Psicoanalisi relazionale

A cura di Cristiano Rocchi     2013 

La Prospettiva  Relazionale  in psicoanalisi si fonda sul tentativo di integrare idee prese da una vasta gamma di scuole di pensiero psicoanalitico contemporaneo, tra cui la teoria delle relazioni oggettuali, la psicologia del sé, la psicoanalisi interpersonale, la teoria neo-kleiniana. Orientamento relazionale come insieme organizzatore di diverse teorie è il nome proposto da Greenberg e Mitchell nel loro libro “Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica”(1983), testo assolutamente fondamentale, che insieme con l’altro scritto da Mitchell in solitaria (“Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per un modello integrato”, 1988), costituisce una sorta di bibbia per coloro che sono interessati a comprendere a fondo e senza pregiudizi le basi teorico tecniche di questo prospettiva. In questi testi, oltreché portare una critica argomentata e puntuale alla teoria monadica della mente, Mitchell pone una questione di fondo: o consideriamo il significato psicologico intrinseco e applicato solo successivamente al campo relazionale, oppure lo consideriamo negoziato attraverso l’interazione. Da qui si dipaneranno fili che condurranno alla lettura, attraverso la lente della psicoanalisi relazionale, di molteplici concetti psicoanalitici e fenomeni quali il narcisismo, le pulsioni,  la prima infanzia, la sessualità. 

Presenterò in questa scheda i principali concetti che stanno alla base di questo orientamento, che è senz’altro uno dei principali nella panoramica attuale della psicoanalisi, lasciando all’approfondimento (che in seguito sarà aggiunto) il compito di offrire al lettore interessato a vedere oltre la panoramica, una serie di informazioni sulla clinica , sulla tecnica e sulla teoria. 

Tale presentazione ha anche lo scopo di sgombrare il campo da pregiudizi circa la presunta non profondità e la scarsa attenzione all’introspezione ed ai processi inconsci nella prospettiva  relazionale in psicoanalisi. 

Mi preme sottolineare che, anche se non verrà citato in questa scheda, (se non nella bibliografia  acclusa) il capostipite dell’orientamento psicoanalitico relazionale  è senz’altro da considerarsi  Sándor Ferenczi. Tutti i suoi scritti, ma in particolare quelli successivi al ’20, contengono in nuce pressoché tutto ciò che poi sarà sviluppato anni dopo negli ambiti interpersonalisti, intersoggettivisti, relazionalisti. Insieme con lui, va citato, come relazionalista ante litteram, Benjamin Wolstein, autore nel ’59 del bellissimo “Countertranference”, mai tradotto in taliano, purtroppo. 

Scrivevo nel 2003, riferendomi al mutamento in corso nella psicoanalisi, che il cambiamento che considero fondamentale nella teoria e nella pratica psicoanalitiche non è tanto quello, diciamo così, interno alla psicoanalisi stessa, rappresentato dal passaggio dal modello pulsionale al modello relazionale, quanto le conseguenze a valanga del passaggio -peraltro ancora in corso- da un  modello positivista ad uno costruttivista [1] Costruttivismo (Jones 1975): La concezione secondo la quale ciò di cui facciamo esperienza non è un mondo totalmente indipendente da noi, ma un mondo al quale l’attività della mente attribuisce determinate caratteristiche nella epistemologia moderna. Infatti I. Hoffmann (2000) ci dice che  il paradigma cambia solo quando l’idea del coinvolgimento personale dell’analista si sposa con una posizione epistemologica costruttivista o prospettivista. Solo grazie a questa integrazione viene presa totalmente in conto l’ idea della partecipazione personale dell’analista al processo. Ciò significa che la partecipazione personale dell’analista al processo, ha un effetto costante su ciò che egli comprende di se stesso e del paziente nell’interazione. Il presupposto generale di questo modello è che la comprensione dell’analista è sempre una funzione della sua prospettiva del momento. Inoltre la partecipazione dell’analista implica tutti i livelli della sua personalità e deve includere anche fattori inconsci, oltre che coscienti. 

Questa la cornice epistemologica;  vediamo ora quali elementi inserire in questa cornice.
Innanzitutto il campo oggetto di indagine, intersoggettivo: B. Wolstein (1959) ci dice  che l’ambito della investigazione psicoanalitica diventa ora il campo esperienziale nella sua totalità piuttosto che il solo paziente; difatti la teoria relazionale, come quella interpersonale, colloca il punto maggiore del suo interesse sulle relazioni interpersonali reali ed immaginate.
Siamo in un campo intersoggettivo: l’altro -dice J. Benjamin (1988)- deve essere riconosciuto come un soggetto altro, perché il sé  realizzi l’esperienza della propria soggettività alla sua presenza; noi abbiamo bisogno di riconoscimento ed abbiamo la capacità di riconoscere gli altri ed in questi due punti risiede la possibilità per ciascuno di essere riconosciuto, cognitivamente ed affettivamente.
Potremmo così dire che nella prospettiva relazionale là dove c’era l’oggetto, ci sono i soggetti. 

Altra importante dimensione: la persona e la personalità dell’analista:JR Greenberg (1986) ci dice che non è possibile evitare il coinvolgimento dell’analista perché la sua partecipazione non è una scelta e che la tecnica consiste casomai nello specificare come dovrebbe partecipare. Mentre Mitchell (1977) ci avverte che la comprensione da parte dell’analista del punto di vista del paziente è sempre mediata dal punto di vista dell’analista. E già Racker, nel 1957, osservava che l’analisi è una interazione tra due personalità ed ognuna di queste due personalità reagisce ad ogni accadimento nel contesto della situazione analitica.
Nei modelli classici sulla scena terapeutica sembra esserci un solo attore, il paziente, osservato con attenzione e partecipazione da un’altra persona, il terapeuta, che si costituisce come uno schermo quanto più neutrale e come un interprete non direttamente partecipante. Nel modello interpersonale la scena della cura è calcata da due attori. Tutti gli orientamenti interpersonalisti e post-interpersonalisti riconoscono la presenza del terapeuta come attivamente interagente con il paziente, pur differenziandosi tra quelli che, più sullivanianamente, lo vedono come “osservatore che anche partecipa” e gli interpersonalisti più intersoggettivisti (quali Stolorow, Atwood e Brandchaft, 1994, e Beebe e Lachmann, 2002), che considerano il terapeuta come “partecipante che anche osserva”, nel suo incessante interagire con il paziente -declinato in base alla sua personalità- durante l’andamento nel tempo della relazione di cura.
Nel momento poi in cui si incrociano l’importanza data  alla persona dell’analista e quella conferita al qui ed ora, abbiamo che, come ci propone L. Aron (2004),  l’idea centrale è che i desideri ed i conflitti apparentemente infantili che si rivelano nelle associazioni del paziente non sono soltanto o principalmente i resti del passato imposti artificialmente nel campo terapeutico ma sono invece riflessi delle interazioni reali con quello specifico singolo analista: la personalità dell’analista influenza non soltanto l’alleanza terapeutica o la cosiddetta relazione reale, ma anche la natura dello stesso transfert. Per cui, nell’ottica relazionale l’impatto dell’analista deve essere sistematicamente esaminato come parte intrinseca del transfert.

Infine l’importanza data alla prospettiva del paziente sull’interazione psicoanalitica: se si prende seriamente in conto che all’interno della diade psicoanalitica ci sono due soggettività separate, occorre considerare che sia poco credibile che una di esse “a causa del” transfert distorca la realtà  ed un’altra invece sia in grado di valutare “oggettivamente” tale realtà; si propone piuttosto l’idea che ciascuna di esse possa avere una plausibile prospettiva sulla realtà clinica, se pur all’interno di una situazione asimmetrica che prevede tra l’altro anche una chiara distinzione dei ruoli. Inoltre in conseguenza di quella che Aron chiama “Mutual generation of data” (mutua generazione dei dati da parte di analista e paziente) abbiamo che le scelte dell’analista sono determinate anche da dati che essa  stessa produce e che seleziona, per cui la raccolta dei dati relativi all’esperienza del paziente è inevitabilmente condizionata da qualità soggettive presenti nel campo.
Tutti i punti citati ed ancora altri saranno ripresi ed ampliati nella sezione di approfondimento che seguirà.

Bibliografia 

Aron, L. (2004). Menti che si incontrano.  tr.it. Cortina, Milano.

Ferenczi, S. (1932).  Diario Clinico  tr. it. Cortina , Milano 1988.

Fosshage, J.L (2004) I rapporti tra la psicologia del sé e la psicoanalisi relazionale, in Ricerca Psicoanalitica n.° 2 .

Gill, M. (1996). Psicoanalisi in transizione, tr. it. Cortina 1996.

Greenberg, J.R.,Mitchell,  S.A. (1983). trad. it. Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica,Il Mulino, Bologna 1986.

Hoffmann, I.Z.(2000) Rituale e spontaneità, tr. it. Astrolabio, Roma.

Mitchell , S. A.(1988) Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per un modello integrato, tr.it. Bollati Boringhieri, Torino 1993.

Perlman Frederic and Jay  Frankel J.(2009). Relational Psychoanalysis: A Review,  Institute for Psychoanalytic Training and Research New York, USA.

Rocchi, C., Mind the Gap, presentato al Congresso F.E.P. Sorrento 2003.

Wolstein, B. (1959) Countertransference, Grune & Stratton, NY.