26-27 settembre 2014, MESSINA, NOI/ALTRI. Xenofobia-Omofobia-Ginecofobia

Venerdì 26 e sabato 27 settembre si è svolto presso l’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Messina, il Convegno Nazionale Interdisciplinare “Noi/Altri. Xenofobia-Omofobia-Ginecofobia”, organizzato dal Laboratorio Psicoanalitico “Vicolo Cicala” di Messina, con il patrocinio della SPI.

Ricca e vivace è stata la partecipazione del pubblico, presente numeroso in sala.
Il convegno, di impostazione interdisciplinare, ha coinvolto psicoanalisti, filosofi e giuristi sulla relazione NOI/ALTRI, declinata nelle sue problematiche, con particolare attenzione alle specificità: xenofobia, omofobia e ginecofobia, articolazioni diverse di “fobia di sé”, secondo la lettura freudiana del Perturbante. Giocando sulla doppia valenza del termine heimlich/unheimlich, l’elemento perturbante è il familiare nell’estraneo.
Dopo i saluti delle numerose autorità intervenute, il convegno è stato introdotto da Diletta La Torre, la quale ha, sinteticamente, tratteggiato l’importanza sociale di questi temi nella società attuale ed ha sottolineato la scelta del titolo Noi Altri, che può essere letto come noi in opposizione agli altri o al contrario noi e altri, distinti ma contemporaneamente uniti. Il noi si rafforza con la presenza degli altri, come ci insegnano le teorie psicoanalitiche. In Sicilia usiamo dire noialtri, come rafforzativo del noi. Infatti ciascuno di noi è fatto delle persone che ha amato e che ha perduto. Se la separazione tra noi e gli altri viene intesa come quella membrana semipermeabile che separa le cellule e permette contemporaneamente gli scambi vitali in entrambe le direzioni, allora la separazione diventa relazione. Quindi la separazione/relazione tra noi e gli altri è una questione di enorme interesse e di fondamentale importanza per il vivere sociale e politico, di qualsiasi comunità e in qualsiasi epoca.
È stato, dunque, dato inizio ai lavori.
La prima sessione ha avuto come tema la “Xenofobia”, hanno moderato i lavori Aldo Cono Barnà e Massimo Cacciola.
Aldo Cono Barnà dopo aver portato i saluti dell’Esecutivo, ha ribadito che la relazione noi/altri rappresenta un argomento attuale relativamente all’emancipazione culturale e sociale, all’evoluzione dei costumi e delle mentalità e, contemporaneamente, una tematica particolarmente sentita nell’ambiente sociale e professionale nel quale noi analisti siciliani ci troviamo ad operare e sono insieme tematiche di sviluppo interiore ai quali la psicoanalisi può porgere il proprio vertice interpretativo. Come dice René Kaёs: “l’affermazione dell’identità culturale è la conseguenza della costituzione simultanea del noi e dell’altro, dell’estraneo che incarna la differenza culturale”.
La prima relazione è stata quella di Antonello Correale dal titolo “il trauma come innesto di un corpo estraneo”. Correale attraverso il racconto di Conrad “Il negro del Narciso”, ha posto il focus sul fatto che l’estraneo porta la propria deprivazione e la propria dissociazione, ponendoci di fronte ad un senso di estraneità per non aver vissuto il trauma. Il negro malato di tubercolosi sulla nave, nel romanzo di Conrad, divide i componenti dell’equipaggio tra chi lo protegge e chi lo accusa, diventando così l’elemento perturbante esterno ed interno, per un verso da rinnegare e rigettare, ma per converso contemporaneamente da proteggere e curare.
A seguire la relazione di Antonio Saitta, professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università di Messina, dal titolo “Il concetto di noi e di altri nella Costituzione e nella C.E.D.U.”, che ha citato alcuni articoli della nostra Costituzione che tutelano “noi e gli altri”, tra cui l’art.2 che attribuisce alla Repubblica il compito di “riconoscere” e “garantire i diritti dell’uomo” e non soltanto del cittadino. Secondo la nostra Costituzione, la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali, riconosce a tutti il diritto alla libertà personale, all’inviolabilità del domicilio, alla corrispondenza, di culto, di manifestazione del pensiero. Non c’è differenza tra un “noi” e un “loro”, tranne che per alcuni di diritti “politici”, riconosciuti soltanto ai cittadini. La regola posta dal combinato degli artt.2 e 3 della Costituzione con l’art.16 della C.E.D.U. è che l’universalità dei diritti è la regola, la esclusiva riferibilità ai cittadini è l’eccezione.
Ha chiuso la sessione Fabio Ciaramelli, professore ordinario di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. Nella sua relazione dal titolo “Il rifiuto dell’estraneo come disagio del proprio”, ha ricordato che è la fenomenologia di cui Husserl è fondatore, a mettere al centro della riflessione sull’intersoggettività la tensione fra il proprio e l’estraneo. Questa è l’esperienza fenomenologica dell’estraneo: l’imbattersi in qualcosa che mantiene la propria inaccessibilità perché diviene accessibile solo in modo indiretto. Estraneo, sostiene Waldenfels, è innanzitutto lo straniero, che proviene da altrove e non perde mai l’estraneità della sua origine; in secondo luogo, si dice estraneo quel che appartiene a qualcun altro e che perciò si esclude dal “proprio”; infine, ci risulta estraneo tutto ciò che, mancando di familiarità, ci appare caratterizzato da stranezza o esotismo.
A conclusione della serata è stato presentato il romanzo “La Potente” di Paola Camassa a cura di Sarantis Thanopulos e Donatella Lisciotto con la presenza dell’Autrice ed una vivace e partecipe presenza di pubblico ed interessanti interventi, tra gli altri anche di Fernando Riolo e Anna Maria Nicolò.
Sabato mattina ha aperto i lavori Fernando Riolo, che oltre a moderare insieme ad Alessandra D’Onofrio, Presidente del Laboratorio Vicolo Cicala, ha introdotto la sessione “Omofobia”. Riolo ha sottolineato come l’omosessualità non è un’identità come non lo è l’eterosessualità. Sappiamo che in ciascuno di noi la realtà esterna e il mondo interno, la biologia e la storia, le pulsioni e le difese si amalgamano nella nostra vita sessuale in molti modi etero ed omoerotici, egosintonici ed egodistonici, accettati, rifiutati, rimossi. La serie dei processi e fenomeni che caratterizzano le relazioni con gli oggetti sessuali: attrazione, gelosia, dipendenza, possesso, rifiuto è invariante sia che l’oggetto sia dello stesso sesso, sia che sia di sesso diverso. Freud nell’”Uomo dei lupi” dice che il conflitto tra l’Io e gli impulsi sessuali, comprende tutte le possibilità; infatti la libido è una sola. Il conflitto non è tra impulsi sessuali maschili e femminili, ma tra gli impulsi sessuali e il narcisismo.
A seguire Vittorio Lingiardi, professore ordinario di Psicologia Dinamica presso l’Università Sapienza di Roma con la relazione “E tu, quando ti sei accorto di essere omosessuale?”, in cui ha ribadito come parlare o scrivere di omosessualità è sempre un problema perché si rischia di isolare questo orientamento, questa disposizione, questo desiderio, questa identità, dall’esperienza erotica, umana, generale. Le sessualità sono tutte diverse tra loro e comunque sempre plasmate da contesti culturali e sociali. Come si scopre la propria omosessualità? È un fulmine a ciel sereno o è l’esito di una lunga serie di indizi? Avviene prima o dopo l’adolescenza? E quante cose vissute prima vengono comprese dopo?
L’ultima relazione della sessione è stata quella di Sarantis Thanopulos dal titolo “Omofobia: la paura del coinvolgimento”. Secondo il mito della bisessualità originaria, si nasce maschi e femmine, omosessuali ed eterosessuali; e si diventa, successivamente, uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, per rimozione di una delle due inclinazioni. Ma la rimozione non è mai assoluta. Se è eccessiva si crea un eccesso di estraneità verso una componente naturale della propria sessualità e il ritorno inevitabile del rimosso è perturbante, a causa del drammatico ricongiungimento con una familiarità fortemente rigettata. Inoltre, più le relazioni di scambio si indeboliscono, e più l’omofilia è attaccata, rigettata e proiettata in quanto vissuta come fragilità. Il rigetto dell’omofilia, crea un atteggiamento omofobico.
Per finire sabato pomeriggio la sessione sul tema “La Ginecofobia”. Ha aperto Alfonso Accursio, che, nella sua relazione dal titolo “Violenza sulle donne e attacco al femminile: tra psicopatologia sociale e individuale”, ha posto il focus sull’assunto che la violenza appartiene al codice del più forte sul più debole. Spesso l’attacco al femminile viene condotto da donne ad altre donne o da donne a se stesse o alla donna che è rappresentata nel proprio corpo. Ma quella perpretata da un uomo ha la caratteristica di rimandare a problematiche connesse alla probabile impossibilità di una relazione amorosa in equilibrio con le spinte pulsionali o con la loro rappresentazione; in questi casi la violenza è basata su una specie di erotizzazione del possesso, in cui viene annullato il diritto alla libertà personale della donna, in una relazione che nega la dipendenza, la separazione e la sofferenza ad essa connessa.
A seguire Mariaenza La Torre, Consigliere della Corte di Cassazione, nella relazione “Identità personale e genere” ha spiegato la differenza tra la riservatezza e l’identità personale, diritti entrambi tutelati dalle nostre leggi. La riservatezza si basa sul segreto: ci sono cose vere della persona che devono essere mantenute nell’ambito della riservatezza, della vita privata. Per quanto riguarda l’identità, fondamentale è il diritto al nome come identificativo simbolico dell’identità; l’identità può essere alterata da dichiarazioni che sono contrarie a quella che è la verità della persona. L’identità di genere è una definizione che fa riferimento ad esperienze interiori, può corrispondere o meno al sesso assegnato alla nascita e comprende la percezione corporea e le altre manifestazioni di genere inclusi l’abbigliamento, il modo di parlare, la gestualità.
Quindi, Anna Maria Nicolò ha tenuto la relazione dal titolo “Legami violenti e paura della passività” nella quale ha richiamato il concetto di identità legata al nome, ricordando come in molte società attuali la donna perde il proprio nome per assumere quello del marito, in un processo in cui quasi perde la propria identità; si è ipotizzato che il femminicidio nasca dalla presunzione di non riconoscere alla donna il suo nome e quindi il diritto all’identità. La violazione della persona passa attraverso la violenza sul corpo, la violazione del diritto del corpo della donna e della sua femminilità. È stato trattato un caso clinico in cui si è valorizzato il ruolo fondamentale dell’analista come terzo nella coppia, il terzo nel suo ruolo fondamentale di consentire alla donna di vedere, di osservare, di rendersi conto della grave patologia del marito; il terzo come tramite per trovare la forza di ribellarsi alla condizione di sottomissione ed alla situazione di violenza subita e quindi poter finalmente separarsi dal marito. In questi rapporti di coppia ci sarebbe un’ambiguità che produce una regressione ad un livello di interazione molto primitivo e violento ed in cui si genera confusione e alienazione.
In conclusione, Malde Vigneri nella sua relazione dal titolo “Fecondazione assistita ed angoscia di gravidanza” ha trattato il tema della violenza di donne su donne, di madri su figlie, in una sotterranea violenza nei confronti della femminilità e della maternità. È stato preso in considerazione il ruolo della trasmissione transgenerazionale di un sentimento di odio della madre verso la femminilità della figlia, in cui quest’ultima viene silentemente depredata della propria femminilità. Nel caso clinico citato è stato illustrata una relazione subdolamente violenta tra nonna, madre e figlia, ed in cui quest’ultima, nata da PMA, è stata una bambina molto sofferente. Soprattutto le donne che si rivolgono alla PMA hanno subito, probabilmente, una potente minaccia distruttiva nei confronti della propria identità femminile; ciò è caratteristicamente rappresentato nei sogni i quali contengono la ferocia di una madre interna distruttiva e castrante, nell’immaginario inconscio di una femminilità incompiuta e violata.
Hanno moderato la sessione Mara Siragusa e Donatella Lisciotto, la quale ha proposto un’interessante osservazione sul femminicidio bianco, cioè sul fatto che le donne non muoiono soltanto perché vengono accoltellate o malmenate; ma possono morire lentamente, perché nei loro confronti viene operato un abuso psicologico da parte dell’ambiente in cui vivono. Quindi Donatella Lisciotto ha proposto di considerare il femminicidio in una veste più ampia, non solo quella che termina con la morte fisica, ma anche la morte psicologica, che è molto simile al morire fisicamente, ma forse è anche più umiliante. Ha, quindi, concluso i lavori con l’augurio che questi incontri non chiudano i temi trattati, ma piuttosto possano lasciare aperte tante domande e vie di sviluppo.
In tutte e tre le sessioni, numerosi sono stati gli interventi da parte del pubblico che hanno contribuito ad arricchire i temi trattati. E’ circolato il senso dello scambio, lasciando spazio a idee a volte convergenti ma anche divergenti: caratteristica costitutiva della complessità delle tematiche, dell’originalità della pluralità delle prospettive proposte.
Per finire la piece teatrale dal titolo “La Costruzione” di Roberto Russo, a cura della compagnia teatrale Luna Nova di Latina, regia di Sara Pane.
Parallelamente è stato allestito “Altroconvegno” a cura di Donatella Lisciotto, uno spazio espositivo che ha proposto un’esperienza emotiva complessa dei temi trattati dal convegno, che ha accostato e accompagnato “Noi/Altri” con un percorso al contempo alternativo e complementare, affinché il fruitore potesse “ascoltare” anche attraverso una condizione emotiva, fatta da stimoli destinati a raggiungere livelli diversi e complessi. Delle mani colorate delineavano il percorso espositivo che si snodava seguendo un tema conduttore che, soffermandosi sulla condizione xenofobica, omofobica e ginecofobica, delineava un’analisi delle affinità e delle diversità.
La domanda aperta è: si può parlare anche attraverso l’immagine, la poesia, le testimonianze artistiche?

Hanno partecipato all’Altroconvegno:

Davide Bertuccio, studente IED Milano, con “Fantasmi”;
Antonio Biviano, scultore, con “Un uomo” resina dorata anno 2014;
Benedetto Genovesi, psichiatra, col poster “Una rosa nel giardino del desiderio”;
Maria Guzzo, psicoterapeuta, col quadro “Naufraghi”;
Diletta La Torre, psichiatra e psicoanalista SPI-IPA, con il poster “C’era una volta una panchina”;
Marina Liotta, psicologa e fotografa, con il poster “Una vita mentale di gruppo” e le foto “Orgullo”, “Machismo es homofobia” e “Mujer desnuda en un barrio de Madrid”;
Donatella Lisciotto, psicologa e psicoanalista SPI-IPA, coi poster “Oltre” e “ Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli”;
Giuseppe Lisciotto, artista illustratore, con i “Minopesci”;
Fabio Pilato, artista, con “Lucidafollia”;
Antonio Serranò, medico, col quadro “Adolescente”;
Maria Trimarchi, psichiatra e psicoanalista SPI –IPA, col poster “Una rosa nel giardino del desiderio”.

È stata proposta anche una sezione cortometraggi, con le proiezioni: “Rashid” di Giampiero Cicciò; “The lipstick cicle” di Giulia Giannola; “Ferite a Morte” di Serena Dandini; “In Colonia” di Guillaume Nail e “Pauline” di Daphné Charbonneau, due cortometraggi tratti da “5 films contre l’homophobie”.

L’allestimento è stato curato da Luisa Visalli.