26 febbraio 2015 MARSIGLIA Catasrophic change or fear of breakdown: a clinical perspective

Week-end di discussione clinica

Report a cura di Monica Horovitz e Ronny Jaffè

Dal 26 febbraio al primo marzo 2015 si è tenuto a Marseille il convegno “Catastrophic change or fear of breakdown” ispirato al pensiero bioniano e coordinato da Monica Horovitz (SPP) e da Ronny Jaffè (SPI).

Il convegno è stato basato su un format di lavoro con un numero volutamente limitato di partecipanti (circa sessanta dalle diverse aree del mondo) per favorire un clima di lavoro attivo che consentisse a ognuno di esprimere propri punti di vista in una spirale in continuo divenire.

La metodologia di lavoro adottata è stata la seguente:

1)presentazione di materiale esclusivamente clinico da parte di un partecipante

2)un breve commento teorico-clinico di un discussant

3)una discussione ad ampio respiro da parte del pubblico secondo uno stile libero associativo che potesse aprire verso pensieri nuovi e inediti.

Come ha ben scritto Dana Amir (Società Psicoanalitica Israeliana): “L’incontro di Marsiglia è stata una bella dimostrazione di un’esplorazione anche attraverso il non-conosciuto che permette di essere simultaneamente dentro il tempo e fuori dal tempo, dentro il luogo e fuori dal luogo; che ha consentito un incrocio unico di lingue, diventato la lingua del sé”.

Dentro e fuori dai tempi e dai luoghi, nelle continue cesure attraversate dall’uomo  si srotola il tappeto della narrazione, la “Porte de Orient, portatrice di sogno, speranza e mistero” (Monica Horovitz); non è quindi casuale che la scelta del Convegno è caduta su Marsiglia, porta d’oriente del Mediterraneo.

Anche i luoghi di ritrovo marsigliesi al di fuori dal Convegno in cui condividere pasti e chiacchiere avevano questo sapore di un non-luogo e di un non-tempo ma dove l’incontro con l’altro, con il gruppo dei colleghi e degli amici dava un senso d’intimità e di continuità durato per tutto il periodo del nostro incontro.

Ma questa dimensione di sogno e d’inconoscibile che va necessariamente attraversata ed esperita senza però che questi si presti a falsi miti e idealizzazioni ci porta a contatto con la dimensione della paura e della profonda tristezza insita nel cambiamento catastrofico, tema che è stato affrontato nelle varie relazioni.

Amira Yeret (Società Psicoanalitica Israeliana), attraverso il lavoro con un suo paziente e grazie al commento di Giuseppe Civitarese, ci ha fatto sentire nel vivo i lutti che hanno attraversato la mente dell’analista e del proprio analizzando.

Il tema del lutto dell’analista non era stato svelato nella presentazione del materiale clinico, era nell’ombra, tra le intercapedini della scrittura e delle parole, ma le intuizioni di Giuseppe Civitarese e le ipotesi del gruppo sugli affetti e le emozioni della coppia analitica  hanno consentito alla relatrice di portare alla luce nel gruppo una vicenda personale.

Crediamo che questo sia stato possibile sia in virtù del fenomeno della “koinodia” -condividere insieme il dolore – (Corrao) sia attraverso l’atto di fede, cioè la capacità di avere fede in alcune intuizioni e percezioni; l’atto di fede – precisa Claudio Neri – scaturisce in un attimo.

La rivelazione dell’analista è avvenuta, infatti, in un istante, in modo inaspettato, perché il gruppo ha potuto contenere il dolore e offrire fiducia: questo ha consentito a tutti –relatrice, discussant, partecipanti – di leggere il materiale secondo nuove prospettive perché il gruppo è stato recettivo a vivere la dimensione profonda della sofferenza senza prenderne distanza o attuando difese.

Abbiamo scelto di partire da questa situazione per mostrare il funzionamento del gruppo e ora entriamo più nel dettaglio delle altre tre presentazioni cliniche.

Monica Horovitz, attraverso il caso di Pierre, ci illustra “la complessità delle molteplici trasformazioni descritte da Bion” e in particolare si tratta di “trasformazioni proiettive” secondo il commento di Alessandro Bruni, suo discussant.

E’ un paziente che si è trovato a incorporare la conflittualità dei genitori i quali  vivevano in una nazione dominata dalla dittatura e  caratterizzata da violenza ed aggressioni continue da parte del regime.

La madre, donna molto bella, pur di salvare il marito dal rischio di venire catturato e ucciso dalla dittatura si concesse, a caro prezzo, a molti  uomini del regime. Tale scelta comportò successivamente nella madre un grave stato depressivo.

La depressione della madre e il ricordo di un padre misogino e rancoroso  si instillarono in modo silente in Pierre fino a scoppiare drammaticamente  quando la moglie di Pierre si ammalò di cancro provocando nel paziente  stati di rabbia e di paura che egli esprimeva con queste parole “una fine terrificante è meglio di un terrore senza fine”, alludendo sia all’insopportabilità di essere in continuo contatto con la malattia e la tosse della moglie, sia al fatto che vi era una intollerabile congiunzione tra la depressione della madre e il cancro della moglie.

Il tema della malattia invade anche la stanza d’analisi poiché Pierre accusa l’analista di infliggersi la propria morte attraverso il fumo.

Il paziente è come se si sentisse vittima e testimone di tre donne malate: madre, moglie ed analista.

Quest’ultima non si presta a questo patto mortifero e collega, in una seduta, due immagini portate dal paziente: la prima riguarda l’immagine di un sogno in cui si vede un dipinto che rappresenta “dodici uomini soffocati”, la seconda riguarda “la testa di una donna”.

Tale collegamento fa venire in mente al paziente la fellatio e soprattutto rievoca improvvisamente le fellatio che la bocca della madre doveva fare agli uomini del regime per salvare il padre.

Si tratta di un punto di svolta fondamentale dell’analisi, di un cambiamento catastrofico che consente di arrivare all’origine del trauma e che Bruni commenta con queste parole: “L’origine delle calamità deve essere rintracciata nelle catastrofi pre-edipiche ed edipiche collegate ai propri genitori e che devono venire scongelate nella relazione analitica:  il risultato finale sarà quello di  rimuovere la violenza dei sentimenti transgenerazionali precipitati nel suo mondo interno”.

La questione delle origini della sofferenza psichica ricompare nel brillante lavoro di René Roussilon (SPP), commentato con molta cura e originalità da Dana Amir.

Roussilon riferisce il caso di un anziano paziente che ha fatto psicoterapie per decenni senza ottenere alcun risultato e con una vita psichica ancora congelata e bloccata all’epoca in cui ha chiesto il trattamento.

Ha un mestiere molto particolare – è un inventore con una competenza specifica sui sistemi di connessioni e di congiunzioni nell’area tecnica: “Ha dedicato la sua vita”–afferma Roussilon -“a inventare modi per tenere gli oggetti uniti”; si è trattato di un sistema molto sofisticato sul piano tecnico per proteggersi dai legami ma anche focalizzato sui legami”, secondo quanto ha commentato successivamente Dana Amir.

Roussilon presenta quattro sedute, svolte nell’arco di una settimana, in sequenza con un numero molto elevato di sogni: è interessante osservare come il filo conduttore di questi sogni è sempre quella della connessione di parti tecniche con molti legami al suo corpo e più precisamente al suo   intestino attorcigliato, pieno di gas, di cattivi odori, di ostruzioni, di evacuazioni che ricordano quando era un bambino spesso immerso nella cacca.

E’ straordinario il modo in cui Roussilon restituisce al paziente ed anche al nostro gruppo un linguaggio sensoriale intessuto dal modo di mimare il paziente e dal poter far incarnare le parole dentro il corpo del paziente; lo spazio di pensiero dell’analista con questa qualità di contatto attraverso il linguaggio dei sensi permette di scongelare il paziente da aree rimaste paralizzate e inamovibili nonostante tutte le terapie svolte in precedenza.

Nello snodo delle quattro sedute Roussilon, un po’ come in una detective story, ci permette di giungere all’origine di questa paralisi mentale in cui il paziente può, sì, fare l’inventore, ma non può mai –come ben rilevato nel commento di Dana Amir –sottoporre le sue invenzioni a qualcuno permanendo nel campo di un’“Illusione narcisistica” (Amir) con l’esito che le invenzioni restano lettera morta.

Emerge pian piano che il paziente nel campo professionale, ma anche su un piano adulto e affettivo, ha sempre sviato le relazioni; si è sentito un bambino trascurato da una madre depressa e asmatica che lo lasciava nella cacca senza ripulirlo; ciò non solo in senso metaforico ma anche concreto.

Anche il padre è ricordato come più impegnato con i fratelli e il modo per tenerlo fermo nella sua mente è ben rappresentato in un sogno in cui il padre compare come “nascosto e conservato come delle acciughe in una scatola”.

Il paziente nella sua vita “poiché i suoi desideri non erano stati corrisposti aveva probabilmente ritenuto preferibile evitare di crearne dei nuovi ed era rimasto appiccicato a quelle che già c’erano”(Amir); questo senso di blocco e di paralisi ha avuto le sue ripercussioni somatiche a livello gastrointestinale.

Il materiale clinico presentato da Alberto Eiguer (SPP) fa riferimento al concetto della funzione analitica come una “madre che disintossica la funzione simbolica”.

Qui vediamo l’analista dotato di una capacità negativa che consente di “lavorare ai limiti del tollerabile – al confine dell’acting out e della simbolizzazione (N. Abel Hirsch – Società Psicoanalitica Britannica).

L’analista, infatti, riceve due rivelazioni dalla sua giovane paziente che segnano nella mente di Eiguer un cambiamento doloroso e catastrofico e un complesso riposizionamento controtransferale; Eiguer riferisce al nostro gruppo di lavoro di aver dovuto ricredersi completamente su quanto pensava della paziente.

Essa sembra intraprendere un’analisi per problematiche inerenti alla sessualità in cui compaiono confusioni identitarie e appaiono elementi perversi, polimorfi e indifferenziati, determinati anche da un contesto familiare promiscuo e problematico in cui vi è anche stato un tentativo di abuso.

Naturalmente questi elementi si canalizzano nel transfert e come tali vengono trattati dall’analista.

La paziente, che fa anche uso di droghe e alcolici rivela ad un certo punto dell’analisi questo primo fatto:

1) “Le ho pagato con la droga” …mentre in precedenza la paziente aveva affermato che il suo lavoro le consentiva di guadagnare la sua vita onestamente.

Ciò determina nell’analista un sentimento di collera ma soprattutto egli esprime al gruppo che “si è sentito imbrogliato e involontariamente complice…facendomi uscire dalla mia funzione analitica ed etica della psicoanalisi” (Eiguer).

Successivamente la paziente “confessa” un furto ma soprattutto rivela a Eiguer di essersi rivolta a lui prima della sentenza  perché l’essere in analisi  era la testimonianza  che lei si curava ed era cosciente dei suoi problemi: essa dice: “intraprendere un trattamento conta in un processo” e Eiguer commenta al gruppo…”mi ha voluto usare a mia insaputa” (Eiguer ).

In entrambi questi frammenti costatiamo le reazioni di meraviglia, spaesamento, disagio dell’analista. Ci sembra che egli sia stato davvero confrontato con un cambiamento catastrofico che tuttavia non lo ha condotto a contro-agire in senso moralistico, come era stato emotivamente tentato di fare  ma di provare ad apprendere e comprendere le vicissitudini  dalla propria paziente.

Per concludere, l’insieme di questi quattro casi ha condotto l’intero gruppo, attraverso i suoi porta-parola (i quattro relatori e i quattro discussant) a vivere un’intensa esperienza emotiva navigando tra le aree della sessualità, della corporeità, della malattia, delle angosce di morte, vivendo un’immersione totale da cui è risultato difficile separarsi e che ha necessitato di momenti di svago e di piacere in meandri e intercapedini ignote in una città misteriosa come Marsiglia, con le sue nebbie, i suoi venti, i suoi chiaro-scuri e le sue turbolenze climatiche.

Settembre 2015