Transfert

Transfert: una traccia di lettura

A cura di Antonio Alberto Semi

Il transfert è considerato nel lessico comune un fenomeno di ripetizione nelle relazioni attuali di modalità relazionali derivate dall’esperienza con gli oggetti primari. Perché parlare allora di scoperta del transfert da parte di Freud? Un fenomeno di questo tipo fa parte delle osservazioni e delle conoscenze umane dalla notte dei tempi e non c’è alcun bisogno della psicoanalisi per notare che il Tale ha ‘preso’ da sua madre o da suo padre questo o quel modo di fare oppure che sta ripetendo ma con altre persone alcune modalità esistenziali tipiche degli oggetti primari (stessa incapacità di far affari, stessa tendenza ad isolarsi: ‘in quella famiglia sono tutti degli orsi’, stesso modo di trattare gli altri come è abituato a fare con i suoi…) oppure delle sue relazioni con essi. Il rischio è quello di confondere o fare tutto un mucchio del transfert e delle conseguenze dei processi di identificazione ma e soprattutto quello di banalizzare un fenomeno che, sia dal punto di vista della pratica clinica sia da quello della elaborazione teorica, è particolarmente ostico.

È importante, per cominciare a rivedere il fenomeno nella sua dimensione psicoanalitica, considerare innanzitutto la questione topica. Il transfert, infatti, non solo è un fenomeno inconscio – e lo è a molti livelli e in molti sensi, compreso quello dell’analista – ma è anche un fenomeno che mette in crisi il sistema conscio giacché in determinate situazioni i suoi derivati penetrano e informano questo sistema senza dar luogo all’altro fenomeno (sintomatico, secondo Freud, ma certamente essenziale per il trattamento psicoanalitico) che è quello della consapevolezza. Inoltre, il transfert si caratterizza innanzitutto per le importanti cariche (affettive) che implica, sia in quanto obbliga l’apparato a una continua opera di rimozione e repressione (con il risultato di un impoverimento affettivo conscio dell’individuo preda di questa dinamica nevrotica) sia in quanto, viceversa, conquistando la motilità, controllata dal sistema preconscio e conscio, produce effetti affettivi ‘esplosivi’ oppure angoscia. Secondo alcuni autori (ad es. Le Guen, 2008) il transfert è anzi essenzialmente un fenomeno affettivo, sicché “quando in psicoanalisi si parla di transfert, bisogna intendere il ‘transfert di sentimenti sulla persona del medico’” (Le Guen, p.1341). Più sfumata e articolata la posizione di Laplanche e Pontalis (1967) nella voce “Transfert” della loro Enciclopedia della psicanalisi.

È opportuno considerare il transfert non solo dal punto di vista delle sue principali manifestazioni cliniche ma anche da quello delle implicazioni che esso ha per il funzionamento dell’apparato. In quest’ultima ottica conviene innanzitutto considerare il rapporto tra rappresentazioni e affetti, visto che la ricomparsa di questi ultimi nella relazione analitica implica da un lato uno spostamento di cariche affettive da un insieme di rappresentazioni di oggetti con e su i quali primariamente quelle cariche affettive sono state investite e dall’altro un effetto di ‘eclissi’ di queste rappresentazioni primarie. È quest’ultimo un effetto dovuto solo alla rimozione o anche all’isolamento della rappresentazione dall’affetto? È necessario poter ricondurre – in analisi – i sentimenti alle rappresentazioni primarie e alle rappresentazioni delle relazioni con gli oggetti primari, riportando l’ hic et nunc all’ alibi et tunc anche se la battaglia si svolge in presentia (Freud, 1912)? E allora bisogna pur porsi il problema delle caratteristiche di queste rappresentazioni primarie, che possono essere e in genere sono molto differenti da quelle presenti nel sistema conscio e relative agli stessi oggetti. Così come sono in genere molto differenti gli affetti che si manifestano nel sistema conscio (e che possono essere fatti osservare al paziente) dagli affetti inconsci o preconsci. È noto del resto che un transfert positivo apparente può celare un transfert negativo inconscio e, viceversa, che sentimenti (transferali) negativi nei riguardi dell’analista possono servire a reprimere movimenti affettuosi teneri, avvertiti dall’Io del paziente come intollerabili (ad esempio anche da un punto di vista narcisistico).
Come si vede, una situazione non semplice sia dal punto di vista clinico sia da quello teorico, che per giunta va considerata anche in relazione alla applicabilità o meno del metodo psicoanalitico. I fenomeni di transfert sono spesso causa di resistenza al metodo analitico, bloccano il processo associativo polarizzandolo su certi temi o escludendone altri. L’interpretazione del transfert dovrebbe servire allora anche a ripristinare le condizioni di applicabilità del metodo. Se quest’ultimo si costituisce – nell’analista in primo luogo – come terzo rispetto a paziente e analista, le deviazioni dal metodo assumono rilevanza più semplicemente che nel caso in cui, viceversa, l’attenzione del terapeuta sia attirata dal contenuto del discorso (magari non più associativo) del paziente. In ogni caso, dal punto di vista del metodo le manifestazioni del transfert sono da (ri)collocare, nel corso del processo analitico, all’interno di catene associative che consentono di ricostruire il lavoro psichico effettuato dall’apparato a partire dalle rappresentazioni primarie, lavoro che si è svolto con le regole del processo primario e solo in un secondo momento con quelle del processo secondario e che ha portato alla elaborazione di formazioni (affettive e ideative) di compromesso assai lontane e differenti da quelle elaborate nei confronti degli oggetti primari.
Da un punto di vista tecnico, il problema è quello di cercare di favorire lo sviluppo di una nevrosi di transfert (Freud, 1914) la cui analisi – con il metodo delle libere associazioni – può consentire la risoluzione (sempre problematica) dei conflitti nevrotici patogeni.

Tutto quanto scritto finora descrive alcuni elementi di base del problema del transfert nell’ottica freudiana. Tuttavia nel corso della elaborazione di teorie differenti e/o alternative, sia il peso del transfert nella relazione analitica sia la sua interpretazione hanno assunto caratteristiche differenti. Nell’ottica kleiniana, ad esempio, il transfert assume un rilievo dominante e la sua interpretazione può avvenire molto precocemente, soprattutto ma non solo se esso assume caratteristiche negative (Klein, 1955; Rosenfeld, 1955). Anche nell’ottica lacaniana il transfert assume una connotazione diversa, ponendo in primo piano l’assunzione del desiderio dell’Altro (supposto sapere) come condizione necessaria per l’analista e del desiderio del desiderio dell’Altro nell’analizzante, tendendo a riportare dal registro immaginario a quello simbolico la vicenda – trasformata, deformata, forclusa – originaria (Silvestre, 1986).

Soprattutto, però, le cose si sono complicate (spesso utilmente) con l’accentuazione dell’importanza del controtransfert (a partire dalle discussioni londinesi del secondo dopoguerra – v. Semi 2012 – fino a Pontalis,1975) e con il riconoscimento del transfert dell’analista (Donnet, 1995, 2005, Gribinski e Ludin, 2005). Se il transfert in se stesso è un rivelatore della dinamicità dell’attività psichica e se la funzione del trasferire rimane attiva anche sciolti i legami conflittuali che la costringevano, come illudersi che l’analista non elabori transfert nei riguardi del paziente? E come assumere dunque che il transfert del paziente nell’analista non solo provochi un controtransfert ma si intrecci anche con il transfert dell’analista?
Questi interrogativi e la conseguente progressiva complessità teorica (Neyraut, 1974) necessaria per cercare di dar loro risposta rispecchiano (trasferiscono sulla teoria) la difficoltà, la intollerabilità ma anche la ricchezza della unicità apparente dell’essere umano, che sa di essere uno ma si scopre essere molti (è l’interrogativo di Edipo, che apre alla colpa ma anche alla responsabilità) e deve continuamente ristrutturarsi nel tentativo (sanamente) narcisistico di ricomporre una transitoria unità. Il transfert è, da questo punto di vista, ciò che in noi mostra continuamente la necessità dell’oggetto e la sua inafferrabilità frustrante e potenzialmente creativa.

Bibliografia

Donnet J.-L. (1995) Le divan bien tempéré. P.U.F., Paris.
Donnet J.-L. (2005) La situation analysante. P.U.F., Paris.
Freud S. (1912) Dinamica della traslazione. O.S.F., VI, 523-531.
Freud S. (1914) Ricordare, ripetere, rielaborare. O.S.F., VII, 353-361.
Gribinski M. e Ludin J. (2005) Dialogo sulla natura del transfert. Borla, Roma, 2006.
Klein M. (1955) La tecnica psicoanalitica del gioco: sua storia e suo significato. In: M. Klein et al.. Nuove vie della psicoanalisi. Il Saggiatore, Milano, 1966.
Laplanche J. e Pontalis J.-B. (1967) Enciclopedia della psicanalisi. Laterza, Bari, 1968.
Le Guen Cl. (2008) Dizionario freudiano. Borla, Roma, 2013.
Neyraut M. (1974) Le transfert. P.U.F., Paris.
Pontalis J.-B. (1977) Tra il sogno e il dolore. Borla, Roma, 1988.
Rosenfeld H. (1955) Note sulla psicoanalisi del conflitto con super-Io in un paziente schizofrenico acuto. In: M. Klein et al.. Nuove vie della psicoanalisi. Il Saggiatore, Milano, 1966.
Semi A. A. (2012) Metodo psicoanalitico e controtransfert. Riv. Psicoanal., LVIII, 2, 313-333.
Silvestre M. (1984) Il transfert nella direzione della cura. In: Lacan J. et al. (1986) Il mito individuale del nevrotico. Astrolabio, Roma.

 

APPROFONDIMENTI

Il transfert e le comunicazioni inconsce: un punto di vista freudiano sul narcisismo (di Antonio Alberto Semi)

Novembre 2014

Vedi anche: