“Das Heimlich”. Uncanny 2015. ( Il Perturbante)

 

Cortometraggio di 6 minuti dedicato al tema più che mai attuale della “psicoanalisi fuori dalla nicchia”. Scritto da Davide Rosso- candidato Societá Psicoanalitica Italiana sede di Milano- ed interpretato in maniera artigianale da “Davide Rosso and friends”, è diretto dal regista professionale Andrea Bocca di Torino.
Il cortometraggio è stato proposto come lavoro di discussione per il Congresso IPA 2015 a Boston.
Buona visione!

Ferruta A. (2003). La psicoanalisi fuori dalla nicchia ecologica. In: Rinaldi L. ( a cura di) . Stati caotici della mente. Raffaello Cortina Editore, Milano.

La psicoanalisi fuori dalla nicchia ecologica

A contatto con le patologie gravi nelle istituzioni

Il primo chiarimento da fare, prima di affrontare il tema proposto, riguarda che cosa si può intendere per patologie gravi. E’ un’espressione generica, di superficie, insoddisfacente. Tuttavia per ora altre non appaiono migliori: né quelle delle classificazioni psichiatriche  (pazienti psicotici, borderline, con disturbi di personalità), né altre descrittive (patologie serie, casi difficili), né altre basate sul negativo (patologie non nevrotiche). Eppure tutti immediatamente sappiamo di che cosa stiamo parlando: di soggetti umani che non riescono ad avere con gli altri relazioni sufficienti per potere amare e lavorare, e che si chiudono o nell’isolamento, o nelle somatizzazioni, o in costruzioni relazionali impraticabili da altri, come deliri, allucinazioni, ossessioni, persecuzioni, comportamenti distruttivi. Per  riferirmi a tutte queste situazioni continuerò ad utilizzare l’espressione “patologie gravi”, in attesa di trovare una connotazione più adeguata e più espressiva.

Potrei illustrare tale espressione in modo allusivo con un’immagine. Sono stata molto colpita dalla vasta adesione che ha avuto una proposta fatta sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia nel dicembre 1999 di fornire gratuitamente alle scuole e a quanti ne avessero fatto richiesta una delle due fotografie che erano state selezionate come le immagini più rappresentative del secolo che stava per chiudere: la fotografia del bambino ebreo del Ghetto di Varsavia con le braccia alzate di fronte al militare con il fucile puntato (l’altra era lo sbarco sulla luna di Neil Amstrong). Ecco, queste sono le patologie gravi: quando in un individuo c’è un bambino che si arrende con le mani alzate e deve rinunciare a vivere e a lottare per quello che ama. Lì muore qualcosa, per sempre, quando non trova nell’adulto, nell’altro, una mano tesa ma un’intimidazione a crescere, a svilupparsi, a desiderare, a lottare. Questo altro può essere anche una parte di lui, un personaggio interno che si è insediato e si è sviluppato in modo feroce, che per fare tacere altre voci ha occupato il territorio della mente  e afferma il suo diritto originario a tenere quel territorio. Ecco le patologie gravi: una resa  a crescere e a sviluppare altri aspetti di fronte a intimidazioni interne-esterne e una ricerca di rifugi irraggiungibili. Fotografare questa situazione, rappresentarla nel quadro della mente, è una prima forma di cura.

La psicoanalisi come talking cure  può rappresentare uno strumento  che va contro corrente rispetto alle impennate antirelazionali di questi casi, e rivelarsi particolarmente inadatta e impraticabile, come affermava Freud quando faceva riferimento alla difficoltà dei pazienti non nevrotici a stabilire un transfert e quindi a fruire della cura psicoanalitica. Tuttavia da allora la teoria e la pratica clinica psicoanalitica hanno esplorato aree nuove della psiche e sviluppato tecniche  differenziate per i casi gravi. Si è così arrivati a pensare che la psicoanalisi non sia attuabile nelle istituzioni psichiatriche per la mancanza  di condizioni ambientali adeguate: ambienti tranquilli e dotati di riservatezza, tempo dei terapeuti da dedicare ai pazienti, costi elevati non rimborsati dalle assicurazioni, primari orientati prevalentemente verso la farmacoterapia, ecc. Questa valutazione deriva da un modo di pensare al contributo della psicoanalisi consistente in due  sole forme di pratica clinica: quella di esercitare una vera e propria terapia analitica nell’istituzione  con i classici requisiti ( libero contratto con il paziente, alto numero di sedute, setting immune da contaminazioni con azioni da parte del terapeuta), e quella di costruire un dispositivo terapeutico a impronta psicoanalitica complessiva, basato sull’avere come responsabile dell’istituzione uno psicoanalista con sufficiente libertà  decisionale, come fece Racamier nelle sue ben conosciute esperienze (La Velotte, XIIIème).

Il contributo della psicoanalisi di cui intendo parlare si riferisce invece ad aspetti che la caratterizzano intrinsecamente e che già sono ampiamente praticati nelle istituzioni e che permettono di usarla come uno strumento di lavoro trasformativo anche di se stessa, senza dovere cercare per lei una “nicchia ecologica” in cui rintanarsi  e dalla quale non comunicare con altre discipline e altri orientamenti, ma al contrario sviluppandola in modo da potere affrontare le difficoltà che le sofferenze psichiche gravi propongono, fino a dove ciò si rivela possibile.

Prendo in considerazione alcuni elementi psicoanalitici  specifici, nel modo e nelle forme che assumono in ambito istituzionale nella cura delle patologie gravi: setting, transfert, relazione terapeutica, formazione analitica degli operatori, ricerca  teorico-clinica su aree  non simboliche.

Setting

Il contributo fondamentale della psicoanalisi riguarda la concettualizzazione del setting come condizione della cura. Mi riferisco qui non al dettaglio del setting come si realizza nella terapia psicoanalitica specifica, ma all’approfondimento della sua funzione in ogni tipo di cura della sofferenza psichica. La psicoanalisi concepisce il setting come lo strumento che crea le condizioni per l’emergere e lo svilupparsi della vita rappresentativa: la relazione terapeutica si organizza intorno ad alcuni parametri di spazio e di tempo che qualificano la natura dell’incontro con il curante, un incontro che avviene nello spazio psichico di un soggetto, contribuisce a allargarlo e a dinamizzarlo, fa conoscenza e interagisce con i personaggi interni che lo popolano. E’ esattamente l’opposto della scena  colta dalla fotografia del bambino ebreo con le mani alzate: il setting è il dispositivo che si predispone perché abbia spazio e movimento la vita rappresentativa, invece che l’ intervento  di una mente già organizzata su un’altra, poco importa se fatto allo scopo di cacciarvi dentro proiettili esplosivi o dolci invischianti.

Per potere prendersi cura della sofferenza mentale occorre dare forma e tempo al diritto ad avere una vita mentale da parte di ogni soggetto: la costruzione del suo spazio psichico e la messa in scena di eventi in questo teatro interno sono la premessa di ogni terapia. Nelle patologie gravi accade che quello che non è visto perché si è soliti darlo per scontato si trova in una condizione di sofferenza: lo spazio psichico è molto ristretto e quindi  viene continuamente sentito minacciato da invasori, oppure è più ampio ma è occupato da persecutori che esercitano un dominio, oppure esiste ma è  tenuto sgombro da ogni umana presenza che potrebbe sporcare o fare ombra al soggetto. Il terapeuta, per non  aggravare la sofferenza riguardante le  carenze dello spazio psichico, deve innanzitutto  provvedere alla costituzione di una realtà che dia ricovero e sviluppo al soggetto.

Non si tratta di cercare di riprodurre nelle istituzioni le condizioni per un trattamento psicoanalitico classico, almeno come esigenza principale, ma piuttosto di utilizzare la teoria del setting per predisporre un setting adatto per i diversi interventi terapeutici, che possono mettere in opera la loro azione efficace solo se entrano in gioco in un’area mentale che costituisce lo spazio scenico in cui ogni individuo costruisce la propria vita soggettiva. Un approccio fenomenologico o cognitivo hanno la necessità in ogni caso di ricorrere alla costituzione di un setting da proporre e da vivere con il paziente. Ma lo richiedono anche una terapia farmacologica, e anche un ricovero in un reparto ospedaliero o il soggiorno in una comunità terapeutica; o anche un’attività di art therapy o di  altra natura se si costituiscono come provvedimenti terapeutici.

Nelle patologie gravi, la prima preoccupazione è rivolta alla salvaguardia e allo sviluppo di uno spazio psichico personale in grado di ospitare altri personaggi con i quali dialogare, indipendentemente dai contenuti messi in gioco, dalle vicende biografiche del soggetto, dagli eventi traumatici della sua infanzia. Tutto questo può avere vita e dispiegarsi se esiste nel soggetto una vita mentale rappresentativa anche minima, e quindi uno spazio-tempo predisposto e tutelato.

Allora definiamo meglio che cosa si può intendere per setting in ambito istituzionale, sulla base della lezione psicoanalitica.

In primo luogo significa che ogni tipo di intervento terapeutico con il paziente deve preoccuparsi di definire  anche in modo essenziale il suo setting e rispettarlo, come espressione del rispetto per la vita psichica del paziente e contro ogni sopravvalutazione della “bontà” degli oggetti forniti come terapia, siano essi farmaci, interpretazioni, assistenza, recupero di abilità perse o acquisizione di nuove. Definire il setting adeguato per ogni intervento terapeutico significa avere ben chiaro quello di cui ci si occupa in questo  settore della salute: della realtà psichica, in modi differenziati.

Questo significa esplicitare il fatto che l’intervento si costituisce  sulla base di una richiesta di aiuto, diretta o espressa con “azioni parlanti”, da parte del paziente, che solo a questo prezzo può dare al terapeuta un minimo accesso nella sua vita psichica. Diversamente, anche le migliori intenzioni e i migliori metodi di cura  si presentano come aggressioni colonizzanti. Il limite è costituito dai trattamenti sanitari obbligatori, quando la soggettività si spegne e la delega all’altro è totale, talvolta allo scopo di mantenere una scintilla di vita psichica nella forma del no, del rifiuto. Restituire al paziente una certa consapevolezza della sua richiesta di aiuto e quindi della sua sofferenza è il primo atto terapeutico di cura nelle istituzioni.

Il setting così costituito è fatto di una certa contrattualità che chiarisce la ragione per cui  due o più persone si trovano insieme, non per amicizia, non per passare il tempo, non per apprendere, ma per costruire una cura basata su una richiesta di aiuto. Questa statuto della relazione terapeutica  costituisce un  elemento di forza, che mobilita sentimenti, aspettative, angosce. Sono le forze motrici di una cura. Oltre che di contrattualità il setting è fatto di accordi riguardanti gli spazi e i tempi dell’incontro, qualunque essi siano:  questa cornice spaziotemporale costituisce lo schermo, il palcoscenico sul quale può dispiegarsi la vita rappresentativa del soggetto. Se non è definito, non accade nulla di utilizzabile. La cornice spaziotemporale sottrae l’incontro alla dimensione dell’accadere quotidiano e del fare per uno scopo pratico e lo risitua nella dimensione della rappresentazione di emozioni e pensieri che prendono forma e voce, talvolta per la prima volta. Senza questo artificio spaziotemporale  tale fenomeno non prende avvio: è esattamente come nel teatro o nel cinema, dove parole e azioni anche violente degli attori non provocano in noi necessità di agire, ma partecipazione, sentimenti, pensieri.

Questo contributo della psicoanalisi si è diffuso anche in modo selvaggio ad altri tipi di psicoterapia e a volte ha assunto forme caricaturali e  quasi sacrali; ma aldilà delle degenerazioni, va riconosciuto che non ha ancora dato tutti i suoi frutti nella cura nelle istituzioni, perché viene ritenuto appannaggio solo della dimensione psicoterapeutica, mentre riguarda ogni forma di cura che abbia per oggetto la realtà psichica, che vive e si manifesta senza essere  stroncata solo se ha a disposizione una cornice spaziotemporale in cui dispiegarsi.

L’ultimo elemento del setting riguarda  l’importanza data alla comunicazione delle assenze dei curanti, che deve essere fatta in anticipo e  poi commentata: persone che hanno una difficoltà estrema a stabilire relazioni hanno una sensibilità acutissima alle assenze, percepite come indifferenza rispetto alla loro esistenza e presenza.

Pertanto, per occuparsi della realtà psichica dei pazienti gravi nelle istituzioni, la psicoanalisi ha indicato l’importanza di costituire un setting specifico, fatto di definizione della richiesta di aiuto, dello spazio, del tempo, delle discontinuità nelle quali la cura si svolge. In questa condizione può avvenire un processo di riparazione e di sviluppo, che possa medicare la realtà psichica debole e ferita.

Accanto a questa concezione classica del setting, individuata da Freud come scopritore che ha dato uno statuto  scientifico alla realtà psichica, alcuni sviluppi successivi sono importanti per la cura istituzionale. Quando pensiamo alle cure istituzionali, immediatamente si profila il rischio della cronicità, la difficoltà a  realizzare cure che abbiano un dinamismo e uno sviluppo.

Bion (1961) ha parlato di mentalità di gruppo e di assunti base per indicare un funzionamento mentale antagonista a quello del gruppo di lavoro. Le difese gruppali arcaiche (lotta-fuga, dipendenza, accoppiamento) rappresentano una componente che si attiva nei gruppi allo scopo di mantenerne la coesione contro i rischi di frammentazione e scioglimento. Si tratta di un fenomeno inevitabile, ogni volta che si attiva un dispositivo di lavoro gruppale, quale è ad  esempio quello della cura istituzionale. Ne può derivare una condizione permanente di impasse del lavoro terapeutico, costituita dallo stazionare dei pazienti in una condizione di appartenenza all’istituzione o di attacco-fuga ripetuti, oppure una critica distruttiva alla cura istituzionale stessa ritenuta responsabile dell’insuccesso, con conseguenti smantellamenti del setting creato per consentire un processo terapeutico.

Bleger (1971) distingue per l’analisi tra setting e quadro: per  questo autore il quadro rappresenta la parte istituzionale del rapporto analitico, quella in cui è depositata la parte non differenziata e simbiotica dei legami primitivi, presente in ogni essere umano come sfondo indifferenziato del sé sulla base del quale avvengono i processi di pensiero e di simbolizzazione più differenziati. Egli ritiene che di questo quadro si diventI consapevoli solo quando per qualche evento viene meno e l’individuo cade in una crisi psicotica.

La cura istituzionale può fornire una riedizione di questo quadro arcaico latente di indifferenziazione originaria, sulla base del quale il lavoro di cura nel setting può decollare. L’aspetto non simbolico e non differenziato dell’istituzione costituisce una base necessaria del lavoro differenziato, e non può essere attaccato e frainteso da interventi interpretativi o da razionalizzazioni ispirate al buon senso.

Si tratta di dare spazio e dare tempo a questi livelli arcaici indifferenziati, mentre si procede nel lavoro di cura. Non è facile farlo, perché i curanti stessi che lavorano nell’istituzione sono presi dentro  alla mentalità di gruppo e al quadro, e non potrebbe essere diversamente. Il rischio è quello di diventare portatori di un attacco al lavoro terapeutico in nome di questi aspetti indifferenziati scissi.

Lo strumento utile per affrontare la difficoltà è quello di introdurre differenziazione e terzietà a livello dei curanti attraverso un intervento che ormai si è diffuso e ha dimostrato tutta la sua essenzialità: la supervisione al lavoro del  gruppo curante da parte di uno psicoanalista esterno all’istituzione. Il funzionamento secondo gli assunti di base, la dominanza del quadro indifferenziato sono inevitabili, e anche utili, se la differenziazione è ricercata non sabotando il lavoro con attacchi al processo, e nemmeno  scaricando sui pazienti gravi il peso delle parti indifferenziate di appartenenza simbiotica che riguardano anche i curanti, ma utilizzando la supervisione di uno psicoanalista esterno come forma di intervento del rappresentativo e del simbolico.

Queste quattro carte più il jolly della supervisione costituiscono una buona mano per affrontare la cura delle patologie gravi in istituzione: contratto sulla base di una richiesta di aiuto, spazio definito, tempo definito, assenze comunicate, supervisione. Qualunque forma di cura, lo voglio ancora sottolineare, non la terapia analitica, di cui non intendo parlare: la cura di un ricovero, di farmaci, di ginnastica, di riabilitazione, di pittura, di colloquio, ecc. Se si riesce a mettere in piedi il setting come strumento per l’espressione di una capacità rappresentativa, allora le cure possono iniziare. Queste richiedono la consapevolezza di avere in mano un buon strumento, il che significa usarlo con fantasia, speranza, fiducia, senso del limite. Si tratta di fare buon uso degli insegnamenti che vengono dall’esercizio della psicoanalisi intesa in senso propriamente clinico, come osserva Gabbard (2000): “In un’era di soluzioni terapeutiche improvvisate  e di rampante riduzionismo biologico, può essere assai gratificante per noi il fatto di continuare a dare valore  alla soggettività insostituibile della persona che si rivolge a noi in cerca di aiuto. Una volta di più, stiamo entrando in una nuova versione  dei secoli bui in cui il trattare gli altri con comprensione, compassione e pazienza  è considerata un’attività poco redditizia  e che costa molto tempo e denaro. Possiamo sentirci tutti gratificati in qualche modo dal fatto che nel cuore delle tenebre noi portiamo la luce. E a questo punto vorrei concludere con le parole  di Allen Wheelis (1956), che descrive abilmente cosa fanno gli analisti: “ Tengono duro, insistono, e a lungo andare molti di loro la spuntano. Vivendo gli anni della loro vita in un clima di odio, dipendenza e tormento, sostengono imperterriti che la vita umana ha significato, che può esser compresa, e che le sofferenze umane sono in parte riparabili.. Vi stanno accanto. sopportano l’odio e non gli volgono le spalle. l’amore si fa loro incontro, e non si lasciano sedurre. rimangono in ascolto, ma è un ascolto che non viene mai meno e un silenzio che non vuol dire freddezza (p. 184)” The vocational hazards of psycho-analysis. International Journal of Psycho-Analysis, 37: 171-184).

Transfert

Il transfert costituisce lo strumento privilegiato di cui la psicoanalisi si è valsa per  favorire cambiamenti trasformativi. Naturalmente si tratta di un fenomeno universale e non confinato nella cura analitica e per di più a molteplice forma, per cui sarebbe più corretto di parlare dei transfert, come di schemi ripetitivi, formatisi in base alle caratteristiche native e alle esperienze primarie, che danno configurazioni tipiche per ogni individuo alle sue cariche energetiche istintuali di rapporto con l’altro da sé.

Quindi i transfert riguardano direttamente la cura delle patologie gravi nelle istituzioni: il problema è che uso fare di questa consapevolezza, per non utilizzarlo in modo dannoso e selvaggio.

Nel caso delle patologie gravi, il primo passo da fare è quello di favorire la creazione di un transfert “efficace”. Nina Coltart (1996), commentando il lavoro di Freud (1913) intitolato Inizio del trattamento, ricorda che “il compito  principale e più comune  consiste nel creare un attaccamento da parte del paziente alla persona del medico, in modo da instaurare ciò che Freud chiama transfert “efficace” e fa presente che le interpretazioni di transfert non dovrebbero essere proposte finché non si sia instaurato un forte legame.” (p.65). La possibilità di instaurare il transfert efficace è la base del trattamento dei pazienti gravi in istituzione. Nel caso dei pazienti gravi, il compito appare spesso impossibile. E’ questa la ragione principale del fallimento di molti trattamenti psicoterapeutici individuali. Che cosa può offrire l’istituzione per la creazione di un transfert efficace, differenziato da quello negativo e da quello idealizzato-erotico?

Questi pazienti possono sviluppare un transfert sull’istituzione in generale piuttosto che sui singoli curanti, nei confronti dei quali tenderebbero a cristallizzarsi le configurazioni attivate verso le figure parentali. Le difficoltà relazionali e quindi transferali di questi pazienti riguardano  proprio le difese alzate contro oggetti troppo invadenti  o troppo assenti, con conseguenti effetti devastanti la possibilità di  costruire una soggettività sufficientemente forte e viva che possa essere capace di sostenere una qualche forma di rapporto per un certo tempo. In genere dominano configurazioni difensive o  conservative nei confronti di un oggetto unico che tende a bloccare la vita mentale del soggetto. Perciò è opportuno non incoraggiare l’instaurarsi di transfert individuali con i curanti, a favore invece dello stabilire un transfert istituzionale verso un ambiente curante. Questo implica la necessità da parte dei terapeuti in primo luogo di fare il lutto dei loro transfert idealizzati verso i loro oggetti primari, mai vinti e mai estinti, nonostante il lavoro fatto nelle loro analisi personali: la madre ideale, dedita, senza desiderio sessuale per altri, non esiste. Il transfert istituzionale presuppone che i terapeuti siano in grado di operare questo lutto e predispongano un oggetto poco invadente e poco assente per questi pazienti gravi, un’istituzione appunto. Si potrebbe dire: se sei in un orfanotrofio, non hai la madre ideale, ma vivi; se sei con una madre sopraffacente, potresti morire. La capacità di riconoscere e di valorizzare il transfert istituzionale dipende molto dall’elaborazione di questo lutto da parte del gruppo curante, spesso attaccato internamente dal sentimento di colpa controtransferale di non essere la madre. Eppure questi pazienti vengono a farsi curare nelle istituzioni ( e dico vengono, anche quando la richiesta è fatta attraverso gli agiti estremi di un ricovero coatto) proprio per fare esperienza di una configurazione transferale  meno unica e meno individualizzata e meno carica di elementi storicamente pregnanti che portano un segno indelebile (come viene dato il cibo, come  viene data la buona notte, la sveglia del mattino, ecc.). Non è facile comprenderlo e tollerarlo da parte di terapeuti che sognano un recupero dell’unicità originaria attraverso la cura dei pazienti gravi. Il transfert istituzionale può essere un veicolo utile per permettersi l’instaurarsi del transfert efficace, che consente anche nel caso di pazienti gravi l’inizio di una cura, perché dà una protezione dalle configurazioni negative che dominano la sua personalità o da quelle idealizzanti che producono incistamenti senza sviluppo. Questo tipo di transfert è da utilizzare e da non interpretare.

Le difficoltà che pone riguardano il momento in cui un paziente, migliorato con le cure, è pronto per lasciare l’istituzione. Osserva Florence Guignard (1998): “In effetti, in una istituzione, il setting istituzionale, gli altri pazienti e l’équipe dei curanti si propongono al paziente come supporti al transfert dei suoi oggetti interni. Al momento dell’uscita dall’istituzione, la perdita di questo setting gruppale produce degli effetti negativi immediati nel paziente, per quanto migliorato. Ciò che si sviluppa a proposito del transfert sul setting, permette di cogliere il funzionamento psichico in gioco in queste ricadute. Ma è anche su questo punto preciso che l’osservazione di Freud si estende alla questione in gioco nelle separazioni, nelle interruzioni, nella fine della stessa cura analitica individuale. In effetti, allo stesso modo  in cui per ogni paziente trattato in una istituzione la perdita della struttura istituzionale che ha avuto fino a quel momento la funzione di contenitore e di barriera protettiva favorisce la sua identificazione con gli oggetti interni arcaici, tanto materni quanto gruppali proiettati sull’istituzione, qualsiasi perdita, momentanea, poi definitiva, del contenitore costituito dal setting analitico, favorisce non diversamente i processi di identificazione con gli oggetti interni proiettati sul setting analitico. Qui è in agguato una trappola per lo psicoanalista, che rischia di intendere e interpretare sul registro post-edipico secondarizzato ciò che si situa su un registro in cui si mescolano l’Edipo primitivo descritto da Melanie Klein e il funzionamento gruppale.”

Il distacco dall’istituzione è complesso proprio perché attiva un’area più che mai resistente alle separazioni, anche se questa è stata utilizzata positivamente per la cura. Come per quello che riguarda l’elaborazione del lutto per la perdita della madre ideale, così pure per la conclusione del trattamento dei pazienti gravi nelle istituzioni lo strumento elettivo riguarda l’elaborazione dei vissuti controtransferali da parte dei curanti. Se il progetto di conclusione è stato sufficientemente approfondito e deciso, allora la questione riguarda il gruppo curante e la sua capacità di fare fronte alle ansie di essere l’oggetto che abbandona o il rappresentante dell’inevitabilità della fine delle vicende umane. La fermezza e la fiducia  sono gli strumenti con cui reggere la tempesta suscitata dalla riattivazione dei funzionamenti primitivi. In questi casi elasticità e relativismo sono spesso sospinti da un vento mosso dal diniego delle separazioni. Questa gestione controtransferale fa parte della cura istituzionale: un terapeuta singolo non potrebbe fidarsi così tanto del suo punto di vista e dei suoi sentimenti controtransferali: occorre un gruppo di colleghi che rispecchi e confronti le forze da mettere in campo di fronte alla tempesta. Quello che si può discutere, differenziare, elaborare, è la dimensione della discontinuità: la convinzione che i processi di cura, se sono di riparazione e di crescita, finiscono; eventualmente altri si potranno aprire in un futuro di fronte a nuove ferite che ne riaprono di antiche, ma che in ogni caso avvengono in contesti umani, di fiducia nel lavoro fatto con il paziente, che ha tenuto a bada le minacce delle difese arcaiche.

Relazione terapeutica

Questo è lo specifico psicoanalitico, ritenere che la sofferenza psichica vada curata con un rapporto fatto di comunicazione e di parola. Il che riguarda ovviamente anche le patologie gravi in istituzione, ma è opportuno definirne meglio l’aspetto specifico.

Nelle patologie gravi la sofferenza spesso trabocca in comportamenti che la rendono manifesta a tutti e che costituiscono un disturbo per l’ambiente: i principali comportamenti di questo tipo sono somatizzazioni serie, agiti violenti, isolamento. Il dialogo terapeutico è una forma di cura non nel senso  di avere come obiettivo la sedazione di questi comportamenti. Piuttosto riguarda  la consapevolezza che in tali comportamenti trabocca un’esigenza di vita psichica personale che si espande e filtra in rivoli tortuosi e inadeguati. Il contributo della psicoanalisi è senz’altro controcorrente rispetto agli orientamenti di sedazione, siano essi ricoveri manicomiali o ricoveri nell’ovattamento  “assistenziale” delle sensazioni e delle idee. Attualmente forse solo l’arte dà ospitalità al bisogno di soggettività condivisa, mentre tutte le altre forme di vita sociale tendono a considerarla un disturbo che inquina una visione idillica degli umani, deprivati di aggressività e sporcizia. La psicoanalisi con la sua talking cure e con l’interpretazione dei sogni ha affermato la centralità  della costruzione di vite psichiche soggettive capaci di incontrarsi con altre, in qualche modo minimamente compatibile. Il caso grave ci parla di questo, di un bisogno di soggettività che non ha trovato forme condivisibili per realizzarsi. La relazione terapeutica con questi pazienti in istituzione ripropone la difficoltà e cerca di affrontarla, dando voce a parti mute e mai venute alla luce.

E’ un compito arduo, perché la tendenza alla sedazione è imperante, a cominciare dal mondo interno dei pazienti stessi che se ne sono fatti interpreti e portatori con i loro comportamenti sgangherati, segno di una sedazione non riuscita nelle malattie del corpo o nelle violenze fatte a se stessi o agli altri individuati come disturbatori della quiete dell’universo. Con Bion dobbiamo ancora una volta chiederci si possiamo disturbare la quiete dell’universo e ascoltare  emozioni che cercano di trovare voce e parole: “Can I dare disturb the universe?”.

Il contributo della psicoanalisi a questo riguardo è il suo aspetto più originale e originario, rispetto a un suo pervertimento ai fini di una “normalizzazione”, ai fini di appoggiare la temuta azione di una mente tirannica ordinatrice che finirebbe per fare più danni relazionali di quelli prodotti da persone deboli che si arrabattano per comunicare frammenti di esistenza.

Pertanto proprio per le patologie gravi in ambito istituzionale il contributo della psicoanalisi è tanto più essenziale, perché propone di costituire psicoterapie con setting limitati, colloqui di accoglimento capaci di ascolto, incontri con i parenti con cui collaborare, tutte evenienze che danno voce a aspetti muti e che li fanno comunicare con alterità difficili da raggiungere, fastidiose, frustranti, per quanto ce la si può fare.

Il lavoro fatto utilizzando una relazione psicoterapeutica non solo dà voce ad aspetti muti, ma offre anche l’incontro  con personaggi  mai conosciuti che possono entrare a fare parte del mondo interno e a convivere con i personaggi lì insediati da tempo e che non vogliono sloggiare. Lo psicoterapeuta rappresenta l’occasione di questi nuovi incontri, messi a disposizione dal suo mondo interno che si è arricchito di esperienze e di persone.

Questa è una relazione terapeutica: dare spazio, voce, riconoscimento, alla soggettività del paziente e cercare di fare convivere i suoi personaggi interni con altri nuovi che ne arricchiscono il mondo.

Siamo qui molto lontani da una concezione della psicoanalisi come  strumento di normalizzazione dello sviluppo, come evitamento di traumi, come impoverimento dell’essere. Eppure, quando si parla di patologie gravi, il fantasma della sedazione è sempre alle porte, come rappresentante di parti  che ciascuno di noi ha dovuto sedare per sempre dentro di sé, parti morte e mai nate, la cui assenza impoverisce il mondo interiore e esterno.

L’autore che ha descritto con più efficacia questa natura della psicoanalisi è Christopher Bollas (1995), quando afferma che i metodi della psicoanalisi sono antagonisti alle sue mete e parla di questa tensione relazionale interna-esterna  da tenere viva, perché le patologie gravi non si moltiplichino ulteriormente. Questo vale anche e soprattutto per le patologie gravi, là dove ha già operato in modo devastante un’azione di auto-eterosedazione che ha portato questi soggetti al trattamento istituzionale. Questo non dovrebbe portare a compimento l’opera di sedazione, ma, tra gli altri provvedimenti terapeutici, offrire una relazione psicoterapica (individuale, di gruppo, ambientale), atta a  ridare vita, forma, espressione, a quanto non si è riusciti a sopprimere del tutto e a sviluppare. Le patologie gravi riguardano perlopiù non l’area del conflitto ma quella dell’identità, del nucleo psicosomatico da cui si differenziano identità sessuale e generazionale, senso inconsapevole di esistenza. Perciò in queste cure il contributo della psicoanalisi è essenziale come spazio dato alla relazione basata sul dialogo e sul mettere in parole, che anima e non seda sprazzi di vita psichica presenti.

Questa consapevolezza ha prodotto due ordini di sviluppo.

Uno è costituito dalle esperienze, confronti, modi di sviluppare relazioni terapeutiche nelle istituzioni, specie là dove un gruppo consistente di psicoanalisti ha potuto lavorare insieme per un tempo sufficientemente lungo. E’ quanto accaduto a Pavia con la scuola di De Martis e Petrella che si sono cimentati  nelle cura del paziente in epoca postmanicomiale superando la cesura  della critica antistituzionale e confrontandosi con la sfida di “relazione e istituzione” sottotitolo del volume che raccoglie nel 1987 i lavori di questa prima fase: Fare e pensare in psichiatria a cura di  De Martis Petrella Ambrosi. Si tratta di uno sviluppo che  diffonde una cultura dell’approccio relazionale nelle istituzioni, senza idealizzazioni ma con un atteggiamento fermo di ricerca e attenzione che affonda le sue radici negli aspetti euristici della psicoanalisi anche come teoria del funzionamento mentale piuttosto che psicoterapia di accompagnamento alla farmacoterapia fatta per tenere buoni i pazienti. “ Ci rendiamo conto come l’introduzione di parametri puramente relazionali all’approccio descrittivo e terapeutico  ai disturbi psicotici possa  apparire discutibile o velleitaria. Riteniamo però per lunga esperienza  che, indipendentemente dalle singole opzioni culturali,  solo questa strada consenta modalità più ricche e dialettiche per comprendere e possibilmente curare la sofferenza psichica grave. E’ indispensabile, tuttavia evitare ogni trionfalismo. Come in ogni branca della conoscenza , un tentativo di approfondimento, lungi dal semplificare i problemi, li rende più intricati. Persiste comunque in tutti il sentimento di inadeguatezza che coglie chiunque si affacci a considerare, in un tentativo comprensivo,  le vicissitudini del pensiero umano. Il vantaggio determinante delle proposte  di accostamento collettivo di fenomeni psicotici(..) ci sembra quello di recuperare, in ogni atto diagnostico e terapeutico,  la percezione di una persona  o di un gruppo familiare percorso da problemi gravi e dolorosi, in cui è tuttavia sempre possibile, proprio come persone, riconoscersi.” (De Martis, Bezoari, 1987, p.21).

E’ quanto è accaduto a Roma nel gruppo di psicoanalisti formatosi intorno a Antonello Correale (1991) a al suo interesse per la psicologia del sé e per le funzioni psichiche che forniscono al sé coesione continuità vitalità. Il “Campo istituzionale” può fornire a queste funzioni uno sfondo in cui riprendere vita e svilupparsi, sia come ambiente di vita sia come contesto gruppale di cura costituito dalla lavoro mentale condiviso e comune dei curanti. “ Esiste insomma una parte dell’esperienza soggettiva, che potremmo definire il sé senza oggetti, che è caratterizzata da stati, emozioni, esperienze  dotati di una certa fluidità e di una certa insaturazione, che è influenzata dal ruolo degli oggetti, ma risponde anche alla esigenza  fondamentale di ristrutturare  continuamente la realtà in vista  di una propria evoluzione complessiva. Questa parte insatura della mente non è però una parte  confusa e disorganizzata, inaccessibile ai significati  e infinitamente priva  di limiti, ma è, al contrario,  un aspetto della mente proteso verso uno sviluppo, che tende quindi a dare una forma emotiva alle esperienze  e al rapporto con  gli oggetti, seguendo una logica interiore di coerenza con una sorta di progettualità interna.” ( Correale, 1999, p. 40)

Naturalmente, l’utilizzo della psicoanalisi come teoria dello sviluppo psichico  da fare fruttare sperimentalmente  nelle istituzioni è stato ampio e molteplice. L’obiettivo di questo lavoro non è descrivere le varie forme che ha assunto, che sono ancora in via di assestamento, ma di individuare il contributo della psicoanalisi come cultura    a cui riferirsi nella cura del paziente grave: è stato un contributo riguardante la teoria della formazione della mente, come emerge dal corpo e dalle componenti istintuali e  come cresce in un ambiente relazionale ( come dice la nota affermazione di Winnicott: non esiste un bambino senza una madre).

L’altro ordine di sviluppo ha riguardato la teoria della tecnica della relazione con pazienti gravi, tecnica che include il ricorso a provvedimenti istituzionali (ricoveri, farmaci). Le ricerche e indicazioni  fornite da Otto Kernberg (1998) ne costituiscono un riferimento essenziale, quando approfondisce il tema della neutralità analitica con i pazienti gravi di fronte  agli attinga out  che potrebbero mettere a repentaglio  la vita del paziente o la terapia; contratti  terapeutici iniziali con il paziente devono includere la possibilità di prevedere necessità di ricovero di fronte all’attivarsi di aspetti  distruttivi poco contenibili. Così pure il lavoro dei ricercatori della Menninger Clinic (Horwitz, 1996), che ha in Glen Gabbard un riferimento essenziale, ha esplorato l’efficacia di un approccio più supportivo o più espressivo con le patologie gravi. Si tratta di un campo nel quale le indicazioni si vanno definendo e individuando, al fine di costituire una serie di tecniche specifiche per la psicoterapia di questi pazienti, differenziata ma in continuità con la cura dei nevrotici.

Formazione analitica  degli operatori

L’esperienza personale di un’analisi o di una psicoterapia psicoanalitica è assai diffusa tra coloro che curano le patologie gravi nelle istituzioni: il contributo della psicoanalisi alla formazione degli operatori è più che evidente. Il fenomeno è interessante perché non è dovuto ad alcuna necessità burocratica, e nemmeno risponde se non in piccola parte a un effetto di moda, dato che spesso l’esperienza personale è tenuta riservata. Accade come un fenomeno sismico che affiora da strati profondi della psiche. Forse questa è una delle conferme più genuine dell’utilità della psicoanalisi. Qualcosa che richiede un impegno personale notevole, accompagnato da un investimento non  da poco di tempo e di denaro, accade. Questo riguarda anche curanti le cui pratiche cliniche non utilizzano direttamente strumenti di natura psicoterapica: psichiatri, assistenti sociali, educatori, infermieri, ecc.

Il contributo della psicoanalisi a questo riguardo può essere visto da due versanti: uno è quello dell’effetto di contagio che il contatto con le patologie gravi nelle istituzioni suscita. Infatti in uno studio professionale chi cura ha scelto tale identità e si è fornito gli strumenti adatti secondo il suo metodo e la sua scuola. Ma in un’istituzione il contatto con i pazienti gravi avviene anche con chi questa scelta non l’ha fatta in modo così identitario. Inoltre il contatto è spesso prolungato e  avviene con modalità che fanno parte dei riti della vita quotidiana, fuori da un contesto “specializzato”. Ma soprattutto le forti correnti transferali accorciano le distanze tra l’alienità  collocata nel paziente e le caratteristiche, incertezze, piccole patologie, dei curanti. Le conseguenze sono decisamente perturbanti e  sortiscono l’effetto di suscitare paura ma anche curiosità. Di qui la ricerca di uno psicoterapeuta quasi sempre di orientamento psicoanalitico che prenda in cura l’operatore, con il doppio intendimento di prendere le distanze dal folle e insieme di avvicinarsi a lui e alla propria interna follia, per capire, convivere, vivere, protetti dal terrore e ispirati dall’interesse per ciò che è sconosciuto e alieno in sé e negli altri.

L’altro versante è complementare, riguarda il fatto che a occuparsi di patologie gravi nelle istituzioni spesso sono persone che  ripetono in modo più organizzato e più sano l’esperienza infantile di essersi presi cura di familiari molto disturbati, sacrificando a questo aspetti nativi e spontanei: fare un’esperienza personale di terapia psicoanalitica medica l’antica ferita, le dà un valore e una dignità, permette di  vivere finalmente una relazione di accudimento e dipendenza. Quando questa vocazione  terapeutica che proviene dalla vita infantile è inconsapevole e non  recuperata attraverso un trattamento personale l’occuparsi dei pazienti può diventare troppo pesante o andare incontro a fenomeni di inaridimento e glaciazione. Il filosofo Giovanni Reale (2000) cita un poco conosciuto brano di Platone che afferma ciò con grande  coraggio: “ Egli sostiene addirittura che un medico per potere curare i mali degli altri deve avere imparato a soffrire lui stesso quei mali. In una pagina poco nota  e invece di grande importanza, scrive: ‘ I medici sarebbero veramente perfetti, se fin da fanciulli, oltre che apprendere la loro arte, prendessero in cura  gran numero di corpi in gravi condizioni; anzi, se essi stessi potessero contrarre  ogni sorta di malattie , e non godere affatto  di una sana costituzione. In effetti, io credo,  non è che con il corpo  che i medici curano il corpo (…), ma con l’anima.’ “ (30). Egli  spiega tale affermazione dicendo che  una delle caratteristiche di chi cura la sofferenza umana deve essere la consapevolezza maturata sulla base di un’esperienza della finitezza umana,  del non essere padroni  del tempo e del futuro. Ciò è tanto più essenziale,  se si lavora a contatto con le sfide onnipotenti racchiuse nelle patologie gravi; fare esperienza attraverso un trattamento terapeutico personale dell’ampiezza di sofferenze, smarrimenti, delusioni, speranze, illusioni, rinascite presenti in ciascuno.

Questo ritengo che sia il contributo più importante della psicoanalisi: senza un equipaggiamento adeguato non si può fare la traversata tra i flutti di morte  e di non esistenza che tumultuano nelle patologie gravi. L’istituzione da questo punto di vista non protegge, anzi, proponendo una forma di vita comune espone al contagio e al disorientamento.

Ricerca  teorico-clinica  su aree  non simboliche

La cura delle patologie gravi ha sollecitato  in psicoanalisi l’approfondimento delle questioni teoriche e tecniche relative  ai modi nei quali prende forma la vita psichica e quindi i processi di simbolizzazione. Gli studi  e le ricerche sono state intensi e fruttuosi, ma non riguardano in particolare il trattamento di queste patologie nelle istituzioni. Offrono punti di vista interessanti, che tuttavia prescindono da un riferimento diretto al contesto istituzionale e quindi ripropongono in qualche modo il problema indicato all’inizio, quello della nicchia ecologica in cui esercitare la psicoanalisi, o quello di una collaborazione con colleghi di altra formazione che riproduce processi di scissione con la farmacoterapia, oppure  rinvia a istituzioni gestite al cento per cento in modo psicoanalitico, che  finiscono per funzionare più come laboratori di ricerca che come istituzioni, che per definizione sono realtà meno monolitiche, rivolte a un pubblico eterogeneo, riproducibile in quanto servizio per il pubblico.

Mi sembra tuttavia opportuno indicare alcuni filoni di ricerca che si sono sviluppati intorno a queste aree e  concentrare l’attenzione su quello che ritengo un contributo molto specifico della psicoanalisi relativo alla transizionalità, ai gruppi, all’integrazione in comunità. Naturalmente do per acquisito il patrimonio straordinario fornito da coloro che  hanno dato alla cura di queste aree fondamenti teorici e clinici su cui costruire (Rosenfeld, Racamier, Diatkine, Green, Anzieu, Kohut, Pao, Feinsilver, Stolorow, Kernberg, Zapparoli, Correale).

In particolare il contatto tra le aree primitive, che si attivano nelle dimensioni gruppali,  e quelle più organizzate nel pensiero verbale e intellettualizzato costituisce attualmente un oggetto privilegiato di approfondimento della psicoanalisi. Si tratta di studi che contrastano la tendenza ad affidare le prime alle cure farmacologiche e assistenziali, in una  specie di induzione alla regressione coatta dei soggetti o alla condizione di handicappati artificiali, e a destinare le seconde al dialogo e al confronto cognitivo. La membrana di contatto tra queste due aree, lo spazio transizionale, le aurore del simbolico, sono di grande interesse. La psicoanalisi interviene qui a illuminare il significato terapeutico, cioè di riparazione e di sviluppo, di interventi  curativi fatti attraverso l’uso di mediazioni concrete (cure del corpo, gioco, attività artistiche, psicodramma). Il cuore delle ricerche psicoanalitiche  in questo campo riguarda sempre i passaggi transizionali dal concreto al simbolico, e l’importanza di non accelerare ma di trovare tempi e modi per sostarvi come in una condizione rigenerante. Winnicott (1971) ne parla come del resting place of pace, Pontalis (1997) come dell’ illusion maintenue, Diatkine (1991) di  una matrice delle invenzioni scientifiche e artistiche, rispetto alle cancellazioni scientiste  di riduzionismo al biologico. La diffusione dei casi di personalità multiple, o  di scissioni gravi, o di pedofilia, sono in parte riconducibili a sviluppi  forzati di queste due aree in mondi indipendenti l’una dall’altra: piccoli neonati  tenuti prigionieri di carezze  bloccanti e piccoli adulti gonfiati  da  richieste performative verificabili. Il terreno delle aree transizionali  da attivare e in cui sostare è il più  fecondo per queste patologie, tra corpo e mente (Racalbuto, 1994), tra costruzione e narrazione (Vallino,1999; Ferro, 1999; Borgogno, 1999), tra empatia e interpretazione (Gaburri, 1997; Bolognini, 1997).

Un altro contributo specifico della psicoanalisi  riguarda l’approfondimento degli aspetti gruppali del funzionamento psichico. Da Bion in poi l’attenzione alla gruppalità della mente ha permesso di andare oltre la concezione di un soggetto concepito come costruzione identitaria coerente e ha messo in luce  le identificazioni inconsce aliene da mandato transgenerazionale (Faimberg, 1993), il funzionamento gruppale inconscio  rivelato dalle funzioni foriche della mente (Kaës, 1994), la complessità dei personaggi costituenti la scena interna (Neri, 1995). Questa teorizzazione ha influito nella cura delle patologie gravi in istituzione mettendo sullo sfondo l’immagine di un interlocutore-paziente-a una dimensione, spesso supportata da un profilo diagnostico riduttivo, e  ha aperto la strada  a possibilità di ascolto a tutto campo e di prognosi non deterministiche. Il concetto di un Io coeso è andato perdendo  di centralità a favore di una concezione della personalità più articolata e complessa

Gli aspetti gruppali della psicoanalisi hanno poi esercitato una grande influenza sui gruppi curanti e sono stati utilizzati come preziosi strumenti di lavoro, nella pratica quotidiana delle riunioni dell’équipe, nelle supervisioni del lavoro clinico, nei workshops esperienziali. Il gruppo dei curanti  ha imparato spesso a usare se stesso come teatro di identificazioni multiple e incrociate dalle quali può emergere l’immagine del paziente intero, o della scena modello che costituisce l’approccio relazionale fondamentale attraverso cui il paziente è raggiungibile, oppure come  luogo in cui vivere in prima persona le fantasie inconsce  attive nel gruppo dei pazienti (Neri, 1995). Il gruppo dei curanti diventa anche il luogo in cui  la capacità terapeutica di ciascuno viene nutrita da  un ‘appartenenza  che tocca livelli sensoriali e comunicazioni inconsce e che utilizza esperienze di crescita scientifica (Correale, 1991).

Un’area in cui il contributo della psicoanalisi è stato ed è fondamentale ed è anche quello con maggiori prospettive di ricerca e scoperta è quella delle Comunità Terapeutiche.  Lasciando da parte le esperienze pionieristiche create intorno a leader carismatici ( basti citare per tutti Racamier, 1972), lo specifico delle comunità riguarda la necessità di integrare  funzioni diverse in una coesistenza individuale e gruppale compatibile; la psicoanalisi si è cimentata su questo terreno, a livello teorico, tecnico, di supervisione. L’integrazione tra diversi approcci terapeutici ha avuto un modello di riferimento importante in Chesnut Lodge con Pao  e Feinsilver e in Italia l’insegnamento e le esperienza di Zapparoli (1992) e dei suoi collaboratori.

Ritengo  che un approfondimento e un’evoluzione del concetto e del modello di integrazione tra diverse aree della personalità e tra soggetti vada  profilandosi, ed è quanto mai necessario. Anzi, se alla fine dell’Ottocento quando Freud propose il suo modo di intendere la sofferenza mentale  in continuità con il funzionamento di ogni essere umano, sollevando lo sbarramento tra sani e folli, oggi nella stessa direzione sembra essere importante sollevare lo sbarramento tra individuo e massa, omologazione e oggettivazione, solitudine e folla. Non a caso il terreno sul quale più la psicoanalisi si cimenta a livello della cura delle patologie gravi nelle istituzioni è quello delle Comunità a statuto residenziale o semiresidenziale, come luogo  topico nel quale si  evidenzia un tema di ricerca clinico-scientifica, quello della coesistenza dei diversi, di diverse parti di sé  da fare sopravvivere evitando abusi di quelle più prepotenti o più bisognose sulle altre, o arroccamenti in difesa delle differenze che si istituzionalizzano diventando nuovi ghetti interni omologanti in cui il diverso è sognato e cercato e atteso. Vi si affrontano invece le inevitabili mischie  e scontri, in cui le diversità si saggiano e si esprimono in un gioco forte come il football americano, nel quale la calma piatta non è attesa né piacevole. Le Comunità (Ferruta et al., 1998) possono essere questo laboratorio di ricerca per la psicoanalisi anche per quanto riguarda la collaborazione tra discipline e approcci diversi: vivendo insieme con medici internisti, psichiatri, farmacologi, professionisti della riabilitazione, si è costretti a cercare nuove forme di integrazione, l’integrazione che gioca con le parti di sé. Gioco faticoso e utopico, ma per questo quanto mai reale, portatore di quello che il filosofo Aldo Gargani (1999) chiama “l’attrito della realtà”, che si fa sentire, dopo anni di pensiero debole che ne ha fatto assopire il suono.

L’intervento della psicoanalisi nelle Comunità riguarda sia la psicoterapia dei pazienti, in gruppo e individuale, lo psicodramma, la formazione degli operatori, la supervisione dell’équipe. Ma soprattutto riguarda la ricerca dei modi e delle forme di integrazione tra aree del mondo psichico che  rispettino la storia di ogni paziente, senza costringerlo a una impossibile emigrazione da un’identità e da una storia anche infelice ma che comunque è la sua.

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Anna Ferruta

Psicoanalista

Società Psicoanalitica Italiana

Il saggio di Anna Ferruta è pubblicato in Spiweb per gentile concessione dell’autrice e dell’editore Raffaello Cortina

Ottobre 2014

22 ottobre, 19 novembre e 3 dicembre 2014 URBINO Psicoanalisi fuori dalla nicchia