Fobie

A cura di Laura Contran

G. Kieffe, La madre di tutte le fobie – 1923

Definizione

Il termine fobia deriva dal greco phóbos – paura – e indica timore irrazionale e incontrollabile di un oggetto o di una situazione sentita come minacciosa in assenza di un reale pericolo.

Dal punto di vista etimologico la paura riferita a un particolare oggetto definisce il sintomo specifico: l’agorafobia significa paura degli spazi aperti, la claustrofobia paura dei luoghi chiusi, la zoofobia paura degli animali, l’eritrofobia paura di arrossire, la rupofobia paura dello sporco (per citarne solo alcune tra le più note). Le fobie hanno inoltre uno stretto legame con il sentimento dell’angoscia e con gli attacchi di panico.

Storia del concetto

La fobia è una nozione prettamente psicoanalitica. Freud ne parla per la prima volta nel 1894 tracciando peraltro una distinzione tra le normali paure, anche se accentuate (del buio, della morte, delle malattie, della solitudine), e le fobie intese come formazioni sintomatologiche.

Le fobie possono presentarsi in forma mutevole o fissa, essere transitorie (come accade di frequente nell’infanzia) o invece croniche, e condizionare in modo più o meno invalidante la vita di una persona a causa  delle restrizioni che esse “impongono”.

Vari tipi di fobie o tratti fobici possono inoltre manifestarsi in quadri psicopatologici anche molto diversi tra loro (nevrosi, psicosi, stati limite).

Freud differenzia innanzi tutto le fobie dalle ossessioni (1894b) in quanto queste ultime hanno un carattere compulsivo assente nelle fobie e sono riconducibili a un pensiero o a un ricordo spiacevole o traumatico. Nell’ossessione, infatti, lo stato affettivo è giustificabile in quanto è possibile risalire “all’idea originaria” associata a una condizione emotiva (ansia, dubbio, timore, collera, colpa) ritenuta “intollerabile” per l’Io e che viene quindi sostituita difensivamente da un’altra più compatibile seppure incongrua. Tra le varie osservazioni cliniche riportate da Freud, un caso letterario famoso è quello di Lady Macbeth, celebre personaggio shakespeariano: il rimorso per la sua infedeltà coniugale e la “purezza morale” perduta la costringono a lavarsi continuamente le mani nel tentativo di scacciare il ricordo del suo tradimento.

Un altro elemento fondamentale che contraddistingue la fobia rispetto all’ossessione è il sentimento dell’angoscia.

Nella prima teorizzazione freudiana, infatti, la fobia è la manifestazione psichica più frequente che accompagna l’isteria d’angoscia (1894a) (contrapposta all’isteria di conversione in cui l’angoscia “libera” cioè slegata da una rappresentazione si trasforma in sintomi somatici). Nell’isteria d’angoscia un accumulo di eccitamento o di affetto (libido) legato a una rappresentazione angosciante (“idee incompatibili”) di natura sessuale si sposta su un oggetto o una situazione esterna dando così origine alla fobia che funge da “costruzione protettiva”. Così, ad esempio, l’agorafobia può rappresentare il tentativo di eludere avventure sessuali o “situazioni sessualizzate” nelle quali una persona può cedere ai propri desideri o impulsi. L’Io reagisce come se il pericolo provenisse dall’esterno mentre l’insorgenza dell’angoscia può essere in una certa misura controllata a condizione che vengano attuate le opportune strategie di inibizione e di evitamento.

Dal punto di vista terapeutico Freud sottolinea che può rivelarsi inutile, se non dannoso, tentare di dissuadere o sottrarre qualcuno alla propria fobia senza conoscerne il significato inconscio: la mancanza della funzione protettiva del sintomo lascerebbe la persona senza difese e quindi esposta all’angoscia e al panico.

Freud affronta più approfonditamente lo studio sulla fobia con il Caso del piccolo Hans (1908).    Hans, un bambino di cinque anni figlio di Max Graf uno tra i primi allievi di Freud non esce di casa perché ha paura di essere attaccato e morso d un cavallo e teme inoltre che il cavallo possa cadere, farsi male e morire. Nel corso del lavoro analitico, condotto dal padre stesso di Hans con la guida di Freud, emergono i sentimenti di rivalità edipica del bambino “innamorato della madre” nei confronti del padre seppure amato e nel tentativo di “sciogliere questo conflitto”, connotato da sentimenti di ambivalenza, si sviluppa la fobia. Il moto pulsionale che soggiace alla rimozione e che provoca l’angoscia è dunque l’ostilità verso la figura paterna che viene sostituita dall’animale-cavallo, oggetto composito di cui Freud sottolinea la polivalenza semantica.

Con il procedere della sua ricerca meta psicologica, Freud giunge a sostenere che il fine ultimo della rimozione è quello di evitare il dispiacere e laddove questo fallisce, a causa di un eccesso dell’ammontare affettivo, si produce una “formazione sostituiva” atta a fronteggiare “il ritorno del rimosso” che si presta particolarmente a spiegare il meccanismo fobico. Nel 1925 nel suo scritto Inibizione sintomo e angoscia Freud rivede la sua teoria e proprio a partire dal caso del piccolo Hans riformula l’ipotesi iniziale: l’angoscia di castrazione-separazione è un’angoscia esterna che rende pericolosi i sentimenti interni che devono essere rimossi. La fobia di Hans, infatti, si era manifestata in concomitanza con le sue prime curiosità e impulsi sessuali (masturbazione) e con la nascita della sorellina di cui era geloso, eventi che lo ponevano a confronto con la differenza sessuale e con la paura di non essere più l’oggetto privilegiato dell’amore della madre.

Freud tuttavia fa un ulteriore passo nel dare al concetto di castrazione un significato più ampio che permette di risignificare i livelli dell’angoscia (di separazione, di perdita di mancanza) a stadi precedenti le vicende edipiche. Il primo distacco, ricorda Freud, è quello del lattante dal seno materno, vissuto come la perdita di una parte importante del proprio corpo (1908) considerata come propria e che in un secondo momento riguarderà la perdita di altri “oggetti” quali ad esempio le feci nel periodo dell’educazione degli sfinteri. Ma ancor prima, ricorda Freud, è la nascita stessa (il trauma della nascita), in quanto separazione dal corpo materno, il prototipo della castrazione.

Tra gli autori post freudiani, Melanie Klein, pur non avendo trattato in modo specifico il tema della fobia, ha tuttavia dato un contributo fondamentale per la comprensione delle nevrosi infantili e, a posteriori, della psicopatologia nell’età adulta. L’autrice colloca la fobia nell’adulto nel quadro più generale dell’angoscia, concetto centrale che percorre il suo pensiero teorico e che si sviluppa intorno alla teoria delle relazioni oggettuali. Secondo Melanie Klein le fobie sarebbero l’espressione nonché la riattualizzazione di angosce primitive che rimandano a meccanismi difensivi precoci risalenti ai primi stadi dello sviluppo dell’Io immaturo. Come già ricordava lo stesso Freud, l’essere umano alla sua nascita viene a trovarsi in una reale (biologica) condizione di impotenza fisiologica nella quale la sua sopravvivenza dipende dalle cure della madre.

Per Klein, dunque, l’angoscia è l’elemento primordiale che determina in senso anticipatorio le vicende edipiche. L’ambivalenza nei confronti dell’oggetto primario (seno-madre) attraversa le varie fasi dello sviluppo psichico dell’infans in cui si alternano pulsioni d’amore e aggressive a seguito delle gratificazioni-frustrazioni derivanti dal rapporto con l’oggetto.  Per Klein la fobia può essere considerata un meccanismo difensivo la cui funzione è quella di evitare una situazione catastrofica per l’Io determinato dall’unione degli aspetti buoni, con quelli cattivi dell’oggetto quando le angosce persecutorie diventano particolarmente intense (Mehler, 1989 ). Alla base delle fobie vi sono sempre angosce persecutorie (che minacciano l’integrità dell’io) e angosce depressive (relative alla paura di danneggiare e quindi di perdere l’oggetto d’amore).

Possiamo affermare che sia per Freud sia per la Klein i processi di internalizzazione ed esternalizzazione costituiscono il punto centrale della fobia, ma mentre Freud evidenzia i meccanismi psichici della sostituzione, dello spostamento, e della deformazione, Klein mette in luce i meccanismo “proiettivi” (e di scissione) che stanno alla base della fobia. Resta comunque che la funzione della fobia è quella di stabilire un confine tra l’interno e l’esterno, di costruire una “barriera psichica” che fa da argine all’angoscia.

Sulla scia di Klein, H. Segal ritiene che lo scopo della fobia è quello di proiettare le fantasie persecutorie e di fissarle in situazioni esterne e quindi evitabili. In un suo lavoro del 1954, descrive il caso di una paziente la cui fobia nei confronti folla e del cibo si manifestava quale reazione a sentimenti di frustrazione nelle relazioni vissuti come vere e proprie minacce di morte e di frammentazione dell’Io.

A partire dalle angosce primitive numerosi autori, (tra cui A. Freud, Winnicott, Fairbain, M. Kahn, Bion, per citarne solo alcuni), seppure con accenti diversi, hanno centrato la loro attenzione sulle prime interazioni del bambino con la madre/ambiente in quanto esperienze fondanti l’organizzazione psichica.

In particolare Winnicott sostiene che un ambiente sufficientemente supportivo e responsivo, in grado di contenere le angosce del bambino, favorirà in lui quella graduale autonomia che gli consentirà, nel tempo, di affrontare le separazioni, di esplorare il mondo, e di creare nuovi legami affettivi. L’acquisizione di queste sicurezze di base permetterà la nascita di quella che Winnicott ha definito “la capacità di stare da soli” (che implica la capacità di simbolizzare l’assenza dell’altro), che si può consolidare grazie all’interiorizzazione delle funzioni genitoriali e al graduale sviluppo dei processi di mentalizzazione di esperienze e sensazioni corporee.

Seguendo questo filone di pensiero molte ricerche psicoanalitiche hanno dedicato studi approfonditi su due tipi particolari di fobie entrambe in rapporto allo spazio – l’agora-claustrofobia – che si caratterizzano per una compromissione delle sensazioni corporee di fronte allo spazio esterno. Tra i numerosi autori va segnalato lo psicoanalista E. Weiss (1966) il quale si è dedicato per cinquant’anni allo studio della sindrome agorafobica.

Rispetto al significato dato originariamente all’agorafobia, come abbiamo precedentemente visto, questi importanti contributi ne hanno ampliato la lettura in termini teorico-clinici. Occorre però sottolineare che già Freud, a proposito della complessità della realtà psichica, nel 1938 scrive che “lo spazio può essere la proiezione dell’estensione dell’apparato psichico […]. La psiche è estesa di ciò non sa nulla”.

La paura di affrontare gli spazi aperti o i luoghi chiusi può manifestarsi con crisi di panico accompagnate da sintomi somatici con sensazioni di vertigini o di svenimento, fino ad arrivare a sentimenti di depersonalizzazione. Ne conseguono una serie in inibizioni motorie, di misurazioni degli spazi percorribili, di tragitti e mezzi di trasporto consentiti o la necessità, per fronteggiare la forte angoscia, di non essere soli, di avere accanto “un compagno fidato”, così definito dalla psicoanalista Helen Deutsch, che verrebbe a compensare il senso del vuoto d’essere o la labilità dei confini dell’Io.

Le fobie dello spazio assumono forme e gravità diverse in base alle angosce sottostanti, a seconda che esse siano più primitive (angosce di sopravvivenza) o invece più evolute quando riguardano la conflittualità nelle relazioni investite affettivamente: desiderio/incapacità di separazione oppure, nel caso di reazioni claustrofobiche, fuga dai rapporti vissuti come soffocanti o pericolosi.

BIBLIOGRAFIA

Amati Mehler J. (1989), Fobie in Trattato di psicoanalisi a cura di A. Semi – Vol. II. Raffaello Cortina Editore.

Deutsch H. Alcune forme di disturbo emozionale e la loro relazione con la schizofrenia. In AA.VV. Il sentimento assente, Boringhieri, 1992.

Freud S. (1894a), Le neuro psicosi di difesa, OSF, 2, Boringhieri.

Freud S. (1894b), Ossessioni e fobie, OSF, 2, Boringhieri.

Freud S. (1908), Analisi della fobia di un bambino di cinque anni. (Caso del piccolo Hans), OSF., 5, Boringhieri.

Freud S. (1915), Metapsicologia, OSF, 8. Boringhieri.

Freud S. (1925), Inibizione, sintomo, angoscia, OSF, 10. Boringhieri.

Freud S. (1938). Risultati, idee, problemi, O.S.F., 11. Boringhieri.

Klein M. (1952), Scritti 1921-1958, Boringhieri.

Segal H. (1954), I meccanismi schizoidi che sottostanno alla formazione delle fobie in Scritti psicoanalitici, Astrolabio 1984.

Ewiss E. (1966), La formulazione psicodinamica dell’agorafobia, in Riv. Psicoanalisi, 12.

Winnicott  (1960), Sviluppo affettivo e ambiente. Studi sulla teoria dello sviluppo affettivo, Armando, 2004.