Cultura e Società

“Norimberga” di J. Venderbilt. Recensione di Rossella Valdrè

Recensioni Cinema
"Norimberga" di J. Venderbilt. Recensione di Rossella Valdrè

Parole chiave: guerra, narcisismo  

Norimberga

Autore: Rossella Valdrè

Dati: Regia di James Venderbilt – USA, 2025 – 148 min.

Genere: Drammatico

Sono state molte, nella storia del cinema e oggi delle serie TV, le rivisitazioni cinematografiche dello storico processo che si tenne nel 1945 a Norimberga contro i criminali nazisti. Ne ricordo qualcuno: dal classico Vincitori e Vinti del ’61 di Stanley Kramer (Judgment in Norimberg), forse il più noto ad oggi, all’ottima e più recente miniserie in due puntate con Alec Baldwin del 2000, Il processo di Norimberga di Yves Simoneau, oltre ai molti documentari.
Che cosa può aggiungere, allora, questa nuova grandiosa produzione americana per la regia di James Venderbilt all’ottantesimo anniversario dello storico processo?
Ricordiamo i fatti storici, anche se noti a tutti. Nel Maggio del 1945, a Norimberga, il gerarca nazista Hermann Goring viene catturato dagli alleati e si arrende, finendo incarcerato insieme ad altri ventidue alti comandanti nazisti. In attesa del processo, che sarà tenuto dal giudice Jackson, il giorno prima dell’esecuzione, Goring si suicida ingerendo del cianuro.
Mentre i film citati finora si erano focalizzati prevalentemente sull’interrogatorio e sullo scambio di dialoghi tra il giudice e Goring al processo, questo nuovo Norimberga fa conoscere allo spettatore il rapporto che si stabilisce tra Goring e il giovane psichiatra dr. Douglas Kelley (Rami Malek), un sergente medico dell’esercito americano che viene mandato a cercare di indagare, di conoscere la personalità di Goring e degli altri incarcerati per venire in aiuto al giudice Jackson.
Il film si basa, infatti, sul libro “Il nazista e lo psichiatra” (2013) di Jack El-Han, testo che riporta fedelmente le note di Kelley durante e dopo la sua conoscenza con Goring, fino alla morte prematura avvenuta a San Francisco nel 1958.
Si tratta dunque di un documento, e di un film, di inestimabile valore: storico, documentale e, finalmente, anche psicologico e potremmo dire psicoanalitico.
Il giovane dr Kelley, carico di ambizione ed entusiasmo, venne inviato, senza rendersene conto, ad un’impresa storica immensa; la domanda che gli si poneva, implicitamente, era se questi uomini, capaci di tali atrocità, spesso negate o persino sostenute con orgoglio e indifferenza, fossero “normali”. Nessun essere umano “normale”, si pensava nel ’45, a guerra appena finita, sarebbe stato capace di tanto: erano certamente dei mostri. Anormali. Folli. Deviati. Lo psichiatra lo avrebbe compreso e diagnosticato per parlarne col giudice.
Ma le cose andarono diversamente. Oggi sappiamo che l’idea consolatoria che si trattasse di “mostri” è del tutto svanita; nessuna patologia diagnosticabile, se non un insanabile sadismo, nessuna etichetta psichiatrica; si è dovuto riconoscere che i capi nazisti sono uomini come gli altri, nessuna macchia nel cervello, nessuna localizzazione del Male.
Fu il giovane dr. Kelley a comprenderlo per primo. Dei ventidue incarcerati, egli stringe un rapporto particolarmente stretto con il più importante e temuto, Goring (incarnato, più che interpretato, da uno straordinario Roussel Crowe). Le molte ore di colloquio restituiscono tutta l’ambiguità, il contagio psichico e la fascinazione di cui Kelley fu vittima; perché come altri nazisti Goering era sì un criminale, ma capace di voler bene alla sua famiglia. L’empatia è reciproca: l’uno sembra capire l’altro, sembra cogliere dei tratti dell’altro, tanto che Goring dirà a Kelley che non si sarebbe mai liberato della sua ombra. Ognuno fa leva sul narcisismo dell’altro, la lusinga di essere ascoltato e finire nella Storia per il nazista, la prospettiva di scriverne un libro eccezionale per lo psichiatra. Si realizza quella che potremmo, con Racamier (1992), definire una perversione narcisistica; concetto eminentemente relazionale, si tratta di un rapporto di reciproca, manipolativa seduzione tra due o più soggetti, dove ciò che conta è farsi valere, piacere all’altro.
In effetti fu proprio così. L’indagine psichiatrica di Kelley fu di enorme aiuto al giudice Jackson, perché il giovane psichiatra intuisce il dato fondamentale: Goring non era altro che un grave narcisista (diagnosi e spettro di personalità di cui all’epoca non parlava ancora), un uomo malato solo di un enorme Ego per cui – intuizione fondamentale – per incastrarlo occorreva farlo cadere “sulla sua stessa vanità”. Il nucleo tematico importante del film, dal punto di vista psicoanalitico, ruota intorno a quest’intuizione, sfortunatamente prematura per i tempi.
Bisognerà aspettare il processo ad Eichmann del 1961, a Gerusalemme, perché Hanna Arendt riveli al mondo la sconcertante tesi della ‘banalità del Malè: nessun mostro, nessuna devianza, il male è banale, routinario, pura esecuzione di ordini, puro conformismo, spregiudicato narcisismo. Niente di più. In alcune circostanze storiche favorevoli, sotto la guida di quel tipo di capi che Freud ci ha descritto in Psicologia delle masse e analisi dell’Io del ’21, molti uomini possono diventare Hermann Goring.

Le didascalie finali del film ci informano che il dr. Kelley morì suicida nel ’58, ancora molto giovane: aveva usato il cianuro, come Goring. Le didascalie non ci dicono che dal ’46 al ’58 Kelley fece una brillante carriera da capo dipartimento a Berkeley, si sposò ed ebbe tre figli, ma evidentemente restò prigioniero di due tipi di trauma. Da un lato, e mi pare il principale, il contagio psichico avuto con Goring; non protetto da un setting ed una formazione specifica, i confini identitari di Kelley furono minacciati dalla personalità ambigua, così ricca di scissioni, del gerarca nazista; dall’altro, il suo acume clinico fu tragicamente prematuro. Il popolo voleva ancora mostri, nel ’45, non era pronto a quella che sarebbe diventata la piatta banalità del Male, la sostanziale identità di ogni uomo di fronte al crimine, se non è guidato da principi etici e idealmente giusti. Kelley si sentì incompreso, il suo libro su Goring, benché presentato nelle televisioni, non riscuoteva l’accoglienza sperata. Decise allora, in un’identificazione mimetica straordinaria, di uccidersi esattamente come aveva fatto lui.
Una vicenda tragica nell’immensa tragedia del Novecento. Il film pone molte domande: quali sono i limiti dell’identificazione, dell’empatia, per avvicinarsi a certe personalità? Esiste una fascinazione del male, e perché il Male è più affascinante del Bene? Perché non si viene travolti dalla bontà, dalla gentilezza dell’altro, e lo si è invece dalla sua perversione? Quanto profonda può essere una scissione, se la piccola Edda, figlia del nazista, ha continuato a ricordarlo con affetto tutta la vita?
Norimberga è un film, come tutti quelli sull’inesauribile storia della Seconda Guerra Mondiale, necessario. Perfettamente ricostruito ed interpretato, sposta l’asse osservativo dal nazista al suo piccolo giovane psichiatra, colpevole d’essere stato troppo audace e intelligente, troppo curioso e ambizioso, oggetto e soggetto di seduzione narcisistica, ma anche l’unico capace di una così empatica immedesimazione.

Il suicidio, per entrambi, rappresenta forse un ultimo, disperato atto di libertà, di ribellione alla resa finale.

Riferimenti bibliografici

Freud S. (1921): Psicologia delle masse e analisi dell’Io. OSF, 8, Boringhieri, Torino

Racamier J_C. (1992): In genio delle origini. Cortina, Milano, 1995

“Norimberga” di J. Venderbilt. Recensione di Rossella Valdrè Monica Castellini

Ti potrebbe interessare...