Genitorialità (Nuove)

A cura di Carla Busato Barbaglio

Joaquín Lavado, in arte Quino, Mafalda

Nuove forme sociali, nuove identità relazionali

‘Le persone usano il linguaggio non solo per segnalare stati emotivi o confini territoriali ma anche per influenzare la mente altrui. Il linguaggio è uno strumento squisitamente adatto per descrivere luoghi, persone, altri oggetti, eventi e perfino pensieri ed emozioni. Lo usiamo per descrivere il passato e anticipare il futuro, per raccontare storie immaginarie, per lusingare ed ingannare’ (M.C. Corballis). Una delle caratteristiche del linguaggio come afferma Whitehead è la ‘generatività’. Le nuove forme sociali, almeno nella loro consolidata prassi quotidiana, sono generative di nuovi linguaggi che attivano la necessità di ascolto e di studio: ‘nuovi fatti’ nella complessità relazionale.

Riporto di seguito alcune affermazioni che in modo plastico rendono le novità della vita dell’oggi.

Mamma, ma lui è mio fratello? No, risponde la mamma, che cosa ti viene in mente mica è nato da me. E allora che cosa è per me? Mah, risponde la mamma un po’ confusa, è un ‘semi cugino’. Dopo poche ore Matteo, 7 anni, si ritrova con degli amichetti e con molta fierezza presenta il nuovo arrivato dicendo: E’ il mio semi- cugino. Con molta serietà tutti si salutano e si rimettono a giocare.

Federica 9 anni viene portata in consultazione perché aveva sempre creduto che Roberta fosse sua sorella e invece realizza improvvisamente che è figlia sì del padre, ma non della mamma. E’ molto turbata, si sente tradita e non sa più bene lei di chi sia figlia.

Roberta 26 anni racconta tra le lacrime che a sette anni mamma e papà si sono separati e mamma è andata a vivere con una signora da lei chiamata zia. Papà aveva un’altra moglie. Tra le lacrime dice ma si figuri dottoressa come a Natale potevo fare il presepe?

Dottoressa, racconta con aria tra il malizioso e il turbato Roberto di 8 anni, sono andato a dormire da papà e sotto al cuscino ho trovato una camicia da notte che non avevo mai visto. E sono sicuro: assolutamente non era di mamma.

Non so più chi sono, dice una ragazza adottata, mi hanno presa e poi ognuno si è rifatto una vita, ma io di chi sono? Per giunta sono di colore, mi guardo allo specchio e rimango male mi vorrei bianca.
E ancora Roberta 16 anni. Mio padre mi mette a parte della sua nuova vita compresi i particolari dei suoi rapporti fisici….Mi ha anche confidato che la sua bella ha avuto un aborto spontaneo e che sta tanto soffrendo, ma chi se ne frega. La odio, li odio…

I miei genitori sono schegge impazzite, dice Donatella 14 anni: una non mangia, l’altro mi chiede aiuto per coprirlo e farlo uscire con la fidanzata. Io ho tutti i miei casini: che faccio?

Flash che in positivo o in negativo interrogano comunque il mondo degli adulti e interrogano il nostro pensare situazioni che sono diventate molto più complesse e che richiedono forse nuove riflessioni, studi, proposte.

Questi piccoli flash e molti altri che potrei aggiungere parlano di nuove configurazioni familiari e di diverse espressioni di genitorialità. Linguaggi che, se pur per certi aspetti indicano situazioni conflittuali che potevano clandestinamente esserci anche nel passato, ora immettono in narrazioni e linguaggi che realmente sono dicibili.

Tra genitorialità e coniugalità

Si è passati da un sistema familiare nel quale la funzione coniugale e quella genitoriale coincidono, ad una serie di ‘discontinuità rispetto al passato che vertono sulla non coincidenza tra genitorialità e coniugalità (la funzione genitoriale può essere esercitata in assenza della relazione coniugale); sulla non sovrapponibilità tra nucleo familiare e famiglia (famiglie allargate e ricostituite); sulla non omogeneità tra cultura famigliare e cultura della comunità sociale di appartenenza (coppie miste); sulla non consequenzialità tra genitorialità biologica e universo affettivo (case famiglia, comunità per minori); sulla non coincidenza tra ruoli familiari e ruoli di genere (coppie omosessuali). (P.Bastianoni e A Taurino).
Tutto questo è espresso in una pluralità e molteplicità di forme nuove e particolari. Troviamo ad esempio famiglie omosessuali accanto a famiglie etero, famiglie d’immigrati o miste con figli adottati con i canali internazionali…Oppure famiglie di diverse provenienze geografiche con figli di diversi nuclei familiari.

L’ultima legge che sancisce l’uguaglianza di tutti i figli, anche se nati fuori dal matrimonio firma in modo irrevocabile a livello istituzionale molti di questi cambiamenti e in qualche modo sancisce nuove narrazioni genitoriali rendendo il luogo della crescita più fluido. E in questa fluidità può esserci sia una maggior ricchezza sia un minor contenimento, sicuramente una difficoltà maggiore a concepire limiti e debolezze.
Una pluralità di forme nelle quali si declina il vivere, forme che cambiano la tessitura sociale, il modo di relazionarsi, di comunicare, di appartenere di crescere. Una tessitura più composita e più complessa. La genitorialità in questa prospettiva sempre più sembra non essere legata all’avere direttamente figli, ma al saperli crescere (bello a questo proposito il titolo di un libro di un nostro collega Marco Mastella: Crescere i figli degli altri), al proteggerli, all’entrare in sintonia con loro al sapere porre dei limiti accompagnarli nelle tappe evolutive che via via percorrono.
Dice Music nel suo bel libro ‘Nature Culturali’: ‘Noi tendiamo a usare parole come ‘veri e naturali’ per descrivere i genitori biologici e il confronto tra varie culture può essere utile per mettere in discussione i preconcetti riguardo all’inviolabilità del legame di sangue. Per esempio i Baatombu del Benin settentrionale non hanno una parola per definire i genitori biologici, e sia per i genitori adottivi che per quelli biologici usano il termine che equivale al concetto di dare alla luce.
Mi avvalgo solo di questa ricerca anche se ce ne sono molte altre interessantissime che ci parlano di crescite diverse in culture diverse. Certamente la nostra cultura occidentale propone e studia le relazioni di attaccamento madre bambino in modo sempre più puntuale nell’essenzialità del crescere nella relazione e nella comunicazione. Direi che proprio partendo dall’essenzialità di ciò che serve per crescere si possono aprire interrogativi al declinarsi delle nuove forme del dare alla luce o crescere i figli anche degli altri.
Gli ultimi studi sulla competenza dei neonati ci dicono che i bambini cercano sguardi fin dai primi momenti della vita, proprio per suscitare risposte positive che garantiscano la sopravvivenza…poi diventano bravi, crescendo, a capire chi può fornire loro cure e sostegno.
In questa prospettiva anche una coppia omosessuale può garantire quanto detto prima. Rimane, da tenere saldamente in considerazione, che un eventuale figlio è molto esposto a pregiudizi e discriminazioni anche a volte per primo nella struttura mentale della coppia stessa. Alice Miller nel suo libro ‘La rivolta del corpo’ mette in luce, aggiungendo un dato in più riguardante l’ambiente, il conflitto tra i sentimenti che proviamo (che il nostro corpo ha registrato) e quelli che vorremmo provare per vivere in armonia con le norme morali interiorizzate….’La madre costretta a riconoscersi incapace, nonostante ogni sforzo, di amare il suo bambino a causa della carenza affettiva vissuta nella propria infanzia, deve fare i conti con il rimprovero di essere ‘immorale’ se vuole articolare quella sua verità. Tuttavia, a mio parere, il fatto stesso di riconoscere i propri veri sentimenti, indipendentemente da ciò che pretenderebbe la morale, la metterà in grado di sostenere se stessa e il bambino, spezzando la catena dell’autoinganno’.
Non solo c’è lo sguardo della madre verso il bambino sin dal concepimento, o si potrebbe dire ancora meglio la qualità, la tonalità emotiva dello sguardo, ma a questo si aggiunge e a volte si sovrappone come una cappa difficilmente scrollabile lo sguardo dell’ambiente, un manto culturale, che avvolge e permea la vita. Sguardo che però ha perso il contatto con la vita stessa, con i bisogni centrali dell’essere e che spesso funziona su norme e regole a cui attenersi più che ad uno scambio profondo ed intimo. E tutto questo vale logicamente per ogni bambino, collocato nei più diversi ambienti, ma tocca maggiormente tutto ciò che si scosta dal conosciuto, dal vissuto dall’ esperimentato.

Diversi per sempre?

Per esempio tutto questo si evidenzia per i bambini di colore adottati. Come stare in una società per la quale il colore della pelle è ancora e troppo la rappresentazione di un figlio di un Dio minore? Ciò che è capitato in Italia in questi ultimi mesi da notizia a grandi lettere della qualità razzista che ancora alberga tra noi e che poi serpeggia nella quotidianità in una infinità di comunicazioni a vari livelli. Il bambino adottato anche quando è visto quale frutto di ‘un’opera buona: come sono bravi i genitori, nel tipo di comunicazione viene veicolato il marchio della diversità.

E questo introduce appunto il tema della diversità e delle diversità. Un ragazzo eritreo figlio di una coppia di eritrei che come lavoro facevano servizi nelle famiglie è stato da me seguito in terapia. Per questo ragazzo sradicato dalla sua terra, dai riti, dalle sue tradizioni e inserito in una cultura che pur facendo lui l’università era comunque stigmatizzante, il darsi un’identità appariva molto complesso e la sua crescita all’interno di un contesto genitoriale, pure impastato di sradicamenti e senza punti di riferimento contenenti, passava per angosce e vissuti persecutori paralizzanti.
Come essere genitori e figli sradicati dalla propria terra di origine? Come radicarsi in un ambiente che possa costituirsi come ‘patria sostitutiva’ così chiamata dal gruppo di comunità africane che si riuniscono a Roma?
Pensavo anche ad una mia esperienza di osservazione in un ospedale in sala travaglio dove stavano per partorire donne di culture estremamente diverse. Signore cinesi che vivevano il tutto nel silenzio più assoluto e senza battere ciglio, signore rom che con le loro urla strazianti accompagnavano i movimenti del corpo. Bambini il cui arrivo al mondo avviene con modalità assolutamente diverse in ritualità lontane e per certi aspetti incomprensibili agli stessi operatori.
Ora tutto questo accade ed è tra di noi. Nella nostra vita, nella vita dei nostri figli e nipoti.

Se la genitorialità come ci dicono alcuni studi è legata a narrazioni nel senso di patrimonio interiorizzato di eventi emozioni, schemi mentali, sistemi comportamentali, culture diverse; l’esperienza vissuta dall’individuo immagazzinata nella memoria diventa parte di un sistema comportamentale di essere che contribuisce alla costituzione dell’identità.

Ora i nuovi linguaggi, le nuove modalità narrative della genitorialità, la pluralità delle forme: la monogenitorialità, la bigenitorialità, la plurigenitorialità sia per chi li vive in una dimensione piuttosto che nell’altra costituiscono un nuovo habitat narrativo e comunicativo estremamente diverso dal passato.
A me sembra che quello che sta avvenendo ci immette in situazioni di maggior precarietà di limiti, confini contenitori e ci chiama ad un riflettere continuamente in quella che viene definita ‘l’incertezza costante’ nel senso che tutto sta dentro una continua negoziazione. Una capacità, una funzione riflessiva a vegliare sulla crescita in tempi nei quali non c’è spazio -tempo al costituirsi saldamente di questa funzione.
In questo momento storico di grandi cambiamenti, o meglio nel nostro mondo liquido-moderno sempre citando Bauman, viviamo un’epoca in cui ‘attendere’ è diventata una parola oscena Abbiamo gradualmente sradicato, per quanto possibile, la necessità dell’attesa, la parola che preferiamo è ormai l’aggettivo ‘istantaneo’. Non abbiamo più dodici miseri minuti da dedicare a cuocere il riso nella pentola, e allora per farci risparmiare tempo è stata realizzata una versione di riso che si prepara nel forno a microonde in soli due minuti….Viviamo una vita costantemente a corto di tempo…. Ho ripreso questo stralcio simpatico dal volume ‘L’arte della vita’ in cui c’è un’analisi interessante dei meccanismi economici e di potere che guidano la nostra vita e che danno importanza sempre di più a delle necessità di consumo rispetto a valori sedimentazione e comprensione di comportamenti. Questo testo mi ha dato da pensare sul tempo per eccellenza di attesa che è la maternità. Come mettere insieme il tempo dell’attesa, normalmente di 9 mesi con il ritmo frenetico che viviamo? Come costruire grembo materno o costituire genitorialità nel vortice delle cose da fare, alle prese con i problemi lavorativi, con le analisi mediche che sembrano moltiplicarsi a dismisura con le diete che spesso si sente vengono suggerite… come se la maternità al posto di un tempo di contatto con sé, uno spazio di ridefinizione di sé, diventasse luogo di produzione di nuovi bisogni che portano lontano dall’interiorità e dalla possibilità di pensarsi. E questo per l’inizio della vita.

Nella disamina della molteplicità delle forme genitoriali non va tralasciato un piccolo accenno all’inseminazione eterologa. E’ questo un tema complesso che richiederebbe un tempo di approfondimento. Vorrei però segnalare, da quanto appreso dalla mia esperienza clinica, che il dare nascita a questo bambino e per nascita non intendo solo la gravidanza e il parto, ma maternità e paternità, può funzionare meglio a patto che i fantasmi ulteriori che questa esperienza immette nella coppia siano il più possibile presi seriamente in carico. E’ una partenza di vita in cui lo sguardo del genitore si appoggia spesso alla ricerca di un altro, un oltre la coppia, un qualcosa di misterioso che però è sempre presente. Lo sguardo non si ferma a ricercare nei tratti la continuazione di una storia, ma si corre il rischio di guardare oltre. Questo non facilita la vita di coppia, ma introduce elementi spesso non contenibili. Tra le varie storie che ho frequentato, interessante a questo proposito la vicenda di un paziente che più che trentenne viene a sapere di non essere figlio biologico di suo padre. Già tutti i suoi sogni prima della comunicazione ricevuta parlavano di questo, come se fosse inscritto nel suo DNA psicologico. Ma questa inscrizione non poteva essere avvenuta se non in quello che era circolato nella famiglia nelle sensazioni, percezioni emozioni e sentimenti. Tutte le strade sono percorribili purché si sappia il più possibile ciò che si sta facendo e quali ripercussioni può avere la gestione più o meno buona delle scelte. Inoltre rimane un interrogativo se queste inseminazioni non trasmettano delle difficoltà a cui ci troveremo di fronte nel futuro.
Inoltre ci si potrebbe chiedere se difficoltà di concentrazione e di apprendimento di moltissimi adolescenti abbiano un qualche tipo di collegamento tra l’inizio delle cure non materne e l’apprendimento scolastico. Ci sono delle ricerche del 2006 di Hungerford e Cox e anche di altri che segnalano una maggiore difficoltà a concentrarsi per i bambini inviati prima al nido rispetto a quelli che entrano più tardi. Ci sono anche studi rispetto alle cure non materne correlati alla distrazione più avanti nel percorso scolastico.
Un altro dato riguarda l’accudimento dei bambini secondo cure- non genitoriali molto in aumento per motivi di lavoro: asili, baby-sitter… Questo tipo di assistenza danneggia o cura i bambini? Certamente le ore che i bambini stanno al nido o con baby sitter spesso e sempre di più sono moltissime. A volte la maggior parte della giornata. Mio figlio di tre anni, mi raccontava una madre in analisi, parla con accento rumeno essendo la sua baby sitter di quella nazione. Anche su questo tema ci sono molti studi che prendono in esame vari aspetti…per esempio lo stress dei bambini nell’andare al nido. Sembra dimostrato che i bambini piccoli che vanno al nido hanno livelli di cortisolo dal 75% fino al 100% più alti di quando stavano a casa…indipendentemente sembra dal tipo di attaccamento. Certamente avere una figura di accudimento di scarsa qualità sia a casa che al nido peggiora di molto la situazione. Il problema riguarda la qualità stessa del nido che, come dice Music, è caratterizzata spesso dalla mancanza di mind-mindedness che invece potrebbe essere un elemento fondamentale al funzionamento di un contesto istituzionale di questo tipo tanto quanto lo sono le capacità psicologiche degli operatori.
Costruire la ‘noità’ tra io e tu

Vorrei tornare ora a ciò che mi sembra l’essenziale per la crescita di un bambino, fondamento anche del dare alla luce o crescere i figli degli altri.

La relazione non è solo la somma dell’io e del tu, ma una nuova comunicazione, inedita che promuove un modo di essere in fieri e sempre in movimento su un ‘noi’ da creare. Stern parlava non solo della nascita del bambino, ma della nascita della mente della madre per quel bambino. E’ un apprendere a sintonizzarsi, a capirsi, a intendere gli stati mentali gli uni degli altri, che avviene in modo complesso sia con passi sbagliati sia nelle modalità che consentono crescite migliori. Molte sono le ricerche attuali su quelle che Tronick (2008) chiama danze interattive, come una sorta di modello di regolazione reciproca, durante le quali entrambe le parti sono attive. E’ la costruzione di un ‘noi due’ che rende esistenti l’io e il tu. Ora è evidente che tutto questo in qualche modo permane. Lo stesso concetto di mente oggi, infatti, è cambiato. L’antica dicotomia cognizione- affetto è scomparsa e si va verso una lettura (simbolicamente rappresentata dal nastro di Moebius) in cui componente psichica e componenti biologiche sono una l’interfaccia dell’altra: quello che un bambino sperimenta di positivo o negativo resterà registrato, lascerà tracce. Alcune potranno essere richiamate, altre rimarranno non evocabili eppure attive nel creare nuove tracce. Si sa ora che esperienze positive aiutano la plasticità neuronale e facilitano le introiezioni. Si sa anche che cosa scatenano esperienze negative. C’è un profondo arricchimento nello studio integrato dei processi relazionali e correlati neurobiologici. Frans de Wall zoologo ed etologo, nel suo interessante libro l’Età dell’empatia, afferma appoggiandosi alla neuroscienziata Beatrice de Gelder, che ‘reagiamo agli atteggiamenti corporei con la stessa velocità con cui reagiamo alle espressioni facciali. Interpretiamo il corpo senza sforzo, cogliamo subito un atteggiamento di spavento… o uno di rabbia… Apparentemente ci fidiamo più degli atteggiamenti corporei che delle espressioni facciali. Però, continua l’autore, le esatte modalità con cui le emozioni sortiscono un certo effetto sulle nostre non sono state ancora completamente chiarite. E per questo chiama una sua idea ‘teoria della priorità del corpo’ cioè vuole che sia il corpo a dare il via al processo e che le emozioni si accodino. Il linguaggio corporeo degli altri ha un effetto sul nostro corpo, seguito da un’eco emotiva che ci fa provare le emozioni conseguenti. Più in là però sostiene che la faccia rimane la via maestra delle emozioni: offre la connessione più rapida con l’altro. C’è anche un interessante libro di Michael Corballis Dalla mano alla bocca in cui l’autore passando dall’antropologia, all’etologia alle neuroscienze alla linguistica e alla psicologia dello sviluppo ci dimostra come il linguaggio sia nato dal gesto…e come prima del linguaggio la comunicazione sia avvenuta in modo fattuale. Parlo quindi di danza relazionale quale metafora di un linguaggio psicofisico.

Riporto ora perché mi sembra serva alla riflessione che vado facendo un esempio che propone la Fraiberg in un lavoro degli anni 70 con i figli non vedenti di madri vedenti. Alcuni bambini si sviluppavano normalmente mentre altri apparivano isolati e asociali. La Fraiberg notò che alcune madri si staccavano dai figli e interagivano meno perché non comprendevano che con questi figli era necessario un linguaggio diverso e come effetto i bambini utilizzavano strategie di coping quali ritirarsi e concentrarsi più su sé stessi. Le madri si sentivano impotenti e interagivano sempre meno e così si instaurava un circolo vizioso. Quando le madri comprendevano il loro distanziarsi e riprendevano ad interagire con il corpo dei bambini, rinunciando al contatto oculare che è specificamente umano, i bambini ritornavano in relazione. Questo esempio mi sembra utile per introdurre alcune riflessioni su come noi terapeuti, insegnanti, giudici, pediatri e tutte le figure che hanno a che fare con la protezione e la crescita possono darsi da fare per ‘dare alla luce’ migliore qualità di vita.

Aggiungo a questo esempio un altro che ha a che fare con il difficile incontro adottivo che pone di fronte ad un limite, una mancanza, che comunque non è di per sé garanzia sufficiente per farsi madri per questa altra strada. E’ questo un doppio salto mortale; il tentativo di rendere familiare ciò che inesorabilmente nasce come estraneo…nei colori, negli odori nella gestualità…In un altro scritto parlavo di una madre che solo dopo anni si era accorta che non sentiva più l’estraneità della sua piccola figlia che dal momento dell’adozione aveva avvertito pesantemente come un odore che non apparteneva alla famiglia e non apparteneva alla casa. Con questa comprensione dava notizia che l’adozione per lei non era più solo una maternità della mente, ma era diventata una ‘maternità fisica’ una familiarità.
In un’altra situazione Sole, singhiozzando tra l’arrabbiato e il deluso, ripeteva che se avesse saputo che l’adozione era questo non l’avrebbe mai fatta e glielo sentivo ripetere anche di fronte al figlio sedicenne. Provavo dolore per lei e il ragazzo come se mi trovassi di fronte un’orfanità insolubile. E mi chiedevo quanto nella valutazione della domanda si era stati capaci di intravvedere le reali possibilità di questa famiglia di accogliere una storia in partenza così difficile. Già in un altro scritto mi sono occupata di questo. Segnalavo che l’abbinamento adottivo non parte dal corpo, dalla pancia che cresce nonostante tutto e costruisce al di là dei pensieri, ma si articola in un altro alfabeto relazionale che ha come componente all’inizio addirittura il rapporto tra la coppia e l’istituzione. Il linguaggio dell’intimità si avvia in modo assolutamente diverso. E’ un alfabeto che si costruisce, per certi aspetti, con poco ’luogo del dentro’ e il cui spazio include, a volte, anche pesantemente, ma inevitabilmente il fuori: altri contenitori, altre madri, orfanatrofi, psicologi, assistenti sociali, tribunale, ecc.: realtà non facile da reggere anche nelle situazioni più solide.

Quanto in ogni relazione per quanto complessa e diversa essa sia si ha nella mente il bisogno dell’altro, il suo momento evolutivo ciò che gli serve per la crescita e ciò che al contrario contribuisce a bloccarlo a tenerlo in una comunicazione, o meglio in una sintonizzazione negativa perché pur vedente non risponde comunque alle nostre aspettative o ai nostri bisogni. Questa sintonizzazione poi sarà foriera se continuamente ripetuta di difficoltà relazionali nella futura coppia e con i figli di altre sintonizzazioni malate. Lo stesso Bollas (1987) parla di pazienti che descrive come non nati dal punto di vista psicologico, che sono spesso cresciuti in famiglie dove i loro sé reali non sono stati rispecchiati o facilitati, con genitori poco sensibili alla realtà interna dei loro bambini. Definisce questi pazienti ‘normotici’ e sono pazienti che hanno una scarsa capacità di introiettare un oggetto, di identificarsi con l’altro o di entrare in empatia. Bollas dice che tali pazienti possono essere stranamente privi di oggetto. E piuttosto che proiettare un senso di morte, potremmo dire che sono psicologicamente insensibili, cosicché le parole piene di significato da noi espresse con vitalità ed energia possono diventare in un attimo private di significato. Tali pazienti non attaccano tanto il legame, in quanto non hanno ancora sviluppato sufficienti legami psicologici, cosa che pare vada di pari passo con la mancanza di connessioni sinaptiche, in particolare tra gli emisferi destro e sinistro del cervello (Siegel 1999). Per rimanere nella complessità ripeto anche l’affermazione della Blaffer quando sostiene che “affidare un bambino ad una allomadre non ha ripercussioni dannose, ne ha invece l’incapacità di convincerlo che la madre non lo abbandonerà mai”. Anche questo elemento del puzzle, con le dovute cautele è da tenere a mente nei vari percorsi sia adottivi che di nuove composizioni.

La ricerca e i progressi della competenza psicologica e psicoanalitica sembrano dirigersi sempre più al cuore di ciò che serve alla crescita, di ciò che la nutre. In questo senso più che alle forme che la vita familiare prende nelle diverse società, ai modi in cui si declinano funzioni che storicamente abbiamo definito materne e paterne, ciò che sempre più è da prendere in considerazione e ritenere fondamentale per la crescita umana è la costruzione di sintonizzazioni il più possibile sane sostenute da affetti caldi e profondi, germinativi di vita.
Bibliografia

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Blaffer S. Hrdy, Istinto materno, Sperling & Kupfer, Milano 2001, pag.399.
Bollas C., 1987. The Shadow of the Object: Psychoanalysis of the Unthought Known, Free Association Books.
Busato Barbaglio C., Mondello Ml., Tra femminile e materno: l’invenzione della madre. Milano Franco Angeli, 2008
Busato Barbaglio C., “Maternità fortezza da due debolezze?” In Desideri di maternità, Neri N., Rogora. C., Roma Borla, 2010.
Corballis M., Dalla mano alla bocca, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008
De Gelder B (2006) Towards the neurobiology of emotional body language, Nature review of neuroscienze, n. 7 pp 242- 249.
De Wall F., L’età dell’empatia, Garzanti, Milano 2011 pp. 112-114.
Fraiberg S. (1982) Difese patologiche nell’infanzia, in Il sostegno allo sviluppo, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999.
Hungerford, A., & Cox, MJ (2006).Family factors in child care research. Evaluation Rewiew, 30 (5), 631-635.
Miller A., La rivolta del corpo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2005, p.12.
Music G., Nature culturali. Attaccamento e sviluppo socioculturale, emozionale, cerebrale del bambino Roma, Borla 2013
Siegel D. J., 1999. La mente relazionale, Raffaello Cortina, Milano, 2001
Tronick E., Regolazione emotiva, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008.

Settembre 2014