19 e 20 settembre 2014, BENEVENTO, Memorie con/fuse. Confusioni e condivisioni tra linguaggio e memoria

MEMORIE CON/FUSE
CONFUSIONI E CONDIVISIONI TRA LINGUAGGIO E MEMORIA

Benevento 19 e 20 settembre 2014

“L’esperienza della parola si muove in una relazione dinamica tra simbolico e semiotico, tra significato e suono e mette in luce convergenze e divergenze tra forme di linguaggio diversificate ma attraversate dall’uso della parola e del silenzio, suo “compagno segreto”. Così recita l’introduzione alle giornate di studio dedicate alla memoria e al silenzio dal titolo “Memorie Con-fuse” ovvero” Confusioni e Condivisioni tra linguaggio e memoria” curate da Maria Luisa Califano e Rossella Pozzi nell’ambito della trentacinquesima rassegna teatrale di Benevento- Città Spettacolo. A confronto durante la prima giornata erano Carlo Sini filosofo, Lucio Russo psicoanalista, l’attore e regista teatrale Giuseppe Miale Di Mauro. Chairman il Presidente del CNP, P. Cotrufo. Lucio Russo, interrogandosi sul significato del silenzio dal punto di vista psicoanalitico, ha evidenziato nel suo intervento come per entrare a far parte della comunità umana sia necessario poter rimuovere la pressione anarchica rappresentata dalla spinta pulsionale. La rimozione rende muto alla coscienza il desiderio del corpo. Significativo il richiamo a Lacan e alla lettura che questi propone dell’Antigone di Sofocle nel 1960 (Seminario VII, L’Etica della psicoanalisi). Vi si apprende che lo psicoanalista, come Antigone, incarna il desiderio nel suo carattere radicalmente “distruttivo” poiché destabilizzante dell’ordine costituito. Antigone rappresenta l’essenza della tragedia, l’eroe che preserva anche a prezzo del sacrificio di sé la propria fedeltà alla Legge quando questa entra in rotta di collisione con il potere. Analogamente lo psicoanalista deve essere pronto a “morire”, nel transfert, rappresentando con il suo silenzio il limite imposto dal Nome del Padre al desiderio del paziente. Quanto alla scomparsa delle parole dal discorso del paziente, è possibile percorrere tre ipotesi. Una prima ipotesi vede la parola intrappolata nel corpo, ed è il caso del discorso del nevrotico. In una seconda ipotesi, la parola cessa di essere pensata ed è agita nel reale, nel sociale. In una terza ipotesi vi è la cancellazione di ogni traccia dalla memoria. In quest’ultimo caso si collocano quei pazienti che hanno subito traumi non recuperabili alla coscienza, tra cui i traumi intergenerazionali. Spesso la parola è assente perché rimanda a discorsi mai ascoltati, come accade nei pazienti malinconici che lamentano di non avere memoria. In questi pazienti le parole, pur cariche di un’intensa affettività, sono come prive di riferimento al reale (Cupelloni, P. 2002). 

Fintanto che un soggetto danneggiato si apre alla parola, ci ricorda Russo citando Freud, non è distrutto nello psichico. Tocca all’analisi ridare la parola al soggetto, volgendo attenzione agli aspetti più distruttivi del paziente. Sono menzionati alcuni testi letterari che ci fanno cogliere con straordinaria potenza espressiva la dimensione inquietante che si nasconde dietro al silenzio.
Kafka rammenta che il silenzio delle sirene è notevolmente più minaccioso del loro canto: in quanto rappresentazione dell’informe, richiama alla mente ciò che di “non umano” vi è nell’uomo.
Nella novella ”In silenzio” di Luigi Pirandello il silenzio sulla diversa paternità (che riguarda la nascita di un fratello) produce nel rapporto tra madre e figlio un senso d’inconsapevole nullità e di vuoto nella vita del protagonista Cesarino Brei. La madre morirà portando con sé il segreto delle origini e il figlio, oramai adulto, terminerà la sua vita con un suicidio.
Nel contesto dell’analisi, ricorda Russo, il silenzio retroattivamente imprime un senso a ciò che non è stato vissuto dalla coscienza, al non pronunciato che acquista una potente drammaticità nel suo valore” unico” e narrativo. Si ricorda che le atrocità dei nazisti si fondavano sulla possibilità di affidare al silenzio definitivo della storia il destino delle vittime dell’olocausto. Un non detto doveva sancire ”un mai dato”. Fedida interpreta il fenomeno alla luce di un processo di dis-immaginazione che travolge i soggetti. Chi sopravvive porta dentro di sé un’esperienza disumana che fa scomparire la figura della morte, rendendo inimmaginabile, e pertanto irriconoscibile e non comunicabile, ciò che ha vissuto (Fedida, P., 2007). L’ordine del discorso è di pertinenza dell’Io, non è con esso che lavorano gli psicoanalisti. Attraverso il semplice linguaggio è impossibile cogliere il pulsionale; occorre un dispositivo, il transfert, che lavori dall’interno della relazione analitica. Nel contesto dell’analisi il linguaggio agisce nel corpo e convoca il pulsionale infantile. Incontriamo spesso parole vuote che “galleggiano” nella coscienza avendo perso ogni legame con l’affetto. L’analista tenta di “aprire” alla parola che dà godimento, alle parole che “toccano” il corpo. La cura parlata significa lavorare la parola per entrare nella dimensione dell’immaginario.
Sui limiti e le virtù del silenzio si è soffermato nel corso del suo intervento Carlo Sini, da tempo interessato a un possibile incrocio tra semeiotica ed ermeneutica. E’ importante a suo avviso che noi, immersi nel linguaggio alfabetizzato, ci interroghiamo sul sorgere del linguaggio. In linea con il punto di vista di Merleau-Ponty, Sini sostiene che la filosofia è tesa a captare “le parole sorde che l’Essere mormora”; è suo obiettivo ritrovare, sotto il brusio delle parole, sottratte alla storia,“il silenzio primordiale, fino a descrivere il gesto che rompe questo silenzio” .La parola“abita le cose”: in polemica con le teorie convenzionaliste, Sini afferma di condividere con il filosofo francese l’idea che esista un significato gestuale originario della parola che trova la sua matrice nel corpo e che è a sua volta immanente. E ancora: “Al fondo della parola c’è una familiarità primordiale, una significazione trasferibile di cui il corpo è il tramite essenziale”.Guardando al gesto come matrice della parola, Sini ne ha sottolineato la natura profonda di segno, la sua relazione essenziale con la distanza e con l’assenza, poiché il gesto “risponde” e “corrisponde”. Il gesto vocale, in particolare, ha a che fare con l’autocoscienza. Il pericolo che corriamo di fronte alla parola è di non intenderla, dimenticando che dietro la parola non c’è la “ cosa” ma il suo silenzio, la sua impossibilità a comunicare. Il regista Miale Di Mauro, facendo riferimento al suo lavoro “Onora il padre” messo in scena durante la rassegna di Città Spettacolo, racconta che si è partiti proprio dal silenzio per cercare di capire l’interazione tra i personaggi, giungendo poi all’espressione verbale. Questo lavoro ha reso superflue alcune parole presenti nel testo originario, eliminandole nella stesura definitiva.
Durante il dibattito tra i relatori e il pubblico in sala, si sono poste in rilievo le divergenze sul modo di intendere l’Essere, che nella psicoanalisi riguarda una dimensione intimistica, non ha pretese universalistiche, non interroga i fondamenti della metafisica, né il rapporto tra la parola e la Storia. Nel contesto analitico la parola sottratta alla storia del paziente viene lavorata nella relazione di cura affinché il paziente possa ritrovare un senso nel suo rapporto con il mondo. Quanto al silenzio, esso svolge un ruolo di primo piano per aiutare il paziente a compiere quel lavoro interno che accompagna la scomparsa dell’oggetto senza la quale non vi è crescita. (Califano, M.L.; Cupelloni, P.). Secondo Sini la filosofia deve mantenere un livello metafisico. Russo, dal canto suo, ha ribadito che per gli psicoanalisti l’Essere è il linguaggio: si comincia ad osservare l’ Essere quando incontra il linguaggio dell’Altro, il linguaggio della Madre. Questi stessi temi sono stati ripresi e ampliati nel corso della Tavola Rotonda che ha visto confrontarsi le diverse posizioni di Florinda Cambria, filosofa, Riccardo Galiani, psicoanalista, e Mario Gilardi, regista teatrale. Moderatore Gemma Zontini, Segretario Scientifico del CNP. Cambria ha illustrato una sua lettura del sesto capitolo della Fenomenologia della Percezione di Merleau Ponty in cui è dato particolare rilievo all’origine del linguaggio. Di solito si tende a guardare le parole come” costituite”, come eventi che accadono. Da questa prospettiva si corre però il rischio di incorrere in una scissione tra parole e fatti, tra parole e cose. L’atto del parlare è frutto di un volere parlante, le parole sono da vedersi come “atti dei corpi”.
È necessario partire non dai significati concettuali ma dalla matrice (chōra nell’accezione di Platone) per evidenziare il significato gestuale emozionale, esistenziale, che sottende il linguaggio. La differenza tra senso e significato è nel fatto che, mentre quest’ultimo rimanda a un aspetto semantico, il primo imprime un orientamento, un verso alla parola, un ”portare” qualcosa. Se le parole sono uno dei modi possibili con cui usiamo il corpo, i gesti costituiscono la dimensione sorgiva con cui guardiamo il mondo. La parola è uno dei modi attraverso i quali si realizza il “portarsi” del corpo riguardo al mondo. Ogni segno rinvia ad altro (ogni “qui” rimanda a un “là”). Nella relazione primaria del Bambino con la Madre quest’aspetto è molto evidente.
Ogni gesto linguistico, dunque, è un movimento “verso“, sottolinea uno spingere, un portare, un esprimere, un esistere. Si “ex-siste” nella iteratività di questo gesto: nella permanenza della gestualità si dà il “sistere”, che rappresenta anche la distanza dall’altro. La matrice gestuale del linguaggio che irrompe con una condizione espressiva, il gesto che rompe il silenzio, rappresenta lo specifico del linguaggio umano. La parola come gesto particolare esprime la distanza. Il linguaggio come voce articolata parla di ciò che è sempre assente. Cambria ricorda che il mondo umano è un mondo di parlanti: ma nel corso del tempo, sedotti in un certo qual modo dalla scienza dei significati, abbiamo perso di vista l’origine della parola intesa come evento gestuale emozionale, risposta ad uno stimolo vissuto come provocazione. La voce risuona, vibra, si decontestualizza. Non ha spazio. C’è un salto nel gesto vocale perché non ha nessun “dove”. La gestualità vocale toglie spazio o dilata all’infinito, rimanda all’assenza. La voce “è” auto-affettiva. La “cosa” che sottende il gesto affettivo esprime sempre un’assenza, qualcosa che “prima” non c’era, non era “qui” ma altrove, “là”. La parola rimanda al gioco della presenza/assenza, della reiterazione, del ritorno. Nel teatro c’è il sapere antropologico dell’assenza e del ritorno. Le scriventi si sono chieste a tale proposito se non fosse più adeguato parlare di “vuoto” piuttosto che di “assenza” intendendo il darsi della parola come un attraversamento nel vuoto “tra” corpi e quindi come movimento che sottolinea l’andare “verso” il corpo dell’altro per sentire di exsistere. In tale prospettiva si potrebbe guardare al grido del neonato come a una risposta “provocatoria” della voce che irrompe dal silenzio “nel “corpo del bambino proteso verso il corpo della madre. L’intervento di Cambria è stato seguito da quello di Riccardo Galiani il quale si è soffermato sul valore della parola nel contesto della scena psicoanalitica. Galiani ha evidenziato come la proposta di Merleau Ponty di sospendere la ricerca dei significati rappresenti anche uno degli scopi della psicoanalisi. Ha ricordato che nel commento di Freud alla Gradiva di Jensen prende corpo la parola psicoanalitica: vi è un incontro onirico (che evoca la scena analitica) in cui accadono parole. Zoe rilancia dalla sua posizione di Gradiva l’ascolto, che qualifica la parola in psicoanalisi al di fuori della comunicazione ordinaria. Si comincia dalla lisi (sciogliere i nessi che il paziente istituisce tra gli eventi). Nel setting la scomparsa dell’analista dallo sguardo del paziente ha un significato fondamentale così come anche il silenzio dell’analista. Tutto è costruito per far emergere dal “sito dell’estraneo“, come scriverebbe Fédida, la parola dell’inconscio. L’analista ascolta tutto ciò che porta il paziente come si ascolta un sogno. L’importante non è restare sui significati ma porre attenzione anche ai suoni. Il giro degli interventi dei partecipanti alla Tavola Rotonde è terminato con il regista Mario Gilardi che ha descritto l’impianto del suo spettacolo “Do not disturb”: ogni sera una coppia di attori recita all’interno di una stanza di albergo alla presenza di un pubblico di venti persone. Lo spettacolo riproduce situazioni d’intimità diverse tra gli attori. La scena, della durata di circa venti minuti, attiva intense emozioni tra i protagonisti coinvolti: per la maggiore vicinanza fisica tra spettatori e pubblico si crea, Gli attori e gli spettatori devono reggere il limite tra realtà oggettiva e finzione, reso ormai impercettibile, devono essere disposti a lasciarsi attraversare dal vibrare sottile di questa difficile demarcazione. Tutti sono coinvolti soggettivamente e lo stesso singolare rapporto numerico fra gli attori e gli spettatori rischia di ribaltare persino il ruolo di chi guarda e chi è guardato. E’ in questo sovvertimento dell’uso dei segni del linguaggio teatrale che si crea il significato.
La riflessione su questo tipo di spettacolo ha posto sul tappeto alcuni problemi: come essere spontanei? Quale linguaggio comune trovare tra attori e pubblico? Gilardi ricorda quanto è avvenuto con lo spettacolo “Gomorra”, portato in giro per l’Italia, per il quale si è fatto ricorso a tre lingue. In Campania si aveva uno spettacolo in dialetto napoletano contaminato dalla lingua italiana; al Nord c’era uno spettacolo in lingua italiana contaminata dal dialetto napoletano; al Sud della Campania c’era uno spettacolo in lingua italiana contaminata da altri dialetti.
Nel corso del dibattito l’attenzione si è spostata sul legame tra percezione e linguaggio, tra percezione e memoria. Si è sottolineato che nel pensiero freudiano la spinta verso l’Altro, in cui si dà la parola, è già segno di una trasformazione (G. Zontini). Russo riflette nuovamente sulla valenza differenziante del transfert nel confronto tra psicoanalisi e filosofia. Lo psicoanalista vive nell’etica della responsabilità del ruolo, che gli richiede di sopportare la domanda di amore dell’altro, incarnare il transfert senza sentirsi il soggetto che detiene il sapere. La psicoanalisi per suo statuto non si costituisce come un’antropologia, preoccupazione manifestata già da Sini, non pretende di accedere all’universalità della conoscenza dell’uomo. Non ha parole di fronte allo svuotamento delle parole e all’impoverimento del linguaggio che caratterizza una società dominata dal discorso mediatico e da internet. In più, se si guarda alla rimozione che taglia in due il semantema, viene bloccata sul nascere ogni velleità di accesso alla psicoanalisi come a una scienza universale. Gli psicoanalisti, in definitiva, si chiedono come funziona il linguaggio, non di “cosa parla”. Alla base del loro operato c’è la presunzione, di tipo sciamanico, di poter agire. In psicoanalisi la parola è corpo, l’analista cura attraverso le parole, “fa passare” il dolore. Lacan coglieva nel sapere universitario il rischio di una deriva universalistica. Per evitare questo rischio, ricorda Russo, l’analista non cessa mai di ignorare, nel suo ruolo di “soggetto supposto sapere”, che “nel momento in cui insegna è insegnato”. Dal pubblico in sala qualcuno precisa una caratteristica del linguaggio che consiste nella possibilità di dire ciò che non esiste (R. Pozzi). Magritte ben lo ricorda nel suo famoso dipinto del 1928 in cui il disegno di una pipa è accompagnato dalla didascalia negativa “Questa non è una pipa”. Il dipinto pone l’accento sulle differenze tra i diversi modi di rappresentazione di un oggetto. La scritta indica che “questo”, l’oggetto indicato all’interno del quadro, non è ciò che si rappresenta, non è una pipa. La corrispondenza tra segno e significato è quindi aperta alla polisemia. Allo stesso modo una polisemia del linguaggio fonda il lavoro analitico. Dal pubblico si esprime un riconoscimento positivo ai lavori del convegno che ha offerto l’ opportunità di uno scambio tra i diversi ambiti disciplinari al servizio di una chiarificazione e precisazione delle differenze (S. Vecchio). Sul tema dell’assenza, si osserva, vi è materia per un prossimo appuntamento scientifico.