Parole chiave: patriarcato, emancipazione femminile
Autrice: Anna Bernabè
Titolo: “Moragheb” (Falling House)
Dati film: regia di Mohsen Gharaei, 2026, Iran, USA, Germania, 130′
Genere: drammatico
“Moragheb” è un film presentato in concorso all’interno della rassegna Orizzonti, sezione della Biennale Cinema 2026 dedicata ai registi esordienti e alle nuove tendenze espressive ed estetiche. È stato girato in Iran prima della guerra e nasce come coproduzione tra Iran, Stati Uniti e Germania.
Il regista segue, sin dalle prime battute, un filone drammatico ma anche sovversivo. Sembra volerci sottolineare attraverso la storia di Rashid, un padre di famiglia che lavora come carceriere in una prigione alle porte di Teheran, lo specchio di una profonda crisi socioculturale che investe il Paese e colpisce i valori tradizionali nelle fondamenta delle Istituzioni ma anche della famiglia. La pellicola segue un ritmo incalzante che nel corso del secondo tempo assume i connotati del thriller ad alta pressione psicologica e tiene lo spettatore incollato allo schermo fino alla fine.
Ha il potere di catturarci e di farci vivere in presa diretta il dramma dei personaggi che, filtrato dal nostro vissuto personale, ci trasforma, come dice Ogden parlando della lettura, da lettori e, in questo caso da spettatori a “registi” della narrazione, attraverso una riscrittura personale del testo (Ogden, 2021).
Ed è proprio questo a mio avviso l’intento del regista che esprime un certo coraggio nel trasferirci un messaggio di lotta contro la censura dell’attuale regime politico. Gli stessi attori e il regista, il giorno stesso in cui il film è stato presentato al pubblico a Venezia, non hanno potuto presenziare e quindi esprimersi durante il dibattito che solitamente si svolge alla fine del film a causa della censura imposta, oltretutto, dalla guerra in corso.
In linea con quanto dichiarato dal giovane regista Mohsen Gharasei che sente attraverso il film di voler prendere una posizione netta nei confronti del regime, si assiste a mio avviso a un cambiamento nello stile della sceneggiatura rispetto alla filmografia della tradizione passata nella direzione di una maggiore trasparenza delle immagini, nella possibilità di dare un volto ai rappresentanti della repressione, un tempo intuibili ma non visibili, come ad esempio nel film “KafKa a Teheran” del regista Ali Asgari. E il tema della visibilità sembra essere proprio un file rouge che si intreccia in tutta la storia dei personaggi, un elemento che caratterizza nella realtà questi tempi in cui abbiamo assistito a più riprese al bisogno della società civile e, in particolare delle giovani donne, di scendere in piazza e manifestare e quindi di rendersi visibili al mondo, anche a costo della vita. È come dire che si sta assistendo ad un cambiamento socio-culturale nella direzione di una maggiore libertà. Questo è ormai diventato processo inarrestabile nonostante i metodi repressivi del regime e le migliaia di vittime cadute durante questa lotta.
Si tratta di una pellicola militante e di impegno civile che oltre a rappresentare una vera e propria azione di denuncia politica nei confronti delle istituzioni e della religione, mette in scena la profonda crisi di un sistema tradizionalmente patriarcale che conferisce alla figura maschile il potere di decisione sulla vita delle donne e che sembra stia inesorabilmente sprofondando su se stesso. Il titolo stesso “The falling house” appare eloquente di una casa/sé che esprime un’identità vacillante e confusa del regime Iraniano che rischia di sprofondare su se stesso ed è espressa in modo magistrale dal regista attraverso le immagini delle ruspe che demoliscono la casa in cui vive Rashid con la famiglia per costruire una nuova autostrada.
La figura che incarna questa “caduta” è proprio quella di Rashid, un personaggio ambiguo che all’apparenza sembra un omone tenero e generoso e che poi si rivela un corpulento “mangiafuoco” impaurito e annebbiato dopo il licenziamento da carceriere con l’accusa di corruzione e soprattutto dalla decisione della figlia di inseguire il proprio sogno di diventare modella. La “prigione” sembra essere anche un luogo della mente oltre che fisico dentro al quale lavora come carceriere e lo diventa anche nella vita diventando vittima di se stesso nell’impossibilità di trovare un nuovo linguaggio per dare un senso ad un tempo che cambia. Anche la casa stessa finisce per diventare la prigione dentro alla quale non è possibile confrontarsi e trovare un senso a questi cambiamenti. Persino il rumore assordante delle ruspe che proseguono inesorabilmente il loro lavoro di demolizione sembra assumere le sembianze di un personaggio che incarna l’impossibilità di ascoltare e ascoltarsi dentro all’inseguimento di un proprio tornaconto che rende cechi e impedisce di poter salvare la dimensione umana della vita.
Tutti i personaggi della storia in realtà sono chiamati a riflettere su questioni urgenti e vitali e quindi anche a vivere dentro di sé un conflitto drammatico che cambierà per sempre la propria esistenza.
È un film in cui la rivoluzione tuttavia sembra essere donna. È un femminile che si confronta con tre generazioni di donne: la madre, la figlia maggiore e quella minore. Sembrano incarnare un cambiamento transgenerazionale all’interno del quale nasce e si sviluppa un desiderio di visibilità e valorizzazione ma anche di complicità favorito da un processo di identificazione reciproco nel quale è possibile ritrovare il germe di una nuova identità.
L’elemento sovversivo è incarnato da un femminile che insegue il proprio sogno di realizzazione e di libertà e non accetta più le imposizioni di un padre padrone ma anche di una società che vorrebbe relegarla nei tradizionali ruoli e che l’assoggetta a un giudizio morale impietoso. In nome di questa libertà anche la figura della madre rivede se stessa e, attraverso la lotta della figlia, comprende di essere stata per molto tempo una testimone passiva, complice di una cultura repressiva, di non aver colto nei “normali” gesti del marito una relazione di possesso.
Il desiderio della figlia maggiore di diventare modella e di sottoporsi a pesanti diete di dimagrimento è forse un’iperbole del desiderio di esporre la propria corporeità e bellezza dentro ad una dimensione di perfezione maniacale, ma evidenzia anche un rifiuto di nutrirsi dei valori tradizionali incarnati dalla società e dalla famiglia che giudica le sue scelte come immorali.
È un film coraggioso e intenso che ci auguriamo possa trovare una distribuzione nelle sale cinematografiche e possa essere visto da un vasto pubblico, cosa per nulla scontata. Spesso sono questi i film che lasciano un segno e ci aiutano a pensare.
Rappresentano un certo modo di fare cinema serio e impegnato e sono dei potenti dispositivi ad alta immersione che, come dei viaggi in nuovi Paesi, allargano il nostro orizzonte di vita e ci avvicinano ad un nuovo modo di percepire l’umanità.
Riferimenti bibliografici
Ogden, T. H. (2021), Riscoprire la psicoanalisi. Attraverso la lettura creativa, trad. it. di C. Casnati, Milano-Udine, Mimesis.