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Bion in Marrakech “Navigating into the Unknown: hic sunt dracones” Porto, 22-24/4/22. Report di A. Lucattini

5/05/22

Bion in Marrakech “Navigating into the Unknown: hic sunt dracones”

Porto 22-24 aprile 2022

Report di Adelia Lucattini


  Si è svolto a Porto dal 22 al 24 aprile 2022 il primo convegno internazionale in presenza per psicoanalisti dell’International Psychoanalytical Association e di altre società psicoanalitiche freudiane. Fortemente voluto e organizzato da Monica Horovitz della Société Psychanalytique de Paris e della Società Psicoanalitica Italiana, nonostante il persistere della pandemia da Covid-19 e del contemporaneo scoppio della guerra in Ucraina, realizzato originariamente a Marrakech, città con cui l’organizzatrice ha un rapporto personale e familiare, si è tenuto a causa di  avvenimenti internazionali nel 2015 e nel 2017 a Marsiglia e quest’anno a Porto.


 Il titolo di questa edizione di Bion in Marrakech ovvero “Navigando nell’ignoto – hic sunt dracones”, “qui ci sono i draghi”, indica immediatamente le difficoltà che gli psicoanalisti possono incontrare nel trattamento dei pazienti difficili e molto soffrenti ma anche nell’incontro con i colleghi, quando ci si confronta con l’esperienza che l’altro fa della relazione con i pazienti e con gli aspetti tecnici e teorici della clinica. Come Bion ci indica è ineludibile che si possa e si debba “soffrire” l’esperienza per rendere costruttive e fonti di arricchimento anche le possibili turbolenze che inevitabilmente nascono nell’incontro con l’ignoto. Il titolo sta anche ad indicare la difficoltà che, come psicoanalisti, possiamo sperimentare nel confrontarci con il modo di affrontare l’esperienza della clinica dell’altro e la necessità di sopravvivere alle turbolenze di questo incontro.

  Il convegno è stato aperto dalla Presidente di Bion in Marrakech, Monica Horovitz che ha da subito inondato i partecipanti con un vitale flusso di energia accompagnata da una intensa, positiva, carica emotiva. Nell’incipit ha ricordato gli eventi di questi ultimi due anni: la pandemia che non ha reso impossibile incontrarsi di persona, i cambiamenti climatici di cui i partecipanti sono stati spettatori al loro arrivo a Porto immersa in un clima improvvisamente e imprevedibilmente invernale, e lo scoppio della guerra in Ucraina, nel cuore dell’Europa. Ha sottolineato che se “non è facile affrontare questi temi poiché le parole vacillano e falliscono, allora si può solo parlare della paura, del dolore e dello sfinimento in una lingua che ha raggiunto il limite di ciò che può esprimere, avvicinandosi al silenzio, ma non cadendovi ancora”. Per questo “non sarebbe etico teorizzare la catastrofe che si svolge davanti ai nostri occhi, bensì abbiamo soprattutto bisogno di sviluppare modi diversi di cura”. Ha poi evidenziato come “il clima affettivo o emotivo e sociale in cui ci troviamo richieda umiltà e cooperazione”. L’invito agli psicoanalisti partecipanti al convegno è stato di adoperarsi al fine di “essere lucidi sugli affetti coinvolti nella nostra attuale situazione, relativizzarli un po’ e anche resistere con altrettanta lucidità all’attrazione del pensiero apocalittico e all’abisso dell’autocommiserazione”, specificando con cristallina fermezza che “questo è il momento di organizzare, non di agonizzare”.  In ogni crisi appaiono elementi nuovi che devono essere colti e talvolta sono utili o necessari anche al momento del cessato allarme. Bion stesso trovandosi nella necessità nel 1942 di curare i soldati ricoverati al Northfield Hospital poiché affetti da “nevrosi di guerra” da psicoanalista scelse di curarli “in gruppo”, insieme e dopo quella esperienza la Gruppoanalisi è risultata ed è a tutt’oggi un trattamento attivo per pazienti con diagnosi diverse e in tempi di pace.   In questo attuale momento di crisi, quando si stanno aprendo i primi spiragli positivi rispetto alla pandemia da Covid-19, venti di guerra hanno improvvisamente soffiato nelle nostre evocando dracones, e Monica Horovitz ha posto l’accento su ciò che “tuttavia è inesauribile, il nostro desiderio di perseverare nel vivere, contro ogni previsione e che questo produce un ruggito di energia per lo più non percepito e impercettibile ma indispensabile”.   Ha infine gettato un ponte con l’inizio dei lavori soffermandosi sul significato di “noi”, coloro che “non siamo uno e lo stesso, ma siamo insieme in questa convergenza” di amore per la clinica, passione per il lavorare insieme, curiosità guidata dall’esperienza nell’ avventurarsi in territori sconosciuti alla mente. Anche il poter condividere il sentirsi esausti, affonda le sue radici in una saggezza profonda che riguarda ciò che ognuno conosce e permette di confrontarsi insieme con cambiamenti temporanei navigando in territori a noi non familiari con fiducia.

  Leopoldo Bleger, a commento delle considerazioni introduttive e del caso clinico introduttivo di Monica Horovitz ha ricordato che “In questi tempi di guerra in Ucraina, forse dimentichiamo che la storia dell’Europa è una lunga storia di guerre e massacri. Mi azzardo a dire che “noi” europei abbiamo probabilmente fatto “meglio” di altri continenti. Questo lungo periodo di pace che abbiamo vissuto dal 1945 è l’eccezione e non la regola. Eppure “Periodo di pace” è un modo di dire se si pensa a Salazar in Portogallo, a Franco in Spagna, alla guerra nei Balcani e così via. Queste ultime settimane potrebbero essere utili per ricordare come sia stato Freud a tentare, per primo, di integrare la distruttività nella teoria psicoanalitica introducendo il concetto speculativo di pulsione di morte. Se nel 1920 si chiedeva se credesse o meno nella pulsione di morte che aveva appena postulato, dieci anni dopo si chiedeva come aveva fatto a ignorare l’ubiquità della distruzione e “l’inclinazione all’aggressione” degli esseri umani. Bisogna saper mantenere il concetto di pulsione di morte in tutta la sua difficoltà. Freud cerca di dare un nome a qualcosa, una X che rimane una domanda. Non dobbiamo trasformare la congettura della pulsione di morte in una spiegazione totalizzante, addirittura totalitaria. Freud pensava, e noi con lui, che le credenze e le superstizioni dell’umanità non sono mai veramente superate. E aggiungeva, nel 1930: “Si potrebbe a volte dubitare che i draghi dei tempi originali siano davvero morti fino all’ultimo”.    Anche la violenza dello scambio tra analisti è stata una costante nella storia del movimento psicoanalitico. Già nel 1959, Angel Garma propose alla Asociación Psicoanalítica Argentina un simposio sulla relazione tra analisti. La bibliografia sull’argomento a quel tempo era piuttosto scarsa. È cresciuta nel frattempo? Una società psicoanalitica è anche un gruppo. E da questo punto di vista, può essere utile ricordare un libro straordinario che rimane molto attuale: Esperienze in gruppo. Rivalità, ostilità, resistenza, sabotaggio… La lista è incompleta. Trovare un modo per rendere possibile lo scambio tra analisti non è un compito facile. Una possibilità potrebbe essere rappresentata dal dispositivo proposto da Normann e Salomonsson per cercare di regolare la violenza in gioco quando gli analisti parlano clinicamente. Tutto questo per dire che Monica Horovitz ha trovato il modo che questo scambio avvenga senza troppi scontri o ferite narcisistiche. E la modalità che ha trovato (presentazione, discussant, discussione generale e soprattutto i piccoli gruppi più la riunione finale) è geniale e funziona”.

  Ilat Bernat della Israel Psychoanalitic Association a chiosa delle relazioni precedenti ha sottolineato che “nonostante le inevitabili preoccupazioni, il convegno risponde al profondo bisogno di un incontro vivace e stimolante non solo intorno a nozioni e idee psicoanalitiche ma, prima di tutto, tra le persone che le pensano”. Il progetto “Bion in Marrakech”, che Monica Horovitz ha portato avanti negli ultimi nove anni è una congiunzione costante, una nozione “poetica” che porta il pensiero di Wilfred Bion fuori dal suo contesto abituale e permette un uso creativo delle sue idee e della sua testimonianza come psicoanalista e come persona nei suoi numerosi scritti. Il convegno non è stato incentrato sullo studio dei testi di Bion ma bensì costruito e alimentato dal metodo e dallo spirito bioniano.Il metodo si inserisce nella tradizione psicoanalitica del lavoro in gruppo teorizzata e sostenuta da Bion e prima di lui da Freud stesso quando ha enfatizzato la grande importanza svolta dall’osservazione: importanza che non può essere “dimenticata” cedendo al fascino e alla facile sicurezza che possono offrire delle teorie psicoanalitiche precostituite. Nonostante il significato intrinseco della teoria questo è ciò che Freud nel 1914 aveva da dire sulle proprie idee teoriche: “Perché queste idee non sono il fondamento della scienza, su cui tutto poggia: quel fondamento è solo l’osservazione. Esse [le idee teoriche] non sono il fondo ma il vertice di tutta la struttura, e possono essere sostituite e scartate senza danneggiarla”. E Bion in Memoria del futuro (1979) ha affermato: “Sto cercando di descrivere il lavoro […] ho abbastanza rispetto per il compito dello psicoanalista per dire la differenza tra questa chiacchierata sociale sulla psicoanalisi – o anche una discussione tecnica su di essa e la pratica della psicoanalisi. Chiunque non abbia paura quando è impegnato nella psicoanalisi o non sta facendo il suo lavoro o non è adatto per esso. Un aviatore o un marinaio che non ha paura degli elementi, paura del mare e dei cieli, non è adatto a navigare”. 
  Il lavoro psicoanalitico, intrapsichico e relazionale, non può prescindere dalla ridefinizione, interpretazione, contenimento dell’irruzione del reale nella seduta come due anni di pandemia e la recente guerra in Ucraina ci hanno ampiamente mostrato. Il setting interno quando il setting cambia, ad esempio per l’adozione della modalità online, rende possibili quelle condizioni di base, necessarie, per riuscire a pensare anche in situazioni di dolore intenso portato dai pazienti e confrontati con aspetti non facilmente sopportabili sia nella stanza d’analisi che fuori. Con i nostri pazienti siamo stati immersi nel dramma della pandemia così come siamo emotivamente coinvolti nel turbamento, nella preoccupazione e talvolta nella paura indotti dalla guerra nel cuore dell’Europa. Yolanda Gampel nel suo articolo The pain of the social (1991) tenta di delineare il dolore sociale o il dolore del sociale, una sofferenza che deriva dalle relazioni umane come collettività. Trovare la parola e il significante, che possa trasmettere questa esperienza nella pratica clinica, compresi i sensi, gli affetti e l’intuizione, è la specificità dell’analista al lavoro con il suo paziente nell’interpretazione del transfert, nell’attenta lettura del controtransfert, oppure nella costante co-creazione di significati che avviene nel campo analitico. 

   Numerosi i contributi discussi prima in piccoli gruppi e poi in grande gruppo. Hanno animato la prima giornata Kate Pugh, Joshua Durban, Bernd Nissen, Rudi Vermote, Joseph Triest, orlando von Doellinger. I temi trattati, il metodo psicoanalitico nel trattamento degli adolescenti gravi e essere in “O” nell’esperienza buddista nell’ottica psicoanalítica sono stati commentati dai discussant, quindi in piccoli gruppi e infine riportati nell’incontro plenario. La seconda Denis Flynn, Serge Frisch, Maxine Anderson, Duncan Cartwright, Nancy Wolf. I temi trattati, aspetti di metodo e tecnica psicoanalitica nel paziente con difese narcisistiche e nuclei psicotici con l’accento sul transfert, sono stati commentati dai discussant e con i partecipanti, quindi il lavoro si è spostato nei piccoli gruppi e riportato ai relatori e ai discussant prima della chiusura dei lavori. Il terzo giorno si è svolta un’unica sessione plenaria condotta da Monica Horowitz, Leopoldo Bleger, Joseph Triest in un dialogo “socratico” con tutti i partecipanti, di co-costruzione di pensiero e scambio di emozioni intense e contenute dalle dinamiche e dall’inconscio di un buon gruppo al lavoro.  La chiusura dei lavori ha posto l’accento sull’importanza della traduzione, delle molte lingue madri dei partecipanti, dell’immersione linguistica in idiomi diversi che sono tali anche a livello profondo e che hanno le loro radici in esperienze sensoriali primigenie, la lingua che parla direttamente all’inconscio. Straordinaria traduttrice e interprete la psicoanalista Zoe Andreyev che ha gettato ponti dove la mancanza di conoscenze personali delle lingue altrui, avrebbero potuto fermare il processo di costruzione di legami e di un sentimento condiviso di amicizia nascente.

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