Marion P.

La sessualità infantile è precoce o profonda?
Alcune condiderazioni sulla sessualità infantile nel processi di soggettivazione.

Paola Marion

I) La domanda che propongo nel titolo mette in gioco la celebre e feconda distinzione di Winnicott (1957) tra “precoce” e “profondo”. Winnicott distingue tra i due termini, riferendo il primo all’ambiente supportivo del bambino, direttamente osservabile, mentre il secondo riguarda la vita fantasmatica, il mondo interno ed emerge tramite l’indagine analitica. Così egli si esprime: “Profondo non è sinonimo di precoce perchè un infante ha bisogno di una certa maturità prima di diventare gradualmente capace di una certa profondità” (1957, p.139) e ancora: “ ‘sempre più profondo’ implica ‘sempre più precoce’ solo in misura limitata” (1957, p.140).
Parlando di sessualità infantile a cosa ci riferiamo? A quale livello la collochiamo? Precoce o profondo? E in quale tempo la inscriviamo? E’ su questo punto che si concentra il mio breve intervento.
Parlando di sessualità non considero l’aspetto conservativo, che risponde alla dotazione biologica dell’individuo, alle finalità della specie e agli scopi adattativi e, come tale, rientra nell’ordine dei bisogni. Il vertice, che qui utilizzo, si riferisce all’aspetto inconscio della sessualità infantile, il “sessuale” per gli AA. francesi, che non coincide con la maturazione e si rispecchia nell’ambito inquieto e fuggevole del desiderio. In questo senso la sessualità infantile non va intesa come un primo tempo della sessualità adulta, ma come qualcosa “di più” e “di troppo”, che non evolve secondo un piano di sviluppo, né si integra mai pienamente , ma permane come stimolo potente al lavoro trasformativo della psiche.
A differenza degli AA. francesi, però, che concepiscono la sessualità infantile come una dimensione al di fuori e al di là del tempo (e dello spazio), “un infantile senza età che non corrisponde ad alcun luogo, ad alcun tempo assegnabile” (Pontalis, 1997, p.32), l’ipotesi che propongo è che la sessualità infantile sia compresa nel tempo specifico della psicoanalisi (la Nachträglichkeit), distinto e differente dalla dimensione lineare evolutiva. Un tempo, che tornando continuamente su se stesso, interroga il precedente e apre nuove prospettive. La situazione analitica offre lo scenario più appropriato alla sua manifestazione e al suo ascolto.
L’uso del termine soggettivazione (che nasce come estensione della polarità nevrosi infantile/nevrosi di transfert), evocando il lungo cammino che accompagna l’individuo dalla culla alla tomba, si riferisce proprio all’esigenza di tenere insieme il contrasto e, contemporaneamente, la profonda interdipendenza che lega nel corso dello sviluppo le spinte più primitive alle areee più evolute della mente. Il termine insiste sul processo di assunzione della propria soggettività personale, che chiama in causa fattori interni e esterni e la loro articolazione nel funzionamento mentale dell’individuo e si riferisce alla profonda interdipendenza che lega i diversi registri dello sviluppo nella loro dimensione sincronica e diacronica (Cahn, 1998).
La sessualità umana è strettamente legata alla dimensione del tempo e proprio la sua caratteristica bifasica ha spinto Freud a immaginare e introdurre una concezione nuova e del tutto originale di temporalità (la Nacträglichkeit), che esprime uno scarto rispetto all’idea di evoluzione lineare. Il modello della sessualità, inteso come sessuale infantile, nel suo valore traumatico e di resto inelaborato, è il pilastro su cui si regge l’edificio della Nachträglichkeit. Questa dimensione temporale non solo contiene una doppia direzione del tempo, dal presente al passato e viceversa, ma si caratterizza per la trasformazione che opera sull’evento stesso (Marion, 2012). Le diverse “formazioni” attraverso cui la sessualità infantile si esprime (nel processo primario, nelle distorsioni difensive, nell’esperienza di piacere e dispiacere, nella fantasia conscia e inconscia, nel gioco delle identificazioni, nella tringolazione edipica) non si costituiscono in maniera definitiva, una volta per tutte, ma continuamente vengono riprese alla luce delle esperienze successive, in qualche modo riscritte.

II) La sessualità è la grande presente nello sviluppo dell’individuo, non solo l’accompagna, ma anche lo precede, perchè è in un atto sessuale, in una scena primaria fuori di noi e oltre noi, che affondano le nostre radici. La scena primaria alle nostre spalle (quella specifica scena primaria che ci ha generati) rappresenta il punto “irrapresentabile” della nostra origine (Green, 1995; Parson, 2009).
La sessualità umana si caratterizza per una perdita iniziale, per uno slittamento rispetto all’oggetto originario che accompagnerà la continua ricerca a ritrovarlo e a redifinirlo. In questo senso possiamo dire che le sue radici affondano nell’area del primario, in livelli primitivi della mente ancora lontani dalla rappresentazione e dalla significazione psichica. La materia di cui è fatta la sessualità adulta si nutre di questi residui e si potenzia dell’area dell’illusione, dei livelli regressivi abitati da residui pregenitali e da fantasie infantile, che premono per trovare una loro soddisfazione. In questo aspetto di perenne tensione troviamo una caratteristica della sessualità infantile, la sua qualità di residuo eccedente che accompagna e influenza l’evoluzione dello sviluppo psichico del soggetto durante la sua esistenza e nelle varie dimensioni che assume.
Freud, attraverso il concetto di psicosessualità, ha spostato l’accento sul lavoro di interpretazione, elaborazione, trasformazione che la psiche deve affrontare in virtù del suo rapporto con il corpo e che rispecchia l’articolazione dell’ordine psichico con l’ordine somatico. Alla luce degli sviluppi successivi e in virtù dell’attenzione rivolta dalla psicoanalisi alle relazioni oggettuali e alla relazione madre-bambino, il “lavoro” che la psiche deve affrontare in virtù del suo legame con il corpo è inserito in un complesso tessuto relazionale ed esperenziale. Gli stimoli che provengono dal soma si iscrivono in una rete di risposte dell’ambiente e la mente lavora incessantemente per articolare, rappresentare e dare significato a questa realtà.
Le patologie narcisistiche, i disturbi borderline e del carattere, che carattertizzano le strutture non nevrotiche di gran parte dei nostri pazienti, ci confrontano con il problema della capacità di rappresentazione, di trasformazione di ciò che ancora psichico non è, di quanto l’ambiente primario abbia sostenuto e favorito le funzioni trasformative. In questi casi la sessualità, per come può comparire nel transfert, nei sogni, nelle libere associazioni, tende a essere vista come difensiva rispetto all’ordine dei bisogni relativo alle fasi primitive dello sviluppo, che costituiscono il focus su cui si attesta l’attenzione dell’analista (Green, 1995; Fonagy, 2000, 2006; Grotstein, 2009).
Ma possiamo chiederci se c’è davvero un ordine dei bisogni o un ambiente umano nelle fasi primitive dello sviluppo isolato, non interferito dal desiderio e dalla sessualità, una “naturalità” del bisogno, come la definisce J. André (2011), pura espressione di necessità. O, ricorrendo a un’altra concettualizzazione, possiamo chiederci se davvero esiste “una sacra innocenza dell’unità narcisistica primaria” (Ogden, 2009). Se pensiamo alla forza del desiderio materno che investe il corpo del bambinio, mentre se ne prende cura, o alla sua assenza e alle conseguenze di ciò (Freud, 1905;Bollas, 2000; Lemma, 2005), dubitiamo di una così netta separazione. E ancor più ne dubitiamo se pensiamo alla “potente continuità transgenerazionale di esperienza edipica” (Ogden, 2009), che riguarda la trasmissione delle fantasie inconsce genitoriali.
Nel percorso di elaborazione immaginativa del funzionamento corporeo in fantasie la qualità della risposta materna alla spinta del bambino verso il suo possesso totale non è indifferente. La relazione con la madre non veicola, infatti, solo contenimento e holding, non sostiene solo il processo di integrazione, personalizzazione, acquisizione del senso di realtà (Winnicott, 1945). Veicola anche piacere, seduzione, o là dove questo manca, depressione, spinte antivitali, come nel mito di Edipo.

III) Edipo, appunto, continuamente oscilla tra mito e tragedia e la dimensione mitica, che della tragedia rappresenta l’antecedente, ne condiziona potentemente l’esito, più di quanto Freud abbia riconosciuto. Nel mito c’è un figlio vissuto come minaccia e non voluto, una sessualità senza piacere e senza futuro, e proprio questa esperienza di negazione e rifiuto sarà ciò che lo spingerà al suo pellegrinaggio a Delfi. Anche nella condizione umana il “complesso” è preceduto dal “mito”, da quell’ “al di qua” della nevrosi infantile di cui parla Cahn (1998) e che comprende la vasta area dei livelli psichici precoci. Il tentativo di dare espressione e forma agli stati pulsionali, a cio che viene dal corpo (gli stati di eccitazione, di cui parla Winnicott), attraverso la fantasia inconscia, si incontra con un oggetto madre o adulto che sia, fonte di nutrimento e protezione e, insieme, portatore di desiderio, seduzione, fantasie sessuali che in quell’incontro e da quell’incontro sono risvegliate e sollecitate (Salomonsson, 2012).
Propongo di pensare l’ambito della sessualità infantile come un Giano bifronte, che conserva un legame stretto con la dimensione economica del trauma (Marion, 2013) in virtù del suo legame con il corpo, con quel “di più” e “di troppo” di sensazioni, e in virtù del lavoro psichico che esse richiedono, e contemporaneamente colloca e dipana questa dimensione all’interno della relazione. Il “messaggio enigmatico” (Laplanche, 1970, 1997, 2007) della sessualità materna e/o genitoriale, il quale è enigmatico sia sul versante del bambino che dell’adulto, inflitra la comunicazione primitiva e intrude nell’universo infantile. I conflitti relativi alla sessualità genitoriale non elaborati permangono come “resto”, generatore nel bambino di tensione, inquietudine, eccitazione, ma generatore anche di una spinta creativa, che si esprime nel bisogno di “tradurre” ciò che resta oscuro, immaginarlo, fantasticarlo, rappresentarlo. Analogamente il residuo enigmatico, che caratterizza la sessualità infantile nella mente dell’individuo, è attivo nella relazione analitica, si ripropone nel transfert e interroga l’analista sulla sua (dell’analista) sessualità, sulle soluzioni, soddisfazioni, equilibri trovati fino a quel momento.
La rappresentazione di un mondo innocente, di un Paradiso perduto è una costruzione “a posteriori” che si basa su una negazione, e non solo per quanto lo sguardo della Klein ha visto e ci ha fatto vedere, ma anche per quella parte che già Freud (1905, p.528) aveva così acutamente colto e descritto, riferendosi ai rapporti tra il bambino e la persona che di lui si prende cura. Il raggiungimento del primato genitale, attraverso il “di più” di sensazioni che provengono dal corpo, non sancisce l’incontro con la sessualità che è avvenuto ben prima, bensì introduce alla sua identificazione. La consapevolezza della sessualità e del desiderio proprio e dell’altro trasforma “la beatitudine dell’ignoranza nel peccato del riconoscimento” (Bollas, 2000, p.17).
Al culmine del complesso edipico il bambino riorganizza, alla luce di ciò che di nuovo e inedito la fase genitale introduce, le precedenti modalità in cui il suo desiderio e i piaceri ricevuti si sono espresso. Così come la pubertà e la maturità genitale impongono una ristrutturazione profonda, che investe il soggetto sia nella sua dimensione verticale, relativa al mondo interno e alle strutture psichiche, sia nella dimensione orizzontale che si gioca sul piano delle relazioni. Come scrive Foresti (2013), il ruolo del complesso edipico si ripresenta in tutte la fasi-cerniera, secondo la definizione di Ferro, che accompagnano l’individuo: l’ingresso nella maturità, le vicissitudini dell’età adulta, la crisi di mezza età, la vecchiaia.
E’ ciò che succede ai nostri pazienti sollecitati dalle scadenze esistenziali che devono affrontare. Passaggi come il matrimonio, la gravidanza, la nascita di un figlio o l’adolescenza del proprio figlio – solo per ricordarne alcuni – mettono in moto la rielaborazione delle tematiche edipiche sotto una luce più complessa.
Possiamo immaginare la configurazione edipica come un deposito del tempo, sollecitata e messa in gioco dai cambiamenti che ognuno di noi deve affrontare nel corso dell’esistenza, un processo di rielaborazione continua che attraversa tutte le fasi della vita individuale: “ dare significato alla sessualità, che ci ha introdotti all’esistenza, e alla morte, che dall’esistenza ci porterà via, è un lavoro psichico che dura tutta la vita” (Parson, 2009).
Per tornare alla domanda iniziale e da cui ha preso spunto il lavoro: la sessualità infantile è precoce o profonda? Le sue radici affondano nei livelli primitivi della mente, segnati dall’irrapresentabile e dall’arcaico, “che incombono come fantasmi sull’individuo e l’analista” (Bonaminio, 2012). Tuttavia, essa è “profonda”, perchè si rivela nel lavoro fantasmatico e trasformativo del mondo interno del soggetto tramite l’indagine analitica e nella dimensione della Nachträglichkeit e il suo nucleo è sottoposto a una continua rielaborazione. Ed è “profonda” anche perchè – come dicevo all’inizio, ricordando Winnicott – si rivela solo nel momento in cui una certa maturità è raggiunta, senza che ciò significhi che non esisteva prima.

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