1-3 Marzo 2013 FRANCOFORTE 14a Joseph Sandler Psychoanalytic Research Conference

FINDING THE BODY IN THE MIND

All’inizio di Marzo si è svolta a Francoforte la 14a edizione della Joseph Sandler Conference, inaugurata negli anni ’80 da Joseph Sandler per offrire uno spazio di discussione ai ricercatori di matrice psicoanalitica. I resoconti delle diverse relazioni sono di necessità molto sintetici e lacunosi, oltre che soggettivi. Dovrebbero però permettere ai colleghi di rendersi conto se il lavoro rientra nei loro interessi e quindi eventualmente scrivere all’autore per richiedere la relazione. Esporrò i lavori nell’ordine in cui sono stati presentati, riportando ovviamente tra le sessioni parallele quelle cui ho partecipato. Alcune brevi riflessioni personali sono tra parentesi quadre [ ].

 

SIRI GULLESTAD, OSLO ha presentato un lavoro dal titolo Finding the mind in the body (Ritrovare la mente nel corpo). L’inversione dei termini rispetto al titolo della Conferenza sta appunto ad indicare quello che sarà un tema fondamentale anche di altri lavori, il ritrovare nel funzionamento del corpo una incarnazione (embodiment) della storia relazionale dell’individuo e un funzionamento di tipo “mentale”.  Il lavoro esamina gli effetti del trauma sul funzionamento mentale e corporeo: ad esempio un “chiudersi” può tradursi sul piano corporeo in una difficoltà a respirare, su quello mentale in una difficoltà a sperimentare gli affetti. I riferimenti sono all’Analisi del Carattere di Wilhelm Reich, che comprende anche aspetti corporei, fino ai Modi di Essere con l’Altro di Stern. Nel caso clinico presentato un atteggiamento distanziante si esprime sia nel linguaggio (parla di sé in terza persona) che nella postura del corpo; entrambe le dimensioni si modificano a seguito del trattamento analitico.

 

BRADLEY PETERSON, New York

Ritrovare la Mente nel Corpo: studio su bambini a rischio. Il lavoro parte dalla constatazione che qualunque studio di brain imaging su persone già affette da disturbi mentali confonde inevitabilmente cause ed effetti: le alterazioni riscontrate possono essere predisponenti al disturbo o, al contrario, secondarie al disturbo e/o al suo trattamento. Si può evitare questo problema studiando bambini a rischio non ancora sintomatici.
Lo studio si è svolto su bambini figli di genitori depressi, che nella letteratura mostrano un rischio 4-5 volte maggiore di incorrere in depressione, con esordio anticipato, tra i 15 e i 25 anni. Misure di brain imaging, effettuate tra i 6 e i 10 anni, hanno riscontrato in 62 casi su 66 le seguenti alterazioni anatomiche:

– assottigliamento del 30% della corteccia laterale destra

– assottigliamento del 30% della corteccia mediale sinistra

– ispessimento del 30% della corteccia mediale destra

Non c’è differenza tra i soggetti che in seguito vanno incontro ad episodi clinici e gli altri. Evidentemente altri fattori determinano l’esito clinico. Non si può dire se l’origine delle alterazioni sia genetica o relazionale, perché nessuna misura è stata effettuata prima dei 6 anni. Come atteso l’incidenza di depressione nel gruppo ad alto rischio è 5 volte superiore a dei controlli. L’effetto delle alterazioni anatomiche sull’incidenza di depressione viene spiegata attraverso la relazione delle prime con: inattenzione, difettosa funzione visuospaziale e della memoria visiva. Tali deficit possono comportare difficoltà sia nelle relazioni sociali che nell’elaborazione degli stimoli emozionali (alessitimia) con conseguente aumento del rischio di depressione. Sul piano funzionale si è riscontrata nei soggetti a rischio una maggiore attivazione corticale nell’effettuare compiti di discriminazione spaziale (possibile conferma di una maggiore difficoltà). I soggetti che dopo i 25 anni stanno ancora bene (quindi presumibilmente destinati a non ammalarsi) mostrano una maggiore attività in questi compiti della corteccia limbica anteriore, che potrebbe costituire un aspetto compensatorio, di resilience. Il discussant Peter Henningsen, di Monaco, ha definito l’assottigliamento della corteccia riscontrato in questi studi come una storia incarnata (embodied) delle interazioni.

 

MARK SOLMS, Cape Town, Sudafrica. L’Es cosciente. Il lavoro è pubblicato in forma di articolo su Brain Sciences

Viene formulato un parallelo trala rappresentazione del corpo da parte del cervello, nelle neuroscienze, e quella della metapsicologia freudiana (seconda topica).

  1) Il cervello rappresenta il corpo in due modalità:

a) La superficie esterna del corpo, con l’homunculus della corteccia parietale

b) un’immagine globale del corpo, che ha a che fare con il vissuto emozionale, registrata in strutture più profonde, primitive, quali il nucleo del tratto solitario, l’ipotalamo, il grigio periacqueduttale.

L’immagine globale del corpo registrata a livello del troncoencefalo è contrassegnata dall’affetto, in termini non specifici, ma anzitutto di piacere/dispiacere, che costituisce la coscienza di base: come sto (bene/male). In particolare il grigio periaqueduttale è connesso nella parte anteriore con l’estremo piacere (orgasmo) nella parte posteriore con l’estremo dolore.

Anche se perdiamo le diverse sensibilità (vista, udito, somestesia), possiamo sentire ancora di ESSERE. Questo è stato visto anche empiricamente in persone che avevano perduto le sensibilità esterne.

   2) Anche l’Io e l’Es rappresentano il corpo in 2 modi diversi.

L’Io lo rappresenta come homunculus, è la proiezione della superficie esterna.

L’Es rappresenta l’interno, è tagliato fuori dal mondo esterno (tranne per le zone erogene, che sono sue emanazioni). Obbedisce al principio del piacere. E’ la sede di angosce anche filogenetiche, come quelle legate alla scena primaria o all’angoscia di evirazione. Si può formulare un parallelo anche con preconcezioni di Bion. La conclusione è che secondo la neuroanatomia la coscienza proviene dall’Es. Bambini nati senza corteccia appaiono coscienti e mostrano diverse emozioni, pur essendo ciechi, sordi, muti. [Possibile critica rispetto al voler mettere direttamente in collegamento la metapsicologia freudiana e le odierne neuroscienze, saltando sia gli sviluppi più recenti della psicoanalisi, sia il resto della psicologia, in particolare cognitiva ed evolutiva. La diatriba è stata oggetto di un numero monografico del Giornale Italiano di Psicologia, 2010, 37, 1].

 

ROLF PFEIFER, Zurich

Scoprire il corpo nelle scienze cognitive: la rivoluzione dell’embodiment
L’autore è un informatico e scienziato cognitivo, collabora in con Marianne Leutzinger Bohleber. Suo interesse preminente è il ruolo dell’embodiment, di una dimensione corporea, nello sviluppo dei processi cognitivi. Punto di partenza è che la visione classica dei processi cognitivi come una forma di calcolo, sul modello stimolo – elaborazione – risposta, è del tutto inadeguata. I processi cognitivi partono da un’azione del soggetto. Le piante, che non si muovono, non sanno che farsene di un cervello.    Si tenta di capire meglio come stanno le cose mediante la costruzione di robot, che simulano non solo un pensiero astratto, ma anche il corpo e il movimento. Se si guarda solo al cervello non si capisce niente: il controllo dei processi cognitivi e dei movimenti non è solo nel cervello ma in tutto il corpo. Un comune robot costruito per camminare, cammina appunto da robot, in modo meccanico e disarmonico, perché tutto il movimento è soggetto ad un controllo centrale, come se nell’essere umano tutto fosse coordinato dal cervello. Si può invece costruire un robot senza motore e senza controllo centrale, che cammina su di un piano inclinato per come sono costruite le “gambe”: cammina in modo molto più simile all’essere umano. Se aggiungiamo un sensore plantare al robot di cui sopra, cammina anche in piano, sempre in modo armonico, “umano”. Camminare nell’uomo non è soggetto ad un controllo centrale. C’è una memoria del movimento diffusa in tutto il corpo. Il controllo centrale serve solo per stare in equilibrio. La memoria non è solo nel cervello ma è diffusa in tutto l’organismo. Un’altra fondamentale differenza tra il computer e l’essere vivente è che il computer sta lì ad aspettare i comandi, mentre l’essere vivente è sempre in azione, un’azione che comporta degli stimoli sensoriali. Ne deriva una grande importanza del coordinamento sensomotorio.

 

MARIANNE LEUTZINGER-BOHLEBER, Frankfurt, discutendo la relazione precedente, ha cercato di evidenziare la Rilevanza clinica della memoria incarnata (embodied). In particolare ha sottolineato l’utilità del lettino analitico nel (ri)costruire memorie sensomotorie, poiché l’immobilità sul lettino aiuta a simulare mentalmente. Ha anche fornito esempi di come il cambiamento di “metafore incarnate” possa essere un indicatore di cambiamenti transferali nel percorso psicoanalitico.

 

ALESSANDRA LEMMA, Londra

Il corpo che si ha e il corpo che si è: comprendere il bisogno del transessuale di essere visto. Le posizioni sui transessuali sono in genere estreme e ideologizzate, e prescindono da una conoscenza reale della situazione. Le conoscenze sui transessuali ottenute dai soggetti che vengono in analisi non sono rappresentative perché riguardano quella piccola fascia che chiede un’analisi, evidentemente per un disagio.Il lavoro è basato su 8 cicli di colloqui con altrettanti transessuali che stavano effettuando il percorso verso l’intervento chirurgico. Il dato fondamentale emerso nelle interviste è che la sensazione di una distanza tra l’identità sessuale e il corpo reale sia secondaria ad una carenza nel sentirsi visti, cioènel rispecchiamento e nella mentalizzazione del loro corpo da parte dell’accudente. Il travestirsi viene visto come richiesta di attenzione, di carezze, e come un modo di comunicare come ci si sente incongrui senza il rispecchiamento materno. All’inizio dei colloqui era evidente una fretta, una necessità stringente dell’intervento, riferibile appunto a colmare in questo modo questa mancanza. Il riconoscimento avuto nei colloqui ha ridotto questa fretta.   E’ stato infine ricordato che la maggior parte dei transessuali dopo l’intervento trovano un adattamento soddisfacente

 

JOHANNES LEHTONEN, Helsinki

Gli effetti neurofisiologici dell’allattamento al seno

Il lavoro nasce dalla constatazione della centralità dell’esperienza dell’alimentazione nei primi mesi di vita: oltre a fornire l’indispensabile nutrizione, ha anche un effetto calmante, accudente, e colma la distanza con il mondo esterno. Sono state studiatele attività EEG occipitale, parietale e temporale di bambini da 0 a 24 settimane durante l’allattamento. Nel corso dell’allattamento è risultata presente un’attività ritmica theta (4-6 Hz) diffusa nelle diverse aree corticali fino a 3 mesi. In seguito questo effetto diventa progressivamente meno evidente. L’attività theta viene interpretata come una integrazione delle diverse attività e una sua connessione con una esperienza altamente piacevole e di soddisfacimento istintuale: la base per una rappresentazione piacevole del sé corporeo. L’effetto è analogo nell’allattamento con il biberon, ma meno marcato.

 

EMANUELA QUAGLIATA, Roma

(Società Psicoanalitica Italiana, Centro di Psicoanalisi Romano)

Fattori immunologici nell’aborto spontaneo ricorrente e infertilità

Questa ricerca si è sviluppata da una specifica area di interesse clinico che riguarda l’esplorazione dello stato mentale delle donne con una storia di aborti spontanei. L’esperienza di un aborto, la minaccia di una nuova perdita e il timore di una diagnosi di infertilità minacciano l’identità della donna e la fiducia nelle sue capacità creative come anche la stabilità della coppia, sottoposta a forti tensioni. Tra le cause più frequenti dell’aborto ricorrente si trovano malattie di natura autoimmune: la ricerca approfondisce da una prospettiva psicoanalitica lo stato mentale ed emotivo e in particolare l’angoscia, il trauma e la depressione, e in che misura il fatto che nei precedenti aborti non fosse stata identificata una causa fisica specifica possa aver contribuito a una intensificazione dell’angoscia delle pazienti.Sono stati svolti da 5 a 12 colloqui a orientamento psicoanalitico, con la coppia o con la donna nel corso di una nuova gravidanza, che hanno avuto anche uno scopo preventivo, nella misura in cui hanno consentito una comprensione e un contenimento dei conflitti e delle angosce legate ai timori e all’incertezza e una necessaria elaborazione del lutto delle precedenti perdite. I colloqui, da 5 a 12, si sono svolti in occasione di ecografie di controllo. E’ stato svolto un ultimo colloquio dopo la nascita del bambino, con un follow-up a anno e a tre anni. I soggetti finora esaminati sono stati 8 donne primipare con storia di 2 o 3 aborti. I colloqui sono stati analizzati con la grounded theory, “una metodologia di analisi comparativa che applica sistematicamente un insieme di metodi che generano una teoria relativa ad un’area sostantiva”. Sono stati anche presentati due casi esemplificativi e delle osservazioni sul formarsi della relazione tra madre e figlio nei quali si potevano evidenziare problemi legati all’alimentazione e al processo di separazione.

 

PATRICK LUYTEN, Università di Louvain, Belgio

L’Embodiment nei disturbi somatici funzionali

(articolo recente: P. Luyten, B. Van Houdenhove, A. Lemma, M. Targetand P. Fonagy. A mentalization-based approach to the understanding and treatment of functional somatic disorders. Psychoanalytic Psychotherapy, Vol. 26, No. 2, 121–140)

Il lavoro parte dal concetto di mentalizzazione incarnata (embodied mentalization), che implica un funzionamento mentale legato al corpo e un funzionamento del corpo legato alle relazioni interpersonali. Disturbi nelle relazioni di attaccamento e traumi possono portare a iper-, pseudo- o ipo-mentalizzazione, che si verificano a scopo difensivo e che comportano un danno della mentalizzazione incarnata e al riemergere di modalità non mentalizzanti (equivalenza psichica). Di fronte a una minaccia i soggetti Sicuri attivano il sistema dell’Attaccamento, e questo comporta: aumento dell’ossitocina, che riduce la risposta allo stress e facilita la mentalizzazione; regolazione dell’emozione; attivazione di una mentalizzazione controllata (né iper- né ipo-) Anche gli Insicuri attivano il sistema dell’Attaccamento, ma questo porta a reazioni controproducenti, nelle due direzioni:
– iperattivazione [Ansiosi]: ci si aggrappa agli altri in modo disfunzionale, idealizzazione/denigrazione; si ha una iperattivazione dei circuiti dello stress; si ha una focalizzazione sull’affetto, mentre vengono trascurati i processi cognitivi;
– ipo-attivazione [Evitanti]: dissociazione tra lo stress soggettivamente percepito e quello corporeo; focalizzazione sui processi cognitivi, viene trascurato l’affetto.

In entrambi i casi viene danneggiata la mentalizzazione, con conseguenti: alessitimia; ridotta teoria della mente; bassi livelli di Funzione Riflessiva. Si reinstaura quindi la modalità Equivalenza Psichica, e ne deriva una pressione a esternalizzare nel transfert o nel corpo parti del sé divenute aliene, non mentalizzate (ad es. non mi sento rifiutato: sento un dolore). Viene quindi proposto un nuovo trattamento dei Disturbi Somatici Funzionali, la Terapia Dinamica Interpersonale, che si focalizza su: Rappresentazione del Sé; Rappresentazione dell’Oggetto; Affetto che lega Sé ed Oggetto. Viene dato spazio a: riconoscimento e differenziazione degli Affetti; collegamento degli affetti alle relazioni interpersonali; evidenziazione del prezzo delle strategie difensive. La Terapia dura 16 sedute: vengono svolti dei corsi di 3 giorni (per professionisti già abilitati come psicoterapeuti), gli interessati possono scrivere all’indirizzo sopra indicato.

 

VITTORIO GALLESE, Univ. Parma

Trovare il corpo nel cervello
Il lavoro prende le mosse dalla consapevolezza che non soloil cervello è corpo, ma che è strettamente legato al resto del corpo. Non è una scatola che fa information processing per suo conto. Si pone invece in posizione critica rispetto ad alcune correnti della psicologia cognitiva che vedono il capire gli altri essenzialmente come spiegare in termini mentali comportamenti apparentemente oscuri, quali intenzioni, desideri ecc. che si nascondono dietro un comportamento. L’operazione dovrebbe quindi utilizzare strumenti complessi quali la Teoria della Mente, il linguaggio simbolico ecc., ad un livello metarappresentazionale come espresso nella proposizione: io so che tu sai che io so ecc. C’è anche l’idea di un grande divario tra una mente e un’altra. In questa ottica si vanno quindi studiare le aree corticali che ospitano desideri e credenze, come la Giunzione Temporo-Parietale. E’ stato invece dimostrato che in caso di distruzione di queste aree non si perde la capacità di capire gli altri.Il rapporto con l’altro è in realtà anche ad un livello molto più immediato, che implica il corpo. Non c’è una posizione di distacco, come quando osserviamo un oggetto inanimato ma si tratta di mapping the other onto the self, sovrapporre l’altro a noi stessi. L’operazione di conoscenza implica una replica in se stessi dell’esperienza dell’altro, parallelamente a una differenziazione Io/altro. A questo livello non c’è un grande divario tra una mente e l’altra.

In questa operazione entrano in gioco i cosiddetti neuroni specchio. Questi si attivano

a) quando si compie un’azione finalizzata, sia che l’azione venga compiuta dal soggetto, sia che la veda compiere da altri. Si attivano anche attraverso modalità non visive, tipo sentire il rumore di un’azione (rompere una noce), oppure leggere la narrazione di un’azione;

b) nello sperimentare emozioni e nel vederle negli altri

In entrambi i casi si utilizzano le proprie rappresentazioni formattate secondo un codice corporeo (bodily formatted representations) [codice subsimbolico in Wilma Bucci] per capire quelle dell’altro. Il formato rappresentazionale corporeo, che viene anche chimato simulazione incarnata, comprende aspetti motori, viscero-motori, somatosensoriali, che lo distinguono da una rappresentazione proposizionale. Questo formato pone dei limiti a come e cosa si può rappresentare attraverso di esso:

– offre un quadro unificato degli aspetti preverbali delle relazioni interpersonali

– può offrire una nuova definizione dei processi psicopatologici, visti come secondari a un deficit di questo formato: autismo, schizofrenia, anoressia, morbo di Crohn.

 

COMMENTI CONCLUSIVI

 

ROBERT EMDE, Denver, U.S.A

Ha sottolineato i punti seguenti, che si possono astrarre dalle diverse relazioni presentate:

– la possibilità di riconcettualizzare le pulsioni come motivazioni multidimensionali incarnate, su base affettiva;

– l’importanza degli affetti positivi, sorpresa, sorriso, interesse;

– una visione relazionale del corpo: we-go anziché E-go

– un riconoscimento di come la costituzione dell’individuo venga influenzata dal nostro ambiente relazionale;

– una concettualizzazione dei disturbi mentali come percorsi evolutivi multicausali

 

MARY TARGET, London

Ha soprattutto cercato applicazioni dei concetti formulati nelle relazioni all’interno del lavoro psicoanalitico/psicoterapeutico:

– Importanza in psicoterapia/psicoanalisi di dare significato, riconoscimento, formulazione agli stati mentali

– importanza di rappresentare nella propria mente l’esperienza del paziente.

– importanza nel trattamento della comprensione da parte del paziente di cosa fa l’analista, come modo di imparare a svolgere in proprio le stesse funzioni [mi sembra che Antonino Ferro abbia espresso concetti analoghi in diversi lavori].

– forse in analisi non è tanto importante il significato che si dà ma la funzione che si svolge. In modo incarnato.