22 aprile 2015, NAPOLI, Psicoanalisi e Islam: Il politico e lo psichico alla prova dell’Islam

FOR FETHIBENSLAMAPsicoanalisi e Islam: Il politico e lo psichico alla prova dell’Islam

22 aprile Seconda Università degli Studi di Napoli

Report a cura di Stefania Napolitano e Virginia De Micco

Napoli, 22 aprile 2015

Utilizzare la lingua della psicoanalisi per indagare in profondità non solo la complessità ma anche le intime contraddizioni e le pieghe riposte e inconsce della ‘narrazione’ islamica, terzo grande monoteismo di fatto restato al di fuori della riflessione freudiana: questo l’obiettivo di Fethi Benslama, psicoanalista franco-tunisino da anni impegnato a mettere la Psicoanalisi alla prova dell’Islam (nota 1), come recita il titolo di un suo noto testo e, reciprocamente, anche l’Islam alla prova della psicoanalisi.
Tutto ciò senza perdere mai di vista la più stretta e sconvolgente attualità delle manifestazioni del cosiddetto ‘integralismo islamico’ che, come sottolinea lo stesso Benslama, gli hanno quasi imposto questo sofferto e appassionato detour attraverso le sue stesse origini culturali.
E’ proprio per dibattere attorno a queste tematiche che i dipartimenti di Psicologia e di Scienze Politiche della Seconda Università di Napoli hanno organizzato un seminario interdisciplinare che riprende nella sua formula, Il politico e lo psichico alla prova dell’ Islam, un altro dei nessi centrali su cui si interroga l’opera di Benslama: quel legame tra psichico e politico cui è specificamente dedicato il suo secondo testo sulla questione islamica, Dichiarazione di non sottomissione a uso dei musulmani e di coloro che non lo sono (Poiesis 2014), fresco di traduzione in italiano a cura di Angelo Villa.
Psicoanalisi e politica s’incontrano, rivelando un legame più stretto e più fecondo di quanto si potrebbe supporre. Come dichiara Benslama la psicoanalisi è, nella sua essenza, politica, poiché del politico preserva il fondamento: “l’eguale dignità delle parole umane” (Benslama 2014 p.76); l’implicazione dello psicoanalista nella politica è dunque elemento costitutivo e non accidentale della sua pratica. Mettere “alla prova” la psicoanalisi affrontando la complessità della crisi del mondo islamico è un segno di quanto questa implicazione sia estendibile al di là dello spazio della cura, come già le indagini freudiane su civiltà e religione hanno dimostrato, muovendo dall’assunto che ogni narrazione umana comporta un proprio “rovescio inconscio” (De Micco, 2013 ) ,del quale non è indifferente svelare gli effetti.
Il lavoro di Benslama istituisce in primo luogo una distinzione terminologica, ricordata da Gian Maria Piccinelli in apertura del seminario, tra l’Islam in quanto civiltà; l’islam, scritto con la minuscola, inteso in termini di sistema religioso, e l’ideologia islamista, che della religione islamica rappresenta la deriva fondamentalista. Quest’ultima, a cui si interessa la più recente riflessione di Benslama, ha il suo centro nella “riduzione all’Uno” della molteplicità che caratterizza civiltà e religione islamica, esitando nella creazione di un “mito identitario” probabilmente reattivo ai profondi mutamenti antropologici che con l’occidentalizzazione dei paesi arabi hanno investito, in maniera massiccia e repentina, la cultura islamica.
Sono numerosi i punti in cui il tentativo di “riduzione all’Uno”, emblematico di ogni ideologia totalitaria, si palesa nel contesto del fondamentalismo islamista, a partire dallo stesso termine Islam che sembra perdere la propria polisemia originaria per ridursi all’unico significato di sottomissione (cfr. Benslama 2014 p.40), analogamente al testo coranico, ridotto anch’esso alla fissità della lettera che annulla il lavoro dell’interpretazione con una modalità simile a quella della forclusione psicotica, per cui la parola diviene la cosa stessa, nell’impossibilità di una metaforizzazione che consenta la mobilità del senso, come sottolinea Antonio D’Angiò.
Ancora, è la storia a essere cancellata a vantaggio, di nuovo, dell’Uno dell’origine, un passato mitico e totalizzante che coinciderebbe con “l’età dell’oro” della massima espansione del califfato, che l’integralismo islamista tenta di restaurare “nella sua impossibile purezza” impedendo di fatto, come ha sottolineato Virginia De Micco, un lavoro di soggettivazione che necessita invece dell’assunzione di un divenire storico.ine mecca
Discorso particolare ha impegnato poi, nel corso del dibattito, la riduzione della prima e più importante alterità, quella sessuale: la subordinazione legalizzata della donna, l’istituzionalizzazione di un sistema “patri-archico”, nella scrittura di Benslama (2014 p.43), costituisce uno dei più potenti ostacoli alla possibilità di un’apertura democratica. Il corpo femminile rappresenta – si potrebbe dire ovunque, ma nell’ideologia integralista in maniera particolarmente virulenta – il luogo, oltre che di una pericolosa seduttività e di un desiderio non regimentabile, anche, attraverso di esso, di una sempre possibile contaminazione genealogica, da cui l’esigenza di mantenerne intatta la purezza attraverso la sua appropriazione legittimata: il corpo della donna diviene in questo modo “proprietà matriciale e matriciante della comunità” (Benslama 2014 p. 45). L’obliterazione dell’alterità femminile nel sistema islamista è sintomatico secondo Benslama di un’autentica rimozione “originaria”; rimozione della donna, Agar, che ha dato origine alla stirpe musulmana concependo Ismaele, progenitore secondo Maometto dell’Islam. Agar, madre “naturale” al contrario di Sara, la legittima moglie di Abramo che concepirà invece grazie all’intervento divino, sarà ripudiata e costretta, col figlio, all’erranza nel deserto, testimoniando di un femminile che, come evidenzia ancora Virginia De Micco, viene sottratto alla legge del padre e risulta, dunque, particolarmente pericoloso e destabilizzante nella sua potenza generatrice posta fuori dall’iscrizione nelle leggi simboliche della parentela.
La proposta di Benslama è allora quella di tentare un movimento inverso rispetto al riduzionismo identitario dell’ideologia islamista, favorendo il pluralismo già immanente alla cultura islamica, secondo quella che Angelo Villa ha denominato una “nevrotizzazione” di un assetto che invece rischia il funzionamento psicotico. Determinante in questo senso, come evidenzia Riccardo Galiani, il ruolo dell’occidente, che sembra a sua volta non riconoscere la ricchezza plurale della cultura islamica alimentando la mitologia identitaria, e decisivo dunque il rapporto con la questione dei migranti “in quanto formano l’elemento con cui si intrecciano le civiltà e prende corpo la possibilità di creare un avvenire democratico condiviso” (Benslama 2014 p. 82).
In questa operazione vitale di apertura produttiva all’alterità il politico e lo psichico sono ugualmente impegnati; la lezione freudiana insegna infatti come la differenziazione dell’apparato psichico sia concepibile in termini di divisione soggettiva, che fonda dunque l’estraneità del soggetto a sé stesso: l’Io non è padrone in casa propria. Il riconoscimento dell’alterità, in primo luogo quella che permane ineluttabilmente al cuore del soggetto, è uno dei motivi per cui la psicoanalisi può meritare la denominazione di “pratica di civiltà”, come ricorda Angelo Villa, sottolineando quanto un metodo che elegge la parola a unico medium della propria azione comporta per struttura quella rinuncia pulsionale indispensabile al Kulturarbeit.
Nota 1) Recentemente tradotto in italiano a cura di A. D’Angiò, F. Benslama (2002), La psicoanalisi alla prova dell’Islam, Ponte alle grazie, Firenze, 2012
V. De Micco, Psicoanalisi e Islam: il rovescio oscuro dell’origine, in “Notes per la psicoanalisi”, n.2 – 2013, Biblink ed., Roma

Maggio 2015

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