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“Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis. Recensione di Mirella Montemurro

Recensioni Cinema
"Ritorno a Buenos Aires" di Marco Bechis. Recensione di Mirella Montemurro

Parole chiave: trauma, negazione

Autrice: Mirella Montemurro

Titolo: “Ritorno a Buenos Aires”

Dati film: regia di Marco Bechis, 2026, Italia, Brasile, 105′

Genere: drammatico

Presentato in concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “Ritorno a Buenos Aires” ha ricevuto il Premio Francesco Pasinetti 2026 come miglior film italiano; Adriano Giannini è stato inoltre premiato come miglior attore protagonista. I riconoscimenti sono stati assegnati dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani.

Bechis torna a una ferita che attraversa la sua biografia e il suo cinema. Cresciuto a Buenos Aires, nel 1977 fu sequestrato e rinchiuso in un centro clandestino; dopo dieci giorni fu liberato ed espulso in Italia. La sua vicenda è diversa da quella di Mariano, prigioniero per due anni e quarantasei giorni. Dopo “Garage Olimpo” (1999) e “Figli/Hijos” (2001), il regista racconta ciò che resta dell’orrore: il trauma nel corpo e nei legami.

Il 24 marzo 1976 un colpo di Stato destituì Isabel Perón e affidò il potere a una giunta militare guidata da Jorge Rafael Videla. Fino al 1983, la repressione divenne terrorismo di Stato: migliaia di persone furono sequestrate, torturate e uccise in centri clandestini. La desaparición cancellava la vittima e negava il crimine, lasciando i familiari in un lutto senza corpo e senza data.

L’Olimpo, situato in un complesso della Polizia federale a Buenos Aires, operò dal 16 agosto 1978 alla fine di gennaio 1979 e vi passarono circa cinquecento prigionieri, in gran parte desaparecidos. Apparteneva al circuito Atlético–Banco–Olimpo, in cui i detenuti venivano trasferiti da un centro all’altro. La lunga prigionia di Mariano, terminata il 14 dicembre 1979, riguarda quindi l’intero ingranaggio clandestino, non il solo Olimpo. Il film, ambientato nel 2008, si colloca nella stagione dei processi riaperti dopo la rimozione delle leggi d’impunità.

Dopo trentatré anni in Italia, Mariano torna in Argentina per testimoniare contro chi lo sequestrò e torturò. Ricorda date, soprannomi e caratteristiche degli aguzzini; ma ricordare tutto non significa avere trasformato l’esperienza in passato. Freud osservava che i sogni della nevrosi traumatica riportano il soggetto nell’incidente, nel tentativo tardivo di padroneggiare ciò che l’aveva colto impreparato (Freud, 1920). Il processo interroga la memoria; il corpo testimonia prima delle parole.

Nella scena del bagno l’incontro con il dottor Kappa riattiva la relazione persecutoria. Alla domanda: «Ti ricordi come ti scopavano?», Mariano si urina addosso: la distanza fra il 1979 e il 2008 crolla. Winnicott scrive che la paura del crollo riguarda un crollo già avvenuto, ma non ancora accolto come esperienza dall’Io (Winnicott, 1974). Il passato traumatico irrompe nel presente e si ripete nel corpo.

Il dottor Kappa incarna un’onnipotenza priva di colpa e di limite. Nessuno conosceva il suo vero nome e, decenni dopo, egli osa assistere al processo dei carnefici. La legge esterna ha mutato i rapporti di forza, quella interna del trauma continua a obbedirgli. Per sopravvivere, Mariano ha dovuto anticipare gli ordini dei carcerieri; una parte di quella sorveglianza opera ancora dentro di lui.

Studente di medicina, Mariano era impiegato come assistente: curava ferite da arma da fuoco, aiutava le prigioniere a partorire e soccorreva chi stava per morire dopo la picana. Nata come pungolo elettrico per il bestiame, durante la dittatura divenne emblema della tortura di Stato: scariche modulabili erano applicate alle zone più sensibili per prolungare il dolore. Nunca más ne documenta l’impiego sistematico (CONADEP, 1984).

Il sapere medico viene così rovesciato: Mariano non cura per sottrarre le vittime alla violenza, ma è costretto a mantenerle in vita dentro di essa. Somministra il Pentothal ai prigionieri destinati ai voli della morte, sapendo che saranno gettati vivi nel Río de la Plata o nell’oceano. Non agisce liberamente e non è responsabile dei crimini; ma l’innocenza giuridica non scioglie la colpa inconscia del sopravvissuto.

«Tutti mi volevano morto. Se sono vivo lo devo al dottor Kappa. Forse si era affezionato a me come ci si affeziona a un cane», dice Mariano. Non è gratitudine, ma dipendenza assoluta: la fonte del terrore coincide con chi gli ha permesso di vivere. Quando osserva che i sequestratori provenivano da famiglie disastrate, tenta forse di sottrarli all’onnipotenza demoniaca e di restituirli alla responsabilità delle loro scelte; ma può anche conservare una traccia dell’identificazione necessaria alla sopravvivenza.

Una testimone racconta che in prigionia diventava una specie di robot. È la dissociazione: separare percezione e affetto, rendersi psichicamente assenti mentre il corpo subisce.

Nel processo, l’avvocata chiede se i prigionieri venissero talvolta portati al ristorante o invitati a conversare dopo cena. Separato dal contesto coercitivo, il dettaglio falsifica l’insieme: una negazione che rischia di riprodurre nell’aula la violenza. La testimonianza può invece trasformare il trauma quando incontra un ascolto capace di riconoscerlo e un presente affidabile, diverso dall’intollerabile passato: allora l’esperienza può essere ricordata anziché ripetuta.

La desaparición condivide con altri sistemi totalitari, paradigmaticamente con lo sterminio nazista, non l’identità storica ma la logica della negazione: compiere il crimine, cancellarne le tracce e screditare chi può raccontarlo. Bechis evita di trasformare la tortura in spettacolo e la fa affiorare nei silenzi e nel corpo di Mariano. La sentenza non restituisce i morti né guarisce i sopravvissuti; ma l’aula pubblica riconosce come crimine collettivo ciò che era stato ridotto a vergogna privata. Testimoniare significa affidare finalmente a qualcuno una verità rimasta senza luogo.

Riferimenti bibliografici

CONADEP (1984), Nunca más, Buenos Aires, EUDEBA.

Freud S. (1920), Al di là del principio di piacere, Opere, vol. 9, Torino, Bollati Boringhieri, 1977, pp. 193–249.

Winnicott D. W. (1974), “Fear of Breakdown”, International Review of Psycho-Analysis, 1, pp. 103–107.

“Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis. Recensione di Mirella Montemurro Monica Castellini

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