Messina 2011: Un incontro tra “maestri”

Di Donatella Lisciotto

Il 17 settembre, si è svolto a Messina, nei locali del Laboratorio Psicoanalitico "Vicolo Cicala", l’incontro con Laura Ambrosiano dal titolo "Maestri".
La presenza di Antonello Correale (discussant) e Eugenio Gaburri ha contribuito a realizzare una giornata ricca di pensiero, di spunti nuovi, di rimodulazioni e ha permesso di andare ancora un po’ più avanti nella comprensione di quello che è il legame psicoanalitico con il Maestro.
L’assemblea, costituita da giovani (psicoterapeuti e psicoanalisti in formazione, studenti, specializzandi) è scivolata gradualmente, nel corso dell’ascolto della relazione e poi nel dibattito, in un assetto che l’ha trasformata in un gruppo al lavoro. Si è realizzato un clima in cui ha prevalso un atteggiamento di riflessione pacata, non eccitata, piuttosto incline (ma non indirizzata) alla possibilità di sostare su concetti quali la disillusione e la perdita dell’idealizzazione.
"Maestri" si presenta, da subito, come un lavoro dotato di alta sensibiltà e approfondita conoscenza della storia psicoanalitica, tanto da scorgervi la presenza del transgenerazionale.
A tratti, commovente, altre volte quasi violento per certi contenuti è comunque, dall’inizio alla fine, vibrante, dotato di una delicata potenza pervasiva, se così si può dire, che persiste, rimane e accompagna.
La disamina delle analisi di Tausk e Khan condotte da Freud e Winnicot, descrive coraggiosamente la figura di un maestro con tutte le sue conflittualità, le sue debolezze e, perché no, la sua nevrosi.
Questo rimanda al ruolo delle Istituzioni, spesso inconsciamente conniventi e supportive di rappresentazioni che, anziché curare, annientano l’individuo, lo confondono e che, spingendolo verso il "godimento", gli impediscono di appropriarsi di ciò che serve alla propria specificità.
C’è un’"area cieca" in ogni analisi. Questa può essere provocata da un’idealizzazione erotizzata e crudele tra analista e analizzato, laddove si possono trovare aspetti concreti e perversi, intrecci intollerabili. L’aspetto aggressivo e conflittuale (l’"aria cieca") può sviluppare, inconsciamente, in entrambi i membri della coppia analitica, la tendenza a favorire, di contro, la funzione relazionale dell’analisi piuttosto che quella conflittuale.
Contro l’ipertrofia della dimensione relazionale, sottolinea Correale, è bene ritornare alla "attività oscura", la dimensione del reale.
L’"oscuro" deve poter essere rappresentato.
Si riflette sull’indifferenziato, la densità primaria, e ancora sull’importanza di introdurre nell’analisi la dimensione della rottura.
Tutto ciò muove verso la caduta dell’idealizzazione e rende possibile affrontare la separazione. L’individuo, com’è noto, riesce a separarsi quando crolla l’idealizzazione e può avviarsi verso la sua specificità.
In questo contesto trova respiro il concetto di trasgressione inteso come un andare oltre il pensiero convenzionale.
Gaburri invita a cogliere la presenza di un "pensiero nuovo" contenuto in un agito. L’agito può contenere un pensiero non convenzionale, un pensiero da riconoscere tra le pieghe dell’agire, un pensiero nuovo da recuperare, dargli estensione, ascoltarlo poiché forse ha qualcosa di nuovo da dirci, che ci può servire. In questo senso la trasgressione aiuta a mantenere la coerenza del sé.
L’analisi quindi deve aiutare sostenere la caduta dell’idealizzazione dell’oggetto, non già a mantenerla e coltivarla, piuttosto deve sostenere il processo di disillusione.
Fuorviante e antiterapeutico sarebbe ritenere che con l’analisi si recuperi e si riconquisti l’oggetto primario, bisogna piuttosto capire che quell’oggetto c’e’ stato (se c’era), forse lo si è avuto, ma accettare che, ora, nel legame col proprio analista, non c’è più, aiuta a lavorare sulla separazione e a riflettere sull’idealizzazione; deve poter prendere corpo il desiderio di realizzare nuove rappresentazioni che non siano copie sgualcite di quella originaria.
Concludo questo breve report con le parole di Laura Ambrosiano che, aldilà del contenuto apparente depressivo, risuonano invece come un indirizzo a sostare la realtà, così com’è, non tanto "appollaiata" sulle nostre spalle come un peso o una minaccia ma come la possibilità, unica, impagabile, di esistere "con la realtà addosso"(Ambrosiano) piuttosto che confomarsi :
"Non si può che vivere in presenza della morte"(Ambrosiano).

19 settembre 2011