20 febbraio 2016, CATANIA, Sul Terrorismo: un ri–Assunto di pensabilità

Report a cura di Lucia Mongiovì

Una delle critiche maggiormente in voga alla Psicoanalisi è quella di non essere più in grado di cogliere ed interpretare i fenomeni sociali attuali, trincerandosi, difensivamente, dentro le mura della stanza d’analisi; come se la spinta rivoluzionaria e creativa alla pensabilità si fosse assopita, non riuscendo a produrre, da un vertice psicoanalitico, nuovi strumenti scientifici. E’ all’insegna di questa premessa che, lo scorso venti febbraio, si è tenuta a Catania una giornata dedicata al tema del Terrorismo partendo da uno studio di Riccardo Romano, fondato su un’esperienza trentennale di Psicoanalisi di gruppo.

L’incontro, organizzato dall’Associazione Culturale Interdisciplinare “Pubblic/azione”, è stato caratterizzato dalla partecipazione del Magistrato Armando Spataro, attualmente Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino e coordinatore del Gruppo specializzato nel settore dell’antiterrorismo, oltre che dalla presenza attiva, nonché feconda, di psicoanalisti e candidati provenienti da vari Centri di Psicoanalisi.

Attingendo a una conoscenza, innanzitutto clinica, degli aspetti psicodinamici dei piccoli gruppi psicoanalitici, che, come anticipato da Bion, funzionano, a differenza dei gruppi allargati, con le stesse leggi psichiche che governano i gruppi sociali, nazionali o sovranazionali, Romano si è occupato dei fenomeni e delle motivazioni psichiche profonde di questi gruppi dentro la nostra società.

In un precedente lavoro, “L’Assunto di base di Omertà”, aveva individuato l’emergere di questo nuovo Assunto, nella dinamica psicologica di un gruppo, quando l’angoscia di estinzione o, come direbbe Bion, di frammentazione e dissoluzione, o di guerra civile autodistruttiva, è molto intensa, e, parimenti, non si è realizzato un altro Assunto di base (dipendenza, attacco-fuga, accoppiamento) sufficiente a placare l’angoscia di fine del gruppo. L’Assunto di base di Omertà poggia sull’idea  che, per salvare il gruppo, occorre mantenere un segreto, benché non si abbia certezza alcuna circa l’esistenza del segreto stesso; in tal modo si crea un clima falso e allusivo.

In continuità con questo lavoro, Romano suggerisce di considerare il Terrorismo come una funzione del gruppo, ovvero: in una condizione di angoscia di estinzione della società contemporanea, il Gruppo di Lavoro – il Governo – produce un Gruppo di Lavoro Specializzato – i Servizi Segreti –  che, anziché allontanare guerra e distruzione, riporta queste ultime all’interno del gruppo medesimo, instaurando un clima di terrore mediante la selezione di estremisti di varia natura, oppure colludendovi segretamente, con l’intento subdolo e violento di svegliare tutti dal torpore della morte. Il risultato evidente è quello per cui ci si chiede come sia stato possibile che questa Intelligence non sia riuscita ad evitare l’attentato!

Il Terrorismo appare, dunque, come un tentativo, certamente malato, di salvare il gruppo dal senso di disperazione e d’impotenza, minacciando, a sua volta, l’estinzione. È come se il gruppo terroristico volesse, in modo folle, aprire o far intravvedere una nuova strada, una nuova possibilità, un nuovo assetto istituzionale e di potere. Siffatta situazione viene ulteriormente complicata dal concorso di vari fattori, tra i quali: la confusione (ambivalente e maliziosa) dell’atto terroristico con quello di guerra e il fatto che i gruppi terroristici si presentino, in genere, misti tra membri esterni e membri interni alla società nazionale ove si scatena l’azione terroristica, a seguito di una globalizzazione delle funzioni terroristiche tra diverse nazionalità aventi, non solo culture, ideologie e religioni diverse, ma anche interessi spesso distanti e contrastanti.

A fronte di questa continua confusione di limiti, i centri di potere – che, nel piccolo gruppo, sono definiti Gruppi di Lavoro – e i responsabili della comunicazione rivelatrice – compito, nel piccolo gruppo, del conduttore e, nei gruppi sociali, degli intellettuali -, anziché attivare e diffondere la pensabilità, si attestano su posizioni persecutorie. I terroristi sono, allora, i nemici esterni e, per difenderci, occorre chiudere i confini, cacciare gli stranieri, erigere i muri, andare a fare la guerra. In altri termini, non si riesce a pensare che il tragico fenomeno del terrorismo è un fatto interno. Questo stato di impensabilità si configura quale origine di una impossibilità di capire, di scoprire, di prendere coscienza e, quindi, di provare a pensare un modo più utile e costruttivo per affrontare il problema. Da questa prospettiva gli analisti sono, anch’essi, chiamati in causa, assumendosi la responsabilità di promuovere la diagnosi del fenomeno e di facilitare la pensabilità. A tal riguardo, Romano evidenzia come all’interno del piccolo gruppo psicoanalitico l’ingresso di un nuovo membro fa cambiare il gruppo: il gruppo di prima non c’è più mentre si configura un nuovo gruppo che modifica le dinamiche interne. Se ci sono sobillatori, con l’arrivo di un nuovo membro non c’è più spazio dinamico per i terroristi. Eppure, mentre assistiamo anche agli ultimi attacchi, molti governi europei perseverano nella strategia fallimentare del barricare le frontiere. Non si pensa che, per difendersi dal terrorismo, occorra, invece, aprire e consentire proprio l’ingresso in massa dei migranti; se ci si vuole salvare dai terroristi bisogna evitare che il gruppo si chiuda in se stesso. Plausibilmente non si accetta che, sì facendo, i gruppi sociali o nazionali di prima non ci sarebbero più, in quanto si darebbe luogo a una nuova cittadinanza e a un’inedita dinamica sociale.

A questo punto l’Autore pone una questione di epistemologia psicoanalitica. Alle possibili obiezioni secondo cui la psicoanalisi non disporrebbe degli strumenti per interpretare gli eventi sociali, o che le interpretazioni psicoanalitiche, che imperversavano su tutti i campi dello scibile qualche decennio fa, non apportano alcuna nuova conoscenza utilizzabile, restando, soltanto, mero esercizio di supposto sapere, egli risponde che gli strumenti di conoscenza e di cura derivati dalla psicoanalisi di gruppo rendono praticabile lo studio e la cura dei fenomeni gruppali sociali. D’altra parte, l’interpretazione psicoanalitica non è certamente volta a spiegare, bensì a esplorare l’inconscio. E chi potrebbe pensare che il terrorista è spinto da un amore disperato, se non un analista? Chi potrebbe affermare che i tagliatori di gola dell’Isis hanno paura, una terribile paura di scomparire, se non un analista? Il dettato etico e comportamentale dello psicoanalista è unicamente lo svelamento della verità. Ma cos’è la verità e quale destino ha nel mondo d’oggi, s’interroga Romano?

Il mito dei fratelli Palici – ambientato a Palagonia, in provincia di Catania, dove, come scrive Ovidio nelle Metamorfosi (v405-6), sorgevano gli “stagni dei Palici esalanti zolfo che prorompe dalla terra ribollente” – associato al ricordo del proprio padre, chimico industriale, che nei primi decenni del secolo scorso aveva avviato un’attività estrattiva di anidride carbonica che veniva trattata, ripulita e trasformata, assurge – per Romano – a metafora dell’operazione scientifica di esplorare quanto è nascosto e potenzialmente cattivo, farlo emergere e trasformarlo in qualcosa di buono e di utile. Lavoro in cui possiamo rintracciare lo specifico della psicoanalisi, laddove, invece, il trend culturale ed economico dominante si muove in tutt’altra direzione, orientato, piuttosto, a nascondere e seppellire i mali del mondo.

In conclusione al suo ricco lavoro, menziona tre dipinti esemplificativi. Il primo, il “Cristo e l’angelo” di Alessandro Bonvicino, del 1550, rappresenta, sui gradini di una scala che conduce verso un ambiente da identificare col Palazzo del Pretorio, Gesù Cristo seduto, coronato di spine e coi polsi legati da una fune. Alle spalle, un angelo in lacrime regge una pesante tunica. Il suo sguardo “in tralice”, così come quello di Gesù, è puntato verso l’osservatore cui sembra chiedere misericordia. In primissimo piano una grossa croce di legno. Il Cristo è solo, è disperato, piagato. Non chiede come recita la liturgia della passione: “Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi”, ma guarda come un condannato può guardare un altro condannato, e chiede: “eh tu, credi di essere salvo?” L’angelo piange misericordioso, quale magnifica espressione dell’ipocrisia. Non si dice poverini, piagnucolando, dei migranti? Se, però, bussano alla tua porta, donne, bambini, vecchi, malati, impietosamente li cacci via, sotto la pioggia, al fango! Chi manda l’angelo? Dio onnipotente, o, potremmo dire più realisticamente, il massimo potere religioso, politico, economico. E cosa porge? Una tunica pesante per coprire le piaghe, le miserie, le ingiustizie, gli abbandoni, i tradimenti. Il potere offre all’umanità sofferente una tunica per coprire e nascondere. Propone distrazioni, bombardamenti di stimoli terrorizzanti, impensabilità. Ed è questo il vero danno, la tragedia del terrorismo: coprire con una coltre di polvere appiccicosa tutto, soprattutto la verità.

Il secondo quadro è il “Cristo in pietà e un angelo” di Antonello da Messina, del 1476. Se il futuro del Cristo del Bonvicino è la crocifissione, il futuro del Cristo morto di Antonello non può che essere la resurrezione rappresentata dalla natura rigogliosa che lo circonda. Sembra allora che il futuro possa oscillare, soltanto, tra la disperazione, il sacrificio, il massacro e la speranza illusoria di un miracolo. Come dire che il potere, di qualsiasi tipo, contempla, e impone, solo queste due alternative. Col suo studio, Romano prova a delineare una terza via, espressa da un dipinto del figlio artista adolescente. Il futuro è un’avventura nell’immenso universo che si persegue con poca tecnologia: quattro ruote sbilenche, una stufetta e un lume. Poca tecnica ma molta fantasia, laddove c’è libertà dai condizionamenti del potere. Libertà di dar voce e vita alle passioni. Libertà di inventare un futuro, capace di essere etica perché, come dice Hegel, diventa autocoscienza. Questo futuro – chiosa l’Autore – per chi vuole è qualcosa che si può pensare.

Secondo Romano, quindi, il terrorismo e la migrazione dei popoli sono fatti interni al gruppo e alla società interessata ai fenomeni, e, per completarne la comprensione, occorre un’interpretazione basata sui concetti fondamentali della psicoanalisi.

La dinamica profonda del terrorismo attiene anzitutto al rapporto coi padri: una difficile o negata identificazione. Nella fattispecie, i fenomeni di terrorismo in corso vedono come attori i figli di immigrati integrati nella nuova società nazionale in cui sono approdati. Questi figli – come la giovane protagonista di “Pastorale Americana” di P. Roth – non si identificano con i padri rispetto alle loro scelte di integrarsi perché ciò significherebbe per molti di loro tradire le proprie radici culturali. Questi figli si oppongono all’integrazione dal momento che sono alla ricerca delle loro origini e, non trovando comprensione ma insofferenza razzista, non incontrando organizzazioni capaci di accogliere la loro protesta per contenerla in manifestazioni non violente ma isolamento in banlieue e quartieri ghetto, divengono facili prede di gruppi oltranzisti. Questi gruppi estremisti, come sappiamo, li inviano poi in territori stranieri per addestrarli agli atti terroristici e, soprattutto, per inculcare loro odio cieco, persino contro se stessi. Ma questi gruppi sono anche quelli tollerati, se non aiutati, dai Servizi Segreti nazionali, in quanto funzionali all’attività di ipercontrollo della popolazione grazie al clima di terrore instauratosi che induce a delegare al potere politico, militare ed economico la propria sicurezza così minacciata, mentre sospinge verso la chiusura dei confini e la guerra.

Per quanto riguarda il fenomeno della migrazione di massa di popolazioni terrorizzate e affamate, è necessario analizzare il rapporto che i gruppi, o le società ricche, intrattengono coi figli.

I figli, i giovani, costituiscono il futuro, ciononostante, anziché dare loro spazio e fiducia, vengono vissuti persecutoriamente perché portatori del nuovo che ci costringe a cambiare. Allo stesso modo, i migranti sono vissuti persecutoriamente giacché introducono mutamenti nella nostra vita, nei rapporti, nella cultura. Allora accade che, piuttosto che accoglierli, non per misericordia ma perché ci salveranno dall’estinzione e dall’impensabilità, li rifiutiamo e li rigettiamo. Tuttavia, conclude Romano, qualunque artificio noi escogiteremo per tentare di fermarlo, è certo che il nuovo sarà comunque inarrestabile.

Successivamente, è intervenuto il Magistrato Armando Spataro che ha fatto riferimento alla sua lunga e intensa esperienza maturata occupandosi all’interno della Procura di Milano, a partire dagli anni settanta, di sequestri di persona e di terrorismo, partecipando, negli anni novanta, alla Direzione distrettuale antimafia, ove si è soprattutto impegnato in indagini su ‘ndrangheta e mafia siciliana e, a partire dal 2003, coordinando il Dipartimento terrorismo ed eversione responsabile di indagini sul terrorismo interno ed internazionale, con particolare interesse per quella che ne costituisce l’epifenomeno, oggi, di maggiore attualità e sensibilità, il terrorismo di matrice islamica. Spataro ha, peraltro, condiviso coi presenti anche la grande attenzione profusa, personalmente, nell’ambito delle indagini investigative, durante gli interrogatori di persone appartenenti a sistemi culturali e religiosi differenti dal nostro, disponendosi su un atteggiamento di grande rispetto delle diversità, con l’evidenza di pervenire a risultati positivi importanti.

Ha fatto seguito una discussione, aperta e franca, che ha toccato alcuni punti messi in luce da Romano, prendendo pure spunto dalla proiezione dei suggestivi dipinti menzionati prima, e dalla ricca esperienza professionale di Spataro. Il confronto si è mostrato talora acceso, specialmente in relazione al ruolo assunto dai Servizi Segreti, sia rispetto alle vicende legate al nostro terrorismo cosiddetto rosso, sia rispetto a quelle più recenti collegate all’Isis.

E’ sembrato che l’approccio interdisciplinare, proprio dell’associazione Pubblic/azione, che ha ospitato gli analisti e i candidati presenti, volto all’attivazione della pensabilità, al contagio di pensieri inediti, a tratti abbia stentato ad avviarsi a fronte di certune posizioni più radicate, a verità, forse, precostituite. Eppure si sono anche delineati spazi di confronto reale e sincero, tentativi di apertura e di interesse autentico verso una pensabilità altra, originale, non scontata, non già nota. A tal proposito, un passaggio significativo che ha segnato un cambio di registro, di prospettiva, della discussione, nonché un mutato clima emotivo, ha trovato la sua sintesi nella domanda: ma ciò di cui la magistratura dispone al momento, in termini di conoscenza, esperienza, dispositivi, etc., basta? Vi è sufficiente?

Si potrebbe, allora, pensare a questo incontro come a un tentativo, se non altro, di mettere a disposizione “arnesi da lavoro” nuovi, derivanti dalla clinica e dal sapere psicoanalitico, per offrire una lettura altra, magari più efficace sul piano della comprensione e dell’intervento, dei fenomeni sociali nei quali siamo immersi, in piena adesione con la definizione che Freud ha sempre e orgogliosamente rivendicato della sua scoperta quale procedimento per l’indagine dei processi inconsci cui, diversamente, sarebbero pressoché impossibile accedere!

Aprile 2016

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