Fobie infantili

A cura di Laura Colombi

Foto d’archivio

Definizione

Possiamo definire in senso generale le fobie come paure divoranti nei riguardi di oggetti o situazioni che non motivano razionalmente tale paura.

Per quanto possano sembrare imparentate con le normali paure, le fobie sono di natura differente perché, a differenza di queste ultime, non scompaiono di fronte a una verifica della realtà. Le fobie sono manifestazioni – transitorie o radicate più profondamente- di uno stato di angosciabilità che fa sì che la fantasia carichi di pericolosità oggetti/situazioni che di per sé non dovrebbero provocare timore. L’adulto che soffre di fobie, ancor più del bambino, è consapevole dell’irrazionalità dei suoi timori, che tuttavia non riesce a risolvere.

Da questa premessa possiamo capire perché occupandoci di come vengono inquadrate le fobie infantili nella teoria psicoanalitica, sia necessario ancorare l’argomento al carattere dinamico dello sviluppo. Infatti, poiché nel bambino l’Io (struttura deputata al contatto e ai rapporti con la realtà interna-soggettiva ed esterna-oggettiva) non è ancora consolidato e la fantasia infantile ha una sua specifica qualità (fluida, fervida e potente), paure e angosce sono stati emotivi frequenti nell’infanzia, e ciò rende sottile la linea di demarcazione tra le ‘normali’ paure del bambino e quelle che si connotano come fobie.

Paure marcate per animali, insetti, rumori improvvisi e violenti, il buio, gli estranei, sono esperienze diffuse e fisiologicamente compatibili con lo sviluppo psicologico, ma nella maggioranza dei casi esse tendono a risolversi spontaneamente con la crescita, ripresentandosi –se mai- solo in brevi momenti collegabili a specifici fattori di per sé traumatici o a eventi che si verificano in fasi critiche dello sviluppo.

In certe situazioni tuttavia queste paure possono configurarsi, sia per durata nel tempo, che per intensità, complessità e/o connessione con uno stato d’angoscia marcato e diffuso, come un vero e proprio segnale di una sofferenza psicologica che può pregiudicare la qualità della vita emotiva e relazionale del bambino, interferendo con il fisiologico sviluppo psichico. Di questo parliamo quando parliamo di fobie infantili.

L’approccio psicoanalitico al quadro fobico nell’infanzia.

Pur all’interno di un comune riferimento teorico legato al carattere inconscio di dinamiche psichiche fondanti la personalità, in psicoanalisi si sono sviluppati modelli differenti che, partendo da quadri clinici diversi, hanno arricchito la teoria di prospettive e approcci terapeutici differenti.

Un punto che accomuna i diversi approcci è l’origine infantile della sofferenza psichica e, per questo, la psicoanalisi attribuisce molta importanza alla messa a fuoco dei fattori che possono favorire o interferire con lo sviluppo psicologico del bambino .

Pur dando un peso diverso ai fattori soggettivi e/o ambientali nel determinare lo sviluppo (nella direzione di una sempre maggior riconoscimento del peso dell’ambiente sullo sviluppo), tutti i modelli considerano l’eccesso di angoscia come fattore centrale del disagio psichico e, poiché le fobie sono manifestazioni dell’angoscia, è dunque importante focalizzare l’argomento collegandolo alla specificità dei diversi concetti di sviluppo e di angoscia a cui si riferiscono i principali modelli teorici.

Freud.

La prima descrizione psicoanalitica di fobia infantile è dello stesso Freud che, pur non essendosi mai occupato direttamente di clinica infantile, ebbe modo di conoscere, attraverso il resoconto dettagliato del padre, un caso di fobia per i cavalli sviluppatasi improvvisamente in un bambino di 5 anni. Questo caso fu di grande rilevanza per Freud, poiché gli consentiva di “vedere” dal vivo le teorie sullo sviluppo, sulla sessualità infantile, sulle fantasie inconsce, sull’Edipo e sull’angoscia che erano state, fino allora, inferite dalle analisi degli adulti.

In “Analisi di una fobia in un bambino di 5 anni”, meglio conosciuto come “Caso Clinico del piccolo Hans” (1908), Freud ha l’occasione di osservare da vicino le dinamiche sottostanti allo scatenarsi delle fobie nel bambino e ciò gli consente di specificare meglio la genesi e il significato di quella che chiamerà “nevrosi fobica” che inquadra come un possibile esito dell’isteria d’angoscia (da lui considerata la “nevrosi dell’età infantile), poiché rappresenta un tentativo che il bambino fa di liberarsi dall’angoscia “legandola” ad un oggetto specifico. Il caso di Hans permise a Freud di osservare come la fobia segnalava una difficoltà nel fisiologico superamento del complesso edipico ed era un sistema difensivo dall’angoscia di castrazione che deriva dagli impulsi e le fantasie edipiche che si attivano nella fase genitale (3/5 anni). Queste fantasie, per il loro carattere aggressivo e/o sessuale (odio-ostilità per il genitore dello stesso sesso e amore per quello di sesso opposto), sono incompatibili con la coscienza infantile, attivano un “conflitto” e vengono per ciò rimosse, proiettate all’esterno e – nel caso della nevrosi fobica- spostate su un oggetto più controllabile (sistema difensivo).

Freud ricostruì come, apparentemente, il bambino non voleva uscire da casa per il timore di essere morso da un cavallo, ma, in realtà, questa paura sottintendeva un conflitto inconscio tra le sue pulsioni ostili nei confronti del padre e le esigenze dell’Io che disapprovavano sia questa ostilità che le pretese istintuali nei confronti della madre. In sostanza: il conflitto edipico irrisolto di Hans gli faceva vivere un’intensa angoscia di castrazione che non si manifestava come tale, ma, appunto, per effetto della rimozione della sua psicodinamica interna, come fobia di essere morso dai cavalli.

Freud fu il primo a intuire l’importanza delle dinamiche infantili nello sviluppo normale o patologico ma è con Anna Freud e Melanie Klein che nasce la psicoanalisi infantile e il conseguente studio sistematico dei diversi quadri clinici nell’infanzia.

Anna Freud attribuisce particolare risalto all’importanza per lo sviluppo psicologico dell’ equilibrio che l’Io, nelle varie fasi della crescita, riesce a raggiungere tra le differenti esigenze dell’ambiente, dell’Es (istanza istintuale) e del Superio ( istanza morale). Anche nel normale sviluppo il bambino ha, infatti, a che fare continuamente con conflitti e il buon uso dei meccanismi di difesa psicologici più idonei a quella “fase evolutiva”, insieme al ruolo dei genitori reali, è essenziale a mitigare la violenza dell’angoscia e a superare le varie tappe (1936). Dall’infanzia all’adolescenza A. Freud individua 8 fasi evolutive e colloca nella quinta fase (edipica) la matrice di un possibile sviluppo di carattere fobico. Come per il padre anche per lei le fobie appartengono a un disturbo della fase genitale, quando il bambino non è più piccolissimo e hanno le loro radici nella difficoltà a superare l’ambivalenza edipica (attorno ai 4/6 anni) caratteristica di questa fase. Sono il tentativo di controllare l’angoscia attraverso uno spostamento del conflitto in un terreno più ‘neutro’. A. Freud individua per esempio la fobia della scuola – non rara nei bambini – come collegabile ad un conflitto edipico irrisolto che trova una sua ‘soluzione’ nel venir allontanato e trasferito dalla famiglia alla scuola, dove l’angoscia può meglio essere più decantata e razionalizzata spostandosi su compagni, insegnanti e prove scolastiche (1957).

Melanie Klein

Pur partendo dal modello freudiano sviluppò in seguito un proprio approccio di grande rilievo per la comprensione dell’origine di quegli stati di sofferenza psichica che derivavano dalle primissime fasi dello sviluppo.

Lavorando con bambini piccoli introdusse nella tecnica analitica materiale di gioco che le permise di osservare le dinamiche psicologiche interne più precoci in azione. L’esperienza clinica la portò ad affermare la presenza di un Io presente fin dalla nascita, capace di percepire angoscia e di difendersi (contrariamente all’ipotesi freudiana di un costituirsi dell’Io nel corso della crescita). In questo modello l’angoscia diviene un fatto “primario”, che s’innesca fin dagli albori della vita. Tra le angosce primarie la più terribile è l’angoscia di “annientamento”-morte , da cui il bambino si difende attraverso la proiezione di propri impulsi aggressivi su un oggetto esterno (il primo: il seno), oggetto che si tinge di minacciosità. Queste prime dinamiche di proiezioni/introiezioni, legate ai cicli vitali di soddisfacimento-mancanza/dolore, sono connotate da una violenta persecutorietà che caratterizza quell’ insieme di angosce e difese che Klein chiama “posizione schizoparanoide”. Solo quando l’intensità dell’angoscia diminuisce l’Io, più maturo, riesce a percepire e riconoscere che l’ “oggetto”(seno) che soddisfa (oggetto buono) e quello che lo fa attendere (oggetto cattivo) sono un’unica cosa. Nello sviluppo si ha allora accesso alla “posizione depressiva”, in cui al senso di minaccia per l’Io subentra il senso di minaccia/preoccupazione per l’oggetto d’amore (madre-seno) che proviene dai persecutori interni: angoscia depressiva. Il successo di un buon sviluppo è quindi concepito dalla Klein come legato alla possibilità di superare la violenza delle angosce schizoparanoidi e la colpa/struggimento per la perdita/ separazione dall’oggetto buono esterno. Da questa necessaria premessa, si comprende che per la Klein le fobie sono manifestazioni di problematiche molto precoci legate ad angosce persecutorie e depressive.

Nelle sue parole: “ Una caratteristica della nevrosi infantile è costituita delle prime fobie, che appaiono inizialmente nel corso del primo anno di vita e, cambiando forma e contenuto, si presentano e ripresentano durante tutti gli anni dell’infanzia. Alla base delle prime fobie, che comportano difficoltà di alimentazione, pavor nocturnus, angoscia per l’assenza della madre, paura degli estranei, disturbo del rapporto con i genitori e delle relazioni oggettuali in genere, vi sono sempre angosce persecutorie e depressive. Il bisogno di esteriorizzare gli oggetti persecutori costituisce un elemento intrinseco del meccanismo delle fobie e questo bisogno nasce sia dall’angoscia persecutoria (relativa all’Io) sia da quella depressiva relativa alla minaccia dei pericoli per gli oggetti interni che provengono dai persecutori interni”(1952).

D.W. Winnicott

Come la Klein, anche Winnicott sposta l’attenzione della sua ricerca sulle angosce più precoci e primitive, ponendo però maggiormente l’accento sul ruolo cruciale della risposta dell’ambiente. Pediatra e in seguito psicoanalista ha l’opportunità di riflettere a fondo sullo sviluppo nei primi mesi di vita del bambino e sul rapporto speciale che lo lega alla madre in un percorso caratterizzato dal progressivo incontro con la realtà in modo autonomo e indipendente. In questo graduale percorso compito della madre è quello di offrire gli strumenti necessari per supportare la naturale progressione all’autonomia e allo sviluppo del Sé personale del bimbo. Per Winnicott alla nascita il bambino non esiste come individuo, ma all’interno di una diade madre-bambino e il corretto sviluppo deriva da una madre/ambiente capace di holding (sostegno), cioè di offrire quelle specifiche cure fisiche ed emotive necessarie al bambino per progredire da stati di non integrazione a esperienze di sempre maggiore senso di “unità” ed integrità della propria personale continuità dell’essere. Le fobie del bambino mettono dunque in scena primissime angosce derivate dall’assenza di holding, di contenimento e si realizzano in diverse fenomenologie tra cui la paura di precipitare (fobia del vuoto) o di andare a pezzi ( fobie di animali o altro che si tingono di persecutorietà)(1958).

Bibliografia

Freud Anna (1936) “L’Io e i meccanismi di difesa”Giunti Editore, 2012.

Freud Anna (1957). “Osservazione del bambino e previsione dello sviluppo”.in Anna Freud, Opere, Vol. 2,Boringhieri,1979.

Freud Sigmund (1908) “Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso del Piccolo Hans)”, in Freud, Opere,Boringhieri, 1972.

Klein Melanie (1952) “Alcune conclusioni teoriche sulla vita emotiva del Bambino nella prima infanzia” in Scritti,Bollati Boringhieri,1978.

Winnicott Donald W. (1958) Dalla pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli 1975.