Cultura e Società

Le frontiere della psicoanalisi: “In gioco” Lavarone 2022 Report di D. Federici ed E. Marchiori

11/07/22
Le frontiere della psicoanalisi: "In gioco" Lavarone 2022 Report di D. Federici ed E. Marchiori

Convegno Le frontiere della psicoanalisi: “In gioco”

Lavarone (TN), 24-28 giugno 2022

Report a cura di Daniela Federici ed Elisabetta Marchiori

parole chiave: #Gradiva, #Lavarone, #psicoanalisi, #gioco

Dopo un anno di sospensione e dopo l’edizione “Intermezzo on line” del 2021, lo storico Convegno Le frontiere della psicoanalisi si è svolto di nuovo in presenza, festeggiando il trentennale della fondazione dell’Associazione Centro Studi Gradiva.

Il titolo “In gioco” ha mantenuto il proposito: un pubblico numeroso, attento e partecipativo, relazioni vivaci e coinvolgenti, hanno consentito di cimentarsi tutti insieme nell’esplorare questa attività molto seria, fonte di piacere e dispiacere, che risuona in tutte le età della vita, dal reale al virtuale, dall’arte all’analisi, “forma altamente specializzata di gioco” come diceva Winnicott (1971).

Si è guardato al gioco come il modello genetico dell’attività creativa che, con la mediazione della fantasia, fonda la relazione fra l’uomo e la realtà, nelle sue molteplici utilità per lo psichico, nei suoi molti risvolti fino all’azzardo e alla dipendenza, nelle sue diverse configurazioni nel corso dei secoli.

La kermesse è iniziata venerdì 24 giugno con la presentazione del libro di Nicoletta Gosio “Nemici miei. La pervasiva rabbia quotidiana” (2020). Alberto Schön ha aperto la conversazione con l’Autrice invitando a riflettere sul fatto che l’anagramma della parola “creatività” è “cattiveria”. Insieme a lui, Simona Argentieri e Geni Valle hanno esteso la riflessione sul clima di crescente intolleranza, facile offesa e propensione all’accusa che caratterizza il nostro vivere nel mondo contemporaneo. L’idea di un sistema difensivo interno che sempre più garantisce l’immunità da stati d’animo penosi, da sentimenti di debolezza e da un’intollerabile frustrazione per ogni minima offesa narcisistica vissuta come lesa maestà, che consente di sollevarsi dalla  responsabilità delle proprie parti indesiderabili proiettandole sugli altri, per Gosio alimenta un mondo di nemici esterni cui addossare la colpa dei propri scontenti, facendo mancare una reale possibilità di conoscersi e riconoscere gli altri. Molti sono stati gli interventi del pubblico, che hanno messo in luce come la rabbia troppo spesso non abbia la possibilità di trasformarsi in creatività, soprattutto negli adolescenti i cui agiti auto- ed etero-diretti sono in costante crescita, anche in relazione alla traumaticità delle conseguenze della pandemia.

Sabato mattina, dopo i saluti delle Autorità, Alberto Schön ha dato avvio ai lavori congressuali con un ricordo delle prime edizioni del Convegno e un ringraziamento agli organizzatori che si sono succeduti negli anni.

Il primo panel, introdotto e moderato da Simona Argentieri, ha avuto come primo ospite il conosciutissimo poeta e scrittore “per i bambini e i loro grandi” Bruno Tognolini, che con la sua performance dal titolo “Il mormorio poetico del mondo. Uso e manutenzione della poesia nella vita dei bambini e di tutti”ha incantato e commosso il pubblico. Ha illustrato “il mormorio poetico” che esiste sin dall’inizio del mondo, sulle due ali di Senso e di Suono, a volte rime belle e armoniose, che lo sostengono in volo, a volte squinternate che lo cacciano giù. Attraverso le filastrocche del poeta, il pubblico ha compreso che “solo le rime fatte bene fanno bene” e funzionano perché “è contenta la bocca che le dice”. La poesia sicuramente non “guarisce” ma può “divertire” ovvero, come evidenzia l’etimologia, “divergere”, spostare in là, alleviare il dolore e la paura: “Guarita o non guarita la ferita passerà”. Le rime sono per tutti quelli che ne hanno necessità — come ha detto anche Neruda —  perché “il mondo fa rima con noi”. Abbiamo ascoltato le sue rime, spesso inventate su richiesta (http://www.brunotognolini.com/index.html), e alcune delle tantissime filastrocche inventate dai bambini di tutto il mondo che ha raccolto girando le scuole d’Italia: le rime P.O.L.P.A. (Poesia Orale Ludica Puerile Autentica), mostrando come le rime parlino ovunque lo stesso linguaggio della creatività e dicano bene il mondo: e “un mondo detto bene è benedetto”.

Di seguito Marina D’amato, Professore di Sociologia presso l’Università di Roma 3 e Sorbona-Parigi 5, studiosa dei processi con cui gli individui introiettano miti, valori, modelli di comportamento che diventano la base della personalità e l’incipit delle azioni sociali, ha portato una relazione dal titolo “Gioco e giocattoli come rappresentazioni del mutamento”. Ha elaborato una riflessione sui giochi come rappresentazione reificata del cambiamento sociale e su come, a partire dagli anni ’60, il mondo adulto, le televisioni e quindi le piattaforme private hanno pensato a tavolino l’”educare divertendodi un miliardo e mezzo di bambini che sono cresciuti condividendo cartoni animati, serial e giocattoli ricavati da quelle storie. La generazione che ha vissuto per immersione fra televisione, computer e diversi device, è stata condizionata dagli eroi e dalle rappresentazioni del mondo, dai valori e dai modelli di un comune immaginario collettivo che ha colto e guidato l’air du temps e pianificato il business della nuova categoria di consumatori. Perché, se i bambini sono sempre esistiti, l’infanzia è un concetto creato culturalmente.

Nel pomeriggio la tavola rotonda ha avuto come chair Antonio Scaglia, Presidente di Gradiva, che ha introdotto le relazioni di Marcello Turno, psichiatra, psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana e di Rossana Buono, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università Tor Vergata di Roma.

Il primo, che è anche scrittore e saggista, si è cimentato in una sorprendente relazione dal titolo “Gioco e creatività”, portando il pubblico a riflettere su come il gioco possa essere una necessità e da questa scaturiscano l’inventiva e la creatività. Ha usato l’astragalo come simbolo di questo momento creativo: il gioco degli astragali è infatti uno dei più antichi dell’homo sapiens e risale a duemila anni a. C. Turno si è immaginato che in un luogo come una capanna o una grotta, forse in Asia Minore o in Grecia, questo ossicino sia caduto casualmente per terra, sia stato raccolto da un bambino che poi si è confrontato con un coetaneo e insieme, provvisti di questo prezioso bottino, abbiano inventato un gioco. E queste ossa dalle quattro facce hanno viaggiato nel tempo e con gli uomini e si sono trasformate in aliossi presso i romani per diventare in seguito i nostri dadi a sei facce. L’astragalo può essere paragonato anche al tappo a corona che agli inizi del ‘900 nelle mani dei bambini si trasformerà in vari tipi di giochi, poveri ma avvincenti. Da queste premesse, il nostro relatore, in modo ironico e scanzonato, a partire da una frase estrapolata dal carteggio tra Freud e Jung, ha creato una fiction ambientata proprio a Lavarone, con i due psicoanalisti come protagonisti.

Rossana Buono, che attualmente si occupa delle ultime tendenze dell’arte contemporanea e in particolare dell’Art-in Nature, con la sua relazione “L’arte in gioco”, ha spiegato come essa sia andata oltre le regole dell’arte figurativa tradizionale dei secoli passati che, secondo Johan Huizinga (1938) “ostacola il fattore ludico” in quanto il creatore ha un “compito grave e responsabile: ogni nozione di gioco gli è estranea”. Per l’arte contemporanea viceversa tutto è degno di essere rappresentato e ha spesso elevato il gioco, la casualità e il puro accidente a forma di vita e creazione artistica. In particolare essa mette in gioco autentici cortocircuiti e indaga sui sistemi percettivi, sullo smascheramento dei processi della creazione. La relatrice ha mostrato e commentato diverse opere di artisti contemporanei, tra cui Luigi Ontani (Pinocchio si traveste), Gino De Dominicis (Mozzarella in Carrozza), Pino Pascali (per le sue armi giocattolo), Maurizio Cattelan (per le sue impertinenze con le quali si prende gioco di noi spettatori) a dimostrazione che l’artista “decostruisce” e “costruisce” la sua opera creando un ordine di cose come il bambino che smonta, rompe, assembla creando qualcosa di nuovo dal suo giocattolo.

Dal pubblico è stato menzionato il Padiglione Belga della Biennale Arte 2022, che porta il titolo “The nature of the game”, un allestimento avvolgente di una serie di video girati da Francis Alÿs, che dal 1999 riprende i bambini che giocano nello spazio pubblico, ritenendo il gioco “un bisogno umano essenziale. È necessario prendere tempo, impiegare tempo e perdere tempo giocando. Il gioco dei bambini è da intendersi come una relazione creativa con il mondo” (https://www.labiennale.org/it/arte/2022/belgio).

Seguendo la suggestione delle immagini, ricordiamo che nel tardo pomeriggio è stata inaugurata presso la sede del Comune di Lavarone la Mostra fotografica del Maestro Ferdinando Scianna “In gioco”, grazie alla collaborazione con il Festival di Pistoia “Dialoghi sull’uomo”, che resterà aperta a ingresso libero fino al 21 agosto. Si tratta di una selezione dei molti scatti di Scianna che hanno al centro il tema del gioco, sguardo antropologico che spazia dalle tradizioni dei vari giochi nei paesaggi del mondo, alla ludopatia, alle immagini dense di bellezza dell’infanzia che gioca.

Queste le parole di introduzione scritte dal grande fotografo (2016): “Giocare significa mettersi in gioco, mettere in gioco il mondo, prenderne le distanze, metterlo fra parentesi e utilizzare il mondo per inventarne altri, paralleli, che obbediscono ad altre regole, per inventare altri noi stessi, personaggi fantastici che in quel mondo parallelo giocano una partita diversa rispetto a quella obbligatoria e aleatoria della vita, significa cercare di imparare a vivere. Non si può fotografare il gioco ma quelli che sono in gioco e anche fotografare può essere un gioco, perché un reporter come me, reagisce a situazioni e forme che raccontano ed evocano quello che le esperienze della vita hanno depositato nell’immaginario della sua coscienza”.

Sabato sera al Cinema Dolomiti è stato proiettato e commentato da Elisabetta Marchiori il film franco-giapponese “Takara – La notte che ho nuotato” (2017, 79′), diretto dai registi Damien Manivel e Kohei Igarashi, presentato con successo nella sezione Orizzonti della Mostra della Mostra del Cinema di Venezia nel 2017. La storia è quella di un bambino di sei anni, Takara, che durante una notte in cui imperversa una bufera di neve si sveglia sentendo il padre che esce per andare al lavoro al mercato del pesce e non riesce a riaddormentarsi. Il bimbo occupa il suo tempo tra i giochi e la mattina dopo, molto assonnato e portando con sé un disegno che ritrae il mondo acquatico, invece di dirigersi verso la scuola con la sorella si incammina nella neve alla ricerca del padre. Lo spettatore segue Takara nella sua esplorazione solitaria, giocosa e piena di meraviglia di un mondo in cui raccoglie oggetti e coglie fenomeni del mondo esterno, usandoli al servizio di elementi del suo mondo interno. Le immagini di questo film possono essere viste come la rappresentazione di quel territorio del gioco che non è una separazione ma una forma di unione, come scrive Winnicott (1971). Vediamo il bambino che fa l’esperienza di entrare in rapporto con gli oggetti, che abita in un’area che non può essere facilmente lasciata e che non ammette intrusioni. È un film completamente privo di dialoghi, ma denso di suoni e di rumori, e dove, a scaldare il freddo dell’inverno, risuonano le note della Primavera di Vivaldi. È strutturato in tre parti — “il disegno”, “il mercato del pesce”, “il lungo sonno” — come un haiku che, nella sua essenzialità, può evocare un mondo e, nel suo essere insaturo, può stimolare molti pensieri e rielaborazioni, come hanno dimostrato i numerosi interventi del pubblico che hanno animato la discussione.

La domenica mattina Daniela Federici ha introdotto e moderato l’ultima sessione del Convegno. Carlo D’Amicis, scrittore, autore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi, con la relazione “Il vizio del gioco, il gioco del vizio” (ispirato al suo libro Il gioco, Mondadori, finalista allo Strega 2018) ha esplorato il campo del gioco erotico attraverso i ruoli chiave del triangolo fra il bull, il maschio alfa, la sweet, la regina e schiava del desiderio maschile, il cuckold, il tradito consenziente. In una dialettica fra regola e trasgressione, complicità e antagonismo, libertà e possesso, l’autore ha mostrato come l’identità e la maschera si diano il passo fra nascondimenti e rivelazioni. Perché nessuno più del libertino è preda delle sue ossessioni e il corpo posseduto detiene il potere nei confronti dell’altro, un gioco che “ci gioca”, fra confini e oltrepassamenti. Uno sguardo intrigante sul tema della sessualità che contiene il “disordine” oltre la norma e i suoi pregiudizi, che rivela vizi, rischi ma soprattutto messe a nudo delle anime, strizzando l’occhio all’interpretazione anche psicoanalitica.

Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile, saggista e direttore scientifico della Ludobiblio dell’ospedale pediatrico Meyer, nel suo intervento “Puer ludens: intrecci di storie e teorie nei luoghi della cura” ha ripercorso la storia del gioco dalla sua comparsa sulla scena analitica come applicazione della psicoanalisi alla pedagogia sino al suo entrare a pieno diritto nella stanza d’analisi come metodo. Un viaggio attraverso le vicende e le immagini dei pionieri della psicoanalisi, da Pfeifer a von Hug-Hellmuth, Ferenczi, Anna Freud, Klein e Winnicott, fino all’apporto che artisti e intellettuali (Baudelaire, Klee, Benjamin e altri) hanno portato alla teoria del gioco e con essa al riconoscimento della soggettività del bambino. La relazione si è chiusa con una rassegna dei giocattoli d’artista (da Picasso a De Pero) e una “sentinella della memoria” che racconta l’orrore dei campi di concentramento: la pistola giocattolo costruita con residui di legno e fil di ferro da Gerard Kelfmann ed esposta la museo del giocattolo a Bagheria.

Il convegno si è concluso con l’assegnazione del Premio Gradiva alla Professoressa Tonia Cancrini per il suo libro edito da Franco Angeli “Un tempo per l’amore. Eros, dolore, odio”  (2021), in ideale continuità con “Un tempo per il dolore. Eros, dolore e colpa” (2001). Nella motivazione è stato evidenziato come l’Autrice da psicoanalista abbia “raccontato l’amore nella cura con un linguaggio limpido e profondo che parla del suo amore per la cura, di una presenza accogliente e trasformativa, di una creatività gentile che traccia nessi tra filosofia, poesia, psicoanalisi e vita”.

In conclusione, vogliamo ricordare che per le edizioni della Fondazione Museo Storico del Trentino è stato pubblicato il primo volume “Gradiva e le frontiere della psicoanalisi – Confronti e prospettive interdisciplinari” che raccoglie i contributi delle edizioni 2018 e 2019 del convegno. È in preparazione il secondo volume del trentennale, con le relazioni presentate nelle edizioni 2021 e 2022 insieme a una scelta di contributi inediti proposti negli anni precedenti, oltre a immagini e interviste che ripercorreranno la storia e gli ospiti della tradizionale kermesse dai suoi inizi.

Bibliografia

Brosio N. (2020). Nemici miei. La pervasiva rabbia quotidiana. Einaudi, Milano.

Cancrini T. (2001). Un tempo per il dolore. Eros, dolore e colpa. Bollati Boringhieri, Torino.

Cancrini T. (2021). Un tempo per l’amore. Eros, dolore, odio. Franco Angeli, Milano.

Federici D. & Marchiori E. (a cura di) (2022). Gradiva e le frontiere della psicoanalisi – Confronti e prospettive interdisciplinari. Fondazione Museo Storico del Trentino

Huizinga J. (1938). Homo Ludens. Einaudi, Milano 2002.

Scianna F. (2016). In gioco. Contrasto, Roma.

Winnicott D. W. (1971). Gioco e realtà. Roma, Armando, 1974.

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