Videointervista alla scrittrice americana Siri Hurstvedt

Siri Hurstvedt, insieme al marito Paul Auster, fa parte di quell’ambiente letterario e intellettuale newyorkese che si pone in maniera critica ed interrogativa di fronte all’esperienza umana e sociale contemporanea. Autrice di romanzi, saggi e poesie, la sua scrittura colta e raffinata esplora sapientemente sentimenti ed emozioni, temi psicologici ed esistenziali come l’amore, la perdita, il dolore, indagandoli con acuta introspezione da cui traspare una notevole conoscenza psicoanalitica e rendendo la tenerezza, la drammaticità o l’ironia di situazione e personaggi. Siri Hurstvedt è piuttosto nota anche in Italia. La casa editrice Einaudi ha pubblicato: Quello che ho amato (2004), La donna che trema (2011), L’estate senza uomini(2012), Vivere, pensare, guardare (2014). I due ultimi libri mostrano il crescente interesse della Hurstvedt per la neuropsicoanalisi. La donna che trema parte da un evento personale: la scrittrice, trovandosi a parlare in pubblico di suo padre due anni dopo la sua morte, ha un improvviso attacco di convulsioni. Disturbo di conversione o “semplice” attacco epilettico? Muovendo da un vissuto e un’esperienza autobiografica, Hurstvedt si addentra nell’universo della neuropsicoanalisi, ove mente e cervello diventano una cosa sola. Questo interesse alimenta anche l’ultimo libro, Vivere, pensare, guardare, una raccolta di saggi che intrecciano con intelligenza e passione episodi autobiografici, riflessioni su opere d’arte e scoperte neuroscientifiche.

 

L’intervista

L’intervista che potete seguire in video è stata realizzata da Katri Ollikainen per la Società Psicoanalitica Finlandese, dove Hurstvedt è stata invitata per una conferenza tenuta a fine   Settembre 2014, pochi giorni dopo il 75° anniversario della morte di Sigmund Freud. Naturalmente l’intervista è in inglese, ma l’accento della Hurstvedt è molto chiaro e comprensibile. I temi trattati dalla scrittrice – il dialogo psicoanalitico, l’attenzione alla narrativa da costruire nella relazione, psicoanalisi e creatività – sono belli ed interessanti, ma mi sembra anche molto importante la dichiarazione – da parte di Hurstvedt – del grande arricchimento e benessere interiore che la terapia psicoanalitica le ha permesso di conquistare. “It works!” afferma Hurstvedt, e non poteva esserci testimonial migliore. 

 

Siri Hurstvedt dichiara che il lavoro che presenterà all’incontro con la Società Finlandese avrà per titolo “Inside the rithm” (Dentro il ritmo), una serie di riflessioni personali sulla natura dialogica della terapia psicoanalitica. La psicoanalisi ha una lunga tradizione che non è solo Freud, sono tanti i pensatori che hanno contribuito a definirla. Martin Buber (filosofo e teologo – n.d.a.) è stato un “grande pensatore del between”, indagatore di cosa accade “tra” due persone in dialogo, dove il between assume “una sorta di realtà ontologica, come avesse un’esistenza distinta da quella delle due persone”. Hurstvedt continua affermando che la sua presentazione si articolerà come una serie di frammenti di riflessioni, connessi l’uno con  l’altro. Come se associasse sulla psicoanalisi – le chiede l’intervistatrice. L’interesse pe la psicoanalisi è molo antico per Hurstvedt. Cominciò a leggere Freud a 15-16 anni, e fu certo spinta anche da un desiderio di autocura, autocomprensione. Comunque la mosse un interrogativo fondamentale, che anima tutta la sua scrittura: chi siamo noi, come diventiamo ciò che siamo. Di Freud lei ammira molto proprio questo aspetto: la costante interrogazione, l’inesauribile curiosità, la disponibilità a cambiare e modificare il suo pensiero, e questo ha fatto sì che la stessa psicoanalisi sia sempre in evoluzione e tuttavia mantenga la sua validità.

Ad una domanda dell’intervistatrice sul valore della psicoanalisi oggi, Hurstvedt risponde che fino agli anni ’60 la sua influenza è stata enorme negli USA, era presente nella cultura ma anche in tutti i dipartimenti psichiatrici. Successivamente il movimento della psichiatria biologica ha marginalizzato la psicoanalisi e con essa anche l’interesse per la narrativa del paziente. Hurstvedt sta per fare un ciclo di lezioni presso un dipartimento di psichiatria, e la prima lezione avrà per titolo “Writing and the psychiatric patient”. Dirà quanto è importante comprendere “non solo il corso di una nevrosi, ma il corso di ogni malattia, e forse in particolare la malattia psichiatrica, incluse forme di psicosi” … e anche quanto è importante una narrativa, una narrativa dinamica – “questo è il cuore di ogni terapia psicoanalitica … creare una core narrative tra paziente e terapeuta”.

La psicoanalisi funziona – aggiunge Hurstvedt – e molte persone possono testimoniarcelo. È una “magia dialogica” che opera trasformazioni che oggi, con l’esplosione delle neuroscienze, possiamo anche verificare a livello neurofisiologico (fa un accenno alla sua amicizia con Mark Solms, uno dei pionieri della neuropsicoanalisi).

Invitata a parlare della sua esperienza come paziente, Hurstvedt afferma che la psicoanalisi ha proprio funzionato per lei! “Mi ha reso più libera, è stata una forma di liberazione … processo lungo e laborioso, difficile a volte ma anche gioioso … un senso di liberazione nella mia vita di ogni giorno ma anche nel mio cuore”. Contesta decisamente la vecchia idea che gli artisti possono perdere la loro creatività se fanno un’analisi, in quanto la follia sarebbe la fonte della loro arte: è esattamente il contrario, afferma, la terapia riesce invece a liberare dalle costrizioni che trattengono la creatività.

(a cura di Maria Grazia Vassallo Torrigiani)