Malattia dell’analista

A cura di Rita Corsa

La malattia fisica dell’analista e, più in generale, il tema del corpo che si ammala in analisi, è uno «scabroso» argomento di confine (Baudrillard, 1979, 204), che occupa una zona franca fortemente perturbante tra la mente e il soma, tra la realtà e la metafora, tra le scienze del corpo e quelle della psiche. 

Per Algini «della malattia (…) si può parlare solo per metafore, tanto grande è il suo mistero» (2011, 40), mentre per Sontag, nel suo magistrale saggio, Malattia come metafora, la sofferenza fisica è un «fatto reale», troppo spesso accantonato a favore di «impressionanti figure metaforiche», dalle quali bisogna «liberarsi» (1977, 3) .

Il misterioso salto nella realtà di cui parla Freud, prodotto dalla malattia fisica, obbliga l’individuo a un confronto ineludibile con la vulnerabilità, la finitezza e la caducità umane. Regioni impervie per chiunque, anche per chi si occupa di curare gli altri, medico o analista che sia. Quando «la realtà addosso» (Ambrosiano e Gaburri, 2008) è così naturalmente feroce, le angosce di morte diventano un fatto concreto, che può travolgere il pensiero, privandolo della sua funzione contenitiva, protettiva e terapeutica (Bonasia, 1998 e 2000). 

Lo scontro traumatico con la caducità e con il limite (De Masi, 2002) fa vacillare la struttura narcisistica del sé: come denuncia con coraggio Robutti, l’analista colpito da un’affezione a rischio di vita tende di solito a nasconderlo, perché ha paura che la notizia si diffonda, che i colleghi non gli diano più credito e che si riducano le sue opportunità d’impiego (2009).

A fronte, infatti, di una cospicua mole di saggi dedicati alla disamina dei problemi che si pongono nella stanza d’analisi quando sopravviene una seria malattia fisica del paziente, assai più limitato e recente è il numero di studi che affrontano la condizione opposta. Soltanto negli anni Ottanta dello scorso secolo, nell’area psicoanalitica anglo-americana di estrazione protestante, si è cominciato a studiare il problema, esaminato compiutamente nel fondamentale libro di Schwartz e Silver (1990), pionieristica raccolta di scritti psicoanalitici sul tema.

Freud stesso, tuttavia, è stato assillato dal 1923 sino alla fine dei suoi giorni da un tormentoso cancro alla mascella, che gli procurava un dolore inesorabile e che lo obbligò a sottoporsi a diversi interventi chirurgici, assai invalidanti (Schur, 1972). Lasky rimarca che l’innesto delle varie protesi aveva sfigurato «il maestro e il suo stesso parlare era diventato sempre meno comprensibile (…) ma non faceva alcunché per nasconderlo ai suoi pazienti, causando così a sé e agli altri non poco disagio» (1992, 127). Diversi autori considerano che l’atteggiamento di Freud nei riguardi della sua grave infermità era quello di chi non poteva permettere che la malattia intralciasse la crescita della sua creatura, la psicoanalisi (Lasky, 1992; Morrison, 1997 e 2008; Robutti, 2009; Monterosa, 2011).

La discussione nella Società Psicoanalitica Italiana si è aperta appena nel nuovo millennio, ma sembra svilupparsi con attenzione crescente, come risulta da diversi contributi (Artoni Schlesinger, 1997; Vassallo Torrigiani e Marzi, 2005; Stuflesser, 2007; Robutti, 2009; Corsa, 2008, 2009, 2010 e 2014; Monterosa, 2011), tra cui il libro Se la cura si ammala. La caducità dell’analista (Corsa, 2011), preceduto dagli scritti collettanei Intendere la vita e la morte (2010) e La perdita (a cura di Massimilla, 2011). Questi ultimi due, seppur non trattando il tema precipuo della malattia dell’analista, offrono un’ampia riflessione sulla questione quotidiana della morte e della perdita e sulle ricadute in termini di lavoro psichico.

Negazione e ritiro narcisistico

Quando la malattia dell’analista mette in pericolo la vita e il terrore di morire è un fatto concreto, questioni etiche si intrecciano in maniera inestricabile con aspetti dolorosamente umani. L’infermità fisica fa vibrare corde assai intime, che suscitano sentimenti d’inadeguatezza, di colpa, di vergogna e può attivare difese antiche pre-edipiche, di negazione, proiettive e narcisistiche.

Vi è un unanime accordo degli studiosi riguardo alle abituali reazioni dell’individuo – compreso l’analista – al proprio male fisico: prevarrebbero condotte di negazione grandiosa, con tendenza all’isolamento e una certa chiusura narcisistica, in sintonia con quanto già affermava Freud (1914, 452). L’oncologo Tamburini ha osservato che nei pazienti tumorali il livello di negazione della malattia è direttamente proporzionale al grado di severità della patologia: mano a mano che ci si avvicina alla morte, la negazione diviene sempre più massiccia e l’atteggiamento non varia neppure per i medici e per gli psicoterapeuti (Tamburini e Murru, 2007). Vigneri ci insegna che «il fenomeno clinico della negazione», nel caso di situazioni cliniche severe, «è talora talmente evidente e conclamato da potere essere considerato alla stregua di un’allucinazione negativa» (2010, 59).

La fortificazione narcisistica è la risposta psichica più strettamente connessa allo scudo della negazione. La letteratura psicoanalitica converge, infatti, sull’inevitabile costituzione di riparazioni e di ripari narcisistici al cospetto di malattie mortali, che causano un danno fatale al Sé psicosomatico. Per Stuflesser (2007), l’insulto somatico che si abbatte sull’analista può ripercuotersi nella relazione con l’analizzando, al quale possono venir richieste, a livello variamente consapevole, continue conferme narcisistiche del proprio operare. L’esibizionismo narcisistico, che ha il pericoloso scopo di alimentare il sé professionale, può agire da seduttivo richiamo narcisistico anche per il paziente: in un simmetrico gioco di specchi, analista e paziente non fanno più coppia, ma si confondono in un basculante ribaltamento di ruoli e di funzioni, che riflette il momentaneo deficit di funzionamento dei reciproci Sé. Questo è un concetto che va tenuto ben presente, in quanto sta al confine con quelle particolari circostanze, non esenti da pericoli, nelle quali tocca al paziente prendersi cura dell’analista. 

L’invidia e la vergogna controtransferali

Il confronto con la propria caducità può far affiorare nell’analista sentimenti molteplici, tra cui quelli dell’invidia e della vergogna controtransferali.

Prima dei rivoluzionari studi di Winnicott sull’odio nel controtransfert (1947), già Ferenczi invitava l’analista ad abbandonare l’arroganza delle teorie e a rinunciare all’«ipocrisia professionale», che spesso celano «l’odio per il malato» (Ferenczi, 1932, 304).  L’odio e l’invidia per il paziente, sofferente nella psiche ma sano nel corpo, possono rivestirsi di aspetti così feroci da squassare mortalmente il campo relazionale. Gabbard ha sondato in profondità queste stanze inospitali dell’analisi che, se non riconosciute e bonificate, possono danneggiare il lavoro analitico fino a condurre ad un drammatico fallimento della terapia (1996, 2000 e 2003).

L’analista affetto da una seria malattia può inoltre sentirsi invaso da un altro, comune sentimento, quello della vergogna controtransferale. La vergogna nei confronti dell’analizzando può derivare dall’avvertirsi temporaneamente deficitario riguardo alle proprie competenze e alle funzioni di holding e di rêverie. Ma questo affetto può anche scaturire dalla preoccupazione di essere riconosciuto come oggetto deteriorato: lo sguardo dell’analizzando può cogliere i segni della malattia del terapeuta, che si sente “scoperto” nella sua intima fragilità. Qui si sfiora il delicato tema della self-disclosure da parte dell’analista, che verrà trattato più avanti.

Morrison ha scritto pagine illuminanti sulla vergogna dell’analista ammalato, sentimento che può derivare anche dal timore che la stessa comunità dei colleghi ti consideri inadeguato, non più affidabile, colpevole e ti precluda la partecipazione alla sua vita societaria (2008).

Si ritiene, invero, che l’emersione della vergogna controtransferale può essere un prezioso indice di sincerità, di incorruttibilità e di coerenza, utile a segnalare le difficoltà umane, senza asserragliarsi dietro difese antiche ed accecanti, che creano ipocrisia e falsità nel campo analitico. 

Self-disclosure

L’analista malato non può eludere il quesito cruciale della self-revelation e della self-disclosure: quanta realtà dell’analista è colta dall’analizzando e quanta, invece, va dichiarata, svelata sinceramente dall’analista? Ovviamente il problema è più semplice da risolvere quando si ha a che fare con affezioni lievi, che non mettono a rischio la vita e che si risolvono più o meno velocemente, senza lasciare reliquati evidenti. La faccenda si complica per le malattie gravi e per quelle croniche ed invalidanti.

In termini schematici, la disamina della letteratura si declina in tre prospettive teoriche e cliniche assai diverse, in base ai distinti modelli concettuali di riferimento:

in quella classica-intrapsichica, l’analista deve fare ogni sforzo per mantenere la neutralità e l’astinenza più rigorose nel valutare le implicazioni transferali delle fantasie del paziente (Dewald, 1982; Halpert, 1982; Abend, 1982 e 1990; Schwartz, 1987 e 1990; Lasky, 1990a, 1990b e 1992; Dewald e Schwartz, 1993; Gervais, 1994);

in quella relazionale-intersoggettiva, l’analista svela al paziente aspetti della propria malattia, in una relazione collaborativa e simmetrica, tesa a rinforzare l’alleanza terapeutica (Silver, 1982 e 1990; Rosner, 1987; Morrison, 1990, 1997 e 2008; Hirsch, 1992; Little, 1993; Aron, 1996; Pizer, 1997 e 1998; Fajardo, 2001; Kahn, 2003; Deutsch, 2011).

 E’ stata descritta, in base all’esperienza clinica, una particolare modalità di self-disclosure, denominata delicate self-disclosure (Corsa 2008 e 2011), caratterizzata da una modulazione dell’informazione offerta all’analizzando in considerazione dei suoi bisogni e della sua sensibilità.

Nel caso di seria infermità, si ritiene inevitabile per l’analista lo svelamento di aspetti privati, cercando tuttavia di conservare una posizione di delicato disvelamento di sé, conseguente ad un’ineludibile self-revelation. Si valuta, infatti, che l’atteggiamento di delicate self-disclosure debba originare dall’eventuale self-revelation (cioè da un’evidenza che non si può dissimulare senza ricorrere alla bugia e all’ipocrisia, da segni oggettivi inequivocabili, oppure intuiti inconsciamente o preconsciamente dall’altro) (Levenson, 1996). Non si concorda, invece, con la posizione estrema di Weimberg e di altri colleghi (1988), tutta centrata sulla realtà concreta, che invitano l’analista a introdurre con l’analizzando la questione della personale malattia, anche quando non sono manifesti indici palesi del male e il materiale transferale non ne presenti traccia.

La partecipazione a un’esperienza umana tanto comune può essere impiegata a favore del processo analitico e rivelarsi per il paziente un’occasione per mettere in campo zone del sé più adulte e mature. Questa è un’opportunità che riguarda soprattutto le analisi già avviate, mentre i pazienti in trattamento da breve tempo, ristabilito l’assetto analitico, verificata la tenuta dell’analista e superata la preoccupazione per la perdita, tendono spesso a porre la faccenda da parte. Si segnala, inoltre, che con i pazienti colpiti da reiterate esperienze abbandoniche e assillati dall’angoscia per la perdita dell’oggetto, l’analista corra maggiormente il rischio di offrire loro troppe informazioni, incorrendo in gravi errori di tecnica (Van Damn, 1987).

Il delicato svelamento del sé comporta precise scelte di natura etica e di tecnica, che l’analista deve dosare in base alle caratteristiche del paziente che sta curando, ma anche ponendo molta attenzione al proprio stato mentale (Clark, 1995).

La maggior parte dei contributi dedicati all’argomento, considerano ipocrita cercare di tenere celati dietro ad una neutralità menzognera quei tratti reali dell’analista che si manifestano con tanta clamorosa evidenza. Robutti, infatti, rammenta che, in tanti anni di storia della psicoanalisi, sono ormai un esercito i pazienti rimasti soli, a causa di una grave infermità o della morte del loro analista, di cui nessuno ha saputo più nulla (2009). Per fronteggiare questo pericolo, Traesdal (2005) propone la costituzione di una sorta di «comitato di crisi», all’interno delle Società di Psicoanalisi, che avrebbe il compito di tracciare delle guide-lines di comportamento da tenere in tali situazioni estreme. In linea con molti altri analisti, si auspica l’approfondimento di questo ostico tema all’interno del consesso psicoanalitico, al fine di contribuire allo sviluppo di una cultura libera e non menzognera del dolore del corpo e della morte.

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