Intervista a Mauro Manica vincitore del Premio Ticho award 2009

Sì, ne sono stato felice e lusingato: penso alla dimensione relazionale, alla comunità scientifica a cui appartengo e che stabilisce un rapporto di interscambio gratificante con me, ma penso anche ad un certo rifornimento narcisistico. Del resto, la finalità del "Ticho" mi pare vada anche in questa direzione: è un premio assegnato ad un analista "of substantial talent", nella fase intermedia della sua carriera, affinché prosegua e incentivi il proprio percorso di crescita e di approfondimento.

    E’ dunque un riconoscimento, una conferma da parte del gruppo di appartenenza, qualcosa che alimenta i nostri bisogni di conferma e di riconoscimento (mai completamente sopiti, c’è da augurarsi, per scongiurare il rischio di solipsismi impermeabili e difensivi) e che alimenta le matrici positive del Sé e un sentimento di identità professionale. Un narcisismo "di vita" allora che può armonizzare le tendenze social-istiche (nel senso di Bion) e anti-narcisistiche (in quello di Racamier). 

 

Ci puoi dire qualcosa sull’idea centrale del lavoro che ha ricevuto questo riconoscimento e sugli sviluppi che questo può avere sulla teoria e soprattutto sulla clinica psicoanalitica?

    L’idea centrale del lavoro che ha ricevuto il riconoscimento del "Ticho award" da parte dell’IPA  (intitolato "Metanalisi: i modelli psicoanalitici tra normalità e patologia [ovvero dei diversi volti delle teorie psicoanalitiche]") prende le mosse dalla considerazione che la psicoanalisi non possa più essere pensata come un sistema teorico rigido, monolitico e fondamentalmente deterministico. Nei suoi sviluppi è invece venuta a costituirsi come una scienza essenzialmente umana e relazionale che può generare una pluralità di modelli a partire dalla clinica: da quell’incontro, cioè, intimo e ispirato che si svolge tra paziente e terapeuta, tra paziente e analista, nella stanza d’analisi.

   Certo, sono rintracciabili delle "invarianti" nella teoria psicoanalitica, delle strutture di base che conferiscono una unitarietà al metodo e che possono essere definite: i) dal riconoscimento dell’inconscio (cioè, dell’esistenza di una vita psichica che si svolge ben al di là dell’immediatezza di un pensiero razionale e calcolante; ii) dal transfert (e dunque l’assunzione che nella relazione tra paziente e analista, così come può avvenire anche nelle relazioni comuni della vita, prendano vita dei ‘rifacimenti’ e delle ‘riedizioni’ di quei primi rapporti emotivi e affettivi che il bambino ha intrattenuto con le figure importanti del suo ambiente originario); iii) dal controtransfert (che è la risposta globale  – conscia e inconscia –  al transfert del paziente); iv) e infine dalla dimensione essenzialmente dialogica dell’incontro (anche se questo incontro sia fatto di silenzi o di azioni e non soltanto di parole).

 

 

 

 

 

A partire però da queste ‘invarianti’ è inevitabile che ogni relazione che venga a stabilirsi tra paziente e analista generi dei modelli "variabili" che sono il prodotto creativo, poetico e onirico di quello specifico incontro. Al limite possiamo ipotizzare che esistano tanti modelli quante sono le coppie analitiche (paziente-analista) in grado di pensarli e di sognarli.  Questa prospettiva viene così ad ampliare il nostro modo di considerare e di praticare la psicoanalisi.

    Innanzitutto, se applichiamo la teoria della psicoanalisi agli stessi modelli psicoanalitici (quella che io chiamo metanalisi), possiamo comprendere come nasca una teoria nel campo psicoanalitico e se si tratti del prodotto creativo dell’incontro tra paziente e analista o, al contrario, se non venga a costituire il ‘sintomo’ del fallimento di quell’incontro e quindi vada accantonata.

   In secondo luogo, possiamo giungere ad un cambiamento di vertice d’osservazione. Se Freud aveva detto che "là dov’era l’Es (la matrice primordiale inconscia della nostra vita psichica, la dimensione del protomentale) dovrà esserci l’Io (il dominio della coscienza e della consapevolezza)", la psicoanalisi attuale ha sviluppato questa intuizione freudiana portandoci a pensare che là dove c’era l’impensabile di un’esperienza emotiva caotica e traumatica, dovrà esserci la possibilità di essere sé stessi. Dovrà essere offerta l’occasione di diventare sé stessi, di recuperare il proprio potenziale creativo e poetico, la spontaneità e la libertà di un pensiero autonomo e personale.

   E’ questa nuova prospettiva a fare tuttora della psicoanalisi un metodo convincente ed efficace tanto per la comprensione della sofferenza psichica individuale, come di quei disfunzionamenti delle mentalità di gruppo, di quelle ‘sindromi psicosociali’ (per usare una bella definizione di Di Chiara) che affliggono la nostra epoca (e non penso solo alle tossicomanie, alle diverse forme di disagio giovanile, ma a tutti quei conformismi che alimentano nelle nostre società il bisogno di creare dei pifferai magici, da seguire in modo passivo e acritico, rinunciando al compito di diventare noi stessi per paura della libertà, per paura della spontaneità, per paura della creatività della nostra mente).

  Dai tuoi precedenti lavori sappiamo che ti dedichi da tempo a questi studi e che ti confronti su i limiti e le potenzialità dello strumento analitico, soprattutto riguardo il trattamento delle patologie gravi. Come si inserisce, questa tua ultima presentazione, nel tuo percorso di ricerca?

   Il lavoro che presenterò al congresso di Chicago rappresenta un’ulteriore tappa, last but not least, di un percorso di ricerca clinica e teorica iniziato con la scelta di occuparmi di patologie gravi. Patologie gravi, perché la mia prima vocazione è stata psichiatrica e come psichiatra ho avuto la buona opportunità di lavorare con Eugenio Borgna nell’ambito di una psichiatria pubblica, aperta e sensibile, una vera psichiatria di comunità.

   Così anche nel passaggio ad una pratica privata, e prevalentemente psicoanalitica, ho conservato l’impronta di quella vocazione originaria.

   I diversi anni trascorsi lavorando nei servizi ambulatoriali e ospedalieri del Dipartimento di Salute Mentale della città di Novara mi hanno costretto ad imparare che dal confronto e dal trattamento delle "situazioni estreme" non si può riemergere incontaminati: è necessario sporcarsi almeno un po’ le mani e forse ammettere che erano già sporche anche prima di cominciare.

    E quegli anni di lavoro difficile e appassionato mi hanno anche insegnato a sentire qualcosa che avrei capito più tardi, attraverso la formazione psicoanalitica, e che le parole apprese da Bollas mi hanno reso possibile esprimere: "Ogni paziente suggerisce un ambiente, nel quale entrambi dobbiamo vivere un periodo di vita psicoanalitica insieme, e l’analista deve soffrire la malattia di questo luogo".

In fondo, è forse quanto aveva già intuito Freud quando aveva detto che: "non si può uccidere un nemico assente o non sufficientemente vicino".

   Il ‘nemico da uccidere’ è certamente la sofferenza che abita il paziente e, in particolare, con il paziente grave non ci si può sottrarre ad un’embricatura di destini che accompagna la coppia analitica lungo l’intero corso della terapia. Si tratta di arrivare a condividere una follia che, a volte, ‘parla’ un linguaggio anomico, primitivo o finanche preverbale che non può dare voce all’esperienza traumatica originaria e può soltanto consentire di riviverla e di ripeterla. Di riviverla, però, e di ripeterla attraverso la relazione con l’analista: una ripetizione che, qui, può divenire l’unica forma possibile di comunicazione, in un discorso senza parole e senza voce, dove sono le identificazioni proiettive a farla da padrone e dove l’analista deve essere disposto ad ospitare, dentro la sua mente, quelle verità di cui si fanno latrici. E ‘deve essere disposto’, per quanto siano traumatiche e folli quelle verità, per quanto siano talmente perturbanti da spingere anche l’analista a sfidare la propria follia rimossa di persona (si spera) sufficientemente sana.

    Occupandosi di patologie gravi, diviene allora inevitabile affrontare e vivere la questione della neutralità dell’analista. O meglio, dell’impossibilità della neutralità: come ha osservato, nel suo linguaggio assolutamente originale,  Antonino Ferro anche il "campo" analitico si deve ammalare della malattia del paziente e l’analista si espone al contagio, per renderne possibile la trasformazione, contando solo sulla presumibile efficienza del proprio sistema immunitario psichico.

    Insomma, l’analista deve correre il rischio di "sporcarsi le mani" e deve poter esplorare spregiudicatamente i propri limiti e il limite della psicoanalisi come strumento di cura.

 

 

 

 

A proposito di questi "limiti", di questa situazione "limite" per l’analista e per lo strumento analitico stesso, che posto occupano i criteri di analizzabilità, di setting e di setting interno dell’analista?

 

    Questo, penso, implichi la necessità di considerare come all’interno della coppia analitica vi sia un’assoluta asimmetria di responsabilità (in senso etimologico di capacità di rispondere) da parte dell’analista. E, a partire da una simile osservazione, mi sono trovato a dover ripensare anche gli stessi criteri di analizzabilità.

   Non solo la patologia del paziente o la sua organizzazione strutturale divengono i criteri che stabiliscono le possibilità di intraprendere una cura analitica. Essenziale diviene anche la capacità dell’analista di assumersi la responsabilità di mantenere un setting con quello specifico paziente.

   Così, al di là del tipo di sofferenza che il paziente può portare nella stanza d’analisi, è l’analista a doversi chiedere se è in grado di ‘rispondere’, di frasi carico dei bisogni più regressivi e delle parti più afasiche e più disorganizzate di quel paziente. E si deve chiedere se il setting, soprattutto il setting interno di cui dispone, possa resistere alla turbolenza caotica delle emozioni che ci si troverà ad affrontare.

    Dalle considerazioni sul setting interno dell’analista e sul criterio di responsabilità è stato per conseguenza quasi naturale che la mia attenzione venisse a spostarsi sui fattori terapeutici della personalità dell’analista. E qui mi ha ispirato originariamente il concetto di personalità terapeutica suggerito da Gaetano Benedetti, come personalità fondata su un’autentica intenzione d’amore. Ma mi ha anche guidato la proposta di Fernando Riolo di considerare come, accanto alla necessità di conservare uno stato mentale aperto alla ricezione di ogni elemento proveniente dal paziente, la condizione indispensabile, affinché l’analista possa giungere ad una vera comprensione del paziente, è costituita dall’amore che riesce a provare, come funzione derivata dal pensiero materno, proprio per quel paziente.

Nella stanza d’analisi, ho allora incominciato ad ascoltare anche il mio modo di contenere e di interpretare e a pensare che rischiassero di essere degli esercizi di tecnica psicoanalitica se non fossero stati vitalizzati da un quid di autentico e di affettivo che mi sono rappresentato come un fattore T, un fattore di tenerezza, di amore-agape ancor prima che amore-eros. Ma mi sono anche trovato a sperimentare come, al fine di evitare le conseguenze antievolutive di un unisono narcisistico e fusionale, fosse essenziale che il vertice del fattore T venisse mantenuto nel non-ancora-pensato, nel non-ancora-conosciuto, al limite, nel mistero inconoscibile  della vita psichica, affinché il processo terapeutico possa divenire, come ogni processo di crescita, personale e creativo.

 

Queste tue ultime osservazioni ci riportano ad un precedente lavoro in cui ti interrogavi su come ripensare l’identità dell’analista nella clinica attuale ripercorrendo i concetti di transfert, controtransfert e di funzioni della teoria. Dove, nel rapporto tra rigore teorico e creatività, ti spingevi fino all’affascinante concetto di "funzione poetica ed onirica della teoria", aiutaci a comprenderlo meglio all’interno del tuo percorso clinico e professionale.

 

   Mi sembra abbastanza chiaro che il mio modo di essere analista si stesse concentrando sempre più sulla considerazione di funzioni che si proponevano come strettamente correlate alla sensibilità controtransferale dell’analista e che dovevano essere modulate sui registri della comunicazione (verbale e non verbale) del paziente.

   Seguendo Paula Heimann, mi sono allora trovato a sviluppare l’idea che il controtransfert fosse sostanzialmente la conseguenza di una necessità inconscia del paziente di far partecipe l’analista di sentimenti che prova ma che non può né riconoscere né verbalizzare. E mi si è così proposta la necessità di riuscire ad accogliere quel bisogno di verità (di credibilità) che si sprigionava dai diversi flussi transferali alimentati dal paziente: un bisogno che urlava senza parole la propria necessità di essere pensato e di trovare  un sollievo simbolico.

     Al contempo, non mi è mai sfuggita la problematicità dell’impiego terapeutico del controtransfert: non è sufficiente evocarlo per evocare l’idea di una cura. Credo che non si debba dimenticare che il controtransfert è prevalentemente inconscio e quindi richiede un costante lavoro di autoanalisi (e, in alcuni casi, anche di supervisione o di confronto con il gruppo dei colleghi), così come implica che se ne possano soltanto utilizzare i derivati: i sogni dell’analista tra le sedute, le sue risonanze somatiche, le oscillazioni di sentimenti e sensazioni vitali, le risposte alla presenza dentro di sé di emozioni distoniche ed apparentemente senza significato.

   Da qui, il passo che mi ha portato a riflettere sulla funzione delle teorie a cui ogni analista implicitamente o esplicitamente si riferisce, è stato abbastanza breve. Mi ha preoccupato l’eventualità di aggrapparsi inconsciamente (e controtransferalmente) alle teorie, assumendole come religioni dell’analista, invece di poter stabilire una relazione libera e creativa con le proprie teorie di riferimento e con la propria autobiografia professionale e formativa (il "romanzo professionale" di Laura Ambrosiano) al fine di distillarne le valenze oniriche e poetiche.

   Si è così fatta largo dentro di me la possibilità di riferirsi ad una funzione onirica e poetica della teoria, da intendere come una teoria sul paziente che si viene a creare con l’evoluzione della relazione, e che potrebbe essere possibile considerare allo stesso modo di un sogno fatto con e su quel paziente e, in fondo, evocato e sollecitato proprio da quel paziente.

    Considerata alla stessa stregua di un sogno, l’attività teorica (o forse teorizzante?) dell’analista può allora essere sottoposta ad un lavoro associativo e interpretativo  – un lavoro autoanalitico di personalizzazione della teoria –  che può anche permettere uno sviluppo tanto della personalità dell’analista, quanto delle capacità creative della coppia analitica.

La possibile embricatura tra funzioni controtransferali e funzioni ispirate dalla teoria mi ha poi portato a sviluppare l’idea che nella stanza d’analisi ogni esperienza relazionale potesse essere rappresentata attraverso un sistema di oscillazioni che, oltre a PS↔D, Cn (capacità negativa)↔Fs (fatto selezionato) e ♀↔♂, comprendesse anche una ulteriore polarità rappresentabile nei termini di Pr↔Rp (analista, Persona Reale<–>analista Romanzo Professionale). Un’oscillazione integrativa dunque, dove ad un estremo si situa la polarità definita da una presenza dell’analista come persona reale (Pr) e, all’altro estremo, è individuabile la polarità Rp (romanzo professionale) in cui sono sedimentate le teorie di riferimento, i modelli impliciti e tutte quelle vicende professionali che si sono costituite come parti creative e vitali del suo romanzo lavorativo.

    Mi sono così trovato a sviluppare l’idea  (che ho presentato al Congresso Nazionale della SPI di Siena, [a cui si rimanda per approfondimenti]) che Pr↔Rp potesse costituirsi come un elemento pregnante della funzione psicoanalitica della mente dell’analista, ponendosi come sfondo del suo controtransfert  e della possibilità di accedere ad una teorizzazione creativa e liberamente fluttuante. E, in particolare, mi sono trovato ad ipotizzare che attraverso l’oscillazione Pr↔Rp le teorie a cui l’analista si riferisce  – o produce –  vengano a svolgere funzioni simili a quelle attribuite da Bleger all’encuadre. Da una parte, allora, luoghi possibili di una trasformazione di parti meno differenziate. Dall’altra, ‘atopie’ in cui finiscono per annidarsi (o essere espulsi) i nuclei più scissi e agglutinati della sua identità, potenzialmente contaminanti anche la sua relazione con il paziente.

    Per non dilungarmi ancora, questi sono i passaggi di una riflessione che ha costituito le premesse del lavoro che presenterò a Chicago. Il titolo ne sintetizza i contenuti: "Metanalisi: i modelli psicoanalitici tra normalità e patologia (ovvero dei diversi volti delle teorie psicoanalitiche)". Insomma. sono ancora alle prese con il rapporto tra la teoria e la clinica psicoanalitica e con la questione di come la teoria prenda vita dalla clinica, potendosi dare come il prodotto creativo dell’incontro tra paziente e analista ma, a volte, anche come l’esito sintomatico del fallimento del quell’incontro.

 

 

 

 

 

Molti sono i "maestri" che appaiono in controluce nei tuoi scritti, da Bion, Winnicott, Anzieu, Bollas, Racamier … , ma andando più nel personale, quali sono stati i più vicini "compagni" di percorso nella tua formazione?

                  

   Nella mia formazione personale e professionale penso così di aver avuto la fortuna di incontrare sempre degli ambienti creativi e facilitanti.

    Come il bambino ha bisogno di un ambiente facilitante, di un ambiente che rispecchi il suo bisogno d’amore, sviluppando il suo sentimento di unicità, penso che ogni momento di crescita personale o professionale abbia parimenti bisogno di ambienti facilitanti. E’ così che io credo di aver potuto disporre a Novara, in una piccola città di provincia, di condizioni assolutamente favorevoli. Perché ho vissuto in una delle stagioni più fertili e straordinarie per le scienze psicologiche novaresi.

    Ho imparato la psichiatria, una psichiatria dal volto umano, da Eugenio Borgna, forse il più geniale rappresentante della scuola antropofenomenologica e non solo italiana. Da lui e dalla sua scuola di psichiatria ho imparato la sensibilità, il rispetto, il tatto e la simpatia per la vita interiore, per la vita emozionale dell’altro: ho imparato che ogni sofferenza psichica non è soltanto un opaco agglomerato di sintomi, ma è un’esperienza radicalmente umana, sempre dotata di senso e di una disperata intenzionalità comunicativa.

Contemporaneamente, in quella stessa epoca e in quella stessa città, era responsabile dei servizi di neuropsichiatria infantile, Marcella Balconi, una delle pioniere della psicoanalisi infantile in Italia. E con lei mi sono avvicinato alla formazione psicoanalitica ad integrazione di quella psichiatrica.

   Marcella Balconi aveva una grande visione organizzativa, disponeva di una grande intuitività psicologica, era una grande clinica, ma aveva soprattutto un sorprendente entusiasmo ed una sorprendente passione per la vita. Era animata, credo, da un’utopia illuminata, da un grande sogno: pensava che un bambino felice è il prodotto dell’amore di genitori felici e di un ambiente felice. E a loro volta, dei genitori sono felici se possono vivere in un mondo che sia sufficientemente buono e felice. E da qui il suo progetto: è necessaria una psicoanalisi per i bambini che soffrono, ma è altrettanto necessario un supporto al loro ambiente familiare. E ancora, è necessario impegnarsi per costruire un mondo che possa essere migliore. Inevitabile, per lei, è allora stato anche un impegno politico e sociale.

Ma se Eugenio Borgna e Marcella Balconi hanno contribuito a creare il primo ambiente facilitante per la mia formazione, è stata la Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università di Pavia (ispirata da psichiatri-psicoanalisti come Dario De Martis, Fausto Petrella, Francesco Barale, Michele Bezoari) ed è stato poi il Centro Milanese di Psicoanalisi che mi ha offerto nuove idee e nuove possibilità. E qui l’incontro con Franco Ferradini, Mauro Mancia, Franca Meotti, Anna Ferruta, Laura Ambrosiano, Eugenio Gaburri, Antonino Ferro, Fernanda Gardino, Adriana Pagnoni, solo per citare alcuni dei colleghi da cui ho avuto l’opportunità di imparare la bellezza della psicoanalisi come strumento di conoscenza e di cura.

   Direi però che attraverso il Centro Milanese di Psicoanalisi mi è stato consentito di incontrare un ambiente facilitante allargato: quello della Società Psicoanalitica Italiana, quello della psicoanalisi italiana, che stava e sta attraversando uno dei momenti più fertili e creativi di evoluzione teorica e clinica.

E tramite la SPI  (e l’attività dei Presidenti che si sono avvicendati dall’inizio della mia associatura sino al conseguimento dell’ordinariato: Fausto Petrella, Domenico Chianese, Fernando Riolo, Stefano Bolognini) ho avuto anche l’opportunità di arricchirmi attraverso incontri sempre stimolanti con colleghi di altri paesi: argentini e francesi, in particolare.

   Tutto questo a conferma di quel momento di verità che costituisce il nucleo del pensiero psicoanalitico: e cioè di come sia la possibilità di usufruire di un incontro autentico, con buoni oggetti e con buone esperienze, a contribuire alla crescita personale, a sviluppare il nostro sentimento di esistere e di essere noi stessi e ad alimentare la creatività del vero Sé.

 

Non dimenticando che una delle finalità del Ticho award, oltre a quella di incoraggiare lo sviluppo di pensieri originali è anche quella di favorirne l’ evoluzione, quali sono le tue opinioni sulla formazione psicoanalitica e sulla "trasmissibilità" della psicoanalisi? E, concludendo, cosa possiamo proporre al riguardo?

 

   Che cosa c’è di trasmissibile nella psicoanalisi? Penso che qui si incontri un problema. La psicoanalisi è una pratica sostanzialmente artigianale e che si impara andando a bottega. E’ allora una questione complicata quella di arrivare a diffondere e a trasmettere un sapere che si genera diversamente da una produzione industriale e al di fuori di quei meccanismi globalizzanti.

   Ad esempio, il mio Ideale dell’Io mi fa sentire più vicino al Firbairn che fatica ad allontanarsi da Edimburgo e dai suoi pazienti, piuttosto che simile ad un analista urbanizzato in una grande metropoli.

   Lacan aveva posto in maniera forte il problema della trasmissibilità, della "passe", arrivando all’affermazione paradossale che lo psicoanalista si legittima da sé. Io non riesco ad arrivare a tanto, penso che sia inevitabile e indispensabile una dimensione relazionale, l’appartenenza ad una comunità, ma credo che Lacan fosse animato da un intento soprattutto provocatorio: è difficile trasmettere un sapere artigianale, nella sua pubblicizzazione (il termine ha ancora un sapore bioniano) si rischia di snaturarlo.

   A volte, però, dobbiamo forzare la nostra natura. Dobbiamo riconoscere la molteplicità del Sé, pur nella sua unitarietà. Forse siamo abitati da una pluralità di Sé e la questione è quanto liberamente dialoghino tra di loro.

   Ad esempio: io penso di avere un Sé montanaro, che mi trascina nel silenzio delle valli delle mie montagne, quel Monte Rosa che sovrasta l’orizzonte della mia città, e mi fa amare lo sci al di fuori delle piste già tracciate e battute. Ma, forse, ho anche un Sé analitico, qualcosa che va ben al là del fascino che indubbiamente esercitano su di me le teorie, qualcosa che mi trasforma in una sorta di animale da stanza d’analisi. E non credo che sia un merito o, per lo meno, non è completamente merito mio. Sono abitato da un Sé analitico che è venuto a corrispondere ad una parte della mia natura.

   Ecco, penso che dobbiamo aiutare i nostri pazienti a riconoscere e ad avvicinarsi alla propria natura (che abbia a che fare con quel "soggetto ineffabile dell’inconscio" di cui parla Grotstein?) a quel qualcosa di essenziale e di originale che c’è al fondo di ognuno e che potrebbe fare di ognuno sé stesso.

   Con questo non  voglio dire che la natura non possa o non debba anche essere minimamente forzata. Se così fosse, non scriverei e non invierei i miei lavori ai congressi, non avrei amici tra i colleghi di tutto il mondo.

    Ecco, forse si potrebbe arrivare a pensare, che si possa tentare di esportare la propria natura, di farla incontrare con altre: questa forse è una forma di trasmissibilità di un sapere artigianale. E bisogna anche avere il coraggio della curiosità, della curiosità per le differenze, perché forse anche nel nostro Sé coabitano delle differenze che dobbiamo lasciar incontrare e che dobbiamo fa comunicare tra di loro.