Identità

Francesca Woodman, 1978

IDENTITA’

A cura di Alfredo Lombardozzi

 

Il termine identità in generale è considerato un concetto non appartenente alla teorizzazione psicoanalitica, in quanto trattato marginalmente nelle opere di Freud, che in poche occasioni si riferisce direttamente ad esso. Le diverse scuole psicoanalitiche, in seguito, non hanno considerato l’identità come un problema di cui valesse la pena occuparsi preferendo, al contrario, concentrarsi sull’analisi dei complessi processi di identificazione nella formazione della personalità, oppure delle diverse istanze e strutture psichiche centrate sull’Io oppure sul Sé.

 

In realtà Freud (1926) cita esplicitamente il termine identità, riferendolo al suo sentimento di appartenenza alla cultura ebraica, nel Discorso ai membri della Associazione B’nai B’ rith di cui faceva parte, in cui riconduce la sua qualità di ebreo non tanto alla fede e all’orgoglio nazionale, quanto a quello che si potrebbe definire un suo stile di pensiero. Processo questo che prende forma nella correlazione tra  le ‘oscure forze del sentimento’ e la consapevolezza di un’interiore identità nel contesto di una medesima costruzione psichica. L’essere ebreo pone Freud nella posizione di essere svincolato dai limiti del pregiudizio e disposto ad opporsi a quella che definisce la ‘maggioranza compatta’.
E’ chiaro che per Freud l’essere ebreo e avere acquisito un’identità di ebreo rappresenta un’esperienza di interiorità che gli consente di attribuire una ‘presunta’ ‘ebraicità’ ad alcuni tratti del suo ‘carattere’, che sono quelli che gli hanno consentito di essere lo ‘scopritore’ della psicoanalisi e di lottare per il suo riconoscimento nel mondo scientifico del suo tempo. Il termine identità attiene ad una struttura della personalità che contiene i ‘caratteri’ culturali più significativi di un popolo e che, allo stesso tempo, viene interiorizzata in termini intrapsichici. Né in questo breve scritto, né in altri contesti Freud, però, descrive o definisce il modo in cui accade questo processo. Piuttosto, nel corso dello sviluppo del suo pensiero, ha analizzato le modalità in cui le diverse forme dell’identificazione, che si ritrovano sia a livello individuale che nei gruppi e nella società, contribuiscono alla formazione delle strutture psichiche relative alle istanze del modello strutturale (Io, Es, Super-Io), senza passare attraverso il concetto di identità.
L’acuta e sentita riflessione nel suo discorso all’associazione ebraica sembra introdurre e anticipare, anche se solo con un breve accenno, un possibile uso del concetto di Identità sul piano psicoanalitico. L’identità in questi termini può essere vista come una ‘struttura’ della personalità che fa da ponte tra l’esterno (in termini generali il mondo della cultura) e l’esperienza dell’interiorità.

 

Il discorso sull’identità verrà approfondito, tra gli psicoanalisti, da Erik Erikson nel noto e significativo testo Gioventù e crisi dell’identità (1968),  dove,  prendendo spunto proprio dal discorso di Freud, ne mette in evidenza la caratteristica ‘etnica’, cioè l’attribuzione sociale di appartenenza al senso dell’identità.  Questo lavoro di Erikson rappresenta un contributo originale che, traendo spunto dalla tradizione della psicologia dell’Io, tende ad un superamento del concetto di adattamento, dando maggiore rilievo alla dimensione storico-culturale e al carattere ‘comunitario’ dell’esistenza umana, rispetto ai processi di formazione dell’Io,

 

Secondo Erikson c’è una stretta correlazione tra l’identità personale, che definisce Identità dell’ego e il contesto sociale in cui questa si forma. In questi termini l’identità dell’ego costituisce un fattore sintetizzante per quanto riguarda il rapporto tra lo stile della propria individualità e l’identificazione del senso di continuità, correlato al significato che questo acquisisce nella comunità di appartenenza. L’autore descrive un processo che rende ragione del bisogno di continuità dell’ego che, però, non può prendere forma se non attraverso il rispecchiamento e il riconoscimento dell’altro e nell’altro, facendo riferimento alla sua ampia formazione antropologica.
Erikson aveva, infatti, svolto importanti ricerche sull’infanzia presso le culture dei nativi d’America, accompagnato dal grande antropologo statunitense Alfred Kroeber. Successivamente sceglierà, come campo elettivo di analisi sull’identità, l’adolescenza nella forma più compiuta della ‘gioventù’, in quanto momento della vita più significativo a rappresentare le forme rituali di passaggio in relazione ai cambiamenti del ciclo della vita. Qui Erikson (1968) definirà senso d’identità interiore la completezza raggiunta in questo stadio, che comprende la percezione di una continuità progressiva tra le esperienze che lo hanno formato negli anni dell’infanzia, ciò che promette di diventare in avvenire e le aspettative degli altri appartenenti al mondo circostante
Riprendendo a suo modo Hartman (1958), Erikson distingue i processi relativi all‘identità dell’ego da quelli attinenti all’identità del Sé. Mentre la prima avrebbe a che fare con una tendenza ad una strutturazione dell’esistenza, la seconda riguarderebbe tensioni ideali in trasformazione.  L’identità dell’ego (1968) è il risultato di una funzione sintetizzante dell’ambiente, in quanto realtà sociale trasmessa al bambino attraverso le successive crisi infantili e  l’identità del Sé  allude alle immagini del Sé e dei ruoli dell’individuo.
Mentre la prima avrebbe a che fare con una tendenza ad una strutturazione dell’esistenza, la seconda riguarderebbe tensioni ideali in trasformazione.  L’ego, parzialmente inconscio, come ‘agente organizzativo centrale’ fa sempre i conti con un Sé in cambiamento, che si esprime in una continua articolazione tra il Sé ideale e il Sé corporeo. Di conseguenza si potrebbe dire che, l’identità del Sé ha origine da esperienze nelle quali vari Sé temporaneamente confusi si reintegrano con successo in un insieme di ruoli che comporteranno anche un riconoscimento sociale.

 

Mi sono soffermato sul lavoro di Erikson in quanto è uno dei pochi psicoanalisti che abbia tentato un’analisi particolareggiata del concetto di identità e anche in quanto, pur muovendosi nella cornice del modello psicoanalitico strutturale della psicologia dell’Io, ha anticipato sviluppi interessanti, che prenderanno corpo successivamente nella psicoanalisi del Sé. Ha, inoltre, sempre avuto uno sguardo da un lato orientato alla realtà intrapsichica e, dall’altro, ai fattori sociali che interagivano con essa.
Mi sposterei ora su un altro versante degli studi psicoanalitici sull’identità, che ha come rappresentante il lavoro di Leòn e Rebeca Grinberg (1975) Identità e cambiamento e che si ispira alla tradizione kleiniana-bioniana o, più in generale, alla psicoanalisi delle relazioni oggettuali. Gli autori riprendono, per alcuni aspetti, l’analisi di Erikson e le formulazioni riguardanti la relazione tra il Sé e l’Io, propendendo, dal loro punto di vista, a dare preminenza al Sé e al processo di formazione dell’identità, che attiene alla percezione di continuità dell’esistenza in relazione ai fattori di cambiamento. Questo processo ha a che fare, a loro avviso, con quello che definiscono un sentimento d’identità, che è alla base di uno sviluppo ‘sano’ della persona e che, al contrario, quando è deficitario, espone a patologie confusive dell’identità. Il sentimento d’identità si fonderebbe sulla integrazione di spazio, tempo e dimensione del gruppo. Si tratta di rapporti d’integrazione che consentono la differenziazione tra Sé e non Sé, la percezione di un senso di continuità del Sé e la relazione tra aspetti di sé e oggetti esterni. Questo avviene attraverso la messa in campo delle dinamiche intrapsichiche, nella loro relazione con gli oggetti esterni e interni in termini di identificazioni introiettive e proiettive.
L’individuo, che accede al sentimento di identità, sa di essere se stesso nel succedersi dei cambiamenti nella misura in cui il suo Io contiene una chiara rappresentazione del suo Sé e dei cambiamenti che sta sperimentando nel corso del tempo, per cui la sua unità è preservata.
I Grinberg (1975) sottolineano, inoltre, l’importanza dello schema corporeo nel processo di costruzione del sentimento d’identità; schema corporeo che, oltre a rappresentare l’integrazione di esperienze primarie sensoriali inconsce, è anche espressione di un fenomeno sociale. La percezione del corpo altrui è una condizione necessaria per la percezione del proprio corpo e della sua espressione emozionale, che si costruisce nella relazione reciproca in cui non ci si può rappresentare senza un altro. Di conseguenza un corpo è sempre l’espressione di un Io e di una personalità situati in un mondo. Ribadiscono, inoltre, l’importanza  della crisi, nel processo di formazione dell’identità, come ‘cambiamento catastrofico’, in senso bioniano, che è condizione necessaria per una crescita trasformativa. In questo si avvicinano allo spirito di Erikson, che sottolineava l’aspetto ‘positivo’ e ‘creativo’ della crisi. A partire, poi, dall’analisi delle dinamiche psichiche che intervengono nell’esperienza della ‘migrazione’ , pongono al centro del cambiamento il processo di elaborazione del lutto che, se non elaborato, diviene  resistenza al cambiamento. Lo stabilirsi del sentimento d’identità comporta il fatto che l’individuo reagisca con angoscia per la nuova situazione e con sentimenti depressivi relativi al lutto per l’oggetto perduto e anche alla perdita di aspetti del proprio Sé (lutto per il Sé).

 

Come abbiamo visto sia Erikson che i Grinberg, tra i pochi psicoanalisti che hanno approfondito il tema dell’identità tra gli anni Sessanta e Settanta, hanno messo in evidenza la stretta correlazione tra i processi di formazione dell’identità e quelli relativi all’Io e al Sé. E’ ovvio che il concetto di Sé non coincide con quello di identità, ma in molti aspetti troviamo motivi di assimilazione e sovrapposizione.
Già Winnicott (1971) aveva riportato la capacità del bambino di  esistere e percepirsi vivo nel rapporto con una madre ‘sufficientemente buona’, che gli avrebbe consentito, attraverso l’esperienza dei fenomeni transizionali, di acquisire un senso di Sé separato, in modo da trovare il ‘seno’ proprio lì dove l’aveva ‘pensato’, creandolo .

 

Bion, dal canto suo, raramente cita il termine identità, mentre in un dialogo riportato nel testo di Memoria del futuro, L’alba dell’oblio (1979) fa dialogare diverse istanze psichiche, che si riconoscono in sé molteplici, relativi a varie stratificazioni dell’esperienza. Le diverse articolazioni dei sé che siano ‘ittici’, o ‘arcaici’ o più ‘evoluti’, ripropongono l’oscillazione PS-D tra coesione e frammentazione, oppure il tema delle invarianti che permangono nei processi di trasformazione. Temi tipici che ripropongono, con un altro linguaggio, la possibilità di un soggetto di rappresentarsi in un identità che risulta da un processo che consente una dinamica e un’oscillazione tra continuità e discontinuità.
Per altri versi Bollas (1989) colloca la dinamica continuità/discontinuità del senso di esistere nella formulazione del concetto di ‘idioma’, che riguarda quel nucleo unico del Sé che è come un germe che, in circostanze favorevoli, nell’incontro con l’ambiente e nelle esperienze con le figure di base di riferimento, può svilupparsi e articolarsi.
L’attenzione all’identità ha acquisito una maggiore centralità anche grazie allo sviluppo della psicoanalisi del Sé nelle sue varie articolazioni. Heinz Kohut (1984), ad esempio, pur riferendosi raramente al concetto di identità, propone una visione del Sé come una ‘struttura’, che si costituisce attraverso l’interiorizzazione degli oggetti-Sé nelle loro funzioni di rispecchiamento, gemellarità e idealizzazione e che garantiscono, non tanto la spinta all’autonomia, quanto la percezione del senso della continuità dell’esistenza del soggetto, perennemente esposto a vissuti ed esperienze di frammentazione e dispersione. L’oggetto-sé ha per Kohut (1985) anche una’ valenza’ culturale e, in questo, è in stretta relazione con le componenti ambientali e sociali che costruiscono, attorno ai processi che costituiscono il Sé nucleare, quello che i Grinberg hanno denominato il ‘sentimento dell’identità’.

 

Stephen Mitchel (1993), insieme ad altri esponenti della corrente relazionale in psicoanalisi, ha sottolineato l’importanza dei sé multipli nella costruzione del soggetto individuale e sociale, non sottovalutando, però, il bisogno di una ‘relativa’ coesione del Sé per garantire un ragionevole equilibrio psichico, formulato in termini di ‘identità interiore’. Abbiamo, perciò, bisogno di un senso del Sé  costante e immutabile nel tempo per poter dare priorità ai nostri obbiettivi, motivazioni e impulsi e sentire di avere un ‘identità interiore‘. Quella che all’inizio era un’illusione diviene una guida alla vita in virtù della nostra necessaria fede in essa.

 

Una serie di valutazioni ci porta, infine, a riflettere sui limiti e le strettoie del concetto di identità e anche sull’opportunità di mantenerlo come focus fondamentale di riflessione. Virginia De Micco (2014), ad esempio, propone un punto di vista che coglie tutti i limiti dell’identità, quando questa viene concepita nei termini di una spinta all’unitarietà del soggetto, ‘impoverendo’ la forza del discorso psicoanalitico basato sull’assetto pulsionale della psiche inconscia con le sue molteplici istanze.  La funzione dell’identità viene in qualche modo riguadagnata nel momento in cui è ricondotta al più ampio concetto di ‘cultura’ in quanto dimensione di una psiche incarnata nell’inconscio.
La riflessione di De Micco si distingue dalle formulazioni dell’antropologo Francesco Remotti (2019), che da anni porta avanti una riflessione critica sul concetto di identità, fino a giungere recentemente a sostenere la maggiore flessibilità e aderenza alla complessità della condizione umana sul piano sociale, ma anche psichico, del concetto di somiglianza. Il concetto di identità pone dei confini troppo rigidi al soggetto, radicalizzando l’opposizione identità/alterità, piuttosto che favorendo l’immersione creativa e generativa nell’intrigo/intreccio di somiglianze e differenze. Remotti si pone in una posizione molto articolata per cui l’identità viene posta sul lato estremo della ricerca di una coerenza assoluta e sostanziale per giungere, nel lato opposto del processo, ad una mancanza di coerenza che pone a rischio di sentimenti frammentazione e dispersione gli individui e i gruppi sociali. La soluzione migliore sembra trovarsi ‘nel mezzo’ in un gioco di somiglianze e differenze in cui l’altro può essere concepito come un altro che è anche, e soprattutto,  simile a sé. Remotti propone una visione per molti versi condivisibile, anche secondo alcune ottiche psicoanalitiche. Bisogna, però considerare che, se una formulazione troppo rigida dell’identità  espone a gravi rischi di reificazione e fondamentalismo, esiste un bisogno di coerenza e di continuità a cui, anche solo sul piano ‘illusorio’, può rispondere, a condizione che sia esplicitato il suo carattere imperfetto e non necessariamente corrispondente al riferimento etimologico che ne riduce il senso alla identicità (Lombardozzi A., 2015). Allo stesso tempo, sembra difficile considerare il rapporto differenza/somiglianza immune rispetto alla dimensione del conflitto, per come è stato descritto in termini sia socio-antropologici che psicoanalitici, nella relazione identità/alterità.

 

Bibliografia

 

Bion W.R., (1979), Memoria del futuro, L’alba dell’oblio, Cortina, Milano, 2007.

Bollas C., (1989), Forze del destino, Psicoanalisi e idioma umano, Borla, Roma, 1991.

De Micco V., Le identità nomadi. Identità, migrazioni, fratture narcisistiche, in (a cura di Paolo Cutrufo e Rossella Pozzi) Identità e processi di identificazione, FrancoAngeli, Milano, 2014.

Erikson E., (1968), Gioventù e crisi d’identità, Armando, Roma, 1974.

Freud S., (1926), Discorso ai membri dell’Associazione B’nai B’rith, in OSF Vol 10, Boringhieri, Torino, 1978.

Grinberg L e Grinberg R., (1975), Identità e cambiamento, Armando, Roma, 1976.

Kohut H. (1984), La cura psicoanalitica, Bollati Boringhieri, Torino, 1986.

Kohut H., (1985), Potere coraggio e narcisismo, Psicologia e scienze umane, Astrolabio, Roma, 1986.

Hartman H., (1958), Psicologia dell’Io e problema dell’adattamento, Bollati Boringhieri, Torino, 1978.

Lombardozzi A., L’imperfezione dell’identità. Riflessioni tra psicoanalisi e antropologia. AlpesItalia, Roma, 2015.

Mitchel S.A., (1993), Speranza e timore in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 1995.

Remotti F., Somiglianze. Una via per la convivenza, Laterza, Bari, 2019.

Winnicott D.W., (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974.

 

Vedi anche: