Sentimento oceanico: nostalgia d’infinito? Bologna, 30 settembre 2017. Report a cura di A. Cusin e L. Fattori

Sentimento oceanico: nostalgia d’infinito?

A partire dalla Giornata di studio presso il Centro Psicoanalitico di Bologna.

Report per il sito SPI a cura di Ambra Cusin e Lucia Fattori

Freud, nella sua professione di ateismo, aveva preso le distanze non solo dalla religione, ma anche da quel senso di eternità e di infinitezza, il Sentimento Oceanico, che l’amico Rolland gli aveva proposto come esperienza universale dell’uomo e come base del sentire religioso (Freud, 1929).  Freud infatti sosteneva che il Sentimento Oceanico poteva essere semplicemente inquadrato all’interno del narcisismo primario e ricondotto alla mancanza di confini che l’Io esperisce nell’originaria fusionalità con il padre delle origini il quale, come egli specificò in L’Io e l’Es, è in realtà un padre- madre, cioè un genitore sessualmente indifferenziato (Freud, 1922).

 

La giornata di studio su “Nostalgia d’infinito e fede: esplorazioni psicoanalitiche intorno al sentimento oceanico”, si è tenuta presso il Centro Psicoanalitico di Bologna il 30 settembre 2017, ed è stata organizzata dal gruppo “Psicoanalisi e fede”. Dopo il benvenuto della segretaria scientifica del Centro, Luisa Masina, e la lettura di un messaggio di saluti del rappresentante dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia –Romagna, ente che ha dato il patrocinio all’evento, si sono aperti i lavori.

Il discorso ha preso le mosse da una serie di interrogativi sul Sentimento Oceanico e sul vissuto di infinitudine ad esso collegato. Tale vissuto si avvicina ad esperienze particolari e non facilmente descrivibili come quelle provate dai mistici o quelle intense e talora perturbanti di certe fruizioni estetiche: il Sentimento Oceanico , insomma, appare come qualcosa di articolato e complicato; e questo sia a livello fenomenologico sia per quanto riguarda il suo statuto metapsicologico.

I lavori della mattinata sono stati introdotti da Maria Stanzione, del Centro Napoletano di Psicoanalisi, che ha esordito spiegando la motivazione della giornata di studio e del titolo che è stato scelto per essa, titolo che comprende i termini nostalgia, infinito, fede, sentimento, oceano. “Tutte queste parole da sole, o in relazione tra loro, mostrano non poche complessità concettuali”- afferma Stanzione. Il desiderio è quello di  tentare di esplorare assieme, nel corso della giornata,  le zone d’ombra accantonate, trascurate e mai oggetto di trattazione sistematica, ma presenti nelle pieghe del discorso freudiano. Stanzione sottolinea come anche al di là del professato positivismo, Freud riconosca che molte sono le cose che non possiamo sapere.  Anticipando Bion  egli scrive a Lou Salomè: “ci dobbiamo accecare artificialmente fino a intravedere una fiaccola di luce nell’oscurità”(Grotstein, 2010, nota n.7 p.324), riconoscendo come “ le intuizioni della mistica possano fornire elementi preziosi per una embriologia della psiche” (Freud, 1930), e che “certe pratiche mistiche possono rovesciare i normali rapporti tra i territori della psiche, così da poter cogliere eventi profondi dell’Io e dell’Es altrimenti inaccessibili” (Freud, 1932, p.190).

Stanzione ci ricorda come  Roman Rolland introduca per primo il termine Oceanico quando in una sua  lettera rimprovera a  Freud  di non aver preso in considerazione “il sentimento religioso spontaneo, più esattamente, la sensazione religiosa, che è differente dalle religioni propriamente dette… cioè il fatto semplice, diretto della sensazione dell’Eterno (che può non essere eterno, ma semplicemente senza confini percettibili e come oceanico)” (Cornubert, 1966).

Stanzione elenca alcune possibili declinazioni dell’esperienza di infinito: non solo il dissolversi dell’Io nell’esterno, ma anche il flusso- riflusso continuo (“una sorta di ritmo dove le frontiere dell’Io e del non- Io si spostano continuamente) o ancora l’oltrepassamento  del tempo, come “effetto di una rottura all’inizio e alla fine dell’esperienza”. Comunque in molte testimonianze, afferma Stanzione, quello che predomina è l’elemento sensoriale, l’emozione e l’immaginario.

Sophie de Mijolla, psicoanalista, membro del Quarto Gruppo, professore emerito  presso l’Università Paris 7, porta a sua volta le proprie riflessioni sul Sentimento Oceanico, considerato  come   traccia del pensiero arcaico, sviluppando ulteriormente quanto già proposto nel saggio pubblicato in  Psicoanalisi e fede: un discorso aperto ( Fattori, Vandi, 2017).  Il concetto viene arricchito con alcuni spunti sulla tematica del prenatale. Vengono riferiti gli studi sulla sensibilità del neonato relativi all’ipotesi di una globalizzazione delle diverse forme di presa sensoriale che transiterebbero fondamentalmente attraverso il tatto. Inoltre de Mijolla ipotizza un secondo livello in cui il Sentimento Oceanico si esplicherebbe, e che corrisponderebbe a quello stato felice di non-integrazione che Winnicott descrive come tappa nella formazione del Sé. Infine introduce un terzo livello, più sul versante nevrotico, in cui compare la nostalgia come tensione dolorosa, che da desiderio per la madre assente virerebbe verso il desiderio del padre. Dice de Mijolla: “la nostalgia mirerebbe non tanto a recuperare un oggetto quanto piuttosto ad assicurarsi della sua assenza, processo che permette alla libido di ricevere una conferma al proprio movimento desiderante.” e conclude con la seguente domanda: “Questa prospettiva non mette così in luce la dialettica della perdita nel movimento che spinge il credente verso Dio?” Cita a tale proposito il paradosso di Pascal: “Tu non mi cercheresti se non mi avessi prima trovato”…

Su tutte queste tematiche si è aperta poi una ricca discussione con cui si sono chiusi i lavori della mattinata.

 

Al pomeriggio si è svolta una Tavola Rotonda sul tema dell’ “Oltre“, coordinata da Luigi Boccanegra, del Centro Veneto di Psicoanalisi, il quale ha sottolineato come l’ “Oltre” sia strettamente connesso con il tema della fede e costituisca un argomento che ha da sempre interessato gli psicoanalisti, benché se ne sia parlato poco perché questa problematica è stata coltivata individualmente e tutt’al più la si è discussa con il gruppo dei colleghi più vicini, più amici.

A proposito di “Oltre” Boccanegra cita dei significativi passi del poeta svizzero Philippe Jaccottet nei quali questo autore  propone un altro tipo di infinito, rispetto a quello spaziale o a quello  temporale, un infinito  insito nelle potenzialità, infinite appunto, di ogni cosa. “Quegli alberi mi parevano, senza peraltro cessare di essere alberi, risplendere anche al di là di loro stessi; disegnavano, insieme a ciò che li accompagnava ( un ruscello, delle pietre, erba), una figura che mi intrappolava; salvo che quella trappola, invece di imprigionarmi, sembrava rendermi più libero”.

( Jacottet, 2006, p.69). In un passo successivo, sempre Jaccottet scrive: “attraverso quel fiore… che dura così poco, posso  immaginare che il mondo non sia finito, che ogni cosa sia più di ciò che pare essere, che oltrepassi non si sa come i propri limiti apparenti”. ( ibidem, 73)

Alla Tavola Rotonda sono stati invitati a partecipare Rita Corsa e Cesare Secchi per una riflessione su  cosa si possa intendere per  “Oltre”:   oltre il percepibile, oltre le nostre emozioni e i nostri affetti, oltre lo stesso infinito? E che cosa di tutto ciò entra nella stanza di analisi e come quello che eventualmente emerge viene affrontato dagli analisti?

Rita Corsa, del Centro Milanese di Psicoanalisi,  affronta il tema della speranza, sentimento che ci fa vivere una dimensione che va “oltre” il presente: “Specialmente nella visione cristiana, la speranza si coniuga al bisogno di credere e all’esercizio della fede[…] La psicoanalisi, che di certo ha partecipato alla decostruzione del postmoderno, sembra oggi riconoscere a sua volta il bisogno di credere e di sperare come componenti fondamentali dell’esperienza umana[…]. Il pensiero junghiano si è avventurato in queste regioni estreme, valicandone coraggiosamente i confini, sin dalle sue origini. La posizione di Freud di «decisa ripulsa» (Freud, 1990) nei riguardi della religione ha marcato una cesura piombata sulla questione, riavvicinata con impavida visionarietà dall’ultimo Bion. Si è così aperto uno squarcio attraverso cui la psicoanalisi contemporanea sta cominciando a transitare. I tempi sono maturi affinché ci si interroghi sulle proprie radici nell’ottica di tale problematica. Va forse disegnata una nuova cartografia del mondo interno e di quello relazionale che permetta di superare gli antichi bastioni che, dogmaticamente, impedivano l’accesso ai territori maledetti del trascendente. Una mappa inedita, non delimitata dai medioevali hic sunt leones […]”.

Anche per la psicoanalisi la speranza è un fattore propulsivo che alimenta la vita psichica e le cui radici affondano nella relazione primaria e, ancor prima, nell’essere tutt’uno con la madre nella vita intrauterina. È in quello spazio illusionale, magistralmente descritto da Winnicott, che comincia ad accadere l’imperscrutabile e unico processo di traduzione del caos iniziale nella fiducia che permette di vivere, di crescere e di immaginare il futuro.

Tutto ciò senza negare che la speranza in analisi oltre ad essere  un sentimento necessario, sia anche un terreno pieno di trappole. L’ambiguo processo di trasformazione in speranza del dolore psichico, teso a preservare dalla scissione e dal collasso, fa sì che l’eccesso di speranza, che è intimamente correlato all’onnipotenza, come rilevano molti  autori, trascini il soggetto in territori ambigui dell’Io dove è seriamente danneggiato il senso di realtà.  Corsa conclude con un interrogativo: in un contesto sociale pervaso da molteplici situazioni di disperazione e da acuti conflitti che insidiano la convivenza civile e il sapere, qual’è  la speranza che può accendere la psicoanalisi odierna?”. Corsa non ha e non dà risposte, ma si chiede, parafrasando Nietzsche (aforisma 125,1882), come mai l’analista che si interroga sull’enigma universale della dimensione trascendente dell’esistenza umana, diventi talora “un viandante da deridere”.

L’intervento di Cesare Secchi, del Centro Psicoanalitico di Bologna, è centrato sull’ accenno a toccanti casi clinici in cui si manifesta il  cosiddetto “timore reverenziale”  descritto come un aspetto fenomenologico che si riferisce allo stato d’animo provato di fronte alla distesa immensa del mare di superficie e all’abisso del mare profondo, metafore del sentimento di infinito, colto però in un suo aspetto particolare: il soggetto  nel contemplare l’infinitamente grande, la distesa delle acque, come pure il cielo stellato, percepisce, per contrasto, la propria piccolezza e insignificanza, la propria fragilità. Analogamente Bion descrive questo stato d’animo quando parla della propria fascinazione, provata durante l’infanzia, verso il buio della giungla indiana. Questa esperienza gli permetterà, in seguito da adulto, di descrivere sia  la “O” che quelle condizioni mentali primitive lontane dalla logica e all’unisono con aspetti ‘altri’, e ‘oltre’, dell’essere umano.  Si tratta di quelli stati mentali di stupita meraviglia, carica di aspetti estetici  e misteriosi, densi di angoscia e paura, stati in cui non c’è solo commozione o piacere, ma anche un essere sgomenti e spaventati.  Stati in cui il soggetto sembra chiedersi: “ma cosa mi è capitato?”, mentre vive un senso di perdita, di separazione e il vissuto di un Io troppo riempito dall’esperienza percettiva che  egli cerca di integrare dentro di sé, senza riuscirci. In definitiva vengono evocati sentimenti di ammirazione e soggezione davanti a qualcosa di solenne, un immensamente grande che, invece di essere legato ad una sensazione di fusionalità, come accade per il Sentimento Oceanico così come viene solitamente inteso, sottolinea piuttosto la differenza e quindi la separatezza: una scoperta da parte del bambino della irraggiungibile alterità del genitore (Andresen,1999,517). Il timore reverenziale sarebbe dunque, al fondo, un’esperienza di verità, verità della piccolezza e della fragilità dell’essere umano.

A seguito di questi due interventi e dei commenti di Boccanegra si apre una lunga, variegata  e profonda discussione con molteplici contributi. Essi verranno riportati in dettaglio, insieme a quelli della mattina, negli Atti che saranno quanto prima disponibili.

Trieste-Padova, 27 ottobre 2017

 

Bibliografia

 

Andresen J.J.(1999), “Awe and the Trasforming the Awarenesses”, Contemporary Psychoanalysis,        35.

Cornubert C. (1966), “Lettera di R.R a Freud del 5 dicembre 1927”, citata da C. Cornubert, Freud et Romain Rolland , Tesi di Dottorato, Parigi.

Fattori L., Vandi G.( 2017), Psicoanalisi e fede: un discorso aperto, Franco Angeli, Milano.

Freud S.( 1922), L’Io e l’Es, OSF, vol.9.

Freud S. (1929), Il disagio della civiltà, OSF, vol. 10.

Freud S. (1930), “Lettera a R. Rolland, 19 gennaio 1939” in Lettere alla fidanzata e altri corrispondenti, 1873- 1939, Bollati Boringhieri, Torino,  1990.

Freud S. (1932), Introduzione alla psicoanalisi (Nuova serie di lezioni), Lez. 31, OSF, vol. 11.

Freud S. e Pfister O., (1990), Psicoanalisi e fede: lettere fra Freud e il pastore Pfister (1909-1939), Bollati Boringhieri, Torino.

Grotstein J.S. (2010), Un raggio di intensa oscurità, Cortina, Milano, 2010.

Jacottet  Ph. (2006), E tuttavia, Marcos y Marcos, Milano.

Nietzsche F. (1882). La Gaia scienza, Mondadori, Milano, 1971.