Psicoanalisi e Psicoterapie Psicoanalitiche

A cura di Cristiano Rocchi con la collaborazione di Folco di Volo

In questo approfondimento cercheremo di offrire nel modo più chiaro possibile alcune informazioni e di descrivere il più semplicemente possibile che cosa sono la psicoanalisi e la psicoterapia psicoanalitica; entrambe si rivolgono sia agli adulti che al settore dell’infanzia e dell’adolescenza; a queste pagine introduttive generali sarà aggiunta in seguito una sezione specifica sulla psicoanalisi e sulle psicoterapie per l’infanzia e l’adolescenza. Già il “nostro” Sigmund Freud parlò a più riprese di psicoanalisi e psicoterapie: in Vie della terapia psicoanalitica (1918) per esempio sosteneva che «l’applicazione su vasta scala della nostra terapia ci obbligherà a legare in larga misura il puro oro dell’analisi con il bronzo (1) della suggestione […]. Ma quale che sia la forza che assumerà questa psicoterapia per il popolo, quali che siano gli elementi che la costituiranno, è sicuro che le sue componenti più efficaci e significative resteranno quelle mutuate dalla psicoanalisi rigorosa e aliena da ogni partito preso» ( p. 28 vol. IX, OSF Boringhieri, grassetto nostro). Ma prima di lui….

“Il grande errore compiuto da certi medici nel curare

gli esseri umani è quello di scindere la cura dell’anima

dalla cura del corpo”.– Platone, Carmide, V sec. A.C.

 

DEFINIZIONE DI PSICOTERAPIA

La parola “psicoterapia” è composta dalla congiunzione di due termini: psiche e terapia, nasce nel vocabolario verso la fine del secolo scorso ed indica una pratica medica antichissima. Probabilmente origina dalla cultura sciamanica risalente forse al Paleolitico, prosegue in quella della Grecia antica e della medicina misterica dell’età classica. Gorgia, sofista discepolo d’ Empedocle, sosteneva che la parola aveva il potere di eliminare la paura, tollerare il dolore,ispirare felicità e aumentare la compassione; Antifonte, suo contemporaneo (490 A.C. circa), usava la tecnica del dialogo per alleviare la sofferenza degli ammalati ( fuori Corinto, ove abitava, vicino all’agorà, mise un cartello in cui annunciava di essere in grado di curare i sofferenti tramite i propri discorsi). In ogni caso si può supporre che i greci avevano nei riguardi del potere curante della psicoterapia e della parola, conoscenze superiori a quelle dimostrate da Kraepelin e i suoi seguaci (Fine, 1982). Tornando alla nostra “parola composta” cerchiamo di comprenderne etimologia e significato.

-Psiche: insieme delle funzioni cerebrali, emotive, affettive e relazionali dell’individuo (in lingua greca psiche=anima)
-Terapia: branca della medicina relativa ai mezzi, le modalità, i provvedimenti adottati per alleviare e combattere i disturbi e le malattie
-Terapeuta: colui che esegue una prassi terapeutica, etimologicamente ( assistente, compagno, servitore). Nella Grecia classica, “terapeuti”, si chiamavano anche coloro che collaboravano con ancelle e coppieri a “servire” gli ospiti durante feste e banchetti.

Quindi si definisce come “psicoterapia” una cura, fondata sulla parola e nel rapporto tra paziente e terapeuta. Il termine “psico” è l’oggetto della terapia, il termine “terapia” la cura esercitata dal terapeuta, il termine “terapeuta”, colui che esercita la professione del curante, cioè di colui che è “al servizio”, “servitore del paziente”, nella ricerca del suo benessere psichico. Sullivan H. (1954) la descrive come “uno scambio verbale tra due individui in cui uno dei due è indicato come un esperto (terapeuta) e l’altro (paziente) come una persona in cerca d’ aiuto”; entrambi lavorano assieme per identificare i problemi caratteristici della vita del paziente con la speranza di ottenere un miglioramento e/o una modifica del disequilibrio psicologico. Fossi G.(1988) chiama la psicoterapia “un messaggio”; la struttura del messaggio è: “Io ti capisco; Io ti rispetto; Io desidero aiutarti”. La comprensione di chi ha a che fare con le persone sofferenti costituisce un tentativo di “comprendere” sentimenti, pensieri, azioni…; dalla relazione fra terapeuta e paziente nasce una cooperazione sociale di coinvolgimento, d’ interazione tra chi cerca aiuto (paziente) e chi accetta la responsabilità di offrirlo (terapeuta). Pazzagli A. e Benvenuti P.(2006) intendono per psicoterapia “… una conversazione che comporta l’ascoltare e il parlare alle persone in difficoltà con lo scopo di aiutarle a capire e a risolvere la loro situazione; il denominatore comune è rappresentato dal fatto che la psicoterapia è una terapia della mente che si attua con la mente: “La parola e l’attività mentale mettono in relazione significativa tra loro, a scopo terapeutico, il curante ed il curato”. Già Freud, nel 1904, riconosceva che la psicoterapia non era un metodo di cura moderno, al contrario, scriveva con forza: ”…. essa è la più antica terapia di cui la medicina si sia servita fino ai giorni nostri …”. Per Freud, i medici avrebbero dovuto saper riconoscere gli effetti psicoterapeutici delle loro cure, tanto che, sempre nel 1904, egli ammoniva così i componenti il Collegio dei Medici di Vienna ricordando loro che: “ Noi tutti medici, voi stessi, esercitiamo costantemente la psicoterapia, sebbene spesso non intenzionalmente …. E’ dannoso lasciar così interamente nelle mani del paziente il fattore psichico, nell’azione che esercitate su di lui”. Con queste parole di avvertimento, il padre della psicoanalisi, raccomandava ai suoi ascoltatori d’esercitare un’influenza mentale verso tutti quegli ammalati che ne necessitavano e che ne avrebbero tratto sicuro vantaggio. In sintesi si definisce psicoterapia individuale un trattamento caratterizzato fondamentalmente da questi cinque aspetti:

-Interazione significativa tra due persone
– Interazione soprattutto verbale
– Una persona cerca aiuto e l’altra è l’esperto che lo fornisce
– Scopo dell’interazione è recuperare quegli schemi ideativi, affettivi, comportamentali riferibili a chi soffre ed è in cerca di aiuto e che sono all’origine dei sintomi presentati e del disagio esistenziale manifestato
– Colui che richiede aiuto si aspetta sostegno e cambiamento dal terapeuta prescelto


IL SETTING E LA RELAZIONE PSICOANALITICA

La teoria psicoanalitica classica descrive essenzialmente un funzionamento intrapsichico, anche se è dedotta da una relazione intersoggettiva in un dato setting.

Con setting, termine anglofono che oramai è il più utilizzato nella letteratura psicoanalitica, anche se gli psicoanalisti francofoni preferiscono utilizzare cadre e negli scritti in lingua spagnola si trova spesso encuadro, intendiamo un insieme di fattori comprendenti le determinanti socioculturali della cura ed alcuni parametri più o meno fissi come il luogo, la frequenza e la durata delle sedute, etc. Si tratta di una nozione complessa, confine che separa lo spazio della cura dallo spazio sociale e delimita così un’area privilegiata in cui gli atti compiuti, le parole scambiate, ed anche, se non soprattutto quelle non scambiate, (i silenzi) assumono un valore terapeutico.

La relazione intersoggettiva definisce gli scambi tra lo psicoanalista ed il paziente e s’inscrive all’interno del setting, che possiamo assumere occupi una posizione gerarchicamente superiore nel senso che il setting si impone in un certo senso sui due partner (basti pensare al tempo della seduta, che è prefissato ed è indipendente, salvo eccezioni, dalla volontà della coppia analitica); anche se come ammoniva Freud stesso “si tratta di regole di un giuoco destinate ad acquistare importanza dal piano del giuoco nel suo complesso” (1913, OSF, vol. 7, pp. 333 ). Potremmo ancora dire che il setting definisce un campo di forza a cui sono sottomessi tanto l’analista che il paziente e quindi la loro relazione.

La relazione terapeutica è come un insieme in continua interazione in cui ciascuno degli interlocutori influenza l’altro (principio di azione e retroazione). L’ “azione” è dunque l’influenza esercitata da un soggetto sull’altro.

Quindi sarà di capitale importanza comprendere all’interno del setting e della relazione analitica i seguenti tre punti (v. Gillieron):

  1. Il passaggio dalla realtà intersoggettiva alla realtà intrasoggettiva
  2. L’incontro del sogno e della realtà fattuale (rapporti tra interazioni reali e fantasmi)
  3. La situazione del transfert nella relazione intersoggettiva

 

La terapia psicoanalitica, oltre ad essere una cura, è anche un “codice di lettura esistenziale”, quindi una forma cognitiva. Secondo noi non è né sostenibile, né conveniente, operare una contrapposizione netta tra queste due modalità di “miglioramento” dell’esistenza psicofisica dell’essere umano -la terapia e la conoscenza; senz’altro tutti gli psicoanalisti trovano un common ground nell’idea che la CURA psicoanalitica passa attraverso: a) l’andare oltre categorie del pensabile conosciute; b) il percorrere strade psichiche sconosciute; c) il “rendere pensabile il conosciuto non pensato” (Bollas). I mezzi, le vie per far ciò sono molti e tra questi senz’altro c’è il metodo delle libere associazioni, peculiarità del trattamento psicoanalitico, anche se sappiamo che per realizzarlo occorre che una salda e ben embricata relazione analitica tra paziente ed analista sia prima costituita. Ed è proprio in questa articolazione tra spinta verso la guarigione (terapia) e superamento delle categorie del pensiero conscio (la conoscenza del non pensato) che sta una e forse la principale delle caratteristiche distintive della PSICOANALISI.


PSICOTERAPIE PSICOANALITICHE

Nei trattamenti ad orientamento psicoanalitico ci spostiamo dai trattamenti di tipo supportivo (sostegno) e giungiamo ai trattamenti di tipo espressivo(esplorazione), entrambi caratterizzati da tecniche e modalità di intervento specifiche e diverse; si viene così a costituire una vasta area di tipologie d’intervento che dagli anni ’50 in poi ha consentito al mondo della psicoanalisi, da una parte, di ampliare il numero di coloro che potevano usufruire dei benefici delle tecniche di derivazione psicoanalitica, dall’altra di affrontare ambiti psicopatologici fino ad allora inesplorati e non affrontabili usufruendo della sola tecnica psicoanalitica classica.
Le varie forme di psicoterapia psicoanalitica in fondo rappresentano solo varianti derivate dalla psicoanalisi che, pur avendo un background comune, se ne differenziano per il metodo, il procedimento, il setting, la durata del trattamento, la frequenza (maggiore o minore numero di incontri settimanali), lo scopo, il criterio di selezione; si spazia così dalla psicoterapia psicoanalitica di breve o di lunga durata, alla psicoterapia psicoanalitica di sostegno, dalla psicoterapia focale breve (Tavistock-Malan), la psicoterapia a tempo limitato (Boston University-Mann), la psicoterapia dinamica a breve termine (McGill-University), la psicoterapia a breve termine generatrice d’ansia (Harvard University-Sifneos), la psicoterapia interpersonale alla psicoterapia come intervento elettivo sulla crisi emozionale acuta. Al di là di questo lungo elenco, al di là delle varie modifiche strutturali, il fine di ogni psicoterapia psicoanalitica resta sempre identico: aiutare il paziente ad operare una maturazione del proprio Sé globale e di se stesso come persona (Langs R.1979).
Riportiamo di seguito il noto schema di Cawley R.H. (1987) che fornisce sia un’utile classificazione circa la preparazione e l’addestramento professionale del terapeuta, sia una scala riassuntiva semplice e chiara, antesignana della più recente elencazione del “continuum” espressivo-supportivo di Gabbard G.O. (1994).
Circa la figura del terapeuta, secondo Cawley la psicoterapia si può suddividere in tre tipi: di primo tipo è quella esercitata da ogni buon medico, psicologo, o altra figura professionale ed è implicita nell’arte del “curare”; essa comporta conoscenza del paziente, dei problemi che presenta, richiede capacità empatiche e di comunicazione. La psicoterapia di secondo tipo è esercitata da uno specialista in psichiatria e/o psicologia clinica e richiede capacità di comunicazione e di comprensione con pazienti affetti da tutti i generi e i gradi di patologia psichica; se durante l’attuazione di questo tipo secondo di psicoterapia si manifestano fenomeni di transfert si evita di analizzarli a fondo e si preferisce impiegarli solo allo scopo di incoraggiare un transfert moderatamente positivo al fine di rinforzare l’alleanza terapeutica. La psicoterapia di terzo tipo contiene le caratteristiche del primo e secondo tipo (compreso l’atteggiamento di rispetto, comprensione, accettazione) e ad esse aggiunge la concentrazione sulla relazione terapeuta-paziente e i principi di derivazione psicoanalitica classica: analisi del transfert, del controtransfert, interpretazione dei conflitti, esplorazione del mondo interno, regressione; viene praticata da clinici individualmente   appositamente “allenati”, “preparati”, “supervisionati” da terapeuti particolarmente “esperti” e che, pur se già specialisti nel settore della psicopatologia, abbiano alle spalle una scuola e una preparazione specifica ed ulteriormente specialistica nella conduzione del tipo di trattamento che progettano di effettuare.Possiamo senz’altro dire che gli psicoanalisti SPI rientrano generalmente in questa terza categoria e che quindi i nostri trattamenti, che siano psicoanalisi in senso stretto o psicoterapie psicoanalitiche sono sempre effettuati da professionisti ottimamente preparati e competenti. Difatti il training psicoanalitico deve rispettare per le Società afferenti all’IPA, come la SPI, precisi e rigorosissimi criteri che di norma formano psicoanalisti che avendo un’alta competenza generale e specifica sono in grado di svolgere sia psicoanalisi stricto sensu che psicoterapie psicoanalitiche.

Quindi, per sintetizzare, quello che i nostri psicoanalisti SPI possono offrire è, oltre ad un trattamento psicoanalitico classico, vale a dire una psicoanalisi, una psicoterapia psicoanalitica.


PER SAPERNE DI PIU’

Per chi fosse ora interessato a saperne di più, nella parte seguente, dal titolo Discussione Critica, proporremo una disamina più tecnica su differenze e somiglianze tra psicoanalisi e psicoterapie psicoanalitiche, per poi terminare proponendo delle tavole riassuntive di cui una sinottica che hanno lo scopo di mettere in risalto anche graficamente tali differenze.


DISCUSSIONE CRITICA

Definire la psicoanalisi e distinguerla dalla psicoterapia psicoanalitica presentava già difficoltà nel 1953 al Congresso della American Psychoanalytic Association dove sembrò che si trovasse un accordo (vedi Rangell, 1954) su una definizione accettabile. S’ intendeva per psicoanalisi la terapia in cui era centrale l’analisi del transfert, mentre nella psicoterapia il transfert è gestito piuttosto che interpretato. Ad esempio v’è da osservare che da quando gli psicoterapeuti hanno preso ad analizzare il transfert e ad adottare tecniche analitiche in terapia con frequenza di una o due sedute settimanali (anche grazie alle supervisioni di psicoanalisti chiamati a svolgere questo compito), la distinzione tra psicoterapia e psicoanalisi si è ulteriormente sfumata.
Robert S. Wallerstein (1986), in merito ai risultati del Psychotherapy research project della Menninger Foundation, sottolineava che tutti gli approcci psicoterapeutici psicoanalitici erano fondati sulla comprensione, sull’ascolto psicoanalitico e «sull’ efficacia terapeutica di tecniche modificate» disponibili per il terapeuta.
Come si vede è molto difficile riuscire a fare una distinzione netta tra queste due forme -strettamente imparentate, come genitori e figli- di cura psichica. Arriviamo a Sandler (1982, p. 48) che addirittura usando una tautologia osserva che “ La psicoanalisi è ciò che gli psicoanalisti fanno nella loro attività professionale”! Sandler motiva la sua tesi con il fatto che senz’altro un bravo psicoanalista modifica in ogni caso almeno un poco la sua tecnica adeguandola al paziente. La conseguenza di questa tesi è che E questo a sua volta implica come lo psicoanalista si formi. Quel che rimane fondamentale è “ l’atteggiamento psicoanalitico” dell’analista. Noi siamo abbastanza d’accordo che in realtà l’atteggiamento psicoanalitico su cui, tra gli altri, ha scritto un interessantissimo testo Roy Schafer nel 1984, sia certamente una determinante della cure psicoanalitiche , ma ovviamente non porta acqua al mulino del differenziare la psicoanalisi dalle psicoterapie psicoanalitiche e serve a delimitare il campo: da una parte le terapie psicoanalitiche condotte da psicoanalisti, dall’altra quelle, psicoanalitiche o meno, condotte da terapeuti di formazione diversa (psicoanalisti formati in scuole non appartenenti all’IPA, psicoterapeuti psicoanalitici, lacaniani, junghiani, rogersiani, cognitivisti, comportamentisti, bioenergetisti, gestaltisti, e così via).

Dice Marilia Aisenstein, già presidente della SPP (Società Psicoanalitica di Parigi) “La psicoterapia psicoanalitica o psicoterapia derivata dalla psicoanalisi è, secondo me, una psicoanalisi condotta da una psicoanalista in circostanze ritenute sufficientemente complesse, tali da richiedere l’introduzione di parametri differenti….a seconda della struttura mentale del paziente e dell’esperienza e delle scelte teoriche dello psicoanalista , ci può essere una psicoterapia con il paziente sdraiato sul lettino cinque volte la settimana o psicoanalisi con il paziente seduto vis a vis. Personalmente vorrei che tutto il lavoro psicoanalitico fosse chiamato ‘psicoanalisi’, sia che la paziente sia seduta su una sedia davanti all’analista, sia che stia sdraiata sul lettino. Basta che sia chiarito il setting” (in Frisch e AA., 2001, tr.it. 2003 Borla, p. 70). Anche Paolo Migone, attento studioso della teoria della tecnica psicoanalitica, si situa in questo solco quando afferma (1989, cit. in idem, p. 140) che è un errore aver chiamato psicoterapia quella che era psicoterapia solo come tecnica ma era psicoanalisi come teoria.

Un doveroso accenno adesso ai cosiddetti parametri di K. Eissler. Eissler, psicoanalista austriaco poi trasferitosi a New York, il custode degli Archivi di Freud, cercò di dare una sistematizzazione teorica alle modificazioni che sempre più analisti andavano introducendo nel setting. Queste modificazioni erano state indotte, in parte, dalla maggiore gravità diagnostica dei pazienti a seguito dell’allargamento dell’applicazione della psicoanalisi e dall’enorme aumento dei pazienti che proprio in quel periodo, a cavallo degli anni ’50, bussavano alla porta degli studi degli psicoanalisti americani (lo widening scope di cui parlò Leo Stone nel 1954) , e in parte, con un movimento a feed-back tra teoria e clinica, a partire dalle nuove acquisizioni teoriche della Psicologia dell’Io. Eissler teorizzò, a scopo euristico, un “modello di tecnica di base” (basic model technique): questo era un modello ideale, difficilmente attuabile in pratica, in cui si supponeva che l’analista lavorasse con un paziente con un Io intatto, e in cui gli interventi si limitavano solamente all’interpretazione verbale, senza che le regole di base fossero modificate. In questo caso l’Io del paziente è talmente forte che riesce a tollerare ed elaborare i significati trasmessi dalle interpretazioni. Dato che ci si accorse presto, nella pratica analitica con pazienti difficili (inizialmente soprattutto fobici, schizofrenici, delinquenti, ecc.), che questa tecnica di base non poteva essere tollerata da tutti, divenne indispensabile modificarne vari aspetti. Eissler coniò così il termine “parametro di tecnica” per indicare una modificazione della tecnica resa necessaria dalle condizioni deficitarie dell’Io del paziente; queste modificazioni possono includere vari tipi di interventi diversi dall’interpretazione, quali ad esempio la rassicurazione, il consiglio, la posizione vis-à-vis e così via. Però secondo Eissler – e in questo consiste il suo principale contributo – una tecnica può essere chiamata ancora “psicoanalisi” quando sono soddisfatti i seguenti quattro criteri: 1) un parametro deve essere introdotto soltanto quando è dimostrato che la tecnica del modello di base non è sufficiente; 2) il parametro non deve mai oltrepassare il minimo inevitabile; 3) un parametro deve essere utilizzato soltanto quando esso porta, alla fine, alla propria autoeliminazione; in altri termini la fase finale del trattamento deve sempre procedere con parametro zero ; 4) l’effetto del parametro sulla relazione di traslazione non deve mai essere tale da non poter essere eliminato con l’interpretazione (pp. 54-56 ed. it. del 1981). Negli anni successivi è stato messo sempre più in discussione l’assunto di Eissler secondo il quale la basic model technique, cioè la tecnica di base, debba per forza essere caratterizzata dai criteri “estrinseci” stabiliti dalla tradizione classica (lettino, quattro sedute settimanali, ecc.). Una di queste voci critiche, sicuramente la più autorevole, fu quella dell’ultimo Merton Gill (1954) che insiste da una parte sulla diversità, dall’altra riconosce tra le due forme “un continuum”. Ricordiamo adesso il suo suggerimento quasi trent’anni dopo (1984), rispetto alla distinzione tra criteri “INTRINSECI” ed “ESTRINSECI”; essi non rappresentano “l’apriti sesamo” della differenziazione, rappresentano però dei vertici osservativi, seppure a volte in antagonismo o sovrapposizione reciproca, che aiutano a riflettere sul nostro operato.

INTRINSECI: -la neutralità dell’analista, -la centralità dell’analisi dell’analisi del transfert, – l’induzione della nevrosi di transfert regressiva e la risoluzione di essa con la sola, o almeno principalmente, tecnica dell’interpretazione.
ESTRINSECI: -sedute frequenti, -uso del divano, -un paziente relativamente ben strutturato (cioè che si pensa possa essere analizzabile), -uno psicoanalista sufficientemente ben preparato.

Concluderemo questa panoramica citando tre grandissimi nomi della psicoanalisi contemporanea Robert D. Hinshelwood, Otto Kernberg ed André Green. Il primo (in Frisch e AA,. 2001, tr.it. 2003 Borla, pag. 170) che per parlare del rapporto tra psicoanalisi a psicoterapie psicoanalitiche propone un’analogia con l’evoluzionismo: “E’ come quando ci poniamo la domanda: dove si trova esattamente il punto di partenza della specie umana da quella dei nostri antenati primati ?..Sembrerebbe che non ci sia una data precisa, e non ci potrà essere una data precisa perché c’è un continuum di diversità fra le due specie; ognuna di esse si è staccata gradualmente ed è andata per la propria strada, senza una separazione netta. Nondimeno il cambiamento continuo a lungo andare ha dato luogo ad una differenza qualitativamente definita. Dunque la domanda è: quando questo cambiamento quantitativo – come per esempio la dimensione del cervello, la posizione eretta o la postura, l’uso degli utensili e così via – è diventato sufficientemente percettibile come differenza qualitativa?.

Otto Kernberg: “Dal punto di vista concettuale, per indagare il rapporto fra psicoanalisi e psicoterapie occorre una definizione chiara dell’essenza della metodologia del trattamento psicoanalitico (ovvero della “tecnica psicoanalitica”), una definizione chiara del confine tra la psicoanalisi e la psicoterapia psicoanalitica e del confine che separa la psicoterapia psicoanalitica dalle altre forme di psicoterapia (“psicoterapie di sostegno”). Considerando l’attuale sviluppo di teorie psicoanalitiche alternative e delle corrispondenti impostazioni tecniche, è davvero possibile una definizione della psicoanalisi così esauriente da metterne appunto in risalto la differenza rispetto alla psicoterapia psicoanalitica ed alle psicoterapie di sostegno? ” (testo presentato il 15 agosto 1998 alla Società Psicoanalitica Uruguaiana (APU) a Montevideo, e il 19 agosto 1998 alla Società Psicoanalitica di Buenos Aires (APDEBA) a Buenos Aires).

André Green, grandissima mente psicoanalitica francese, recentemente scomparso, che ci dice “ Ecco quindi quello che voglio dire: che cosa fa sì che noi possiamo preferire una psicoanalisi o una psicoterapia? Innanzitutto abbiamo un ideale di funzionamento rappresentato dalla cura psicoanalitica, giacché questa si svolge in un ambiente neutrale e non presuppone un intervento dell’analista nella vita del paziente e neanche un suo desiderio di influenzare alcuni dei suoi sintomi manifesti. Noi quindi in via di principio preferiamo la cura analitica. …. Naturalmente spesso sentiamo dire che psicoterapia [psicoanalitica ndr] e psicoanalisi sono in fondo la stessa cosa, molti si chiedono perché vengono fatte queste distinzioni, e così via. Penso però che Otto Kernberg abbia ragione: bisogna distinguere il livello teorico da quello clinico. Otto ha perfettamente capito che il modello della cura psicoanalitica è un modello ideale, è l’ideale al quale tende lo psicoanalista. E se in seguito egli eserciterà la psicoterapia in tutte le sue varie forme, conserverà sempre questo modello ideale della psicoanalisi così come è stato concepito da Freud” ( discorso pronunciato al Convegno Internazionale “Dalla mente di Edipo al volto di Narciso?”, Torino, 7 dicembre 2008 in Psicoterapia e Scienze Umane, 2009, XLIII, 2: 215-234).

Come si diceva sopra termineremo questa presentazione presentando degli schemi che riteniamo possano aiutare chi si sta addentrando nella conoscenza della psicoanalisi sia come curioso, più o meno inesperto, che come persona che vuole approfondire le sue conoscenze in questo ambito, perché spinto dal suo istinto epistemofilico, come diciamo noi , l’istinto a conoscere, che tanto ha mosso e muove l’essere umano nella ricerca di ciò che c’è fuori di lui ed in lui. Offriamo quattro schemi ed una tavola sinottica; consapevoli di quanto queste schematizzazioni possano essere riduttive, ma anche convinti che possono rappresentare una sintesi sufficientemente buona del pensiero contemporaneo sulle differenze e le somiglianze tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica

OBIETTIVI COMUNI

Per ciò che riguarda gli obiettivi comuni tra i 2 tipi di trattamento, a seconda del caso in esame, tenuta considerazione della polifattorialità dei vari “contesti clinici” si elencano i seguenti singoli elementi:

a) “Ottimizzare”, per quanto possibile la frequenza la durata della cura;

b) “Favorire”la spinta verso foci esplorativi, la libertà di lasciarsi andare ad associare liberamente immagini, pensieri, fantasie, “Fornire”, ma non solo, interpretazioni transferali;

c) “Oscillare” tra i 2 estremi di interventi di interazione tesi da una parte ad  offrire sostegno e dall’altra a prospettare punti di vista alternativi  (Alessandrini M., Giannantonio M. 2012);

d) “Attenuare o eliminare la sintomatologia”;

e) “Sviluppare” la capacità introspettiva, la capacità di tolleranza, la capacità   di accettarsi per quello che si è;

f) “Liberare” le energie spinte all’autoconservazione, l’autoaffermazione, l’autodeterminazione, l’assertività;

g) “Migliorare” l’adeguamento alla realtà, le relazioni interpersonali, la gioia di vivere.

FATTORI TERAPEUTICI SPECIFICI E ASPECIFICI

SPECIFICI- 1)Instaurazione, mantenimento ed uso adeguato del “setting”; 2)Condizione, lungo tutto il processo, di neutralità, privatezza, astinenza ed anonimia del terapeuta; 3)Attivazione, da parte del terapeuta di un atteggiamento affettivo premuroso, attento e disponibile assieme all’installazione dell’alleanza terapeutica (rispetto delle regole contrattate da parte del terapeuta e del paziente)

ASPECIFICI- 1)Bisogno di conoscere, di trovare spiegazioni; 2) Bisogno di amare ed esser amati;3)Bisogno di comunicare, di collaborare, di mantenere rapporti validi e duraturi; 4) Bisogno di fare progetti, di condividerli; 5) Bisogno di favorire idealizzazioni (Fossi G. 2006)

 

LIVELLI DI PSICOTERAPIA

Per ciò che riguarda i “livelli” di psicoterapia, Cawley ne indica formalmente tre gradi rispettivamente distinti in :superficiale (appoggio e consiglio), intermedio, profondo (esplorazione e analisi).

-SUPERFICIALE ( Appoggio e Consiglio) 1) scaricare i propri problemi confidandoli ad un ascoltatore comprensivo 2) discutere le proprie emozioni nell’ambito di un rapporto che fornisce appoggio 3) discutere problemi attuali con una persona che aiuta senza esprimere giudizi

-INTERMEDIO. 4)chiarire i problemi, la loro natura e la loro origine, nell’ambito di un rapporto più profondo 5) affrontare le difese

-PROFONDO (Esplorazione e Analisi) 6)interpretare motivazioni e fenomeni di transfert inconsci 7) ripetere,ricordare e ricostruire il passato 8) regredire ad un funzionamento meno adulto 9) risolvere i conflitti rivivendoli e rielaborandoli

 

INTERVENTI

Gabbard G.O. (1990, 1994) riporta a sua volta, più recentemente, un “continuum” di interventi divisi in sette categorie; lo schema è quello seguito dagli operatori impegnati da svariati anni nello studio e nella ricerca attuata alla Menninger Clinic negli USA. Stavolta, partendo dal polo “espressivo” (esplorativo)-(psicoterapia psicoanalitica) verso quello “supportivo” (di sostegno)-(psicoterapia di sostegno), semplificando al massimo, sono così gerarchicamente caratterizzati:

ESPRESSIVO —————————————————————————————————————————SUPPORTIVO

1)Interpretazione
2)Confronto
3)Chiarificazione
4)Incoraggiamento
5)Convalida
6)Consigli ed elogi
7)Conferma

 

INTERPRETAZIONE: nelle forme di trattamento più espressive è lo strumento di maggiore importanza, significa rendere conscio qualcosa che prima di essa era inconscio

CONFRONTO: si rivolge a qualcosa che il paziente non riesce ad accettare o che identifica l’evitamento oppure la minimizzazione della valenza comunicativa

CHIARIFICAZIONE: comporta una riformulazione delle parole del paziente per trasmettere un aspetto coerente circa quanto viene comunicato al terapeuta

INCORAGGIAMENTO ALL’ELABORAZIONE: Quasi al centro del “continuum” si tratta di una modalità né espressiva, né supportiva; usualmente consiste nella richiesta di informazioni circa un argomento sollevato dal paziente

CONVALIDA EMPATICA: tende a mostrare e a dimostrare la sintonia empatica del terapeuta con lo stato emotivo interno del paziente

CONSIGLI ED ELOGI: sia il consiglio che l’elogio prescrivono e rinforzano alcune attività e comportamenti del paziente al fine di fargli sperimentare le capacità di comprensione del terapeuta

CONFERMA: nelle forme più supportive si tratta di interventi semplici, brevi commenti, talora solo interiezioni del tipo …”già”,…”si”,…”capisco”…, suscettibili di ottenere grande impatto emotivo se forniti al momento ottimale

Tavola sinottica (da R. Langs, 1973-74, tr. it. 1979, Boringhieri) allegata

 

CONCLUDENDO

La conoscenza psicoanaliticamente intesa, desidera abbandonare il sapere usuale, il conscio, anche se come terapia fortifica la coscienza ed il sapere. La conoscenza psicoanalitica desidera andare oltre la rappresentazione, è attratta dall’irrappresentabile anche se come terapia vuole illuminare ogni angolo della rappresentazione. La conoscenza a cui tende la psicoanalisi frantuma il buon senso tramite la trasformazione continua dei significati, anche se come terapia tende a ricomporre il buon senso. La cura psicoanalitica continua pertanto a mantenere aperta la sfida al pensiero umano che tende a chiudersi, a non cambiare, a sclerotizzarsi, a mantenere inconscio il perturbante. Termineremo con una frase con cui W.R. Bion, psicoanalista britannico scomparso nel 1979, la cui cifra distintiva è stata il pensiero geniale ed originale, descrive con una sorta di paradosso l’incontro psicoanalitico :

“Quando due personalità si incontrano si crea una tempesta emotiva. Se fanno abbastanza contatto da essere consapevoli l’uno dell’altro o anche abbastanza da esserne inconsapevoli, la congiunzione di questi due individui produce uno stato emotivo e il disturbo che ne risulta non necessariamente ha da essere considerato come un miglioramento rispetto a prima nello stato delle cose. Ma visto che si sono incontrati e visto che la tempesta emotiva si è verificata, le due parti in gioco in questa tempesta possono decidere di cavarsela alla meno peggio in un brutto affare”.

(W.R. BION, 1979, Making the best of a Bad Job)

 

 

(1) In realtà nell’originale tedesco Freud parla di rame, Kupfer (v. Stud. Vol. Erg. p. 249); qui, come in altre parti dell’opera, la traduzione italiana è un po’ “accomodata”