Armando Blanco Ferrari. A cura di Riccardo Lombardi

Armando B. Ferrari

I maestri della psicoanalisi

A cura di Riccardo Lombardi  

La vita

Armando Blanco Ferrari (1922-2006), nato in Canada da genitori italiani, è cresciuto in Italia sino all’adolescenza. Dopo aver partecipato da giovane al movimento antifascista e alla Resistenza finendo in carcere per la sua attività politica, è partito per il Brasile nel 1947, completando la sua formazione di antropologo e diventando professore di sociologia all’università di San Paolo del Brasile. La sua formazione analitica è stata segnata dall’incontro con analisti di diverse impostazioni, dalla sua prima analisi personale con Henrique Scholloman, freudiano formatosi a Vienna, poi con Virginia Bicudo, la prima analista brasiliana ad avere avuto una formazione Kleiniana a Londra e la prima autrice brasiliana a pubblicare sull’International Journal of Psychoanalysis, ed infine con Frank Philips, l’analista che portò l’approccio di Bion in Brasile e che invitò Bion stesso a tenere i suoi seminari brasiliani.

Ferrari è stato training analyst della Società Psicoanalitica di San Paulo, partecipando alla formazione dell’istituto di psicoanalisi a Brasilia.  Come antropologo ha effettuato quattro spedizioni antropologiche solitarie presso le tribù amazoniche del Mato Grosso per studiarne i rituali di morte: dati poi rielaborati nel contesto della sua ricerca psicoanalitica sull’istinto di morte (Ferrari 1967, 1968).

Formato dall’insegnamento di Bion in Brasile, si è trasferito in Italia dalla seconda metà degli anni ’70 per un progetto di studio interdisciplinare sulla relazione analitica con il filosofo Emilio Garroni, decidendo, differentemente da un altro analista immigrato dal Sud America come Matte Blanco, di non diventare analista di training in Italia.  In occasione delle Giornate di Studio sull’opera di W. R. Bion” della S.P.I. (Roma 27-28 marzo 1981), pubblicate in un numero speciale della Rivista di Psicoanalisi (1981, 27, 3-4), Ferrari non fu invitato, malgrado fosse all’epoca l’unico psicoanalista residente in Italia ad esser stato clinicamente formato a lavorare con il suo approccio.

Pur essendo, insieme con autori come Matte Blanco, Fornari e Gaddini, una delle personalità psicoanalitiche più rilevanti presenti in Italia negli ultimi cinquant’anni, il contributo di Ferrari appare ancora non integrato nel panorama scientifico della Società Psicoanalitica Italiana, essendo questo un contesto maggioritariamente condizionato dalla politica istituzionale, da cui Ferrari, dopo il suo arrivo in Italia, aveva deciso di restare fuori. Anche più recentemente si registra l’assenza di uno scritto firmato da Ferrari nel recente volume su ‘Readings Italian Psychoanalysis’ (Borgogno, Luchetti & Marino 2016), che ha l’intento di presentare la tradizione psicoanalitica italiana al lettore di lingua inglese, anche se alcuni suoi concetti inerenti la relazione corpo-mente sono ivi testimoniati attraverso il mio contributo ‘Primitive Mental States and the Body’ (Lombardi 2002).

 

 

Il contributo alla Psicoanalisi

– La Relazione Analitica

Collaborando con il filosofo Emilio Garroni, una delle figure chiave della filosofia italiana recente, Ferrari ha studiato le potenzialità di ricerca offerte dalla Relazione Analitica, valorizzando il contributo di entrambi i ‘co-autori’ di tale relazione, facendo perno sui suoi processi di significazione che passano nella comunicazione verbale in analisi e sugli elementi invariantivi che se ne possono ricavare (Ferrari & Garroni 1979).  In un’epoca anteriore ai contributi di autori come Mitchell e Renik. la psicoanalisi è concepita negli scritti relazionali di Ferrari in un’ottica intersoggettiva, costruttivista e processuale: una nuova esperienza di andare dentro sé stessi, nella misura in cui si è capaci di andarci con l’altro (Ferrari 1981).

Costruttività delle singole relazioni analitiche ed invarianza degli elementi hanno portato più tardi Ferrari a formulare l’ipotesi de L’Eclissi del corpo (Ferrari 1992), o più precisamente eclissi dell’Oggetto Originale Concreto (O.O.C.): tale ipotesi si declina anche nei successivi due volumi italiani (1994, 1998), ma è stata poi raccolta in un unico volume nell’edizione inglese (Ferrari 2004). Per il nostro autore dalla messa in ombra degli incandescenti stimoli sensoriali del corpo deriva in modo determinante la possibilità di realizzare un’alba del pensiero: in questo modo egli offre un originale status metapsicologico al corpo nel contesto di una teoria psicoanalitica, dove tale status praticamente non esiste, perché il ruolo del corpo è concepito essenzialmente in funzione del suo successivo trasformarsi in pensiero e del suo ‘partecipare alla conversazione’ (Lombardi 2002).

 

     – Il Corpo

Collocandosi ai margini di una concezione della psicoanalisi centrata sul mentale, Ferrari riscopre in una nuova chiave le rivoluzionarie intuizioni freudiane sulle ‘necessità di lavoro’ (‘Arbeitsanforderungen’) che legano il corpo e la mente (Freud 1915) e quelle che vedevano nell’autoerotismo una precondizione per uno sviluppo verso il narcisismo e le dinamiche oggettuali.  Egli riformula le ipotesi di Bion (1957) di area psicotica e non psicotica nei termini di aree entropica e neghentropica, riferendo la tendenza alla disorganizzazione non ad elementi primariamente distruttivi, ma alla forza disorganizzante delle sensazioni originarie. Partendo da questo vertice il focus del lavoro clinico viene orientato sul livello sensoriale e sui cosiddetti ‘livelli mentali primitivi’, valorizzando l’esperienza di un corpo e di sensazioni che sono in attesa di trovare corrispondenza con le rappresentazioni mentali: la nascita della rappresentazione mentale è poi essenziale per permette il distanziamento e il contenimento del primordiale dilagare caotico delle sensazioni, altrimenti incontenibile.

Il passaggio dal corporeo al mentale è facilitato dalla presenza di una madre dotata di reverie, ma non si caratterizza per l’introiezione dell’oggetto materno, come nel modello di Melanie Klein (1952), perché le prime forme di contenimento restano essenzialmente un dato interno al bambino. Sembra che in questo modo Ferrari dia un’enfasi primariamente intra-personale al modello topologico della relazione contenitore-contenuto proposta da Bion (1970), lì dove altri autori post-bioniani hanno enfatizzato il valore di questo stesso concetto soprattutto sul versante relazionale esterno, identificandolo come controparte e modello inconscio del concetto di ‘attaccamento’ proposto da Bowlby e dalla psicologia cognitiva dello sviluppo infantile (cfr Grotstein, 2007, 154 e seg). Le ipotesi di Ferrari cercano di cogliere i fenomeni correlati alla nascita del pensiero nelle fasi più precoci, ma al tempo stesso fotografano una condizione interna che resta operativa per tutto il corso generale della vita, dal momento che la pressione etologica del corpo non perde mai la sua forza primitiva ed i processi di trasformazione delle sensazioni in pensiero non cessano mai di presentare connotati ardui e altamente drammatici.

         

        – La rete di contatto corpo-mente

Il punto di confronto clinico elettivo di Ferrari è il cosiddetto ‘analizzando con difetto di pensiero’ (Bion) e i pazienti ‘difficili da raggiungere’ (Joseph), per cui egli propone strumenti come la rete di contatto e i registri di linguaggio, orientati a catalizzare i primi movimenti di autocoscienza, centrando sugli accadimenti che si realizzano all‘interno del paziente, anche se in parallelo con gli eventi relazionali (Ferrari e Stella 1998).  In linea con il vertice inaugurato da Bion, egli inoltre guarda al problema dell’identità e dell’Edipo privilegiando il piano dell’organizzazione attuale degli scenari interni, piuttosto che il piano storico ricostruttivo.

Il livello interno che compete alla relazione corpo-mente viene chiamato da Ferrari relazione verticale, mentre il dato esterno inerente la reazione madre-bambino è denominato relazione orizzontale: queste relazioni sono parallele e complementari e si influenzano a vicenda. La relazione con il corpo resta in ogni caso la relazione primaria che fonda la soggettività ed il pensiero, mentre la funzione primaria della mente è quella di fornire contenimento a sensazioni ed emozioni, che, per loro natura, possono essere soltanto essere sperimentate.

In tal modo l’enfasi di Ferrari si pone proprio su quell’esperienza, che Bion (1962) aveva identificato come il motore centrale della crescita della mente. Se per quest’ultimo il fallimento ad usare l’esperienza emozionale ha conseguenze disastrose e paralizzanti per la mente, Ferrari radicalizza la posizione di Bion vedendo nella relazione con il corpo una componente stabilmente irrinunciabile per l’attivazione del pensiero. Questa prospettiva appare particolarmente funzionale ai cosiddetti pazienti gravi, in cui traspaiono evidenti i tratti del marasma sensoriale corporeo originario; al tempo stesso può esser utile all’approccio agli analizzandi che non trovano soddisfazione nella vita perché non si accorgono che mancano di un dialogo con il proprio corpo.

Il problema della relazione corpo-mente non è circoscritto da Ferrari al campo della cosiddetta ‘psicosomatica’, ma riflette i problemi basici del funzionamento mentale che si manifestano, con sfumature diverse, in tutti i campi di competenza psicoanalitica, in particolare in quelli ‘di frontiera’, in cui la funzione mentale è esposta a rischio di collasso ed agiti catastrofici.  La necessità di una stretta continuità tra corpo e mente, chiamati significativamente da Ferrari Uno e Bino – in continuità con il ‘Pinocchio uno e bino’ di Emilio Garroni (1975) – implica elementi di novità sul piano della tecnica psicoanalitica e riserva rilevanti conseguenze in vari contesti, come accade nelle situazioni cliniche che mostrano una precaria attivazione dell’auto-coscienza.

 

 

– L’Adolescenza

Particolare oggetto di studio per Ferrari (1994) è l’adolescenza, concepita come la ‘seconda sfida’ – dopo la prima sfida della ‘nascita psicologica’: in entrambe queste sfide il corpo incontra in modo determinante la mente. Mentre nell’infanzia la mente si è presentata al corpo per operare il contenimento della spinta marasmatica delle sensazioni fisiche, durante l’adolescenza è il corpo che si presenta all’attenzione della mente, in virtù della pressione della spinta biologica e dei cambiamenti fisici. La pressione del corpo verso la crescita e l’assunzione dei nuovi connotati adulti può essere così forte tanto che il corpo diventa un estraneo e l’adolescente teme di non poter reggere l’impatto delle sue trasformazioni: il corpo si pone non a caso come carico di elementi sconosciuti e fonte fonte di disagio ed imbarazzo. L’adolescenza è allora concepita come il periodo della vita in cui il conflitto corpo-mente assume i connotati più acuti, sollecitando un’elaborazione che getta le basi per la maturità futura o, al contrario, per i successivi squilibri interni.

Ferrari preferisce non parlare di ‘patologia adolescenziale’, perché insiste sulla mobilità della fenomenologia di quest’età della vita e sulla necessità di non farsi sviare dalle abituali categorie psicopatologiche: egli è convinto che anche le forme più acute di disagio possano essere superate in analisi grazie alla mobilità caratteristica di questa età, offrendo un decisivo contributo alla costruzione dell’uomo adulto.  Per l’analista l’adolescenza si pone come un campo difficile, perché gli richiede una particolare capacità di contenimento di fronte a modi comunicativi connotati dalla provocazione e dall’azione.

 

– La morte e il tempo della vita

L’ultimo libro di Armando Ferrari è ‘Il pulviscolo di Giotto’ (2006), dedicato al problema psicoanalitico del tempo e all’approccio clinico ai pazienti terminali confrontati con la morte, che sposta il punto di vista freudiano dell’istinto di morte, enfatizzando il problema della relazione con la vita in presenza della minaccia incombente della morte. Un orientamento mentale che valorizza il tempo attuale permetterebbe di creare condizioni di vivibilità anche nei pazienti che hanno consapevolezza di un termine prossimo della propria esistenza. Il valore del tempo viene quindi ‘assolutizzato’ nel suo’ essere presente’, piuttosto che una dimensione nutrita di speranze e di promesse future.

 

Conclusioni

Il contributo psicoanalitico di Armando Ferrari, pur essendo fortemente marcato dalla dimensione relazionale, mette l’accento sui problemi posti dall’organizzazione del pensiero – non diversamente da come accade nell’approccio di Matte Blanco (Lombardi 2000)- e sui conflitti interni alla relazione corpo-mente: un approccio atipico rispetto a una cultura psicoanalitica attuale centrata sulla relazione oggettuale e sulle peripezie dell’intersoggettività. Il suo contributo può essere recepito come disturbante perché chiede agli analisti di pensare da un vertice differente rispetto a quelli con cui si è abituati a pensare (Mancia 1995). Tale vertice può essere avvertito come disturbante per la sua tendenza a marginalizzare le interpretazioni di transfert, considerate in genere come ‘marchio di fabbrica’ dell’autenticità della psicoanalisi, e per la sua tendenza a ridimensionare il ruolo dell’introiezione dell’analista come ‘oggetto’ chiave nel funzionamento dell’Io: una introiezione che funziona come baluardo di istituzioni psicoanalitiche, il cui funzionamento è caratterizzato dal potere, dall’affiliazione e dal proselitismo (Renik 2006, Lombardi 2006). Le ipotesi di Armando Ferrari meritano, non di meno, di essere approfondite e studiate dall’analista praticante e dalle nuove generazioni: esse possono indirizzare la ricerca ed essere di grande aiuto nel trattamento dei cosiddetti casi gravi, come ho mostrato in alcuni miei libri (Lombardi 2016, 2017). Esse sono particolarmente attuali per il trattamento di quegli analizzandi incapaci a sentirsi vivi o di quelli connotati da forme di pensiero concreto: esse facilitano l’avvicinamento di condizioni spesso considerate ‘non analizzabili’ come le psicosi, le gravi inibizioni, i disturbi del comportamento alimentare e tutte quelle fenomenologie che vedono il corpo in primo piano.

 

Bibliografia

 

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Vedi anche: