La Cura

Corpo, genere e illusione: la ricerca di sentirsi reali nell’esperienza trans in età evolutiva. Laura Accetti

Bambini e adolescenti
Corpo, genere e illusione: la ricerca di sentirsi reali nell’esperienza trans in età evolutiva. Laura Accetti
Edvard Munch — Puberty (1894)

Parole chiave: età evolutiva; espressioni di genere atipiche; transizione; psiche-soma; rispecchiamento; ‘sentirsi reali’.

Corpo, genere e illusione: la ricerca di sentirsi reali nell’esperienza trans in età evolutiva.

Riflessioni sulla funzione analitica in una prospettiva winnicottiana

Laura Accetti

Queste riflessioni, di matrice prevalentemente clinica, nascono dalla mia pratica come analista infantile — oltre che di adolescenti e adulti — e dall’esperienza di supervisione ad un gruppo di giovani psicoterapeuti e analisti dell’Istituto Winnicott – con i quali ho fondato Spazio Prisma, centro identità e genere – che da anni seguono bambini e adolescenti con espressioni di genere atipiche[1]. Ad oggi abbiamo seguito circa trenta casi di bambini e adolescenti che hanno richiesto un intervento psicoterapeutico, alcuni per propria motivazione, altri perché portati dalle famiglie o inviati dal centro specializzato per l’identità di genere a cui si sono rivolti per cominciare un processo di transizione (prevalentemente dal Saifip dell’ospedale San Camillo di Roma).

Lavorare con questa popolazione mette in luce una complessità peculiare: alcune richieste di ridefinizione identitaria appaiono radicate in una storia psichica profonda e coerente, altre si manifestano come fenomeni più transitori e difficili da collocare nel corso dello sviluppo.

Quando la domanda di trattamento proviene da bambini o pre‑puberi, la sfida clinica si intensifica. Emergono frequentemente sensazioni di dissociazione tra corpo e psiche, esperienze in cui il corpo è percepito come non abitabile, estraneo alla soggettività. Tale estraneità può manifestarsi molto precocemente, già intorno ai due‑tre anni, e genera una sofferenza intensa che richiede un ascolto clinico estremamente sensibile e una diagnosi accurata. Per questo motivo è essenziale evitare semplificazioni concettuali che possano produrre esiti iatrogeni. Occorre, da un lato, riconoscere e sostenere chi cerca nella transizione una possibilità di allineamento tra percezione interna e corpo; dall’altro, individuare quei casi in cui l’identità transgender funge da formazione di compromesso o da difesa per contenere angosce non rappresentabili.

In questo senso, i dati della letteratura sui percorsi di desistenza e persistenza della disforia di genere in età evolutiva offrono elementi importanti per orientare il lavoro clinico. Le ricerche longitudinali mostrano che la maggior parte dei bambini con disforia di genere non mantiene tale condizione nell’adolescenza, mentre una minoranza significativa sì (T. D. Steensma et al.2013).

Questi risultati suggeriscono che i percorsi evolutivi non sono uniformi e che le raccomandazioni cliniche dovrebbero essere personalizzate, tenendo conto delle differenze tra maschi e femmine ( la popolazione femminile mostra un grado di persistenza maggiore) e della specificità di ogni storia soggettiva.

La pratica analitica, in questo contesto, deve muoversi su due piani complementari: da un lato indagare l’influenza delle esperienze precoci — ciò che è avvenuto “prima” — sul corso dello sviluppo; dall’altro considerare come le trasformazioni successive possano riorganizzare retroattivamente il senso del passato. È in questo dialogo tra storia e attualità psichica che si apre lo spazio per comprendere la complessità dell’esperienza trans in età evolutiva e per orientare interventi che siano al tempo stesso rigorosi e rispettosi della singolarità del paziente.

Il caso di Alma[2] bambina transgender di nove anni, illustra in modo esemplare tale complessità. Alma descrive una marcata difficoltà ad abitare il proprio corpo: evita di guardarsi mentre si lava, svolge le pratiche corporee con estrema rapidità per ridurre il contatto con sé stessa, teme che i compagni possano vedere “la parte di sotto”. Per occultare i genitali utilizza strategie elaborate — fasciature con scotch, mutande contenitive indossate in più strati — che testimoniano un vissuto di estraneità radicale. Il pene diviene il luogo di condensazione di sensazioni non integrate e denegate, fino a divenire un elemento impensabile.

Riferisce di trascorrere molto tempo davanti allo specchio senza riuscire a “vedersi”. Il progetto della transizione assume per lei il significato di una restituzione: la fantasia che la sospensione della pubertà e l’intervento chirurgico possano rappresentare la nascita di un nuovo Sé (Lemma, 2023). L’intervento è investito della funzione di cancellare il sé maschile e la sua storia: fotografie, documenti e qualsiasi traccia del passato devono essere eliminate. Nei primi colloqui emerge un diniego sistematico del vissuto sensoriale corporeo e la convinzione incrollabile di “essere sempre stata una femmina, indipendentemente da ciò che dice la biologia”.

Come afferma Winnicott, “sentirsi reali è più che esistere; è trovare un modo per esistere come se stessi e avere un Sé in cui ritirarsi per rilassarsi” (1967). La sofferenza di Alma non riguarda dunque soltanto il corpo, ma l’impossibilità di sentirsi reale dentro quel corpo, di riconoscersi come soggetto dotato di continuità dell’essere.

Per molte persone transgender, il percorso terapeutico implica un lavoro di elaborazione profonda legato a una perdita affettiva complessa: l’assenza di un senso di sé radicato nel corpo. Alcune/i bambine/i trans sentono un senso di mancanza per qualcosa che pur essendo percepito a livello somatico non coincide con la realtà anatomica: è come se mancasse un elemento esperienziale, qualcosa che non trova collocazione nella realtà corporea così come è data.

L’aspettativa di “vivere pienamente nel proprio corpo” viene allora dislocata nella dimensione immaginaria: il corpo desiderato diventa un corpo ideale, depositario di promesse di autenticità e continuità dell’essere. In questo contesto, la costruzione di immagini idealizzate di sé e dell’altro può svolgere una funzione transitoria di contenimento, soprattutto quando la capacità di simbolizzazione è fragile o compromessa.

Quando il genere esperito entra in conflitto doloroso con ciò che il corpo presenta, l’assenza di un “vero corpo” può generare un’esperienza interna di irrealtà intollerabile. L’angoscia derivante da questa perdita e dall’estraneità corporea può essere fronteggiata attraverso fantasie di controllo onnipotente[3]  : immagini e progetti di trasformazione diventano tentativi di riprendere il controllo su una realtà percepita come minacciosa. Il bambino o l’adolescente può attribuire ad alcune credenze sul proprio corpo — talvolta dominate da fantasie inconsce (Britton, 2006) — il valore di conoscenza di sé.

Nel tempo, questa dipendenza dalla concretezza del corpo rischia di condurre a un appiattimento dei processi di pensiero, rendendoli meno permeabili al gioco dell’illusione e impoverendo la capacità simbolica. Il corpo, ridotto a oggetto concreto, finisce per oscurare quegli organizzatori psichici che permettono di contenere e trasformare le sensazioni provenienti da esso. Le identificazioni transitorie, che in età evolutiva possono costituire risorse adattive, rischiano così di consolidarsi in vere e proprie credenze, irrigidendo il campo rappresentazionale e ostacolando il gioco creativo dell’immaginazione.

In questo contesto, l’esperienza analitica si configura come un lavoro di costruzione di uno spazio psichico in cui il paziente possa elaborare immaginativamente il proprio corpo e le proprie rappresentazioni di sé. L’obiettivo è  l’ingresso del linguaggio e del simbolismo in quegli spazi annodati, promuovendo l’emergere di nuove immagini che consentano di creare legami più flessibili tra dimensioni interne ed esterne del Sé .

Riflettendo sul contributo di Winnicott alla questione del soggetto — centrato sulla ricerca di un luogo da cui partire per vivere (Winnicott, 1949) — propongo alcune linee per la pratica clinica con bambini e adolescenti che vivono esperienze di discontinuità corporea e di genere.

1.  Costituzione della dimensione dell’Essere e sensibilità verso i funzionamenti precoci. Gli analisti dell’età evolutiva non possono trascurare la rilevanza della dimensione dell’Essere come nucleo primario nella costruzione dell’identità: si tratta di uno stato fondamentale che coinvolge i livelli più profondi dell’organizzazione del sé, oltre i soli piani conflittuali. E’ importante riconoscere che ogni bambino come ogni adolescente va conosciuto in modo accurato, attraverso il gioco del transfert e la puntuale attenzione alla decodifica del controtransfert. 

Ma c’è una differenza tra quei pazienti che hanno avuto delle esperienze precoci- nel corpo- soddisfacenti, che si possono rintracciare nel transfert, e quei pazienti le cui esperienze precoci di discontinuità del sè e/o di alterazione sono vissute  a livelli concreti dell’identità corporea.

Questa particolarità dell’esperienza sensoriale/corporea richiede di cambiare approccio metodologico e puntare sullo sviluppo di una sensibilità verso le particolarità dei funzionamenti precoci, che può essere solo frutto di una  conoscenza accurata  dei meccanismi e dei modelli di funzionamento della prima infanzia. È importante avere gli strumenti per rispettare la complessità di questa esperienza, per  rielaborare l’esperienza corporea spesso vissuta come estranea o traumatica, in modo da renderla più compatibile con l’identità soggettiva. Questo tipo di intervento promuove un lavoro terapeutico, in cui l’analista deve e fornire quegli elementi ambientali che sono essenziali per tornare allo psiche-soma e  ristabilire le proprie radici nel corpo.

Un passaggio reso possibile dal sostegno offerto da una relazione umana, e il lavoro principale è   proprio l’integrazione, l’esperienza dell’indwelling ovvero dell’abitare del sé nel corpo, come processo creativo del soggetto stesso.

2. Lutto del corpo e rinuncia all’onnipotenza. Per molti di questi pazienti, affrontare il lutto di un corpo che non trova una corrispondenza armonica con il genere esperito costituisce una tappa fondamentale del percorso terapeutico. Per “lutto” si intende qui il senso di perdita che spesso accompagna la rinuncia a fantasie di controllo onnipotente (Steiner, 1996; Saketopoulou, 2015). Riconoscere e sostenere l’angoscia legata al corpo, esplorarne i significati e accompagnare l’accettazione del corpo in cui si è nati sono passaggi cruciali per lo sviluppo psichico: essi favoriscono una conoscenza di sé che è atto emotivo, un contatto autentico con il mondo interno e con il dolore che lo abita. Questo lavoro non esclude, né si sostituisce, alle eventuali necessità di trattamenti medici o ormonali; piuttosto, ne costituisce la cornice psicologica, offrendo al paziente una base simbolica e affettiva più solida da cui prendere decisioni consapevoli (Lemma, 2023).

3. Creare uno spazio per l’esperienza della soggettività autentica.  Creare uno spazio ove il bambino o l’adolescente possa fare l’esperienza decisiva della sua libertà di “essere un soggetto”: l’esperienza delle condizioni che rendono possibile il suo sperimentarsi come“ reale”.  Credo sia essenziale per il trattamento di lavorare dentro l’alienazione, dando legittimità a tutte le esperienze del bambino o dell’adolescente perchè possa sentirsi profondamente rispecchiato. Questo tipo di esperienza, dal canto mio, può essere raggiunta solo attraverso l’esperienza dell’essere “ospitato” nella mente dell’altro nella sua capacità di essere plastico e malleabile. Marion Milner sottolinea il ruolo essenziale, nell’emergere del processo di simbolizzazione, non solo dell’illusione, ma anche dell’incontro con un  oggetto medium sufficientemente malleabile. Un ambiente che sappia trasformarsi secondo le esigenze creative del bambino e svolgere la funzione di specchio, adattando il proprio riflesso agli stati e ai movimenti interni del soggetto per sostenere la funzione narcisistica primaria. Solo in presenza di questa sufficiente plasticità l’attivazione allucinatoria del soggetto può trovare una percezione accogliente nell’oggetto, analoga al “creato/trovato”, che costituisce una prima forma profonda di rispecchiamento e di costruzione del sé (Roussillon,2023).

Perché possa avvenire un’integrazione soggettiva primaria — e perché il soggetto ne elabori una rappresentazione simbolica interna — è necessario che il processo primario, con le sue componenti senso‑motorie e affettive, possa dispiegarsi fino in fondo. L’esperienza soggettiva deve poter essere vissuta nella sua interezza, senza interruzioni premature, affinché diventi pensabile e trasformabile.

L’elaborazione immaginativa costituisce un ulteriore livello di trasformazione: come nel gioco, essa permette alla sensorialità di esprimersi e di organizzarsi in nuove forme narrative. Si apre così uno spazio  per l’ “intendersi” (Freud, 1895) e di sperimentazione, nel quale il bambino può immaginare se stesso in scenari fantasmatici che accolgono simultaneamente elementi maschili e femminili, senza la necessità di conformarsi immediatamente alle richieste della realtà esterna.

Si tratta di un approccio profondamente winnicottiano, volto a preservare l’illusione che il mondo interno del paziente possa essere riconosciuto e rispettato. È proprio questa illusione, sostenuta dall’ambiente analitico, a rendere possibile un processo graduale di disillusione e differenziazione, in cui il soggetto può avvicinarsi alla realtà senza esserne sopraffatto.

In sintesi, il ripristino dell’illusione in senso winnicottiano si realizza attraverso un atteggiamento analitico fondato su accettazione, contenimento e presenza autentica: una postura che mantiene viva la dialettica tra gioco e realtà, tra sogno e realizzazione, e che sostiene il processo creativo e transizionale attraverso cui il soggetto può venire a esistere per sé stesso.

4. Elaborare il controtransfert per mantenere l’affidabilità dell’ambiente.  Nel trattamento con pazienti transgender può emergere nell’analista un turbamento non immediatamente riconoscibile, legato ad angosce arcaiche attivate dal contatto con corpi e generi percepiti come insoliti. Winnicott, nel suo scritto sull’“odio nel controtransfert” (1947), descrive l’odio come un sentimento materno che nasce in risposta alle richieste non reciproche e incessanti del bambino. La madre odia il bambino perché “non è una sua concezione”, perché è diverso da ciò che aveva immaginato; e lo odia non solo quando i suoi sforzi non vengono riconosciuti, ma perché il bambino scuote le fondamenta di ciò che lei ritiene vero riguardo all’esistenza, inclusa la propria. Winnicott ci invita così a considerare come l’odio possa emergere quando l’esperienza dell’altro mette in crisi i nostri confini dell’Io, minacciando la continuità dell’essere.

In questo contesto, diventa essenziale evitare che l’analista, inconsciamente, inviti il paziente a nascondere le proprie fantasie o “credenze”. Il rischio è che tali contenuti vengano relegati in un’area clandestina dello psichismo, dove possono irrigidirsi e diventare fonte di ulteriore sofferenza. Un ambiente che non riconosce questi movimenti rischia di ripetere l’urto traumatico: un’eccessiva pressione adattativa che compromette l’affidabilità del setting, generando stalli nel processo o interruzioni premature del trattamento.

Allo stesso modo, un movimento difensivo dell’analista — fatto di dissociazione o negazione — può contribuire alla formazione di una soggettività alterata. Nei bambini come negli adolescenti, la percezione di “estraneità” non accolta nel campo analitico può continuare a permanere nascosta nello psichismo, dapprima sotto forma di “segreto”, per trasformarsi successivamente in  farsi “assente a se stesso” ( Khan, 1983) o  come parte  “scomparsa”  dell’esperienza del sé (Lemma, 2025).

5. Creazione di uno spazio transizionale e trasformativo. Rimane responsabilità dell’analista creare un ambiente che consenta ai pazienti di esplorare i significati stratificati alla base delle loro scelte, quelle configurazioni dinamiche spesso irrappresentabili che emergono solo in un adattamento analitico sensibile.

Una gestione inadeguata della disforia corporea può attivare difese primitive e meccanismi dissociativi che perpetuano l’alienazione dal corpo. Per questo il setting deve assumere la funzione di spazio transizionale: un luogo in cui il bambino o l’adolescente possa mettere in scena l’esperienza di estraneità e perdita, e dove le fantasie di riparazione maniacale trovino una cornice trasformativa e contenitiva.

Solo attraverso una relazione transferale plastica e permeabile diventa possibile una ri‑narrazione della storia corporea e psichica, con l’emergere di nuove forme simboliche capaci di integrare le dimensioni interne ed esterne del Sé.

Conclusioni

L’esperienza trans in età evolutiva interroga profondamente la psicoanalisi perché porta al centro della scena clinica la questione dell’Essere, della continuità dell’esistenza e della possibilità di sentirsi reali. Il compito dell’analista non è stabilire cosa sia “vero”, ma creare le condizioni perché il soggetto possa trovare un luogo interno in cui vivere.

Quando l’ambiente è sufficientemente plastico, contenitivo e autentico, il bambino o l’adolescente può iniziare a trasformare l’estraneità in esperienza, il corpo in dimora, l’immaginazione in simbolo. È in questo spazio — fragile, creativo, transizionale — che può emergere la possibilità di un Sé che non solo esiste, ma si sente reale.

Bibliografia.

Britton, R. (1998). Credenza e immaginazione. Borla,2006.

Freud, S. (1895). Progetto di una psicologia. In: OSF2. 1892-1899 Bollati Boringhieri.

Khan M M R(1983). Il segreto come spazio potenziale. In: I Sé nascosti: teoria e pratica psicoanalitica. Torino, Bollati Boringhieri, 1990.

Lemma, A. (2022). Le identità Transgender. Un’introduzione contemporanea. Franco Angeli editore,2023.

Lemma, A. (2025). The Missing. Esplorare l’uso delle fotografie nel ‘working through’ del corpo natale con giovani transgender. Presentato all’ Istituto Winnicott.

Milner, M. (1987). La follia rimossa delle persone sane. Quarantaquattro anni di esplorazioni nella psicoanalisi. Borla Editore, 1992.

Roussillon, R. (2025). Il bisogno di Illusione, presentato all’ Istituto Winnicott il 17 Maggio 2025.

Saketopoulou,A. (2015). Mourning the Body as Bedrock: Developmental Considerations in Treating Transsexual Patients Analytically. Journal of the American Psychoanalytic Association, 63(5), 983–1010.

Steensma, T. D., Biemond, R., de Boer, F., & Cohen-Kettenis, P. T. (2013). Desisting and Persisting Gender Dysphoria After Childhood: A Qualitative Follow-Up Study. Clinical Child Psychology and Psychiatry, 16(4), 499–516.

Steiner, J. (1992).  I Rifugi della mente. Bollati Boringhieri, 1996.

Winnicott, D. W. (1958). L’odio nel controtransfert (1947). In Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli,1975.

Winnicott, D. W. (1958) L’intelletto e la sua relazione con lo psiche-soma (1949). In Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli,1975.

Winnicott, D. W. (1967). La funzione di specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile. In Gioco e realtà. Armando Editore,1974.


[1] Attualmente sono la referente del gruppo di studio e ricerca della SPI sulle incongruenze di genere.

[2] Il grado di trasformazione del materiale citato lo rende atto alla pubblicazione.

[3] Mi riferisco al modo primitivo di organizzare l’esperienza, quando il soggetto non dispone ancora di strumenti simbolici maturi per tollerare la dipendenza, la perdita, l’alterità e i limiti del corpo.

Corpo, genere e illusione: la ricerca di sentirsi reali nell’esperienza trans in età evolutiva. Laura Accetti Monica Castellini

Ti potrebbe interessare...