Transculturale – Clinica

transculturalerotA cura di Anna Bassetti 

Il termine transculturale [comp. di trans e culturale] è stato coniato per tradurre l’inglese cross-cultural (che indica più propriamente l’incrociarsi di varie culture), ed è usato nelle scienze sociali, specialmente in antropologia culturale e sociologia, con riferimento alla reciproca influenza che culture diverse hanno sui comportamenti individuali e collettivi (Vocabolario Treccani).

Il concetto di transcultura rimanda a qualcosa che attraversa la cultura. Pertanto, la transculturalità potrebbe riferirsi a tutto ciò che trascende la particolarità e la specificità delle singole culture, mirando all’individuazione degli elementi universali, comuni a tutti gli esseri umani, a prescindere dal colore della pelle, dalla lingua, dalle modalità di pensiero o dalla religione. Nei settori psicologici e psichiatrici l’attributo “transculturale” è ormai scientificamente consolidato (vedi i numerosi studi sulla “cross cultural psychology” o sulla psichiatria transculturale). Ancora più complicato, se non addirittura erroneo o fuorviante, è parlare di “transcultura” o di “transculturalità” in maniera astratta, senza specificare a cosa ci si riferisce. Le culture “non si attraversano” mai da sole, ma necessitano sempre di essere veicolate dai soggetti che ne sono portatori, dagli esseri umani.

L’approccio transculturale pone l’accento sull’individuo come dotato di un io culturale, una mente avviata alla cultura di appartenenza attraverso le norme tramandate dalla comunità. L’approccio transculturale favorisce la presa di coscienza del proprio atteggiamento di fronte all’esperienza della diversità.

Clinica transculturale

La clinica transculturale nasce prevalentemente nell’incontro con l’utenza straniera, con particolare riferimento a quella extracomunitaria, e solo ultimamente alcune correnti di pensiero stanno ampliando l’analisi e affrontando il ruolo che l’aspetto culturale riveste, anche per gli autoctoni, non solo nella malattia ma anche nel trattamento e nella guarigione. Tali riflessioni, in realtà, erano già sorte alcuni decenni fa, nell’ambito della psichiatria sociale post-basagliana, ed avevano dato luogo ad una serie di interventi terapeutici e riabilitativi che coinvolgevano il recupero degli elementi storico-culturali e il recupero della socialità per i pazienti come parte del trattamento terapeutico.

In Europa ed in Italia (altro è per gli Stati uniti) la posizione di psicologi, psichiatri e medici si differenzia in base a diversi approcci teorici, riconducibili sommariamente in due filoni principali, quello etnopsicologico (Devereraux, Nathan, Moro, Losi, Fleury; per l’Italia: Coppo, Beneduce, Inglese, Zorzetto) e quello transculturale (Freeman, Terranova-Cecchini, Inghilleri, Mazzetti). La scuola etnopsichiatrica, comprese tutte le varianti sviluppatesi nell’ultimo decennio, affronta le problematiche psicofisiche del paziente riportandolo (come il termine “etnopsichiatria” stesso indica) al centro della sua cultura d’origine ed utilizzando il sintomo come simbolo e come strumento primario per una lettura della storia e della sofferenza del paziente, utilizzando una chiave culturale “totalmente altra” da quella del contesto dove egli attualmente si trova a vivere. In quest’ottica, l’attenzione è prevalentemente rivolta alla costruzione o ricostruzione di un insieme di significati provenienti dal mondo simbolico della cultura d’origine. L’approccio della psicologia transculturale invece focalizza l’attenzione prevalentemente sulla comunicazione e sull’interazione tra la cultura d’origine del paziente e quella del paese ospitante. Comunicazione ed interazione che si pongono in atto a più livelli: sia nel momento in cui il paziente si relaziona con il medico o lo psicologo italiano; sia quando egli si interfaccia con altre persone e costruisce delle nuove relazioni sociali, amicali e lavorative; sia, ancora, all’interno della sua stessa psiche che introietta, rielabora, assimila, integra attivamente, significati e significanti del nuovo universo culturale in cui attualmente vive con il mondo di significati e significanti che ha costruito e portato con sé dal suo paese d’origine (Petruzzi-Riva 2002).

Per quanto riguarda il lavoro analitico, inoltre, T. Reid sottolinea come anche nelle diverse impostazioni psicoterapiche, ci possono essere conflitti inconsci tra i valori di riferimento culturali del terapeuta e del paziente, come pure tra i valori esposti, razionali, e quelli non consci di un paziente appartenente ad una diversa cultura da quella del terapeuta. Lo stimolo, quindi, ad essere sempre più attenti a consapevoli su similarità e differenze negli assunti culturali, nelle concezioni sottoculturali nascoste, tra terapeuti e pazienti, può permetterci di cogliere le modalità di “resistenza” del paziente che esprimono proprio tale conflitto tra fattori culturali inconsci e comportamenti manifesti.

APPROFONDIMENTI

http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4369:intervista-a-marie-rose-moro&catid=234&Itemid=713

http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=45:alfredo-lombardozzi&catid=234&Itemid=713

http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=83:per-una-clinica-interculturale&catid=234&Itemid=713

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Ottobre 2013