Weiss Edoardo

Maestri della psicoanalisi

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Weiss, Edoardo (Trieste, 21 settembre 1889 – Chicago, 14 dicembre 1970)

Edoardo Weiss – definito da Freud l’«autentico, tenace pioniere» della psicoanalisi italiana (1930) – si impegnò ad introdurre la “novella scienza”, misurandosi sin dagli inizi con l’ostilità degli ambienti medico-scientifici, religiosi e politici. Weiss ebbe lo straordinario merito di aver voluto e saputo perseguire con fermezza il progetto per lui imprescindibile di diffondere le idee freudiane e di riorganizzare la Società Psicoanalitica Italiana. Un traguardo realizzato fronteggiando la durezza dei tempi e le proprie personali fragilità. Non vi è dubbio che il primo periodo della psicoanalisi italiana s’identifichi con il pensiero e l’opera di questo indomito antesignano.

La vita   

Edoardo Weiss, nato a Trieste il 21 settembre 1889, era il terzogenito dei nove figli (quattro maschi e cinque femmine) della triestina Fortuna Jacchia, di origine sefardita, e di Ignazio Weiss, un imprenditore oleario di origine ebraico-boema, ben assimilato alla comunità locale.

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La famiglia d’origine di Edoardo Weiss

(In piedi, da sn. a dx.:  Paola, Giorgina, Ottocaro, Ida, Gemma, Edoardo;seduti, da sn. a dx.: Ernesto, la madre Fortuna, il padre Ignazio e Amalia;manca il minore dei figli maschi, Giorgio, morto in giovane età) 

L’educazione dei giovani Weiss, perfettamente bilingui (italiano e tedesco), fu perfezionata all’estero, secondo le consuetudini delle altre famiglie della borghesia mercantile ebraica triestina.

Edoardo si trasferì a Vienna nel 1908 per studiare medicina. Nelle aule universitarie incontrò la futura moglie, Vanda Shrenger – un’ebrea croata che divenne la prima pediatra di formazione psicoanalitica ad esercitare in Italia e che contribuì attivamente alla creazione del movimento psicoanalitico nel nostro Paese. Negli anni universitari Edoardo e Vanda  frequentarono, insieme, le lezioni svolte da Sigmund Freud presso l’ateneo viennese.

Il 7 ottobre 1908, nello studio di Berggasse 19, Edoardo Weiss fece la conoscenza personale del Maestro, che gli suggerì di entrare in analisi con Paul Federn, uno dei suoi primi e più fedeli discepoli. L’analisi cominciò nel marzo del 1909 e durò circa un anno e mezzo a sei sedute settimanali; proseguì, poi, per altri 2-3 mesi a tre sedute alla settimana (Roazen, 2005). Il rapporto analitico si trasformò ben presto in una collaborazione professionale e in una forte amicizia, destinate a durare per tutta la vita.

Nel 1913, prima ancora di conseguire la laurea (1914), Weiss entrò a far parte della Società Psicoanalitica Viennese, di cui rimase membro sino al 1932, l’anno in cui spostò l’iscrizione alla Società Psicoanalitica Italiana, da lui appena rinnovata a Roma.

Allo scoppio della Grande Guerra, lo psicoanalista triestino fu richiamato nell’esercito austro-ungarico, ed inviato come ufficiale medico al fronte orientale, destino comune ai cittadini dell’Impero di nazionalità italiana. Pare certo, comunque, che Edoardo condividesse sinceramente quell’attaccamento all’Italia che prevaleva nella borghesia triestina, inclusa quella di ascendenza israelita (Archivio Livio Saranz, Trieste).

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Edoardo Weiss con il fratello minore, Ottocaro, in divisa militare (Radkersburg, 5 novembre 1916)  

Nel 1917, in pieno conflitto mondiale, Edoardo e Vanda contrassero matrimonio e nell’ottobre dell’anno successivo nacque il loro primogenito, Emilio, che vide la luce nel tumulto e nel disordine estremi che seguirono alla disgregazione del potere imperiale.

 

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Edoardo e Vanda Weiss, nei primi anni Venti

Nell’autunno del 1919, subito dopo la fine delle ostilità, i coniugi Weiss rientrarono a Trieste, divenuta italiana. Il 4 ottobre 1919 Edoardo fu assunto come psichiatra (“medico secondario”) nel reparto maschile del locale frenocomio civico, “Andrea di Sergio Galatti”, inaugurato da circa un decennio. Nel contempo aprì uno studio privato in Via San Lazzaro 8, dove avviò l’esercizio della psicoanalisi, sotto la diretta supervisione di Sigmund Freud e di Paul Federn (Weiss, 1970).

L’esperienza frenocomiale

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Inaugurazione a Trieste  del Frenocomio Civico ed Ospizio (“Andrea di Sergio Galatti”) per malati di mente, costruito su progetto del goriziano Ludovico Braidotti (Novembre 1908).

All’epoca dell’arrivo di Weiss, nell’ospedale triestino imperava il modello organicista, anche se prevaleva un umanitarismo illuminato sul diffuso custodialismo di matrice lombrosiana, ratificato dalla legge del 1904 sui manicomi e sugli alienati. Il direttore dell’Istituto era Luigi Canestrini, un luminare della psichiatria locale, celebrato dallo stesso Italo Svevo nella Coscienza di Zeno (1923). Alla morte di Canestrini, avvenuta nel 1926, dopo un breve interregno di Guglielmo de Pastrovich, subentrò Giovanni Sai, un medico dagli ideali riformisti, che però dovette scontrarsi con le pesanti limitazioni introdotte dal regime fascista, che gradualmente impose ai dipendenti pubblici, medici compresi, di iscriversi al partito e di italianizzare il loro cognome. Nella seconda metà degli anni venti anche Weiss risentì duramente dell’appesantirsi del clima politico.

Edoardo Weiss ha lasciato modestissime tracce epistolari del primo lustro trascorso nel manicomio cittadino. Nelle sue memorie e nel carteggio con Freud (Sigmund Freud as a consultant, 1970) non vi è alcun richiamo in merito; qualche informazione è reperibile, a partire dalla metà degli anni Venti, soprattutto nelle lettere scambiate con Paul Federn e conservate nell’Archivio Weiss dell’A.S.P.I. (Università Milano-Bicocca) (1). È rimasta, invece, una ricca testimonianza clinica del suo passaggio ospedaliero: si tratta di oltre 340 cartelle cliniche, custodite nell’Archivio di Stato di Trieste (Corsa, 2013 e 2014). Nel redigere le cartelle sanitarie, egli mantenne sempre una posizione fermamente neurologico-psichiatrica, seppur nobilitata da una grande vivacità descrittiva e da una raffinata cura nella ricostruzione anamnestica – prezioso lascito della nosologia psichiatrica tedesca e della corrente fenomenologica francese. La sua già solida formazione psicoanalitica non emergeva in alcuna pagina (2). D’altronde i neuropsichiatri di Trieste, laureatisi quasi tutti a Vienna, a Graz o a Berlino, pur conoscendo i saggi di Freud, li accolsero con diffidenza, diversamente da quanto avvenne nell’enclave culturale e letteraria cittadina, catturata dalle idee rivoluzionarie della nuova scienza. Weiss patì profondamente l’isolamento cui fu condannato come psicoanalista dalla medicina ufficiale cittadina. Ma, nonostante il conflitto umano e professionale che lo attanagliava, egli continuò a professare con rigore e competenza il mestiere di psichiatra. I direttori che si succedettero alla guida del frenocomio apprezzavano il suo operato e, ogni anno, gli rinnovavano il contratto ospedaliero, come testimoniato da altre carte amministrative custodite negli Archivi di Stato locali. Nel 1927 ricevette una promozione a “medico di sezione”, motivata dal “lodevole servizio prestato fin dal 1919 quale medico secondario”, e nel 1928 gli venne proposto di ricoprire il ruolo di primario neuropsichiatra, ma alla condizione di italianizzare il suo cognome, come imposto dalle normative fasciste inerenti il pubblico impiego. Weiss controbatté con grande coraggio e dignità ai diktat fascisti e all’opposizione delle istituzioni scientifiche e mediche: si licenziò dall’ospedale e si rifiutò di cambiare il cognome, distinguendosi da tanti altri colleghi giuliani dal cognome tedesco o slavo, che non esitarono ad obbedire alle umilianti direttive del regime. Nel gennaio 1929 abbandonò definitivamente l’istituzione, non solo per soddisfare un sentimento di decoro e di coerenza etica, ma anche per potersi dedicare completamente alla divulgazione delle teorie freudiane in Italia.

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Lettera di accoglimento delle dimissioni di Edoardo Weiss  (gennaio 1929 – Provincia di Trieste)

Questa decennale, fondante esperienza ospedaliera consentì tuttavia a Weiss di sviluppare un pionieristico interesse per i disturbi psichici severi, grazie pure alla decisiva influenza di Paul Federn, che lo sensibilizzò ai problemi teorico-clinici connessi alla struttura dell’Io e alle psicosi. La ricca casistica frenocomiale gli offrì lo spunto per indagare le dinamiche narcisistiche e i meccanismi introiettivi e proiettivi nelle psicosi, avventurosamente descritti in due articoli degli anni Venti, che per importanza e originalità spiccano nella sua produzione scientifica e che anticipano diversi concetti cardine della sua successiva teoretica.

Nel periodo ospedaliero, Weiss pubblicò inoltre diversi elaborati d’argomento psichiatrico e psicoanalitico su periodici specialistici italiani, in particolare sulla rivista di Levi Bianchini, l’Archivio Generale di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi (3). Questi contributi avevano specialmente finalità divulgative e di difesa dagli attacchi sferrati dalle “autorità consacrate” italiane alla nuova disciplina freudiana (Weiss, 1921, 1922, 1923-24 e 1926). Tra essi risalta Psichiatria e Psicoanalisi (riassunto nel 1925, poi ampliato nel 1926), in cui egli cerca di proporre una nutriente osmosi tra le due discipline, nel tentativo, forse, di sanare quella feroce dicotomia che egli stesso sperimentava quotidianamente nel suo ambiente lavorativo.

A Trieste, invero, il futuro cofondatore della psicoanalisi italiana non riuscì mai a radunare intorno a sé una cerchia di allievi. L’unica, solida figura che ebbe sempre al suo fianco fu la moglie, medico a sua volta. Vanda sostenne il marito in tutte le sue difficili, e a volte drammatiche, scelte professionali e di vita, lo soccorse nei momenti di bisogno, gli fece da contrappunto teorico e professò anch’ella la psicoanalisi, prima donna nel nostro Paese, rimanendo tuttavia sempre all’ombra del grande consorte.

Degli ultimi anni trascorsi a Trieste resta la raccolta di cinque conferenze di psicoanalisi tenute da Weiss dal febbraio al giugno del 1930, su invito dell’Associazione Medica Triestina, unica concreta manifestazione d’interesse da parte dell’establishment scientifico cittadino nei confronti della nuova dottrina (4). I seminari triestini ricevettero un riscontro assai positivo e vennero allora riuniti da Weiss in un manuale, Elementi di psicoanalisi, summa del pensiero freudiano. Furono stampati dall’editore Hoepli nel 1931, con una benaugurale prefazione di Sigmund Freud (1930).

Nello stesso periodo egli fu inoltre impegnato nel soddisfare la richiesta dell’allora «ministro dell’istruzione Prof. Giovanni Gentile», che l’aveva invitato «a redigere per l’imponente “Enciclopedia italiana” le voci  “Freud” e “la psicoanalisi” (e pure 20 righe sulla ψα dei sogni, sotto la voce “sogno”» (Weiss a Federn; Trieste, 26 novembre 1930). La stesura di questi lemmi per la Treccani favorì il primo contatto tra lo psicoanalista triestino ed Emilio Servadio, che faceva parte del corpo redazionale dell’Enciclopedia e che si era prodigato per ottenere la collaborazione di Weiss.

Weiss dovette però lasciare Trieste, dove mancavano proseliti e la nomenclatura medica manteneva un atteggiamento d’ostilità. Nei primi anni Trenta, inoltre, il clima politico nella città giuliana era  diventato greve, a causa del manifestarsi di forme esasperate di nazionalismo, che si traducevano in campagne xenofobe nei confronti soprattutto delle componenti slave, di cui faceva parte anche la consorte croata. Sconsolati e con qualche problema economico, nel settembre del 1931 i coniugi Weiss si trasferirono a Roma, preferita agli altri centri italiani per le promettenti prospettive lavorative prefigurate dal grande cattedratico Sante de Sanctis e per i proficui contatti già avviati da Edoardo con Servadio.

Gli anni romani e l’America

Nella capitale, ben presto Weiss raccolse uno sparuto gruppo di seguaci e, già nell’anno successivo, ricostituì insieme a Vanda Shrenger,  Perrotti, Servadio, Musatti e pochi altri, la Società Psicoanalitica Italiana – già fondata nel 1925 con Marco Levi Bianchini – e dette vita alla Rivista Italiana di Psicoanalisi, ambedue con sede in Via dei Gracchi 328-A, l’abitazione privata dei Weiss. Lo psicoanalista triestino fu il primo Presidente della rinata Società e il primo Direttore della Rivista.

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Edoardo Weiss, Emilio Servadio e Nicola Perrotti (Congresso Internazionale di Lucerna, 1934).

Negli anni romani, l’impegno dei coniugi Weiss e dei pochi membri della SPI  fu intenso e costantemente teso a radicare la nuova disciplina nel tessuto medico, psicologico e culturale della capitale, con frequenti riunioni scientifiche, pubblicazioni originali su periodici italiani e stranieri, traduzioni dei testi freudiani e di saggi dei maggiori psicoanalisti europei, attività di formazione per gli aspiranti soci e la partecipazione ufficiale a tre congressi internazionali di psicoanalisi (Wiesbaden nel 1932, Lucerna nel 1934 e Marienbad nel 1936) (5). L’infaticabile dinamismo del gruppo freudiano ebbe come esito l’ammissione della Società Psicoanalitica Italiana all’Associazione Psicoanalitica Internazionale (IPA), nel 1936.

Ma i tempi erano funesti. Nello stesso periodo, infatti, la SPI dovette far fronte a un’opposizione crescente della chiesa cattolica – che tacciava la psicoanalisi di “immoralità” e di “pornografia” – e del regime fascista, contrario alla sua espansione in quanto dottrina proveniente da un paese straniero, sostenuta da scienziati di origine ebraica e orientata politicamente a sinistra. Già nel 1934 la Rivista Italiana di Psicoanalisi fu obbligata a chiudere i battenti e, nel 1938, la stessa SPI fu sciolta, con la motivazione ufficiale di essere affiliata all’IPA – sospettata di svolgere attività politica clandestina. A nulla valsero i contatti di Edoardo Weiss con alcuni rappresentanti delle alte gerarchie del regime. Weiss aveva, infatti, in analisi da molti anni Concetta Forzano, la figlia del drammaturgo Giovacchino Forzano, l’apologeta del Duce e, per un breve periodo, anche un nipote di Mussolini (6). Soprattutto Forzano aveva in più occasioni intercesso a favore di Weiss e del movimento psicoanalitico italiano, anche chiedendo l’interessamento diretto di Galeazzo Ciano (Zapperi, 2013). Ma tanti sforzi risultarono vani e, con la promulgazione delle leggi razziali nel 1938, il gruppo italiano si disperse.

Nel gennaio 1939 Edoardo Weiss migrò per sempre in America, portando con sé il figlio Emilio, studente di medicina; il 2 ottobre 1939 la moglie Vanda li raggiunse col secondogenito, Guido (nato a Trieste nel dicembre 1929). Pochi giorni dopo la famiglia Weiss, finalmente ricongiunta, raggiunse Topeka (Kansas), la cittadina nel cuore degli Stati Uniti dove Edoardo, grazie all’appoggio di Alexander e di Brill (che gli aveva generosamente fornito l’affidavit per l’espatrio in America), aveva ottenuto un posto di psicoanalista presso la celebre Menninger Clinic.

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Edoardo Weiss con i figli Emilio e Guido (Chicago, primi  anni Cinquanta)

Nel 1942 la famiglia Weiss (7) si spostò definitivamente a Chicago, dove Edoardo entrò a far parte del gruppo docente del Chicago Institute of Psychoanalysis, guidato da Franz Alexander. Dal 1959 al 1961 Weiss fu Visiting Professor al Dipartimento di Psichiatria dell’Università Marquette di Milwaukee. Proseguì con generosità e lealtà intellettuale la sua professione di psicoanalista sino al 1970, l’anno della morte.

Il contributo teorico di Edoardo Weiss

Edoardo Weiss è stato fondamentalmente un clinico, con un’incrollabile fiducia nello strumento curativo della psicoanalisi, sia per il trattamento delle patologie nevrotiche che di quelle psicotiche.

Nei primi anni della sua produzione scientifica, egli fu soprattutto occupato a propagandare il pensiero freudiano, come testimoniato da alcune traduzioni dei saggi del Maestro e dalla raccolta delle sue lezioni triestine nel volume Elementi di psicoanalisi (1931), la prima opera sistematica apparsa in Italia. Ma l’intimo sodalizio umano e scientifico con Paul Federn portò Weiss ad approfondire le dinamiche relazionali d’oggetto e l’approccio fenomenologico alla struttura dell’Io e alle malattie tipiche dell’Io, i disturbi narcisistici e le psicosi. Tali interessi si espressero già nei suoi scritti degli anni manicomiali (Su una fase non ancora descritta dell’evoluzione verso l’amore eterosessuale, 1925 e Il delirio di veneficio alla luce dei processi di introiezione-proiezione, 1926). Lo studio di un eccezionale caso clinico manicomiale, in cui sintomi melanconici coesistevano con sintomi paranoidi, permise a Weiss di indagare la «dinamica introiettiva» che, per l’inconscio, equivale ad una «incorporazione orale». Tanto il melanconico che il paranoide sono fermamente convinti di essere perseguitati da qualche cosa di introiettato (l’«introietto» weissiano): la stessa melanconia, infatti, può essere concepita come un delirio di persecuzione, dove il malato si trova ad essere perseguitato dalla propria coscienza. In questo scritto Weiss utilizzò per la prima volta nella letteratura psicoanalitica il termine di «identificazione proiettiva», anticipando di circa un ventennio le concettualizzazioni kleiniane.

Tali osservazioni furono riproposte da Weiss in un articolo tardivo, Vicissitudes of Internalized Objects in Paranoid Schizophrenia and Manic-depressive State (1963), dove l’autore sviluppò ulteriormente i concetti di identificazione e di passaggio attraverso l’Io, attinti in buona parte dalla Psicologia dell’Io di Federn. Per  Federn e Weiss, i limiti egotizzati dell’Io sono mobili e flessibili e demarcano le frontiere corporee e mentali, interne ed esterne dell’Io. Nelle psicosi, l’Io è debole e danneggiato, e le frontiere dell’Io sono fragili e inadeguate a costituire «una barriera insormontabile alle forti pressioni interne degli stimoli psichici», provenienti dall’Es e dalla realtà esterna (Federn, 1952).

Tuttavia, i più noti contributi clinico-dottrinali dello psicoanalista triestino hanno come oggetto l’intima struttura e l’eziologia dell’asma bronchiale e dell’agorafobia.

Il suo articolo Die Psychoanalyse eines Falles von nervòsem Asthma (Psicoanalisi di un caso di asma nervosa), risalente al 1922, lo segnala come un precorritore della medicina psicosomatica. L’interpretazione del sintomo asmatico offerta da Weiss in una cornice teorica rigorosamente freudiana diventò un punto di riferimento nelle successive ricerche di Alexander, il padre della psicosomatica, con il quale Weiss collaborò negli anni americani.

Nel 1936 Weiss pubblicò Agorafobia, isterismo d’angoscia, dove marcava le differenze tra l’isteria e l’agorafobia in un’ottica ancora pulsionale. A differenza delle altre fobie Weiss, per primo, considerò i sintomi agorafobici non solo e non tanto in relazione ad un contenuto rimosso, bensì determinati da una situazione soggettiva, da un’organizzazione della personalità stessa e dell’Io, inquadrabili all’interno del complesso concetto di nevrosi d’angoscia.

Nei successivi studi, Agoraphobia in the Light of Ego Psychology (1964) e La formulazione psicodinamica dell’agorafobia (1966), Weiss integrò i suoi classici principi teorici con gli assunti della psicologia dell’Io di Federn, proponendo un modulo interpretativo estremamente attuale di decodifica della problematica agorafobica.

La sua opera più significativa e completa, Structure and dynamics of the human mind  (1960), maturo compendio della propria metapsicologia, pare rappresentare proprio l’estremo sforzo di concepire un nuovo, comprensivo, modello psicoanalitico, dove la teoretica dell’Io di Federn tentava una conciliazione con le tesi freudiane, favorendo innovative ricadute anche a livello di tecnica analitica.

Un cruccio, quello di rimanere fedele ad entrambi i Maestri, che accompagnò Edoardo Weiss per tutta la vita.

Note

(1) Il carteggio tra Edoardo Weiss e Paul Federn è conservato tra le Papers di Weiss (Edoardo Weiss Papers), presso i Freud Archives della Library of Congress di Washington, che ha consentito all’ASPI – Archivio Storico della Psicologia Italiana – di digitalizzarlo e di renderlo consultabile on-line. L’epistolario tra Weiss e Federn è riprodotto in lingua originale (tedesco). Le sottolineature riportate in alcuni passaggi sono di Edoardo Weiss.

(2) L’autorevolezza di Weiss in campo psicoanalitico gli fu ampiamente riconosciuta già nell’ottobre del 1923, quando l’Associazione Italiana di Psicologia lo invitò a tenere una conferenza sulla psicoanalisi in occasione del Congresso di Firenze. Freud approvò con entusiasmo l’intervento dello psicoanalista triestino, profetizzando grandi fortune per la psicoanalisi in Italia, grazie al prezioso e competente apostolato promosso da Weiss (lettera di Freud a Weiss del 1° novembre 1923; in Weiss, 1970).

(3) Il professor Marco Levi Bianchini, dapprima direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Nocera Inferiore e, poi, di quello di Teramo, fu tra i primi divulgatori della psicoanalisi in Italia.

Nel 1920, a Nocera Inferiore,  Levi Bianchini dette origine alla Rivista Archivio Generale di Neurologia e Psichiatria, che doveva servire come organo di informazione e di ricerca in queste speciali branche. Nel 1921 il periodico si trasformò nell’Archivio Generale di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi, e cominciò a raccogliere contributi di carattere psicoanalitico, italiani e stranieri. Pubblicò le traduzioni di diversi saggi freudiani e ospitò molti articoli di Edoardo Weiss.

Levi Bianchini fu inoltre il primo fondatore della Società Psicoanalitica Italiana. La SPI nacque a Teramo il 7 giugno 1925, su sua iniziativa e con la partecipazione di altri 12 medici, tra cui Edoardo Weiss, che fu eletto Presidente. Levi Bianchini ricoprì la carica di Segretario. Nel 1926 l’Archivio Generale di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi divenne l’organo ufficiale della neonata Società Psicoanalitica Italiana e dedicò un numero monografico a Freud, in occasione del suo settantesimo compleanno.

Dotata di misere risorse economiche ed umane, collocata in una regione periferica, costituita per lo più da psichiatri del tutto digiuni di psicoanalisi, la SPI non esercitò alcuna influenza rilevante nella cultura del tempo e, nel maggio del 1928, sospese ogni attività, sino all’ottobre del 1931, dopo il trasferimento della sede sociale a Roma.

(4) A Trieste la psicoanalisi si presenta ufficialmente nel settembre del 1925, quando la città ospita il XVII Congresso Nazionale della Società Freniatrica Italiana. Edoardo Weiss viene invitato dallo stesso Enrico Morselli, «il celebre, anziano psichiatra di Genova» (Weiss, 1970),  al tempo presidente della Società Freniatrica Italiana, a esporre una relazione sulla psicoanalisi. L’intervento di Edoardo Weiss porta l’emblematico titolo Psichiatria e Psicoanalisi. La relazione desta molto interesse, eppure al termine della seduta congressuale di Weiss, Morselli si comporta malamente, chiudendo il dibattito con delle critiche pesanti a Freud e alla psicoanalisi e alterando quei concetti che lo psicoanalista triestino gli aveva ripetutamente spiegato anche in un loro precedente, fitto carteggio. «Lo psichiatra triestino ed insieme a lui altri psichiatri presenti al Congresso, tra cui in primo luogo Marco Levi Bianchini, fervido quanto instancabile sostenitore di Freud, furono molto irritati dall’atteggiamento scorretto di Morselli, che Weiss non esita a definire nei suoi ricordi “ipocrita” e “falso”» (Accerboni Pavanello, 1985).

(5) Si segnala che, dal settembre 1937 a tutto l’anno seguente, Edoardo Weiss si sottopose ad un’altra tranche analitica con Ernest Bernhard, l’analista junghiano di estrazione israelita, trasferitosi a Roma nei primi mesi del 1937. Vanda Shrenger  svolse la sua analisi personale con lo stesso Bernhard, dal 2 febbraio 1937 al 9 marzo 1939.

(6) «Al momento ho un paziente molto interessante: (per inciso: il nipote di quel signore, al quale Freud mandò il suo libro con dedica)» (Lettera di Weiss a Federn; Roma, 11 gennaio 1934).

Qui Weiss allude all’ormai notissimo e assai discusso episodio che vide Freud far pervenire a Mussolini una copia con dedica del suo libro Warum Krieg? (1933). Il Maestro viennese consegnò il volume a Giovacchino Forzano, quando costui aveva accompagnato la figlia, insieme a Weiss che l’aveva in analisi, per un consulto da Freud.

Il caso di Concetta Forzano viene ampiamente descritto da Weiss nel saggio Agoraphobia and its relation to hysterical attacks and to traumas (1935) e in La formulazione psicodinamica dell’agorafobia, pubblicato nel 1966 sulla Rivista di Psicoanalisi, dove l’identità della giovane viene celata dietro il nome di Ethel.

Per approfondimenti rimando allo stesso Weiss dell’epistolario con Freud (1970), ad Accerboni (1988),  Carloni (1989), Roazen (1992 e 2005), Zapperi (2013) e Corsa (2014).

(7) Nel 1951 Vanda ed Edoardo adottarono Marianna, una nipote di 9 anni. La notte dell’antivigilia di Natale del 1941, i militanti dell’Ustasha – il movimento nazionalista croato di estrema destra, fondato da Ante Pavelić negli anni Venti, che si opponeva al Regno di Jugoslavia dominato dall’etnia Serba – irruppero in Pakrac, la città croata dove ancora vivevano i familiari di Vanda Shrenger, e deportarono gli ebrei nei campi di concentramento di Djakovo e di  Jasenovac, dove morirono trucidati o di stenti. I membri della famiglia Shrenger colà residenti non scamparono all’eccidio: il fratello maggiore di Vanda, Jacques (Jacob), e sua moglie furono tra le vittime, così come i due loro primogeniti adolescenti. La terzogenita, Marianna, era nata da meno di due settimane (10 dicembre 1941); si salvò perché fu affidata ad una zia acquisita non ebrea, che la portò a Zagabria, dove venne cresciuta da un’altra zia paterna. Nel 1951, fu fatta migrare negli Stati Uniti, dove fu accolta da Vanda ed Edoardo, divenendone la terza figlia («fully adopted daughter») (Corsa, 2014 e 1015).

Cronologia essenziale degli scritti di Edoardo Weiss

Weiss E. (1914). Totemmaterial in einen Traume. Internationale Zeitschrift für Ärztliche Psychoanalyse, 2, 159-164.

Weiss E. (1914). Zur vergleichenden Anatomie des Facialiskerns. Arbeiten Neurologische Institute, Wiener Universität, 21, 51-78.

Weiss E. (1915). Beobachtung infantiler Sexualäusserungen. Internationale Zeitschrift für Ärztliche Psychoanalyse, 3, 106-109.

Weiss E. (1920). Italian Literature. Int. J. Psycho-Anal., 1, 455-456.

Weiss E. (1921). La “psicoanalisi selvaggia” di Sigmund Freud. Archivio Generale di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi, 2, 113-119.

Weiss E. (1922). Psychoanalyse eines falles von nervösem asthma. Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse, 8, 440-455.

Weiss E. (1922). Alcuni concetti fondamentali della psicoanalisi. Rivista Sperimentale di Freniatria, XLV, 329-407.

Weiss E. (1923-1924). Su alcuni concetti psicologici fondamentali della psicoanalisi. Archivio Generale  di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi, III-IV, 23-38.

Weiss E. (1923-24). Su alcune critiche di autori italiani in tema di psicoanalisi. Archivio Generale di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi, 4-5, 129-139.

Weiss E. (1924). Zum psychologischen Verständnis des “arc de cercle”. Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse, 10, 4, 438-439.

Weiss S. (1925). Psichiatria e Psicoanalisi. Quaderni di Psichiatria, 12, 206-208.

Weiss E. (1925). Über eine noch nich beschriebene Phase der Entwicklung zur heterosexuellen Liebe. Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse, 11, 429-443.

Weiss E. (1926). Unübertragharkeit der Impfmalaria durch Anophelen. Wiener klinischen Wochenschrift, 52, 1-2.

Weiss E. (1926). Der Vergiftungswhan im Lichte der Introjektion und Projektionvorgänge. Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse, 12, 466-477.

Weiss E. (1926). Il simbolismo psicoanalitico. Archivio Generale di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi, 7, 121-153.

Weiss E. (1926). Psichiatria e psicoanalisi. Rivista sperimentale di freniatria e medicina legale delle alienazioni mentali, 50, 442-472.

Weiss E. (1929). Le origini dei sentimenti sociali e religiosi dal punto di vista psicoanalitico. Archivio Generale di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi, 10, 1, 19-47.

Weiss E. (1929). L’XI Congresso Psicoanalitico Internazionale (Oxford, Inghilterra, 27-31 Luglio 1929). Archivio Generale di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi, 10, 308-315.

Weiss E. (1931). Elementi di psicoanalisi. Milano, Hoepli (Pordenone, Studio Tesi, 1985).

Weiss E. (1931). Il castigo nell’educazione. Archivio generale di Neurologia, Psichiatria e Psicoanalisi, 12, 208-216.

Weiss E. (1932). Il delitto considerato come equivalente dell’autoaccusa. Giustizia penale, I, 36-39.

Weiss E. (1932). Libido ed aggressione. Rivista Italiana di Psicoanalisi, 1, 3-19.

Weiss E. (1932). Il delitto, conseguenza psicologica del bisogno di confessione. Rivista Italiana di Psicoanalisi, 2-3, 167-175.

Weiss E. (1932). Alcune considerazioni sulle resistenze psichiche. Rivista Italiana di Psicoanalisi, 2-3, 114-130.

Weiss E. (1932). Di alcuni casi particolari di traslazione. Rivista Italiana di psicoanalisi, 4, 213-217.

Weiss E. (1932). Dolore fisico e dolore psichico. Rivista Italiana di Psicoanalisi, 6, 381-394.

Weiss E. (1932). Fondamenti della psicoanalisi. Giustizia Penale, I, 281-287.

Weiss E. (1933). Il Super-Io. Rivista Italiana di Psicoanalisi, 1, 27-41.

Weiss E. (1933). L’analisi di un caso di ereutofobia. Rivista Italiana di Psicoanalisi, 2, 99-110.

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Biblioteca Civica di Trieste per la consultazione del quotidiano “Il Piccolo” (Raviz Evelina. Ricordo di Edoardo Weiss, scienziato e neurologo di fama mondiale. Il Piccolo, 3 febbraio 1971).

Sitografia

Per il Carteggio Weiss/Federn:

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www.archiviapsychologica.org/index.php?id=537

www.centroscp.altervista.org/edoardo-weiss-tenace-pioniere-della-psicoanalisi-

Per notizie riguardanti la famiglia Weiss:

Archivio Livio Saranz, Trieste

www.istitutosaranz.it/?page_id=121

Per la figura di Vanda Shrenger Weiss:

 

www.aspi.unimib.it/index.php?id=1802&no_cache=1&sword_list[]=Shrenger

Pavanello G. (2013). Weiss, Edoardo. Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Scienze.

http://www.treccani.it/enciclopedia/edoardo-weiss_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Scienze)/

 

Vedi anche: