NYC January 12-16 2011 National APsaA Meeting: “1911-Courage to Dream-2011”

A cura di Luca Caldironi e Leide Porcu*

Anche quest’anno si è svolto a NY, all’interno della prestigiosa cornice del Waldorf Astoria Hotel, il National Meeting della APsaA (American Psychoanalytic Association).
In questa occasione l’incontro aveva anche un valore ‘storico’, in quanto ricorrenza del primo, avvenuto a Baltimora nel 1911.
Da allora in poi il pensiero ‘psicoanalitico’ ha fornito un costante contributo alla cultura Americana, ne è diventato parte integrante ed attraverso la sua lente si sono osservati, non solo i disagi emotivi ed il modo di approcciarsi ad essi, ma anche l’espressione artistica e la vita mentale nelle sue più varie espressioni.
In questo ‘meeting’, infatti, non si incontrano solo colleghi psicoanalisti, provenienti da varie aree geografiche del pianeta, ma anche operatori di una area ‘psi’ più vasta, come ricercatori impegnati nel sociale, educatori, artisti e studenti.
Il titolo di quest’anno, "Il Coraggio di Sognare", forza il nostro sguardo, sia verso un recupero storico di ciò che è accaduto e si è svolto nel passato, sia verso prospettive future, i prossimi cento anni! E per far questo, si sa, occorre tutto il ‘cor’-aggio del sogno.
Con il passare del tempo il ‘meeting’ si è arricchito sempre più di proposte ed ora, come ci ricorda il suo presidente, Warren R. Procci, con le sue più di duecento sessioni, workshops, panels … rappresenta una poderosa/ponderosa area di scambio nel ‘pensiero’ psicoanalitico.
In questa occasione, quasi per una squisita associazione tra ‘atemporalità dell’arte’ e ricorrenza storica dell’incontro, il congresso ha visto anche la partecipazione di una evocativa artista, Jane McAdam Freud, figlia di Lucian Freud, che con le sue sculture (esposte in contemporanea presso la Sundaram Tagore Gallery di NY) e le sue riflessioni sul sogno e l’opera d’arte, ha ulteriormente allargato il campo di osservazione.
Sarebbe un arduo sforzo poter riprendere tutti i temi trattati nei cinque giorni del ‘meeting’,
tanti sono stati quelli proposti. Ed è stato simpatico e curioso vedere-vederci tutti frettolosamente ‘correre’, come veri e propri ‘atleti della psicoanalisi’, da una stanza all’altra, da una riunione all’altra, per partecipare od almeno provarci, al maggior numero di incontri possibili.
In un’altra nota curiosa, possiamo dire, che, se il ‘transfert’ si esprime già da quando viene preso il primo appuntamento con un determinato analista, piuttosto che con un altro, anche il modo di registrarsi (parliamo di quello via web) al congresso, ci ha ricordato qualcosa del genere. Mi spiego meglio. Collegandosi al sito per l’iscrizione compariva una scritta di questo tipo: "da adesso in avanti avrete a disposizione 45 minuti (!!), dopo i quali la connessione sarà interrotta, accertatevi di avere già organizzato le vostre preferenze".
Il tempo a disposizione (45 min.) era evocativo ed all’interno di questo tempo ben determinato, si richiedeva la denuncia (le sovrapposizioni di orario erano eliminate automaticamente), del percorso che si intendeva intraprendere. Una sorta di ‘setting’ dove il valore delle libere associazioni era sicuramente mantenuto, ma era anche presente l’invito ad una certa pragmaticità.
Questi elementi ci sono sembrati trasparire nell’atmosfera di tutto l’incontro. La salvaguardia di un certo modo di pensare ed operare come psicoanalisti e contemporaneamente non trascurare, oltre alla realtà interna, anche altre realtà all’interno delle quali ci vediamo vivere ed operare.
Diamo ora più spazio alle libere associazioni nell’avvicinare alcuni dei temi trattati. Uno di questi è stato il rapporto tra psicoanalisi e spiritualità, dove attraverso le presentazioni della dottoressa Rizzuto e del dottor Sarnoff si sono affrontate tematiche quali quella del ‘dubbio’ e della ‘fede’.
Di quanto l’analisi di questi aspetti formino un tessuto che include le più primitive relazioni del paziente e siano, quindi, un utile strumento nello sforzo della loro ‘risoluzione’.
In altre sessioni si è approfondito il concetto di ‘loneliness’, utilizzando prospettive culturali diverse, dove non vi erano solo gli apporti, per così dire, classici della psicoanalisi (da Freud alla Klein …), ma, a questi, si accostavano altri modelli culturali (soprattutto quello Buddista) ed in particolar modo veniva favorita una feconda ibridizzazione attraverso la lettura di Milarepa.
Un gruppo di discussione molto vivo e partecipato è stato quello condotto dal dottor Fred Busch, in cui, attraverso una ricca presentazione di una situazione clinica fornita dal collega S. Kalman Kolansky, si è evidenziato l’importanza del ‘processo’ di conoscenza di sé che avviene nella terapia analitica. Processo che riveste, se non di più, la stessa importanza, rispetto al materiale che viene ‘conosciuto’. Il termine ‘processo’ di conoscenza è stato introdotto per illuminare una particolare modalità dell’analisi, centrata sul ‘come’ il paziente acquisisce una propria maggiore conoscenza di sé. L’apprendere questa possibilità diviene, quindi, la base per quella che si può definire la successiva ‘autoanalisi’ del paziente e differisce dall’aiutare semplicemente l’analizzando a comprendere le proprie fantasie e conflitti inconsci. Quello che si è venuto affermando in questa presentazione è che il ‘processo del conoscere’ è così importante come ‘ciò che diviene conosciuto’ attraverso il lavoro analitico. Attraverso un’analisi ‘sufficientemente buona’, ci si augura che l’analizzando possa apprendere e fare suo il processo del ‘come conoscere-si’, dando così l’abbrivio alla propria crescita interiore e sviluppo. Attraverso l’osservazione del ‘come’ procede il pensiero, piuttosto che dal cosa si pensa, si incrementa la capacità di riflessione ed il paziente, poco alla volta, diviene sempre più in grado di trattare i propri pensieri come eventi psichici. Si è affermato l’importanza dell’internalizzare l’uso del processo analitico, che può avvenire nel continuo ‘lavoro nel presente’ della seduta e nel osservare e fare osservare costantemente quello che accade e come accade, nel momento in cui succede.
Quali concetti sono ancora validi e quali sono superati nella teoria freudiana? Questi sono gli argomenti discussi, anche provocatoriamente, nella sessione "Freud passato e presente". Fra i presentatori, Warren S. Poland sottolinea come l’infinita ricerca del significato e la spinta ad andare sempre più in profondità fosse importante per Freud e determinante nel successo della sua impresa. Ciò nonostante, il relatore ci dice che Freud pensava di aver raggiunto il limite fra psicologia e biologia, concependo l’Invidia del Pene e la Protesta Virile, due concetti che avevano in comune il ripudio della femminilità, come fondamento biologico universale e che delineavano il limite della sua impresa. Ora comprendiamo che questi concetti non sono universali e che deve essere il dato concreto e individuale e non l’impalcatura teorica, a guidare l’investigazione psicoanalitica. Da allora, siamo diventati più consapevoli e auto riflessivi nel riconoscere che il ‘limite’ che troviamo nella nostra esplorazione non è reale, ma è, invece, il segno della nostra provvisoria incapacità di procedere oltre. La tentazione di trovare un limite ancora ci seduce, come quando per esempio, non trovando risposte all’interno della nostra disciplina, ci affidiamo in maniera semplicistica alle neuroscienze.
Nello stesso gruppo, Priscilla Roth ci ha offerto le sue riflessioni sul Complesso d’Edipo, che non è immaginato come definitivamente represso o abolito, ma come una continua presenza che va rielaborata nel corso della vita. La dottoressa Roth sottolinea inoltre che il complesso d’Edipo non è importante solo nello sviluppo della sessualità e del genere, ma soprattutto nell’articolazione di complesse relazioni con l’oggetto e nello sviluppo della personalità. Ci dà anche un esempio nel quale, la triangolazione fra coppia genitoriale e figlio, resa incandescente dall’avvento dell’adolescenza di quest’ultimo e da ciò che essa risveglia in ognuno dei membri familiari, ha messo alla prova l’equilibrio familiare attivando processi regressivi. Le triangolazioni e alleanze a due alimentavano, infatti, identificazioni e proiezioni anche con membri delle famiglie d’origine e le configurazioni edipiche si estendevano anche ai rispettivi terapisti di coppia, dove l’escluso si sentiva attaccato dal partner e dal suo terapista, in un caleidoscopio di relazioni e recriminazioni che poi venivano districate in terapia. Sembrerebbe tipico, negli scenari familiari occidentali, il desiderio di ciascuno di voler vivere l’illusione edipica che la ‘madre’ amerà solo lui/lei. Ognuno, quindi, sente il dolore intollerabile dell’escluso e vorrebbe uccidere l’odiato rivale, perché c’è solo spazio per due. Così, seguendo l’esposizione, si vengono ad aprire due scenari paralizzanti e mai completamente risolti: da un lato è intollerabile che l’oggetto del mio amore ‘non ami solo me’; dall’altro, se poi questo fosse vero, il mio mondo sarebbe distrutto, non ci sarebbe più ‘madre o padre o figlio’, e questo sarebbe pure intollerabile. Si ha il bisogno della triangolazione, ma non ci si stanca mai di volerla distruggere: si vuole libero accesso all’oggetto d’amore, eppure è la struttura stessa che ce ne limita l’accesso, che ci fa crescere. Dal momento in cui la madre non è più solo ‘parte-oggetto’, ‘corpo’ e ‘seno’, ma un tutto che è separato e non è più ‘parte di me’, ella diviene ‘l’altro’, una mente separata che può concepire oltre a me anche l’idea e il desiderio di un altro. Così, fin dall’inizio, l’illusione del completo possesso dell’oggetto ideale non può essere mantenuta, ma, la fantasia di essere uniti perdura, così oscilliamo fra accettazione della realtà e suo disconoscimento e ogni volta che comprendiamo che il mondo non è come lo immaginavamo, siamo colti di sorpresa e dobbiamo pezzo per pezzo ricostruirci.
Il panel "Dissociazione e la relazione Psicoanalitica ", presieduto da Jeffrey Prager, include le presentazioni di Robert D. Stolorow, Philip M. Bromberg, Jody Davies, e Peter L. Goldberg. Questa conferenza ha aiutato a ridurre il divario fra teoria e pratica, infatti incontriamo spesso, a livello clinico, fenomeni di dissociazione, ma la teoria analitica non approfondisce questo argomento, dando invece centralità alla rimozione, secondo un modello che parte da uno ‘stimolo eccessivo/repressione/sintomo nevrotico’. La dissociazione come fenomeno patologico consiste in ciò che inizialmente Pierre Jenet attribuiva ad una classe di pazienti che presentavano diversi stati di sè (self states), un modo per sviare il trauma ed essere ‘in due menti’.
Secondo Stolorow, il trauma irrompe lo spazio temporale e crea un mondo a parte; è un rifiuto dell’esperienza e della sua interpretazione simbolica, creando una visione tunnel che esclude tutto ciò che è insopportabile e terrificante. Il trauma isola la persona nella sua esperienza incomunicabile e distrugge la temporalità lineare perché la persona traumatizzata si ritrova continuamente a rivivere l’esperienza traumatica; nella trappola dell’eterno ritorno, il passato e il presente perdono significato.
Per Philip M. Bromberg, la dissociazione traumatica non deve essere confusa con esperienze nevrotiche che producono conflitto intrapsichico e rimozione, perché il trauma, che la produce, non può essere elaborato e contenuto con la repressione, ma viene invece incapsulato in uno stato di sé alternativo. Egli chiarisce che non si può definire a priori cosa sia traumatico e che bisogna considerare il trauma al livello della ricezione: non c’è il ‘traumatico in sé’, ma dipende da come l’esperienza viene elaborata. Finché, durante il flusso dell’esperienza, la sicurezza affettiva è mantenuta, ciò che è nuovo e inaspettato non produce trauma. Ma ciò che eccede e non può essere contenuto senza destabilizzare, viene registrato in un altro livello di realtà e viene isolato. Bromberg sottolinea che lo spazio mentale che percepisce il nuovo (favorendo la crescita personale) è vicino allo spazio che percepisce il nuovo-terrificante (che produce il trauma) e come il movimento terapeutico, promuovendo il movimento verso l’ignoto, può potenzialmente ri-traumatizzare.
Peter L. Goldberg aggiunge alla discussione l’idea che la dissociazione, a differenza della rimozione caratteristica dell”isterismo’, è un tipo di funzionamento mentale separato dalle associazioni d’idee ed è l’antitesi della rappresentazione simbolica e del processo relazionale; è una ‘distrazione perpetua’, che rimuove la persona dai legami interiori e da quelli interpersonali. Egli suggerisce un approccio terapeutico attivo, dove il terapeuta indica al paziente quando la dissociazione sta avvenendo e quando possibile lo riporta alla consapevolezza di sentimenti e sensazioni. Per esempio, si chiede al paziente di far attenzione a cosa prova e pensa quando giocherella distrattamente con qualcosa, o gli si chiede di provare a parlare più lentamente. Questa procedura può anche essere disorganizzante, poiché il paziente è mobilitato a mantenere il suo equilibrio con la dissociazione e ad abortire le associazioni pericolose.
Jody Davies mette a fuoco un altro aspetto dei processi dissociativi; per lei, la dissociazione non solo caratterizza un cambiamento nella coscienza, ma anche un cambiamento nelle relazioni con l’oggetto (object relations). Come i suoi colleghi, lei individua tre forme di dissociazione; la prima è la dissociazione normativa, quella impercettibile transizione da uno stato all’altro, che per esempio caratterizza il nostro quotidiano flessibile passaggio da uno stato all’altro in diversi contesti, per esempio da quello professionale a quello familiare. Il secondo tipo di dissociazione è basato sul conflitto, in cui una parte diventa incompatibile e viene, quindi, rimossa dalla coscienza con parziale consapevolezza. Per esempio, una figlia potrebbe internalizzare in maniera conflittuale configurazioni di sè/altri che si basano su contrastanti ideologie familiari. Come se, per esempio, suo padre sostenesse che le donne dovrebbero stare a casa, mentre sua madre apertamente appoggiasse la visione del padre, ma tacitamente lasciasse invece intendere che le donne dovrebbero lavorare. Una terza forma è la dissociazione traumatica, che non è in continuità con la precedente, perché, in questa, l’esperienza è stata così oltraggiosa che non può essere integrata o rimossa, ma rimane inaccessibile anche nei sogni e nelle fantasie, non potendo, quindi, essere metabolizzata. L’esperienza traumatica appare in terapia in frammenti improvvisi e sregolati: sapori, odori, e sensazioni che a volte, inizialmente, sembrano incomprensibili e producono l’effetto di un ‘computer piantato’.
La parte conclusiva della conferenza vede partecipare un pubblico attivo, che introduce nuovi elementi, come la frequenza di disordini alimentari ed abuso di droghe nelle persone che soffrono di disturbi dissociativi. Infatti, per questi individui spesso, sostanze, cibo, e altre dipendenze, occupano il posto delle relazioni umane, e sono sicuramente meno complicate da gestire e vissute come meno dolorose. Un altro aspetto discusso è stato la prevalenza dell’esperienza della vergogna nella terapia dei processi dissociativi, un’esperienza che coinvolge sia il paziente traumatizzato che il terapeuta; il paziente ricorda e ricostruisce esperienze che gli producono umiliazione nel presente e il terapeuta, incoraggiando la rielaborazione e testimoniando questa esperienza, a sua volta si sente umiliato. Per la dottoressa Davies, stati dissociati sono visibili nell’intonazione e manierismo del paziente, ma spesso sono percepiti inizialmente dal terapeuta come un cambiamento del suo stato interiore; a quel punto il terapeuta cerca fuori di sé l’origine di questo cambiamento interiore e spostando l’attenzione sul paziente, riconosce che il paziente ha appena avuto un cambiamento di stato. Il tipo di attenzione necessaria quando si lavora con la dissociazione non è l’attenzione uniforme e sospesa (‘evenly hovering attention’), che favorisce la ricettività a fantasie e proiezioni-quella che Freud consigliava-è necessario invece un allargamento della nostra attenzione e la creazione di un campo nel quale il paziente possa rispondere. Il terapeuta attivamente chiede di comunicare con la parte dissociata, specialmente quando è la terapia a produrre dissociazione. Per esempio il terapeuta può intervenire e tentare di ristabilire un legame dopo una rottura, con un intervento come questo: "L’ultima cosa che ho detto ti ha infastidito e ora sei lontano. Potresti tornare e dirmi come ti sei sentito?" A queste difficoltà si unisce il fatto che spesso il paziente non integra e non ricorda ciò che ha comunicato in uno stato di dissociazione. Paradossalmente, per poter simbolizzare gli elementi dissociati, bisogna costruire quei legami che la dissociazione nega. Quindi il delicato compito del terapeuta sta nel creare un ambiente abbastanza sicuro dove far emergere e percepire questi elementi e nell’aiutare il paziente a percepirli ed elaborarli.
Nella sessione plenaria presieduta dal dottor Warren R. Procci, la dottoressa Gourguechon, ha posto in rilievo quanto sia importante per la ‘psicoanalisi’ fornire un apporto, sia nel commentare ciò che accade nella società, che nel patrocinarne cambiamenti. Nella sua dettagliata presentazione si è infatti evidenziato quanto queste ‘incursioni nel sociale’ possano arricchire, sia il campo degli operatori ‘psi’, che i differenti fruitori nelle varie aree di intervento. Si è inoltre differenziato riguardo l’uso della psicoanalisi all’interno di una comunità ed il suo uso per un’analisi della comunità stessa. Non ci si è limitati all’osservazione dei fenomeni gruppali, ma ci si è spinti verso un utilizzo del pensiero psicoanalitico nel campo sociale in tutte le sue declinazioni. Si è, inoltre, cercato di individuare gli strumenti necessari per poter essere più incisivi nella comunicazione, compreso l’utilizzo dei nuovi media, lettere agli editori, blog, interviste. Ed a proposito di questo, un workshop a parte, è stato dedicato all’uso, da parte dell’analista, di forme di comunicazione, quali interviste, sia telefoniche che televisive, quali momenti di promozione di un proprio campo di sapere e di una propria modalità di pensiero.
Questi ultimi riferimenti ci hanno fatto molto riflettere su come, per quanto il pensiero psicoanalitico permei la società americana e con essa più in generale gran parte del mondo occidentale, coloro che lo praticano incontrino difficoltà nel promuoverlo. Molti giovani, infatti, sono attratti da altre forme di intervento che vengono definite come ‘evidence based,’ ovvero, convalidate come efficaci con specifici parametri nella ricerca scientifica.
Tutto ciò crediamo che, tutt’altro che demoralizzarci, possa rappresentare una stimolante sfida, non solo per un confronto individuale, ma anche per spingerci ad azzardare sempre più una nostra presenza nel sociale.

* Institute for Psychoanalytic Training and Research, I.P.T.A.R., I.P.A. member (NYC)