errori. (Winnicott, La paura del crollo, 1963, cit. in Izzo 2013)

Un lavoro clinico orientato quindi, alla “ ricerca di quel sapere sconosciuto che tesse incessantemente la trama del corpo e della mente di ognuno di noi” ( De Toffoli 2001, pag. 155) e che richiede all’analista la capacità di sostenere la sospensione della mente individuale e di accogliere la comunicazione inconscia infrasensoriale – la realtà a-sensoriale dell’ultimo Bion (Vermote 2011).

Su questo punto nel 2009  Carla De Toffoli scrive:“ Le comunicazioni inconsce senza base sensoriale a cui a volte assistiamo potrebbero essere interconnessioni mediate da scambi di energia ed informazioni a livello elettromagnetico e quantistico. La condizione perché questi fenomeni diano vita a trasformazioni evolutive (K- O), sembra essere uno stato mentale difficilmente definibile, che Bion ha descritto come “assenza di desiderio”, “fede”, “pazienza” e“risonanza in O”. Questi stati di coscienza consentono di sperimentare uno spazio della mente non concettuale, di osservare il flusso delle emozioni e dei pensieri senza giudicarli e senza perdersi in essi” ( De Toffoli 2002 cit. in Izzo 2013)

L’uso vivo della teoria di Bion attraversa tutti i lavori di Carla De Toffoli  e si sviluppa lungo linee di ricerca tanto rigorose quanto originali, trovando nel concetto di espansione della mente nel campo del mito, del senso e della passione ciò che è specifico della psicoanalisi e la differenzia dalla psicoterapia. Nella convinzione che l’espansione della mente e l’espansione della coscienza “siano funzioni della realtà e della mente umana, che l’analista può attivare e con cui può entrare in risonanza per dare coesione ad elementi sparsi e privi di significato, finora privi di legame e significato”, mantenendo tuttavia la consapevolezza della dualità fenomenica. ( ib. ).

L’espansione della coscienza verso orizzonti sempre più estesi,  espande il campo analitico  verso molteplici livelli della  realtà e  diversi momenti temporali, perché “Quando analista e paziente vibrano all’unisono essi entrano in risonanza con l’infinito” (ib.).

Da questo punto di vista, l’espansione della coscienza  può creare, in particolari condizioni, la scoperta di un significato che genera una sorta di  “messa in forma organizzatrice risonante”,  che allarga il campo significabile a piani plurimi dell’esperienza  dotando simultaneamente quegli “elementi sparsi “ di senso e coerenza. Una sorta di insight multidimensionale di cui, negli scritti di Carla De Toffoli,  troviamo diversi esempi. (Un esempio tra tutti, la  splendida rilettura del testo  di Bollas nel lavoro del 2011).

In questo, Carla De Toffoli ha Fede, fede nel sapere dell’inconscio. “Un inconscio che non deriva da negazione, rimozione o spostamento, e neppure da una collezione di programmi e procedure, ma che piuttosto (si lega) a un processo emergente dall’esperienza della vita, quando le sue componenti costitutive risuonano armoniosamente, come il suono di un’orchestra ben accordata, che non ha esistenza di per sé, e tuttavia ha un grande potere quando ci sintonizziamo nell’ascolto” (  De Toffoli, 2011 cit. in Izzo 2013)

Concludo questa presentazione con la rilettura del caso di Susan ascoltando dalla voce di Carla de Toffoli , il suo personale modo di essere una psicoanalista.

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“Al punto dell’analisi di cui ci stiamo occupando, la Milner era arrivata a supporre che nel lavoro con Susan ci fosse bisogno di attuare una completa attenzione corporea, una specie di riempimento deliberato di tutto il proprio corpo con la propria coscienza. (Milner, 1969,94) insieme ad uno stato mentale concentrato in cui uno crea la propria cornice interna, uno spazio in cui si “tiene”. Fu a questo punto che Susan portò in seduta un disegno fatto dieci anni prima, durante la notte precedente il loro primo incontro, e la Milner vedendolo comprese che una delle lontane radici di questa funzione psichica di cui Susan aveva bisogno potrebbe essere l’esperienza di essere tenuti tra le braccia della propria madre. Comprese anche che Susan aveva atteso dieci anni per portarlo al momento giusto, in cui non sarebbe andato perduto. Il disegno provocava “uno stato emotivo così complesso fatto di angoscia e di tragedia che non sapevo davvero cosa farne”. Una cosa però la fece- e a posteriori se lo rimprovera: lo ripassò tutto ad inchiostro allo scopo, pensava, di vederlo meglio.

Infatti vide, o forse creò incarnandosi nel disegno attraverso il gesto grafico di ripassarlo, anche un vago barlume di speranza: la speranza di riuscire in qualche modo l’equivalente psichico delle braccia; vide che non c’erano seni, ma piuttosto le curve di un braccio che avrebbe dovuto tenere il bambino, ma era lo stesso bambino, vide che la prima preoccupazione di Susan era quella di essere tenuta in maniera sicura, prima ancora di porsi il problema di essere affamata. Prefigurò uno stato in cui Susan sarebbe stata capace di tenere sé stessa e di trarre la vita dal centro del proprio corpo, nel quale sarebbe discesa dalla testa, rinunciando al tentativo di tenersi su dall’alto per mezzo della testa. Comprese quindi che quello che avrebbe potuto realizzare anche corporalmente in se stessa durante le sedute, per rispondere al bisogno della paziente. Perché forse la paziente l’avrebbe sperimentato soltanto se l’analista ci fosse riuscita per prima. Seppe anche che avrebbe dovuto fare tutto questo restituendo a Susan la sua conoscenza unica di se stessa e della sua storia, appena possibile,” senza strapparle il cuore del suo mistero”. Tutto questo vide nel disegno, e prese su di sé ripassandone ad inchiostro i contorni, per poter vivere con la paziente l’esperienza di ricreare simbolicamente il corpo, di ricreare il mondo e la propria storia. Il dio vivente per abbracciare il corpo della piccola Susan aveva bisogno di almeno quattro braccia.

Da una nota, una tra le tante, che mi era sfuggita alla prima lettura, veniamo a sapere che solo molti anni dopo Susan racconterà alla sua analista che quando la sua nonna materna, allora diciottenne, fu trovata morta per denutrizione, la madre di Susan fu trovata stretta tra le braccia del cadavere materno (Milner, 1969, 46).

Improvvisamente il campo si espande, è come essere trasportati su un’altura da cui vediamo le linee del tempo intersecarsi e una nuova trasparenza rivelare dimensioni nascoste negli strati sovrapposti della rappresentazione grafica. Vediamo ciò che la Milner non aveva visto: nella trama del disegno, in ogni suo tratto, vediamo il tessuto del corpo trasformarsi in informazione. Vediamo rappresentata nel corpo non solo l’esperienza attuale di Susan, così acutamente decifrata dalla Milner nel qui ed ora, ma possiamo vedere -in trasparenza- anche la madre di Susan, piccola di sei mesi, in braccio alla propria madre morta per denutrizione, e lì davvero non ci sono seni, e la bambina diventa il braccio morto  della madre con cui tiene se stessa. Vediamo l’esperienza originaria della propria madre passare come un fiume sotterraneo attraverso il cuore di ogni cellula del corpo della figlia, fino ad emergere in superficie in una rappresentazione da fuori del più intimo dentro dello psiche-soma transgenerazionale, il cuore del suo mistero sepolto vivo nel corpo di Susan”(De Toffoli, 2007, pag.249-251)

BIBLIOGRAFIA

Carla De Toffoli, Transiti Corpo-Mente. L’esperienza della psicoanalisi, a cura di B. Bonfiglio, 2014, Franco Angeli.

Bibliografia

C. Alberini, Relazione della Giornata Nazionale del Gruppo di Ricerca Psicoanalisi e Neuroscienze, Roma 26 novembre 2016

W. R. Bion, Addomesticare i pensieri selvatici, 1998, Franco Angeli

W. R. Bion, Memoria del futuro, 1979, Cortina, Milano 1988

D. Cinelli, Due mappe, un solo mondo: il dialogo tra soma psiche nel pensiero di Carla De Toffoli, Relazione al convegno Essere e Divenire, l’esperienza della psicoanalisi, Centro di psicoanalisi Romano, Roma 31 gennaio 2015

E. Del Giudice, L’auto-organizzazione degli organismi viventi alla luce della moderna teoria quantistica dei campi,  IIB, Neuss, Germania

C. De Toffoli,  Transiti Corpo-Mente. L’esperienza della psicoanalisi. A cura di B. Bonfiglio, 2014, Franco Angeli

A. Falci, Articolo inedito sul pensiero di Carla de Toffoli. Comunicazione privata.

A. Ferro, G, Civitarese, Il campo analitico e le sue trasformazioni, 2015, Raffaello Cortina Editore

S. Freud, L’Io e l’Es, 1922, Opere, vol. 9,  Bollati Boringhieri

S. Freud, Disagio della civiltà, 1929, Opere, vol. 10. Bollati Boringhieri

G. Holton, L’immaginazione scientifica, 1983, Einaudi

F. Izzo, L’ultimo Bion, Relazione al convegno L’Ultimo Bion, Centro Psicoanalitico Romano, 25 ottobre 2013, Roma

Jung e Pauli: Il carteggio originale: l’incontro tra psiche e materia, a cura di Antonio Sparzani con Anna Panepucci, Moretti & Vitali 2016

P. Passi, Comunicazioni inconsce: ipotesi, Relazione al convegno Essere e divenire. L’esperienza della psicoanalisi,  Centro psicoanalitico romano, 31 gennaio 2015, Roma

C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, 2014, Adelphi

Vermote R., On de value of late Bion to analytic theory and practice. Int. Journal of Psychoanalysis 2011, 92:1089-1098. Traduzione italiana Daniela Cinelli

Winnicott D. W., La paura del crollo, in Esplorazioni psicoanalitiche1989, Cortina 1995, Milano

( Nota 1) Propongo la lettura di 3 casi tratti  dal volume dei suoi scritti che in ordine alla loro brevità e al loro valore esemplificativo, possono aiutarci a comprendere meglio la complessità e la ricchezza del suo operare clinico. Nel primo caso (2008,  a pag. 281), troviamo descritte le emozioni e la sorpresa dell’analista di fronte a “fenomeni di sincronicità” e a “coincidenze” che allargano il campo psichico ad accadimenti “difficilmente contenibili negli abituali paradigmi conoscitivi” e che dall’analista , “vengono sentiti come un attacco all’io individuale che teme di perdersi nell’infinitamente grande” (ib., pag. 281). In cui l’interpretazione data alla paziente, qualcosa di più e qualcosa di meno di un pensiero, assomiglia ad un’invenzione che è insieme un atto creativo ed arbitrario allo stesso tempo. Nel secondo caso (2009 da pag. 298 a pag. 299), troviamo un esempio di come la risonanza all’unisono possa riguardare l’area somatica che viene così inclusa nel campo dei fenomeni significabili.
Attraverso l’uso della speculazione  immaginativa tanto cara a Bion, Carla De Toffoli riesce in questo resoconto clinico a dare senso e parola,  a elementi inscritti nella memoria somatica che trovano un punto di contatto comune al paziente e all’analista. Nel terzo caso (2009 da pag. 294 a pag. 295 ), la profonda risonanza emotiva  attiene invece  ad  uno stato primitivo della mente e si  realizza solo ai livelli primari di soggettivazione, senza essere oggetto di una trasformazione narrativa, o di messa in forma metaforica. ( A. Ferro, G. Civitarese “Il campo analitico e le sue trasformazioni”, 2015). In questo esempio,  “la consapevolezza dell’evento è sostenuta dall’analista e rimane nell’ambito delle sue responsabilità. Viene fruita e percepita inconsapevolmente dal paziente, attraverso canali  di comunicazione non verbali, in quanto partecipe dello stesso stato di coscienza.” (De Toffoli, 2002, pag. 168).

 

gennaio 2017

 

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