Psicoanalisi e bullismo

bullismo1Psicoanalisi e bullismo

A cura di Tito Baldini

Per “bullismo” s’intende comunemente uno o reiterati episodi di violenza agiti spesso da un gruppo di adolescenti antisociali, o da un suo membro frequentemente sostenuto, concretamente o idealmente, dalla squadra, definita “branco”, ai danni di un singolo, spesso adolescente, chiamato “vittima”, o a quelli di un piccolo gruppo ritenuto debole e subente.

Episodi recenti e progressivamente più frequenti di bullismo, spesso amplificato dall’uso parossistico ed erotizzato dei social network, come personalmente segnalato anche su Ansa (13-3-‘15) e spiweb, pur senza farci scadere negli allarmismi frenetici di una società moderna agitata e poco pensante, portano a considerare la problematica, la sua ‘cura’ e, in ciò, il ruolo della psicoanalisi, con la necessità di pensare ‘ad ampio spettro’.

La “questione bullismo” attiva infatti il pensiero intorno a “questioni psicoanalitiche” che, prima di usare per riflettere, tenterei di riassumere:

Il processo integrativo, sofferto nella storia del pensiero psicoanalitico, fra la teoria della pulsione e la teoria della relazione, fra soggetto e oggetto, condizione che, a mio avviso, costituisce uno dei motivi per cui la psicoanalisi smarrisce il ruolo, che nella cultura le sarebbe proprio, fra individuo e società; funzione che è stata in parte assunta dalle scienze sociali (pedagogia, sociologia, criminologia ecc.) e in parte lasciata incustodita e facile preda della de-significazione e banalizzazione tipica dei “tempi moderni”;

come conseguenza del punto precedente citerei la criticità del rapporto, in noi psicoanalisti, fra realtà sociale e realtà psichica, e la conseguente difficoltà alla declinazione della intramontabile teoria della psiche ad origine freudiana in dispositivi di aiuto “a bassa soglia” strutturati da una “funzione analitica”;

il riconoscimento dell’adolescenza nella psicoanalisi, certo avvenuto ma il cui utilizzo anche in termini di declinazioni di fasi specifiche e il suo impiego come modulo di pensiero inconscio appare ancora faticoso;

la difficoltà a riconoscere la gruppalità come ambito di competenza precipuo della psicoanalisi.

Non mi dilungo sul primo punto perché già Novelletto (2001) propone una rigorosa ricostruzione storico critica della difficoltà della psicoanalisi a collocare aggressività e violenza nel proprio costrutto metapsicologico e ad essa addebita “uno dei motivi principali della perplessità che il mondo della cultura ha manifestato nei confronti della psicoanalisi negli ultimi venti anni” (op. cit., p. 2); responsabilità da condividere col fatto che “troppo a lungo nella istituzione psicoanalitica – i modelli pulsionale e relazionale – sono stati vissuti alla stregua di due opposti sistemi di idee” (ivi, p. 3). Questo mentre la “svolta” degli anni ‘50 del ‘900, con gli studi sul controtransfert e il trattamento analitico dei soggetti borderline, (Milner, Little, Searles ecc.), già permetteva aperture della teoria e della tecnica, aprendo a un respiro più ampio con cui intendere l’uso della psicoanalisi. Una psicoanalisi “governata”, negli anni delle grandi trasformazioni sociali del trentennio finale del secolo scorso, “dall’intento di far collimare i dati clinici agli assunti concettuali originari” sostenuti dai “teorici del modello relazionale, da Ferenczi a Balint, da Farbairn a Bowlby, da Winnicott a Kohut” (ibidem).

Quindi le scienze sociali avrebbero in quei periodi riempito un certo vuoto di presenza di una psicoanalisi che oggi s’impegna nel recupero.

Da detto modello relazionale apprendiamo che “il comportamento violento é strettamente legato all’esperienza di perdita” (ibidem); deprivazione a origine intrafamiliare ma anche esterna al nucleo primario, come dimostrano, ad esempio, le attualità traumatiche dell’esperienza psichica dei migranti e le sue conseguenze su loro stessi e sulle società che li ospitano. Un impegno importante della attualità psicoanalitica è a mio avviso da dedicare allo sviluppo di tale seconda caratteristica della deprivazione.

Un altro indirizzo teorico da considerare nella riflessione è, a mio parere, quello della “soggettivazione” che Winnicott ha aperto con lo sviluppo della teoria del “Self” e che vede in Cahn, Jeammet, Gutton e da noi Monniello, gli esponenti più significativi per quanto riguarda l’adolescenza.

Credo che a questo punto la profonda costituzione freudiana di Winnicott ci aiuterebbe a distinguere l’aggressività dalla violenza, ove la prima permetterebbe la costruzione dello psichismo in quanto data dall’incontro energico tra unità soggettuali dissimili, e la seconda ne costituirebbe l’esaltazione degli aspetti distruttivi, la sopraffazione dell’investimento narcisistico su quello oggettuale secondo il modello della teoria delle relazioni d’oggetto. Aggressività a cui a mio avviso implicitamente accenna lo stesso Freud fin la “Progetto”, ove infatti “qualcosa” si frappone alla scarica, qualcosa che andrà a costituire l’Io nella teoretica ancora a venire ma già presente nell’Autore, condizione che ‘fa frizione’.

Ora, sempre allo scopo di ‘significare’ il bullismo, dobbiamo prima giustificare la teoria per cui secondo Winnicott (1969) la “distruzione” deve precedere l’“Uso di un oggetto” per poi collocarla nel contesto della fase adolescenziale dello sviluppo.

“Distruzione” è proprio il termine che usa Winnicott, e se egli si trova a sostenere che la parola distruzione “è resa necessaria non dall’impulso del bambino a distruggere ma dalla tendenza dell’oggetto a non sopravvivere” (ivi, p. 6), ciò induce a pensare che per distruzione egli intende un processo psichico inconscio atto a scoprire l’oggetto e non a distruggerlo nella realtà. “La distruzione – sostiene infatti l’Autore – diventa lo sfondo inconscio per l’amore di un oggetto reale, cioè un oggetto che stia fuori dal controllo onnipotente del soggetto” (ibidem).

Se adesso collochiamo l’adolescente in vece del bambino, il primo non si corrisponderà col seno ma con la propria maturità sessuale e con gli oggetti della nuova attualità. Egli percepirà la precarietà interiore secondaria all’“insediamento” (1) dentro sé dell’“l’estraneo” e “inquietante” pubertario come il subire qualcosa, vissuto che può migrare tra i poli della aggressività e della violenza a seconda delle vicissitudini della propria crescita. Nel caso di deprivazioni affettive precoci e intense il vissuto del subire violenza può caratterizzare l’avvento del pubertario e provocare la messa in atto dei noti e reattivi meccanismi di difesa dell’adolescente che, a questo punto, si fa violento per reagire al vissuto di soccombenza.

Il solo modo di sottrarsi alla forte sopraffazione è l’espulsione di tanta eccitazione, così essa viene proiettata su uno o qualche oggetto (spesso una categoria) della realtà esterna su cui il soggetto agirà una condotta di controllo (sadico) allo scopo di mettere sotto registro sentimenti penosi e angoscianti d’impotenza. In soggetti deprivati si può quindi costituire, durante l’infanzia, una condizione di attesa, e solo con l’avvento della maturazione sessuale viene realizzato il vissuto della violenza subita, con conseguenze alle volte devastanti sulla psiche del soggetto e sull’ambiente di riferimento ove egli proietterà tale sterminio (2).

Del quadro sopra riferito va specificato che sotto l’effetto della violenza lo psichismo si difende ricorrendo a un funzionamento altamente regressivo caratterizzato dallo “slegame” tra i nuclei costitutivi dell’Io e dallo stazionamento in una posizione di tipo gruppale primitivo come descritta da Freud e poi da Bion. Siamo a livello del pensiero del branco, sia intra che interpsichico; gruppo in condizioni di anonimato che si primitivizza ancor più in quanto s’infoltisce e a quel punto lo psichismo gruppale raggiunge livelli di eccitazione parossistici da scaricare su oggetti bersaglio senza più controllo da parte dell’Io (3).

La ‘connettività’ permessa dai social network amplifica esponenzialmente l’effetto di elicitazione e scarica dell’eccitazione perché il branco diviene potenzialmente infinito, e allora la ricerca, l’attacco e la soppressione del più debole, con tutta la banalità arendtiana fino al disprezzo dell’animale che vive della morte dell’altro, a quel punto, è solo una questione di drammatica casualità e, per la vittima, dell’assunzione improvvisa e non significabile di uno schiacciante sentimento di soccombenza col classico corollario di umiliazione, delegittimazione e disumanizzazione, vissuti di cui l’adolescente in crisi cerca proiettivamente di liberarsi.

La psicoanalisi mostra quindi ancora una volta di “comprendere i meccanismi intrinseci della violenza – anche fase specifica – le cause endogene e le relazioni precoci” (Bonaminio 2009, p. IX); ma è proprio vero “che non siamo parimenti in grado di prevenirle e curarle” (ibidem)? Abbiamo visto come la psicoanalisi aiuti a definire il bullismo in quanto fenomeno adolescenziale che poggia su condizioni psichiche gruppali primitive. La psicoanalisi applicata ai contesti gruppali adolescenziali ha negli anni costituito sul Territorio dei Presidi “a bassa soglia” per il recupero del funzionamento psichico di adolescenti. Detti “Centri” si fondano a tutti i livelli su una funzione gruppale che tende alla soggettivazione e allo sviluppo di funzionamenti psichici superiori (Biondo 2008; Cordiale, Montinari 2012). Il loro scopo è creare legami di tipo gruppale negli e tra gli adolescenti in trattamento, e tra le Istituzioni del pubblico e del Privato sociale pertinenti sul caso (Scuole, Servizi sociali municipali, ASL, Tribunali civile e penale per i minorenni, Comunità di tipo familiare, Polizia e Carabinieri, Realtà laboratoriali, sportive e in genere aggregative ecc.), fino a creare un gruppo a dimensione multipla variabile in cui la mente dell’adolescente in condizioni di gruppalità primitiva possa proiettarsi e, in quella rappresentazione di gruppo legato e integrato, iniziare a legarsi e integrarsi (Baldini, Biondo 2011). I risultati possono essere incoraggianti se si riesce ad applicare detta metodologia rigorosamente fondata su una “funzione analitica” (Baldini 2007) ma le difficoltà che s’incontrano sono notevoli, fuori della psicoanalisi ma anche al suo interno, queste ultime spesso nel senso di una implicita diffidenza a riconoscere la psicoanalisi “oltre il divano” anche se ad esso mirante e protesa.

Recentemente un Gruppo di Comunità di tipo familiare che lavora da anni con una modalità a funzione analitica (formazione, supervisione, lavoro col gruppo operatori e con quello adolescenti, terapie di gruppo e individuali ecc.) ha presentato il recente volume collettaneo curato da Neri Fare gruppo nelle istituzioni (2014) e in detta presentazione ha esposto il proprio lavoro e il percorso di avvicinamento alla psicoanalisi. Diverse di loro trattano adolescenti antisociali anche violenti e in condizioni giuridiche di “messa alla prova”. Gli Autori sono rimasti sorpresi dal cammino svolto e dai risultati ottenuti.

Note

(1) Il termine “insediamento” (“indwelling”) è usato da Winnicott (1970) per descrivere la collocazione della psiche nel soma e mi sembrava utile riferirlo nel passaggio di cui alla nota nel testo.
(2) Del resto Freud già con Emma von N. aveva posto le basi epistemologiche di quanto asserito nel testo.
(3) “Le manifestazioni della violenza dell’adolescente borderline spesso non rimandano a contenuti inconsci, né assumono con il tempo un significato psicodinamico. Piuttosto (…) esse possono essere considerate come figurazioni, tracce esteriorizzate di una condizione traumatica interna che ha difficoltà a trovare una rappresentazione psichica, ad accedere alla simbolizzazione” (Monniello 2001).

Bibliografia

Baldini T. (2007). Che fine fanno gli adolescenti difficili quando diventano giovani adulti? AeP. Adolescenza e Psicoanalisi. 2: 7.

Baldini T., Biondo D. (2011). Groupes thérapeutiques d’adolescents en état-limite. Revue Adolescence. Octobre.

Biondo D. (2008). Fare gruppo con gli adolescenti. Fronteggiare le “patologie civili” negli ambienti educativi. Milano: FrancoAngeli.

Bonaminio V .(2009). Prefazione. In: Nicolò A. Adolescenza e violenza. Milano: Il pensiero scientifico.

Monniello G. (2001). I destini della violenza in ospedale diurno. Adolescenza e Psicoanalisi. www.psychomedia.it/aep, 1:1.

Montinari G., Cordiale S. (a cura di) (2012). Il compagno adulto. Milano: FrancoAngeli.

Neri C., Patalano R., Salemme P. (a cura di) (2014). Fare gruppo nelle istituzioni. Lavoro e psicoterapia di gruppo nelle istituzioni psichiatriche. Milano: FrancoAngeli.

Novelletto A. (2001). Le figure della violenza. Adolescenza e Psicoanalisi. www.psychomedia.it/aep, 1:1.
Winnicott D.W. (1969). L’uso di un oggetto, in: Adolescenza e Psicoanalisi. (2001). www.psychomedia.it/aep. 1:1. Traduzione di Arnaldo Novelletto.

Winnicott D. W.: (1970). On the basis for self in body. Nouvelle Revue de Psychanalyse, 1971; Int. J. Child Psychother. 1972. In: Psycho-Analytic Explorations, ed. C. Winnicott, R. Shepherd & M. Davis. London: Karnac, 1989. In: La base per il Sé nel corpo. In: Esplorazioni psicoanalitiche. Milano: Raffaello Cortina, 1995.
Aprile 2015

Vedi anche:

The Social Network di David Fincher. Recensione di Gabriella Vandi

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