Identificazione Proiettiva

identificazione protettiva

A cura di Maria Laura Zuccarino

“Sappiamo che l’identificazione è la più primitiva e originaria forma di legame emotivo” scriveva Freud nel 1921, in “Psicologia delle masse ed analisi dell’Io”, descrivendo le forme dell’identificazione primaria, basata sull’acquisizione delle caratteristiche dell’oggetto amato, attraverso un processo di introiezione, sul modello degli istinti cannibalici originari del neonato: un legame emotivo precoce, precedente all’instaurarsi della relazione anaclitica. A partire da questa considerazione, è possibile affermare che l’identificazione originaria a cui Freud si riferisce costituisce una sorte di matrice teorica di cruciale importanza, che solo nel tempo verrà ripresa e sviluppata dagli psicoanalisti post-freudiani, anche grazie al progressivo maggior riconoscimento dei meccanismi di funzionamento della mente primitiva, e della precocità delle relazioni oggettuali. Sarà il caso dell’”identificazione proiettiva”.

Il concetto di “identificazione proiettiva”, pur essendo comparso già in precedenza nella letteratura psicoanalitica (Weiss, 1925; Brierley, 1945) non suscitò molto interesse negli psicoanalisti, finché non venne descritto nel 1946, da M. Klein, in “Note su alcuni meccanismi schizoidi”. Concordando con le osservazioni di Fairbain (1944) sull’esistenza di una “posizione schizoide” normale nei primissimi tempi dello sviluppo, M.Klein descrive una particolare fantasia attraverso la quale il neonato – per difendersi dall’angoscia – scinde, e proietta parti di sé intollerabili all’interno della madre, con il fine di prenderne possesso e controllarle/la: “ poiché e in quanto, con tale proiezione dentro, la madre viene a contenere le parti cattive del Sé, essa non è sentita come un individuo separato ma come il Sé cattivo […]. Ciò determina una particolare forma di identificazione che costituisce il prototipo delle relazioni oggettuali aggressive” (ed anche, aggiungerei, delle identificazioni narcisistiche). Nella revisione di quello stesso articolo, nel 1952, aggiungerà: “Proporrei di denominare questa forma di processo di identificazione ”identificazione proiettiva”.

Si tratta di un concetto complesso, che “illustra la connessione tra istinti, fantasia e i meccanismi di difesa. E’ una fantasia di solito molto elaborata e dettagliata; è un’espressione degli istinti perché sia i desideri libidici che quelli aggressivi sono sentiti essere onnipotentemente soddisfatti dalla fantasia; è comunque anche un meccanismo di difesa nello stesso modo in cui è la proiezione, cioè sbarazza il Sé delle parti non desiderate” (H. Segal, 1967), tenendole al tempo stesso sotto controllo. Ciò permette, inoltre, di evitare ogni consapevolezza di separazione, di dipendenza e di invidia.

L’uso eccessivo dei meccanismi proiettivi produce l’insorgere di angosce paranoidi, poiché gli oggetti contenenti le parti cattive del sé diventano persecutori, oltre ad un senso di svuotamento e indebolimento dell’Io, fino a stati di depersonalizzazione, per la perdita delle parti scisse e proiettate del sé. Questa dinamica verrà descritta da M. Klein con molta chiarezza nel suo articolo “Sulla identificazione” (1955), attraverso le trasformazioni identitarie di Fabien, il protagonista della novella di J. Green, “Se fossi in te”.

Bisogna ricordare che M. Klein si era parzialmente dissociata dalla teoria pulsionale di Freud, ritenendo che la relazione oggettuale esistesse fin dall’inizio della vita neonatale, e che ogni spinta pulsionale fosse sempre fissata ad un oggetto, il primo dei quali è il seno materno precocemente interiorizzato, che costituisce “un organizzatore fondamentale dell’Io e ne garantisce la coesione”. All’epoca in cui ha descritto l’Identificazione Proiettiva, stava cercando di approfondire la qualità degli stati d’angoscia primitivi, ed i meccanismi attraverso i quali l’Io immaturo del neonato – privo di una stabile coesione ma presente ed attivo fin dalla nascita, – cerca di difendersene. L’angoscia conseguente all’entrata in azione della pulsione di morte nell’organismo, viene “avvertita inizialmente come paura di annientamento (morte), e… si configura pressoché immediatamente come paura di persecuzione” da parte di oggetti che minacciano il neonato dall’interno. Ciò lo espone ad intense angosce di frammentazione, per difendersi dalle quali, scinde attivamente ed espelle dentro all’oggetto esterno, il seno materno, parti dell’Io e degli oggetti interni minacciosi, gli oggetti cattivi. Questo stato della mente, caratteristico dei primi 3-4 mesi di vita, fu denominato dalla Klein “ posizione schizoparanoide”.

Klein, tuttavia, sottolinea che, non solo parti “cattive” del sé vengono proiettate nell’oggetto esterno, ma anche parti “buone” – perché sentite come immeritate, o per proteggerle dai cattivi persecutori interni. Tale proiezione “è fondamentale affinché il bambino sviluppi buone relazioni oggettuali e le integri nel proprio Io”, e diventa la base dell’empatia. Se eccessiva, anche in questo caso, “può derivarne una troppo forte dipendenza da questi rappresentanti esterni delle parti buone del sé e la paura che la propria capacità di amare vada perduta” (Klein, 1946)

W. Bion (1959, 1962) sarà il primo ad introdurre una distinzione tra una forma di Identificazione Proiettiva “normale”, ed una “patologica”, mettendo in luce, accanto alla primitiva funzione evacuativa descritta inizialmente da M. Klein, la dimensione interpersonale, comunicativa, che l’identificazione proiettiva contiene.

Con Bion, l’identificazione proiettiva “normale” diventa un’importante modalità di comunicazione non verbale, attraverso la quale l’organismo immaturo riesce a trasmettere sentimenti ed emozioni non ancora nominabili ad un oggetto recettivo. L’effetto che essa produce sull’oggetto che riceve la proiezione, ed il ruolo che esso ha nell’accoglierla e nel modificarla diventano parte fondamentale del fenomeno descritto, ponendo le basi della sua teoria del pensiero.

Con la formulazione del concetto di “rêverie” materna, Bion descrive una relazione in cui la madre accoglie “dentro” di sé, attraverso l’identificazione proiettiva del neonato, esperienze sensoriali, emozioni, disagi fisici disorganizzanti e inelaborabili, e glieli restituisce arricchiti di senso, tramite ciò che Bion definisce ”funzione alfa”, la capacità della mamma di elaborare l’esperienza emotiva per trasformarla in elementi utilizzabili per il pensiero ed il sogno (elementi alfa). In tal caso, non c’è perdita di parti del sé. Al contrario, ciò che il neonato reintroietta, non sarà solo la propria originaria esperienza “digerita” dalla mente materna, ma l’esperienza della relazione amorevole creativa con un oggetto recettivo, e capace di elaborazione emotiva: è identificandosi in questa esperienza interpersonale creativa che il neonato apprende, a propria volta, a pensare (Bion, 1962)

Da questo legame tra la mamma e il bambino, W. Bion elaborerà il modello “contenitore-contenuto”, che diverrà anche il modello della funzione dell’analista nella relazione terapeutica, e delle “trasformazioni” dell’esperienza emotiva che si producono all’interno di tale relazione.

L’Identificazione Proiettiva “patologica”, osservata da Bion attraverso le caratteristiche del transfer di pazienti schizofrenici, si distingue invece per la sua qualità onnipotente ed il grado di violenza con cui la proiezione viene messa in atto. Nonostante egli attribuisca in molti casi, alla particolare intensità dell’invidia del neonato, o ad una sua innata intolleranza alla frustrazione, la violenza di tale proiezione, essa viene per lo più ricondotta alla qualità della risposta dell’oggetto. Pazienti che – a livello di relazione primaria – hanno avuto l’esperienza di un oggetto chiuso alla comprensione e non recettivo rispetto alle proiezioni della propria sofferenza, ricorrono all’uso ipertrofico dell’identificazione proiettiva, per negare la realtà e l’angoscia (Bion, 1959).

La valenza euristica del concetto di identificazione proiettiva venne immediatamente colto dalla comunità psicoanalitica, e servì a dare fondamento concettuale ad aspetti molteplici della clinica psicoanalitica, in particolare relativi alla comprensione e alla cura delle patologie gravi, ad aspetti importanti della teoria della tecnica e alla teoria della formazione del simbolo (Segal, 1957) L’ampio uso che ne è stato fatto, anche da autori con orientamenti diversi rispetto al modello kleiniano da cui il concetto è nato, ha talora causato una certa confusione sul suo significato, e in parte la perdita della sua specificità originaria. Al tempo stesso, rappresentando un ponte tra dimensione intrapsichica e intersoggettiva, ha dato vita a un ricco dialogo tra modelli psicoanalitici della mente spesso distanti tra loro (E. Spillius, E. O’Shaughnessy, 2012.)

Differenza tra Identificazione Proiettiva e Proiezione

H. Segal afferma che la proiezione è il meccanismo mentale, mentre l’I.P. è la fantasia che la sottende, ma gli analisti kleiniani, per lo più, non ritengono utile una differenza nel lavoro clinico tra proiezione e identificazione proiettiva. L’argomento è discusso tra gli analisti americani, la cui opinione diffusa è che, nella proiezione, venga perso il contatto con quanto proiettato, mentre nell’I.P. il contatto venga mantenuto, e si rispecchi nella relazione identificatoria con l’oggetto che accoglie la proiezione (Odgen, 1979.)

Identificazione Proiettiva e situazione psicoanalitica: transfert e controtransfert

La dimensione comunicativa, interpersonale, dell’identificazione proiettiva, verrà associata molto presto alla comprensione dei fenomeni di transfert e di controtransfert che si attivano nella situazione psicoanalitica (Malin e Grotstein, 1966). Fu P. Heimann (1950) a valorizzare i sentimenti che il paziente suscitava nell’analista, non più come un ostacolo alla comprensione del paziente (Freud 1910, 1937), ma come uno strumento prezioso per esplorarne l’inconscio, tuttavia non considerò mai che l’identificazione proiettiva fosse implicata in quel processo. Fu il modello descritto da Bion – attraverso cui il paziente può trasferire parti disturbanti del sé e del proprio mondo interno dentro l’oggetto (prima la madre, ora l’analista), ed esercitare una pressione perché vengano accolte e restituite in qualche forma più tollerabile – ad offrire una comprensione più profonda all’esperienza transfert-controtransfert, e alla sua funzione nella relazione terapeutica e nella crescita psichica del paziente. Money-Kyrle (1956) ha sottolineato, tuttavia, quanto sia delicato, talora, differenziare il contributo del paziente dal proprio, ed ha messo in guardia sulle condizioni psicologiche dell’analista che possono ostacolare questo processo.

Racker (1957), L. Grinberg (1985) hanno descritto come l’analista possa identificarsi troppo massivamente con la rappresentazione di sé e dell’oggetto nelle fantasie inconsce del paziente, con il rischio di agire i suoi stessi sentimenti e difese, fallendo la sua funzione di contenimento delle proiezioni del paziente, e di trasformazione della sua esperienza emotiva. Il concetto di “controidentificazione proiettiva” introdotto da Grinberg, si riferisce alla risposta dell’analista ad un uso eccessivo dell’identificazione proiettiva, spesso da parte di pazienti che, da bambini, sono stati oggetto di pesanti proiezioni genitoriali. Al contrario, nell’”identificazione complementare” descritta da Racker, sono proprio i residui nevrotici dell’analista, attivati dai conflitti del paziente, ad ostacolare la recettività dell’analista verso i contenuti emotivi del paziente.

Identificazione proiettiva e clinica psicoanalitica

H. Segal, H.Rosenfeld, B. Joseph, D. Meltzer, e molti altri, hanno riproposto la distinzione formulata da Bion tra Identificazione Proiettiva normale e patologica, mettendo in rilievo l’utilità di quest’ultima per la comprensione e la cura della schizofrenia, delle angosce psicotiche, claustrofobiche, dei gravi stati borderline.

Rosenfeld, già nel 1947, partendo dagli studi di M. Klein sui meccanismi schizoidi e l’identificazione proiettiva, pubblicò il primo caso di analisi di un paziente schizofrenico, evidenziando, in particolare, l’esperienza di depersonalizzazione, e gli stati confusionali (1950), a cui tali processi davano origine. Approfondì inoltre il contributo che l’identificazione proiettiva ha dato alla comprensione degli stati psicotici (1971), e la sua influenza sul lavoro dell’analista (1987.)

Bion, nel 1957 descrive, nella personalità psicotica, una forma estrema di identificazione proiettiva osservata nei pazienti schizofrenici, in cui, sotto la pressione dell’angoscia e dell’odio per la realtà, l’apparato percettivo stesso viene frantumato in piccolissimi frammenti, che si proiettano sugli oggetti esterni, inglobandoli o penetrandoli. Il paziente si trova così in una realtà popolata di “oggetti bizzarri” la cui crescente persecutorietà produce l’intensificarsi dell’identificazione proiettiva, fino alla distruzione dei primitivi processi di pensiero, e di tutti i legami tra gli oggetti, in grado di generare simboli.

Un originale contributo all’analisi delle diverse forme di ’identificazione proiettiva’ che aprono nuove prospettive alla comprensione dell’esperienza clinica viene da D. Meltzer (1965, 1982), in particolare, con la teorizzazione del suo concetto di Claustrum (1992). Il Claustrum, è il risultato di un’identificazione proiettiva “intrusiva”, accompagnata da una fantasia onnipotente masturbatoria, dentro ad un oggetto interno. Quest’oggetto è il corpo materno, nei suoi vari compartimenti geografici (testa-seno, genitali, retto), ognuno dei quali colora diversamente la qualità delle angosce di chi vive al suo interno: un nuovo sguardo sulla qualità delle angosce claustrofobiche, e su vari aspetti dell’esperienza perversa e degli stati borderline.

Identificazione Proiettiva, intersoggettività, infant research

Per alcuni autori, il riconoscimento delle funzioni dell’I.P., così come descritta da W. Bion nella dinamica della reciproca interazione mamma-neonato, e della funzione di “rêverie” materna che promuove nel piccolo umano l’accesso al pensiero, e la profondità delle complesse relazioni tra la dimensione intrapsichica ed il campo transfert-controtransferale che si attiva nella relazione psicoanalitica, rappresentano una preziosa area di contatto con i modelli intersoggettivi ed i rilievi dell’infant Research (Seligman 1999; Silverman & Lieberman, 1999). I commenti ai loro scritti, di A.Alvarez, (1999) e J. Grostein (1999) suggeriscono interessanti spunti di riflessione.

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Luglio 2015

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