29-31 marzo 2015 VIENNA Second CCM Symposium Emotional Storms in the Psychoanalytic Encounter

“Emotional Storms in the Psychoanalytic Encounter”

29-31 May, 2015

At the Vienna Psychoanalytic Academy – Vienna Salzgries 16/3

I Comparative Clinical Methods (CCM) sono stati avviati da David Tuckett a partire dal Congresso FEP di Sorrento del 2003 con la finalità di individuare i modelli impliciti usati dall’analista, attraverso l’analisi dello sviluppo della relazione analitica. I convegni CCM, storicamente inseriti nei convegni FEP e poi in quelli internazionali, accanto a quelli condotti da H. Faimberg, dallo scorso anno si sono autonomizzati, formando un’associazione a sé. L’ Associazione (https://sites.google.com/site/ccmethods/) si riunisce annualmente presso la Vienna Psychoanalytic Academy, diretta da Michael Diercks, nella sede della Società Psicoanalitica Viennese. I Simposi annuali conservano la medesima finalità originaria, di studio del rapporto tra metodo clinico e teoria, allo scopo di promuovere l’indagine comparata dei modelli di lavoro analitico; il punto d’osservazione privilegiato riguarda lo sviluppo del transfert-controtransfert, come si realizza e si sviluppa a seconda dei modelli teorici, e come risponde nei modi operativi ai bisogni psichici espressi dal paziente. Il modo in cui l’analista opera è veramente coerente con la teoria cosciente? In che modo lo sviluppo clinico risponde alle finalità e ai bisogni terapeutici? Queste le domande sottostanti, che si organizzano di anno in anno intorno a temi diversi.

L’asse centrale del Convegno è rappresentato dall’indagine condotta, a piccoli gruppi, su casi clinici presentati da analisti esperti, approfonditi secondo un processo di indagine strutturato che valorizza l’attenzione agli elementi clinici per comprendere lo sviluppo della sequenza clinica, coniugando l’evidenza clinica con le necessità valutative e teoriche. Tuckett lo scorso anno nel discorso introduttivo ha ripresentato con chiarezza il metodo di lavoro ‘a due fasi’, che parte dalla descrizione del singolo caso, segue la vicenda relazionale tra paziente ed analista come si sviluppa nel processo terapeutico, per risalire poi alla patogenesi, alla teoria del cambiamento psichico, alla teoria dell’inconscio, alla teoria della tecnica presente nell’analista, ed infine alla teoria del transfert; in tal modo acquista evidenza il rapporto tra cambiamenti terapeutici e processo analitico. La discussione così condotta permette dunque di ricostruire vuoi la vicenda intrapsichica del paziente (‘what is wrong in the patient’), vuoi la vicenda relazionale terapeutica, e di aprirsi a tematiche più ampie.

Il modello sottostante a questo tipo di indagine ha riferimento teorico sottostante a J. Sandler, il primo ad aver affrontato la questione dei modelli impliciti dell’analista e del loro influsso sull’attività clinica nel noto lavoro del 1983 (Sandler, 1983: Reflections on some relations between Psychoanalytic Concepts and Psychoanalytic Practice.Int. J. Psycho-anal. 64: 35-45), ulteriormente sviluppato all’inizio degli anni ‘90. Nei gruppi CCM il rilievo dei modelli impliciti è ottenuto attraverso l’approfondimento sequenziale di situazioni cliniche, non in forma narrativa, bensì analizzando le caratteristiche dell’interpretazione, la risposta del paziente; è così possibile evidenziare dal vivo la dinamica del rapporto transfert-controtransfert, risalire ai modelli sottostanti e analizzare la loro congruenza con i bisogni psichici del paziente.

La dimensione del piccolo gruppo consente una riflessione approfondita, e la conduzione dei moderatori ha cura che l’oggetto d’indagine sia preservato attraverso la dialettica delle diverse posizioni e che le tensioni conflittuali non prevalgano, ma si trasformino in ricchezza e pluralità ritrovando in esse le risonanze controtransferali. Quest’anno si è prestata infatti particolare attenzione alle vicende relazionali attuali del gruppo di lavoro, attraverso la voce di partecipanti con esperienza in questo campo, che hanno rilevato dinamiche di solito inosservate, come sotto sarà indicato.

Accanto al lavoro centrale a piccoli gruppi, cui quest’anno è stato aggiunto uno spazio per presentazioni volontarie relative al tema centrale, sempre affrontate a piccoli gruppi, il Convegno prevede uno spazio iniziale per le comunicazioni ed i feedback dei moderatori su temi dell’anno precedente, e lo spazio finale per trarre le conclusioni e progettare futuri sviluppi.

Il convegno dello scorso anno, dal titolo Looking at the transference through the Comparative Clinical Method, ha avuto carattere introduttivo ai temi generali del metodo CCM. Tuckett ha illustrato il metodo e le sue finalità; gli altri moderatori lo hanno affiancato proponendo prospettive specifiche. Innanzitutto un excursus storico sulla teoria del transfert, di cui M. Diercks ha ripercorso lo sviluppo in Freud e G. Bruns nella storia della psicoanalisi; O. Bonard si è chiesto ‘se l’analista considera che la situazione terapeutica implica due persone’, e se ha ‘sufficiente coscienza della propria influenza sul pensiero del paziente’, proponendo nell’ “interpretazione nodale” la chiave di lettura della relazione e della potenzialità del cambiamento terapeutico; P. Mariotti ha ripercorso e sviluppato  il dibattito sui modelli impliciti, mentre M. Hebbrecht ha approfondito, secondo una prospettiva storico-teorica, il tema della reazione terapeutica negativa, che ha dato origine all’argomento centrale di quest’anno, perché sono le situazioni difficili quelli che maggiormente cimentano la relazione terapeutica.

La centralità del transfert è comprensibile, in quanto pernio intorno a cui si sviluppa la relazione analitica, di cui nei CCM si cerca di ricostruire la sequenza specifica ed il significato, sensibilizzando ad una lettura rispettosa del paziente e ad avere maggiore coscienza di come operiamo; a questo si presta in modo particolare il lavoro condotto nei piccoli gruppi sui casi clinici secondo il modello CCM in due fasi, la prima dedicata al rilievo dello sviluppo della relazione analitica alla luce degli interventi dell’analista, come sopra indicato, per poi giungere, nella seconda fase, alla riflessione sul significato di quanto emerso e sul modello utilizzato.

Quest’anno il secondo Simposio, ‘Emotional Storms in the Psychoanalytic Encounter’, era centrato sulle “tempeste emotive”, quei momenti critici dell’incontro terapeutico in cui le componenti emozionali appaiono prevalere risolvendosi in esplosioni emotive, enactments, agiti, in cui il rapporto terapeutico sembra entrare in crisi, e dove appare difficile far prevalere il pensiero e la composizione degli affetti. Le riflessioni generali, arricchite quest’anno da presentazioni volontarie a piccoli gruppi sul tema prescelto, sono state dedicate allo studio dei momenti che più mettono alla prova il rapporto analitico, quando si possono verificare, attraverso il lavoro analitico, quelle invasioni emozionali ed enactments che caratterizzano soprattutto momenti di trasformazione terapeutica e nel caso di patologie severe, dove l’integrità dell’Io risulta precaria, oggi più spesso afferenti alla cura psicoanalitica. Come hanno puntualizzato i moderatori, di cui quest’anno faceva parte anche Dana Birksted-Breen, direttore dell’International Journal of Psychoanalysis, il cimento era sulla possibilità di trasformare questi eventi da momenti destabilizzanti a strumenti comunicativi e potenziali agenti di cambiamento soprattutto attraverso l’analisi attenta del contro-transfert. Un esempio è stato portato da Anna Christopoulo, della Società greca, che ha fatto riferimento ad un caso di difficile gestione per la compromissione anche delle funzioni corporee della paziente, dando rilievo alla componente contro-transferale come elemento importante per lo sviluppo della relazione e del processo trasformativo. Lo studio delle ‘turbolenze emotive’, proseguito nelle presentazioni volontarie, è stato approfondito e contestualizzato all’interno della relazione terapeutica e del modello di riferimento, per individuarne finalità e significato: l’“emotional storm” ha significato di rottura o di rischio di rottura nel rapporto analitico? Si tratta di breakdown o di crisi trasformativa? Una di noi ha potuto presentare uno di questi casi, ricevendo ascolto rispettoso e utile a ripristinare la funzione ‘terza’, indispensabile per ritrovare il contatto emotivo con il paziente. Tra i possibili argomenti che si sono affacciati e tra cui scegliere, è stato ipotizzato per il prossimo anno il tema ‘After the storm’, interessante per analizzare le vicissitudini emotive e relazionali messe in moto dal momento della crisi e l’evoluzione terapeutica successiva.

Parte centrale del Convegno anche quest’anno si è svolta sempre nei piccoli gruppi di lavoro, in cui sono stati analizzati in modo approfondito casi clinici selezionati, presentati da analisti esperti, rilevando lo sviluppo del processo, in particolare nell’articolarsi del rapporto transfert-controtransfert, il modello usato dall’analista e la sua rispondenza alle istanze presentate dal paziente, seguendo il consueto metodo CCM, cui sono state apportate anche delle modifiche positive motivate dalla discussione. Studiare in modo attento le sequenze di sviluppo del singolo caso, ed il funzionamento dell’analista, ha fatto emergere in modo vivido lo scenario interno del paziente e della relazione terapeutica, come nel caso del pastore pedofilo in cui la componente transferale è stata al centro della trasformazione interna, in un percorso non facile che ha suscitato discussione anche per le componenti etiche e deontologiche coinvolte.

Quanto agli aspetti legati al funzionamento del gruppo di lavoro, qui di seguito la testimonianza di Marinella Linardos, per la prima volta partecipe di quest’esperienza, che quindi con sguardo nuovo ne mette bene in luce il significato. “Ho partecipato, per la prima volta, al Symposium CCM spinta dalla curiosità, mista a necessità, di sperimentare nuovi metodi d’indagine per approfondire la complessità dell’incontro analista-paziente. L’interrogativo che guida queste brevi riflessioni riguarda il tema della specificità degli incontri CCM rispetto alle presentazioni cliniche che tutti noi pratichiamo nei nostri rispettivi istituti di appartenenza declinate nelle varie modalità (discussioni cliniche, supervisioni/co-visioni in gruppo, ecc.). Oltre agli elementi che più chiaramente contraddistinguono questi incontri da quelli tradizionali, come, ad esempio, il condividere due giornate continuative con analisti di lingua e formazione diverse all’interno di uno specifico metodo che guida e disciplina gli interventi (two steps method),  il primo elemento di  reale  specificità mi è apparso il focus che tutti gli interventi dei partecipanti sono chiamati a mantenere sulle modalità di funzionamento della mente dell’analista in seduta e sul quale si è costantemente sollecitati a riflettere in gruppo (rispetto al focus sul funzionamento psichico del paziente, sulla sua psicopatologia e etiopatogenesi). In che modo è possibile affermare che questo metodo si differenza da altri metodi che prestano, ad esempio, grande attenzione al controtransfert dell’analista? Il fatto che vengano sollecitati interventi di categorizzazione e valutazione degli interventi dell’analista in seduta è certamente l’elemento centrale del metodo, ma non mi pare che caratterizzi ancora questo metodo di lavoro rispetto ad altri seppur meno formalizzati. Dopo aver completato l’esperienza e nel particolare ruolo di partecipante e, contemporaneamente, di osservatore delle dinamiche di gruppo, mi è possibile affermare che gli elementi di maggiore specificità del metodo CCM mi sono apparsi quelli meno dichiarati dagli intenti “ufficiali”, già descritti. Se, infatti, l’attenzione alla vicenda relazionale tra paziente e analista, il processo terapeutico, i modelli impliciti dell’analista, il mondo intrapsichico del paziente mi sembrano elementi a cui, seppur in modo diverso, ogni “presentazione” o supervisione di gruppo presta attenzione, l’utilizzo del piccolo gruppo dei colleghi, analizzato nelle sue dinamiche, ha rappresentato la peculiarità di questa esperienza. La dinamica del nostro gruppo di lavoro ha presentato, infatti, dei momenti di intenso “storm” emozionale quale, ad esempio, il sentimento di esclusione di una collega dal gruppo connotato da una forte angoscia. È stato possibile ricollegare le difficoltà di comunicazione e tematiche del fraintendimento alle difficoltà dell’analista con il suo paziente, dove il gruppo sembra aver riprodotto la profonda turbolenza emotiva che caratterizza il passaggio dalla posizione schizo-paranoide a quella depressiva e la quasi impossibilità di questo passaggio. Senza addentrarmi ulteriormente in questa descrizione, che richiederebbe di esplicitare le caratteristiche del caso clinico presentato, ritengo che l’utilizzo delle dinamiche di gruppo per accedere alla comprensione di quali siano stati i momenti di maggiore turbolenza nella relazione paziente-analista (e come la mente dell’analista li ha attraversati) abbiano rappresentato il contributo davvero unico e formativo di questa esperienza.”

Riflettendo sul significato dell’esperienza offerta da questi convegni, se il metodo CCM favorisce la riflessione critica sul metodo di lavoro clinico, la presenza di un tema organizzatore del convegno permette di contestualizzare questo metodo d’indagine in aree più specifiche.

Nella discussione generale finale, è stata sottolineata inoltre l’importanza di favorire lo sviluppo della capacità critica ed osservativa già durante la lunga fase formativa dell’analista, in modo da sviluppare l’attitudine ad approfondire le sequenze cliniche, a comprendere il proprio funzionamento e a ragionare sui modelli, oltre, si vuole aggiungere, per fornire le basi per l’attività di ricerca, in accompagnamento al lavoro clinico.

Il Convegno, che ha una presenza di circa sessanta partecipanti provenienti da varie nazioni d’Europa, si svolge in un clima molto familiare e gradevole, centrato sulla finalità scientifica e metodologica, dove le differenze linguistiche non rappresentano un problema eccessivo, sempre avendo al centro l’indagine sugli obiettivi ed evitando contrapposizioni accese che non siano finalizzate all’obiettivo di lavoro. Una bella esperienza, produttiva, con conduttori competenti e rispettosi, che fa sentire la presenza dei compagni di strada anche nel ritorno ai nostri studi.

Giugno 2015

Licia Reatto (SPI), Marinella Linardos (AIPSI)