17-19 maggio 2013 FIRENZE II Congresso dell’Associazione Culturale Sándor Ferenczi

IL DIARIO CLINICO OGGI

II Congresso dell’Associazione Culturale Sándor Ferenczi

Firenze 17-19 maggio 2013

Report a cura di Antonella Granieri 

A Firenze, nella suggestiva sede degli Uffizi, Salone Magliabechiano, ha avuto inizio il II Congresso dell’Associazione Culturale Sándor Ferenczi, dal titolo “Il diario clinico oggi”, protrattosi dal 17 al 19 maggio 2013.

Apre le giornate di studio la puntuale ricostruzione storica di Carlo Bonomi (I.P.A.H. S.Sullivan). Presidente del Convegno e Vicepresidente dell’Associazione, che ha ricordato le vicissitudini del Diario Clinico, prima di concentrarsi nello specifico sul tema dell’insensibilità traumatica, a suo avviso punto di congiunzione tra questo scritto e l’autoanalisi di Freud. Il Diario Clinico, secondo Bonomi, si presenta sin dagli inizi come un viaggio diretto al cuore dei processi di scissione e frammentazione, scritto al culmine di intense turbolenze – a tratti veri e propri conflitti – tra Ferenczi e Freud sul modo di intendere e praticare la psicoanalisi. Interesse profondo di Ferenczi è ripensare la relazione tra teoria e pratica nel processo analitico. Fattore centrale nell’incontro terapeutico diviene per lui la risposta affettiva dell’analista e la possibilità di quest’ultimo di tenerne conto nel prosieguo dell’analisi. In sostanza, le sedute divengono luogo di ripetizione e riparazione, ma non solo. Punto centrale rispetto alle finalità di una analisi è quello di creare le condizioni per trasformare le tendenze alla ripetizione in ricordi. Sull’onda di questo sforzo avviene l’incontro di Ferenczi con il mondo della frammentazione traumatica della vita mentale, percorso, questo, che lo porta a riflettere – e non solo – sull’analisi reciproca, un potente dispositivo per intercettare aspetti psichici dell’analista che il paziente percepisce come insensibili e che, laddove non lavorati, possono fare arenare il processo terapeutico stesso. Secondo Bonomi, Ferenczi riuscirà a creare un nuovo linguaggio per il trauma solo nel momento in cui sarà in grado di dissolvere il suo vincolo inconscio con Freud. Un nuovo linguaggio la cui parola chiave sarà la “scissione narcisistica del sé”, un sé diviso in una parte sofferente e in una parte che osserva e conosce tutto, ma non prova alcuna emozione. La scissione tra intelletto e vita emotiva crea il campo in cui matura la riflessione del pensiero psicoanalitico espresso nel Diario Clinico.

Segue la stimolante relazione di Franco Borgogno (S.P.I.), attuale Presidente dell’Associazione, che invita i partecipanti a leggere l’opera originale di Sándor Ferenczi con uno sguardo rivolto al suo percorso al fine di cogliere le trasformazioni in cui si esprime lo spirito singolare e unico di questo Autore. Borgogno si concentra su due punti centrali nell’opera di Ferenczi inerenti le condizioni imprescindibili affinché un processo analitico sia davvero tale. La prima ha a che fare con il fatto che gli analisti, come i pazienti, “vengono da lontano” e possono “incontrare autenticamente il paziente solo se ricordano il proprio passato” e come sono “lentamente cresciuti ed evoluti nella relazione con l’altro”. Non solo: “anche l’analista è stato a sua volta paziente”, punto di partenza della sua formazione. La seconda sottolinea che un analista deve poter “prendere su di sé la sofferenza del paziente”, poiché il sapere analitico non può risolversi in un sapere puramente intellettuale, incapace di accogliere “gli aspetti viscerali”. Interessante la punteggiatura storica con cui Borgogno esplicita il lungo lavoro compiuto dalle diverse comunità psicoanalitiche affinché questo secondo passaggio, messo in luce in modo specifico nel Diario, sia potuto diventare eredità clinica spendibile nell’attualità della situazione analitica. Solo se l’analista accetta di poter essere “trasformato nel e dal processo analitico” si creano i presupposti per le eventuali trasformazioni del paziente, risultato congiunto del lavoro di working-through del paziente e dell’analista, aspetto centrale del pensiero clinico ferencziano. Borgogno si riferisce, in accordo con Ferenczi, a un “diventare temporaneamente il paziente a insaputa dell’analista stesso”, momento necessario per poter poi, recuperata la propria identità di analista, restituire al paziente aspetti dissociati, spesso non inscritti psichicamente e non esprimibili in parole. In questa cornice l’analisi reciproca a cui Ferenczi approda può essere letta come un passaggio che gli consente, nella “lunga onda del processo analitico”, di dare un senso e una rappresentazione condivisa, e quindi pensabile, agli eventi centrali di quelle specifiche analisi di cui parla (analisi in cui spesso la dinamica di transfert e controtransfert si presenta attraverso un necessario “rovesciamento di ruoli”, come sostiene Borgogno). Ferenczi, in sostanza, tornando a più riprese soprattutto sull’analisi con R.N., ci permette di cogliere come il “passato” e l’“intra-psichico” del paziente solo se si ripresentificano “brano a brano” come “eventi inter-psichici” possono confluire in una nuova scrittura della propria storia.

La seconda giornata congressuale si apre con il bel lavoro di Roberto Cutajar (I.P.A. H.S.Sullivan) che nella sua presentazione mette in relazione Ferenczi e Sullivan concentrandosi su alcuni aspetti salienti del loro pensiero. Non va dimenticato, infatti, che Clara Thompson, la paziente D.M. del Diario Clinico, fu la principale collaboratrice di Sullivan per circa venticinque anni. Le elaborazioni teoriche di Ferenczi e Sullivan a proposito di trauma, dissociazione e bisogno di tenerezza traggono la propria linfa da una archeologia affettiva che si fonda sulla loro storia personale. Comune è l’interesse per la realtà dell’esperienza traumatica del bambino piccolo, così come per entrambi risulta centrale nella relazione terapeutica la dimensione reale delle personalità dei soggetti in gioco. Punto di contatto tra le teorie dei due Autori è anche l’importanza attribuita al bisogno del bambino di ricevere tenerezza, bisogno per Sullivan biologicamente fondato. Lo sviluppo della personalità, così come il senso di sicurezza, traggono le proprie basi dall’esito positivo o negativo della soddisfazione di tale bisogno. Se la madre non è in grado di soddisfare empaticamente il bisogno di tenerezza, entra in campo una “previsione di angoscia e dolore” cui il bambino può rispondere o attraverso una cieca sottomissione, o attraverso una reiterata ribellione, o nascondendo ciò che accade dentro di lui. In sostanza, il bambino risponderà al vissuto di angoscia anticipandolo con attività che gli consentano di evitare di viverlo. Ecco entrare in campo ciò che Sullivan denomina “non Me”, risultato di una frammentazione dell’Io e primo nucleo di un sistema dissociativo che non può essere espresso narrativamente dalla coscienza. Cutajar rileva la risonanza tra questo passaggio teorico e la ferencziana “rinuncia di Sé”, tanto che le posizioni di entrambi gli Autori possono essere lette come teorie dell’organizzazione dissociativa della personalità in risposta al trauma.

Interessante il contributo di Cristiano Rocchi (S.P.I.), in cui l’analisi reciproca di Sándor Ferenczi viene letta come precursore della self disclosure controtransferale. Pensare in termini di self disclosure ha a che fare con la possibilità di darsi una risposta rispetto a ciò che è trasmissibile a un paziente. La tensione verso l’autenticità dell’analista e quella verso la verità nella relazione psicoanalitica sono inestricabilmente connesse. Pur rimanendo “solo” tensioni, è necessario, secondo l’Autore, che esse vengano continuamente sostenute dalla mente dell’analista, perché solo attraverso la presenza costante di questo continuo lavorio l’esperienza psicoanalitica può essere un’impresa degna di questo nome. Rocchi sottolinea come la self-disclosure controtransferale debba essere considerata uno strumento tecnico, ma al contempo non un artificio, in quanto i contenuti a cui essa si riferisce derivano generalmente da strati profondi della relazione inconscia tra paziente e analista. Se quest’ultimo è in ascolto di, e in contatto con, se stesso e il paziente, può senz’altro – usandola con “tatto” – metterla al servizio della comprensione dell’esperienza psicoanalitica. A più riprese l’Autore riflette e argomenta sul non dicibile, aspetto che, in momenti diversi, finisce per attraversare tutte le comunicazioni umane. La psicoanalisi trae le sue origini proprio dal tentativo di rispondere all’esigenza dell’uomo di fare qualcosa del non dicibile, non solo nell’accezione del non verbalizzato, ma anche di conosciuto non pensato, come il rimosso e come il somatopsichico. La self-disclosure così come la intende Rocchi ha a che fare con tutto ciò che, a fronte di un atto psichico deliberato, l’analista decide di porgere o verbalizzare al suo paziente. Laddove è chiaro che l’analista compie una precisa scelta, si ribadisce l’importanza e la necessità della asimmetria nella relazione psicoanalitica. Il confronto su comunicazioni che in questo modo divengono dati psichici scambiati nella seduta offre uno spazio sempre maggiore all’espressività del paziente.

Segue l’approfondito lavoro di Gianni Guasto (Ass.Cult.S.Ferenczi) in cui trovano spazio le riflessioni di Ferenczi, contenute nel Diario Clinico ma non solo, sui processi di scissione, atomizzazione e introiezione dell’aggressore. In particolare, l’Autore sottolinea come, in contesti in cui non sia possibile eludere il pericolo, l’autodistruzione possa essere modulata a partire da un senso di disorientamento, ove la perdita di coesione da parte della coscienza protegge dalla percezione della sofferenza. In questo modo l’angoscia traumatica può trasformarsi in paura di impazzire. Guasto rileva la portata innovativa del concetto di Orpha, ossia quei principi vitali che persistono nonostante l’annichilimento e lo smantellamento della personalità nel momento in cui il soggetto sta sperimentando la propria distruzione per mano altrui. La relazione si conclude con una riflessione sul fatto che davanti allo spavento della morte ciò che più diviene minaccioso non è tanto la perdita della vita, quanto la dissoluzione della soggettività.

Chiude la mattinata l’accurato contributo di Luis Martín Cabré (A.P.M.-I.P.A.). Come suggerito già da J. Dupont, il Diario Clinico ruota attorno all’argomento tecnico dell’analisi reciproca e all’interesse teorico sul trauma, oltre a portare in luce il complesso rapporto con Freud. A livello di tecnica, Martín Cabré sottolinea come per Ferenczi il controtransfert non sia un ostacolo, ma piuttosto uno strumento indispensabile per l’analista, che se non ne riconosce la centralità rischia di imputare al paziente ciò che in realtà ha a che fare con i propri conflitti e con il proprio mondo interno. A partire dalla condivisione con il paziente di interpretazioni ancorate a un controtransfert monitorato nel tempo, l’analista diviene, secondo Ferenczi, in grado di essere interprete attivo, e via via sempre più consapevole, del copione traumatico, sino a che il paziente può albergare in sé una trasformazione. Diverse sono le premonizioni teoriche di Ferenczi che mantengono una loro attualità nelle riflessioni su psicosi e patologia borderline. In particolare, Martín Cabré sottolinea come abbia un valore centrale non solo a livello teorico, ma anche nelle ricadute cliniche l’intuizione di Ferenczi sulla necessità di costruire con questi pazienti un contenitore stabile, indispensabile all’analista non solo per mantenere una attenzione continuativa sul suo controtransfert, ma anche per modulare la dimensione narcisistica del transfert, a partire da una continuità psichica che diviene “new beginning” per il paziente.

Il pomeriggio della seconda giornata vede la presentazione di casi clinici, letti alla luce del pensiero di Sándor Ferenczi.

Nella giornata conclusiva troviamo l’intervento di Giuditta Ceragioli (C.E.P.E.I.) che affronta con cura il tema del lavoro terapeutico con pazienti gravemente abusati, sottolineando la necessità della rielaborazione dell’odio, che circola fra paziente e analista nei termini del meccanismo bidirezionale di identificazione con l’aggressore. Un meccanismo che può manifestarsi in agiti anche molto distruttivi, soprattutto se non riconosciuto e non integrato. Tale area di approfondimento teorico, propria dell’ultimo Ferenczi, viene illustrata e discussa sulla scorta della presentazione di materiale clinico.

Nella relazione successiva Clara Mucci (S.I.P.P.) ben argomenta il tema del trauma intergenerazionale e delle dinamiche del perdono. Molti aspetti delle più recenti teorie dell’attaccamento, in particolare per quanto concerne le diverse forme di disregolazione affettiva tra madre e bambino – sino all’estremo dell’abuso – sono già delineati e acutamente analizzati nel Diario Clinico. Ferenczi è antesignano nel descriverne le gravi conseguenze in termini di disturbo dissociativo e di “frammentazione”, sino a preconfigurarne gli esiti neurobiologici messi oggi in luce. L’Autrice sottolinea come le ultime pagine del Diario Clinico siano dedicate al perdono. Questo viene letto come nuova forma interna, intrapsichica, di riconciliazione e comprensione, una forma di mentalizzazione a posteriori, percorribile solo in seguito al lavoro sul trauma reale e sulla possibilità di costruire ricordi.

Particolarmente interessante il lavoro di Carole Beebe Tarantelli (C.I.P.A.) che in modo creativo si concentra sul tema della forma e del contenuto del Diario Clinico intercalando riflessioni più squisitamente psicoanalitiche a considerazioni sulle ricadute della scelta stilistica di un Autore nella trasmissione del proprio pensiero. Declinare materiale plurimo e sfaccettato in una poesia, un’opera d’arte, un’interpretazione o un libro non è un processo innocente e i testi psicoanalitici non fanno eccezione alla funzione limitante della forma: come tutti i lavori formali seguono un’argomentazione e la sviluppano in modo ordinato con un inizio, una parte centrale e una fine. Nella prospettiva di una pubblicazione, inoltre, la scrittura comporta un dialogo con interlocutori immaginari le cui eventuali obiezioni possono vincolare e limitare i movimenti della mente: nei lavori scritti per essere letti da altri c’è una tensione dialettica tra il desiderio di pensare da soli e il bisogno di essere compresi. L’Autrice sostiene che nel Diario Clinico Ferenczi sia libero di assecondare la tendenza ad avventurarsi in aree non ancora esplorate e sia proprio questa libertà stilistica, oltre che ideativa, a consentirgli di essere così acutamente creativo da aver attraversato a lungo il pensiero psicoanalitico come un torrente carsico.

Chiudono la giornata Massimo Vigna-Taglianti (S.P.I.) e Patrizia Arfelli (NEUROPSICHIATRA INFANTILE) Illustrando in modo vivido due casi clinici, riguardanti un’adolescente e un adulto traumatizzati, gli Autori cercano di delineare come, a loro avviso, la confusione delle lingue possa costituire per alcuni pazienti un potente ed eccitante meccanismo di difesa contro una precoce depressione infantile connessa con identificazioni inconsce devitalizzanti correlate all’essere stati “bambini male accolti” di ferencziana memoria. Vigna-Taglianti e Arfelli sottolineano come tale confusione delle lingue possa essere letta, al tempo stesso, come la prima e unica via per rappresentare simbolicamente e condividere eventi traumatici appartenenti al passato.