Identificazione con l’aggressore

A cura di Cristiano Rocchi

Identificazione con l’aggressore in Sándor Ferenczi

Il concetto ferencziano di identificazione con l’aggressore, elaborato fra il 1932 e il 1933 nel suo “Diario Clinico” ( giornata 10 maggio) e in “Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino” (1932) è decisamente più complesso di quello, forse più conosciuto, delineato successivamente (1936) da Anna Freud, in cui, detto in sintesi estrema, la vittima introietta l’aggressore, “assimilando l’esperienza angosciante”, e così, identificandosi, assume “il ruolo dell’aggressore e i suoi attributi” e “si trasforma da minacciato in minacciante”.

Per Ferenczi la reazione della vittima non consiste tanto nell’assumere, linearmente, il ruolo dell’aggressore per via identificatoria ed assumere quindi i suoi medesimi comportamenti.  L’analisi ferencziana di ciò che accade alla vittima del trauma è fenomenologicamente profonda e dettagliata, è soprattutto, ed è questa la sua grandiosità, una descrizione “dall’interno”, generalizzabile ben oltre la tematica dell’abuso sessuale:‘I bambini si sentono indifesi fisicamente e moralmente, la loro personalità è ancora troppo debole per poter protestare, sia pure solo mentalmente; la forza prepotente e l’autorità degli adulti li ammutolisce, spesso toglie loro la capacità di pensare. Ma questa stessa paura, quando raggiunge il culmine, li costringe automaticamente a sottomettersi alla volontà dell’aggressore, a indovinarne tutti i desideri, a obbedirgli ciecamente, a identificarsi completamente con lui.’ (Confusione delle lingue tra adulti e bambini, 96).

La paura è tale che le reazioni di disgusto, odio, energica difesa, vengono inibite. Il bambino violato, terrorizzato dalla paura, anziché reagire e difendersi, tenderà a sottomettersi automaticamente. La vittima, sovrastata da un potere schiacciante e fuori controllo, non attiva una reazione di rifiuto o difesa, ma, soggiogata da una paura impotente, si sottomette alla volontà dell’aggressore. Come unica possibilità di sopravvivenza, la vittima abdica, rinuncia alla propria persona, consegnandosi all’aggressore ed identificandosi esattamente con ciò che egli si aspetta. Tende a sentire da un lato ciò che l’aggressore stesso sente, dall’altro ciò che l’aggressore vuole che la vittima senta. Può arrivare così ad anticiparne le mosse, per minimizzare il danno ed avere maggiori possibilità di sopravvivenza. Pare qui evocarsi l’Orpha che, secondo Nancy Smith (1999) è per Ferenczi “pura intelligenza che preserva la vita”; una sorta di “angelo custode” modellato sulle parti della personalità del soggetto, in sostanza, “una intelligenza inconscia priva di affetti” (135). Assistiamo quindi ad un processo di dissociazione, caratterizzato da uno svuotamento della mente della vittima per far posto alle percezioni dell’aggressore, cosicché l’esperienza è vissuta in stato oniroide, o come se l’evento dell’abuso venisse visto dall’esterno, fino alla totale negazione della realtà (G. Ceragioli, 2013).

Ed oltre alla fenomenologia dissociativa Ferenczi ne individua anche una di tipo “scissionale” che si manifesta nella personalità del bambino abusato: ‘Non c’è trauma né spavento che non abbia come conseguenza un accenno di scissione della personalità’ (ibid, 98). Tale scissione riguarda il suo (del bambino) sentirsi al tempo stesso innocente e colpevole finendo per perdere così fiducia in ciò che gli dicono i suoi sensi. Ciò pare favorito anche da una regressione a uno stato precedente: ‘Nessun psicoanalista si stupirà che la personalità del traumatizzato regredisca allo stato di beatitudine precedente all’evento traumatico e cerchi di fare come se quest’ultimo non si fosse mai verificato’ (ibid.); distanziare e dimenticare ciò che è accaduto ha lo scopo ovviamente di mantenere un buon rapporto con l’adulto (che continua ad essere amato nonostante sia stato origine di sofferenza). E’ il “terrorismo della sofferenza”: per mantenere un rapporto tale da ricevere tenerezza e sicurezza, il bambino è disposto ad assumersi le colpe degli adulti e divenire compiacente nei confronti dei loro desideri. In questo modo viene mantenuta una (buona) relazione, anche se l’adulto è disturbato. Possiamo così vederlo mettere in atto comportamenti come lo scomparire, il mimetizzarsi, usare il linguaggio della seduzione. La vittima sviluppa anche attitudini alla ipervigilanza ed alla estrema attenzione percettiva, emotiva, intuitiva che le suggeriscono i comportamenti per lei meno pericolosi. Su piano psicodinamico potremmo osservare che, introiettati, sia l’evento traumatico che il traumatizzante, scompaiono come realtà esterna e da extrapsichici divengono intrapsichici e inconsci, sottoposti così al processo primario “vale a dire ciò che è intrapsichico può essere, in base al principio di piacere, plasmato e trasformato in modo allucinatorio, positivo o negativo. In ogni caso l’aggressione cessa di esistere […] ed il bambino riesce a mantenere in vita la precedente sensazione di tenerezza” (ibid., 96). Il bambino però si sentirà enormemente confuso da tutto ciò; anche perché finirà così anche per introiettare il senso di colpa dell’adulto, che tende a far apparire come un’azione colpevole un gioco ritenuto fino a quel momento innocente. Difatti il partner adulto, tormentato dai suoi rimorsi di coscienza, ci dice Ferenczi, sarà freddo e brusco col bambino, gli dirà di non parlare a nessuno di ciò che è accaduto -perché deve rimanere un segreto tra loro due- cosa che acuirà la vergogna e la colpa nell’abusato, o addirittura l’adulto tenterà di convincere la vittima che nulla è avvenuto, negando la realtà e gettandola così nella confusione: il risultato di ciò sono “l’abbandono emozionale” e la “solitudine traumatica” (Diario clinico, giornata dell’8 agosto), in cui la vittima è gettata dal disconoscimento del suo vissuto e dalla dissociazione. Più strano, ci dice Ferenczi, è invece vedere all’opera il meccanismo di ‘progressione traumatica (patologica) o di precocità (patologica)’ (Confusione delle lingue tra adulti e bambini, 98) che implica che una parte della personalità si sviluppi in modo precoce, acquisendo caratteristiche dell’adulto sul piano emotivo ed intellettuale: ‘Viene da pensare a quei frutti che la beccata di un uccello ha fatto maturare troppo in fretta e reso troppo dolci…’ (ibid.); con questa stupenda metafora Ferenczi ci descrive con brevi tratti quello che aveva chiamato anche il ‘poppante saggio’ (1923), in cui “Il trauma può consentire a una parte della personalità di maturare improvvisamente, non solo a livello emozionale ma anche intellettuale” (ibid., 98.). Molti bambini, infatti, sviluppano una particolare capacità a riconoscere e assecondare i bisogni degli altri e arrivano ad occuparsene come se fossero degli infermieri o dei terapeuti, prendendosi cura dei loro adulti, prevenendo e cercando di lenire il disagio del genitore, anche per così tentare di mantenere una condizione di relativa tranquillità nella quale non si verifichino altri traumi.

Bibliografia

Ceragioli, G. (2013)L’odio nella relazione transfert-controtransfert come reciproca identificazione  con l’aggressore in situazioni di grave abuso sessuale, Comunicazione presentata al Congresso  dell’Associazione culturale Sándor Ferenczi “Il Diario Clinico oggi”, Firenze, 17-19 maggio 2013.

Ferenczi, S. (1923) Il sogno del poppante saggio, p. 184, vol. III, Opere, Cortina Editore, 1992.

Ferenczi S. (1932) Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino, p. 91-100, vol. IV, Opere, Cortina Editore, 1992.

Ferenczi S. (1933) Diario Clinico, Cortina Editore, 1988.

Freud, A. (1936) L’Io e i meccanismi di difesa, Giunti Editore, 2012.

Smith, N. (1999)  From Oedipus to Orpha: Revisiting Ferenczi and Severn’s Landmark Case, The American Journal of Psychoanalysis, vol. 59, Issue 4, pp.345-366.

Gennaio 2014