Il Mattino di Napoli, 10 febbraio 2018. Recensione a “Il disagio del desiderio” di Paola Marion

IL MATTINO DI NAPOLI 10 febbraio 2018 

Genitori e figli al tempo delle biotecnologie

Nuove problematiche mettono in crisi il binomio sessualità procreazione: l’analisi di Marion in “il disagio del desiderio“.

Introduzione: una nuova recensione al libro di Paola Marion , che affronta le attuali  problematiche della Procreazione al tempo dello sviluppo delle biotecnologie. (Silvia Vessella)

Il mattino di Napoli

Eugenio Mazzarella

Che cosa succede quando con le biotecnologie – una situazione inedita, da qualche decennio una frontiera medica, sociale, giuridica del nostro tempo il binomio sessualità – procreazione, nella forma di un incontro tra un uomo e una donna, subisce  una brusca divaricazione, per l’intervento di un <terzo> nella nascita che non è più la natura che fa il suo corso nell’unione dei genitori, qualcosa di a loro intimo perché ne sono gli interpreti <naturali> nella pulsione sessuale e nel desiderio generativo, ma il  terzo <freddo> della tecnica che porta altro e altri  nella generazione del nuovo individuo?

Cioè altro materiale genetico da quello della coppia, o quanto  meno trattato da un altro, il medico, in una scena di generazione a tre o più soggetti generativi,  nello spettro sempre più ampio di  partecipazione alla freudiana scena primaria (l’incontro sessuale-affettivo dei <genitori>) della costruzione dell’identità del bambino e a discendere dell’individuo adulto? Una scena oggi slargata alla fecondazione assistita omologa,  a quella eterologa, per finire alle nuove genitorialità legate all’omosessualità e al poliformismo sessuale. <La sessualità, cuore  dell’identità personale e spinta profonda verso alla costruzione  di legami, “la verità di noi stessi”, in quale modo è attraversata da questi cambiamenti?>, come s’interrroga Paola Marion (Il disagio del desiderio, Donzelli, pp. 208 euro 28).

Una situazione che può essere ben descritta da un neologismo di una decina di anni fa di Diane Ehrensaft per descrivere coloro che partecipano alla nuova procreazione come parti esterne alla coppia eterossessuale tradizionale, che <ha sostituito “birth mother”, madre biologica con “birth (m)other” un altro biologico, diverso, un individuo diverso dai genitori del bambino>, riferendosi con l’espressione “birth other family” alle famiglie create attraverso il supporto di altre figure esterne ai genitori. Una situaizone in cui, come annota la Marion , <se la funzione edipica della mente”, la capacità cioè di accettare, attraverso il riconoscimento del terzo, l’alterità e la complessità del reale restano inalterate, è lo schema su cui si basava a risultare invece alterto e complicato e aporre il soggetto di fronte a sfide più complesse >.

Che è poi il nodo dei problemi che il libro affronta, dall’angolatura delal riflessione e della pratica psicoanalitica, e che  ci riguarda tutti e coinvolge le nostre dimensioni più intime.

Perché la sessualità, a cui sono strettamente  legati il piacere e dispiacere, è un  elemento sempre presente nello sviluppo dell’idividuo cuore della sua identità, e non riflette solo la storia intima di ciascuno di noi  ma risente anche di un tempo che ci precede, dal momento che l’origine  di ciascuno  affonda in un atto generativo alle nostre spalle, che è sempre stato solo sessuale, fino a che le nuove botecnologie è proprio il sesso ad essere <espulso> dalla procreazione attraverso modalità generative che prescindono dall’atto sessuale. Una disgiunzione tra sessualità e procreazione che abita l’immaginario di chi – genitori e bambini – la vive, e ne  problemitizza in modo inedito la già complessa mediazione, nella costruzione dell’identià personale, con la realtà.

Dove sono in gioco – come sottolinea nella preazione Guliano Amato – aspetti cruciali del rapporto  tra tecnologia, etica pubblica e sfera privata, chiamando il lettore a interrogarsi su problemi inediti che riguardano la coppia, la generazione e la stessa identità del bambino, e ad evitare scorciatoie ideologiche o politicamente  corrette  di sistemazione nella teoria del cantiere aperto dell’essere dei genitori e del nascere all’epoca delle biotecnologie.

Mettendo in guardia da due semplificazioni su tutte.

La prima: la pretesa della teoria gender che <dovremmo accettare che non c’è una precisa attribuzione di genere: “Dovremmo vederci tutti come transgender…. e, se ci piace, dovremmo essere capaci di essere uomo, donna o entrambi>, dove il rischio per la Marion è un <un’idealizzazione della differenza, dell’essere diversi come reazione alla marginalizzazione>, che però non tiene conto che a rischiare di venir meno <è proprio il significato dell’idealizzazione e lo scopo a cui risponde, quello cioè di negare la sofferenza procurata da sentiment di non integrazione e depersonalizzazione, dall’esperienza di essere un soggetto non conforme e di negare così il bisogno umano del suo opposto: il bisogno della certezza dell’identità>, virando verso una sostanziale indifferenza nella cancellazione paradossale della celebrata differenza.

La seconda: che esiste un diritto ad avere figli, <anche il figlio però può diventare l’oggetto di un bisogno rivendicativo di possesso e di controllo, più che una conseguenza di un piacere condiviso>.

Una situazione  in cui  più che al concetto di limite, che cammina con gli avanzamenti della scienza, è il caso forse, come la Marion suggerisce, di rivolgersi al concetto di responsabilità su ciò che andiamo facendo, in un chiari riconsocimento dei nostri limiti psichici e antropologici, fino a dove cioè <ognuno di noi può spingersi;

Perché abbiamo una responsabilità verso il mondo interno, verso l’altro, e l’obbligo di saperci pensare nel tempo>.

Vedi anche: