La Cura

Due anziane briose signore amanti del ballo difronte all’emergenza Covid. di L. Fattori

18/09/23
Due anziane briose signore amanti del ballo difronte all’emergenza Covid. di L. Fattori

H. TOULOUSE-LAUTREC, 1864

Lo psicoanalista e l’intervento breve nel Servizio di Ascolto.  

Parole chiave: Terza età; Ballo; Ferenczi; Freud; Psicoanalisi

Due anziane briose signore amanti del ballo difronte all’emergenza Covid.

Lo psicoanalista e l’intervento breve nel Servizio di Ascolto

di L. Fattori

Forse in genere le persone anziane non chiedono altro che «tutto continui come prima», come afferma Freud in una lettera a Ferenczi (4-2-20) e che nessuno e niente interrompa «la dolce abitudine di vivere» (ibid.) così da realizzare una specie di progressivo avvicinamento all’inorganico (lettera a Lou Salomé, 10 maggio 1925). Ma l’epidemia Covid-19, piombata inaspettatamente nelle nostre vite, è stata caratterizzata fin dall’inizio proprio dal fatto che ad essere colpite   nella forma più grave e spesso letale  sono stati soprattutto gli anziani, costretti dunque improvvisamente e bruscamente   a fare i conti  in modo diretto e concreto con l’idea della morte  spesso denegata,  rimossa, repressa, scissa.  Questa minaccia di morte li ha costretti non solo ad affrontare senza scampo l’immagine di un futuro abitato da questo spettro, ma anche a rivisitare il proprio passato in termini di bilancio e a confrontarsi con il proprio presente in termini di interrogativo sul senso ed il valore della vita.

 La mia esperienza con il Servizio di Ascolto organizzato dal ministero della Salute in collaborazione con la Spi mi ha messo in contatto con due persone avanti con gli anni, che mi hanno suscitato alcune riflessioni, corroborate da quanto andava emergendo dai miei pazienti ultrasessantenni, seguiti in analisi o in psicoterapia.

 Delle quattro persone che ho seguito attraverso il servizio di ascolto due, dunque, erano delle signore in età, una di 77 anni e una di 71, stranamente accumunate della passione per il ballo, indizio a mio parere di una buona vitalità e di una discreta salute.

La telefonata di Amelia è la prima in assoluto che ricevo dopo aver dato la mia disponibilità. Amelia è una donna garbata e vivace, che sembra avere voglia solo di chiacchierare con qualcuno disposto ad ascoltarla e fra me e me mi domando se è questo quello che in definitiva mi si richiede: l’ascolto, appunto. Mi dice che ha 77 anni e che col Covid la sua vita è cambiata. “Prima” col marito andava spesso a ballare, facevano dei giretti in macchina, si vedevano con gli amici. Ogni tanto, adesso che tutto questo non c’è più, le viene una inspiegabile crisi respiratoria, le manca l’aria… Crisi di panico, ha detto il medico. Tento delicatamente di sapere qualcosa della sua vita.  Ha un marito con cui c’è un grande affiatamento: gestiscono un piccolo negozio di frutta e verdura, per cui passano insieme la giornata. Vivono in una bella casa in campagna: da come me la descrive, un piccolo paradiso. Hanno un’unica figlia di circa 50 anni, insegnante, nubile, che abita a pochi chilometri da loro.  E’ stata lei che ha provveduto sia alla telefonata di richiesta al Servizio di Ascolto, sia a mandare i documenti per la privacy: insomma, una figlia che sostiene la mamma e che è molto legata ai genitori.

Mi faccio l’idea che Amelia sia una specie di bambina iperprotetta la cui vita è trascorsa serenamente senza traumi, all’interno di una bolla simbiotica da cui non è mai uscita. Anche i suoi genitori avevano abitato vicino a lei e la donna aveva avuto da sempre con loro un ottimo rapporto.

Ora è comparso, forse per la prima volta nella sua vita, l’orco: il Covid. Il virus si presentifica come un fantasma minaccioso, da cui gli altri questa volta non la possono proteggere. ipotizzo tra me e me che il sintomo potrebbe essere connesso con i disturbi dell’apparato respiratorio portati dal Covid, in una specie di anticipazione scaramantica o di “prova”  dei possibili temuti effetti del virus, o, ancora, penso  che  la difficoltà di respiro possa essere avvicinata alle crisi d’asma che spesso si riscontrano nei bambini con problemi di separazione. La immagino figlia unica, iperprotetta, impreparata ad affrontare le difficoltà. Non le do nessuna restituzione: sto al suo tono salottiero, ma aggiungo che mi potrà chiamare la settimana seguente alla stessa ora, se vorrà che cerchiamo insieme di capire il perché delle sue crisi respiratorie. Chiusa la telefonata, mantenuta nei tradizionali 45 minuti del setting analitico in cui solitamente opero, penso con perplessità a come potrà procedere questo tipo di intervento distribuito su sole 4 sedute, nemmeno certe, dato che la paziente potrebbe interrompere prima di completare il percorso previsto. E che margine ci sarà per toccare qualche tasto doloroso senza fare danno, visto il poco tempo a disposizione?

Il problema del come e quanto affrontare le problematiche dolorose coi pazienti anziani è un problema più generale:  il lavoro con l’anziano richiede  una particolare delicatezza da parte dell’analista o del terapeuta proprio perché il carico degli avvenimenti dolorosi del passato è tanto, così come è pesante il fantasma delle omissioni e degli errori commessi, mentre il tempo futuro è poco per una “riparazione” nei confronti delle figure della propria infanzia e nei confronti di se stessi: “il tempo vola ed il mio è fatto di poco futuro, mi scappa come una lepre “ afferma una mia paziente  quasi ottantenne. A proposito dell’analisi di pazienti anziani scrivevo (Fattori, 2020):“Se da un lato l’ impressione, non sempre del tutto consapevole,  di avere davanti un tempo breve può spingere le persone in età avanzata ad un lavoro analitico intenso,  paradossalmente la maggiore fragilità che spesso caratterizza questi pazienti, in relazione al carico emotivo di un lungo passato, consiglia all’analista, almeno per quanto riguarda la mia esperienza personale  di essere particolarmente  prudente e cauto. (p.129). Questo vale a maggior ragione in un setting così particolare come quello del Servizio di ascolto dove si rischia di riaprire vecchie ferite senza avere materialmente il tempo per elaborare la portata traumatica di tale operazione. Ma allora, mi chiedo, devo limitarmi ad una funzione di sostegno o posso comunque arrischiarmi a mettere al lavoro una funzione analitica?  Se Amelia richiamerà – mi dico- cercherò almeno di indagare in modo più deciso la sua storia. La settimana seguente ecco all’ora stabilita la voce cordiale di Amelia. Purtroppo ha avuto altre crisi respiratorie, per cui il medico le ha dato dei farmaci. Le chiedo di sua figlia, se la segue sempre con tanta cura, del perché una figlia sola (“mi andava bene così” è la risposta) e se anche lei è figlia unica. Ed ecco aprirsi uno scenario diverso da quanto avevo immaginato. Amelia è la secondogenita. La sorella maggiore è morta di cancro al polmone 30 anni fa. Naturalmente con questa sorella c’era sempre stato un ottimo rapporto. Cerco di dire qualcosa a proposito del grande dolore che Amelia doveva aver provato per questa morte e le chiedo di raccontarmi della sorella, ma la sento un po’ resistente ad aprire la porta ai ricordi. E’ nel terzo incontro che Amelia si lascia andare a rievocare nostalgicamente la figura della sorella maggiore ed io mi permetto di esprimerle l’ipotesi che ci sia qualche collegamento fra le sue crisi respiratorie e il dolore antico per la morte di questa, giusto a causa di un cancro al polmone. Penso fra me e me che   la scomparsa prematura della sorella avesse messo  improvvisamente  Amelia in contatto con l’idea della morte, idea che allora la donna si era affrettata a reprimere o a rimuovere, ma che  adesso il Covid ha fatto riemergere in modo ineludibile e traumatico: la bolla artificiale dentro cui Amelia ha vissuto  una vita tenuta difensivamente al riparo dal dolore  è stata incrinata dal virus che ha costretto   inesorabilmente la paziente a fare i conti con la possibilità di morire. Le crisi d’ansia potrebbero essere la manifestazione di un dolore, quello per la morte della sorella, che finalmente può venire alla luce in tutta la sua drammaticità, ma anche la manifestazione di un’angoscia, quella di morire, che si era via via sotterraneamente e inconsciamente ingrandita con l’avanzare dell’età. Nel quarto incontro (nel frattempo il sintomo si è risolto) Amelia si permette di dire di avere provato a suo tempo un po’ di gelosia perché la sorella, che si era sposata per prima, era andata ad abitare al primo piano del casolare dei suoi genitori., mentre lei, sposatasi qualche anno dopo, aveva dovuto cercare casa altrove, sia pure nelle vicinanze. Mi sembra che questa consapevolezza di un sentimento ostile possa essere considerato un punto d’arrivo per il nostro lavoro in una paziente così poco in contatto con i propri sentimenti più autentici. In vista della conclusione dell’intervento riporto il discorso su toni più leggeri e in qualche modo rasserenanti chiedendole dei suoi primi anni di matrimonio. Amelia rievoca allora i tanti sacrifici fatti col marito per avviare il negozio e ribadisce il forte legame che li lega. Possiamo salutarci in un clima direi quasi affettuoso.

Anche Gioia, la seconda persona inviatami dal servizio di ascolto, ha una voce briosa, che però mi sembra mascheri un certo imbarazzo. E’ una piccola imprenditrice nel settore della moda ed ha coinvolto anche i due figli nella sua avventura. Abita in una grande città, è separata da una decina d’anni, vive da sola in un appartamento in cui si è trasferita di recente, essendo riuscita ad acquistarlo ed ha un compagno che ha conosciuto andando a ballare. Il problema per cui telefona è l’angoscia che le suscita il suo vicino di pianerottolo. Gioia cerca apertamente la mia alleanza quando mi racconta dei “dispetti” che l’uomo le fa spostando davanti alla sua porta le piante che lei ha messo sul pianerottolo o arrotolando il grande tappeto che lei ha portato da un viaggio in oriente e che ha messo come zerbino davanti alla propria porta.  Da quando c’è il lock down vive nel terrore che quest’uomo possa farle del male. Da un lato mi trovo ad apprezzare la consapevolezza della donna che collega le proprie ansie persecutorie alla situazione di isolamento legata al lockdown, tanto da aver chiamato il servizio di ascolto, da un altro trovo strano che non si renda conto che il povero vicino forse un po’ di ragione ce l’ha, a fronte della vera e propria occupazione del pianerottolo che lei ha perpetrato.  Gioia ha cercato invano la solidarietà dei condomini, col risultato di sentirsi isolata e incompresa nel suo tentativo di abbellimento dell’ambiente. Le chiedo della separazione dal marito.  Mi racconta che è vissuta per tanti anni accanto ad un coniuge violento e che è stata per lei una grandissima conquista l’essere riuscita a separarsi. Gli ultimi dieci anni sono stati quelli della sua rinascita, sia a livello personale che lavorativo. Le tre sedute seguenti sono dedicate al racconto della sua infelice vita matrimoniale e della vita serena che aveva raggiunto negli ultimi dieci anni prima che irrompesse il Covid. E’ facile con Gioia collegare il vicino persecutore al marito violento ed è lei stessa a mettere in relazione la scelta di un coniuge violento con la sua storia familiare: suo padre era stato un uomo violento e lei non era ancora riuscita a riappacificarsi interiormente con lui. La madre era stata una figura  che Gioia definisce “sbiadita”, anche se aveva sempre nascostamente supportato la figlia, così come sbiadito sembra, nel paesaggio interno di Gioia, questo compagno che resta sullo sfondo di una scena che ha invece in primo piano il vicino “persecutore”. La sollecito a parlarmi di quest’uomo, il compagno, che è presente da qualche anno nella sua vita e inferisco dai pochi cenni che si tratta di una persona tutt’altro che sbiadita. Il piccolo (provvisorio?)  lieto fine di questa storia è la richiesta, che Gioia si decide a fare al compagno, di iniziare una convivenza: la “mamma buona” può uscire allo scoperto sulla scena interna come antidoto e protezione rispetto al “padre (marito-vicino) cattivo”: una scissione consapevole e per il momento salvifica. Gioia mi manderà gli auguri per il Natale successivo attraverso un messaggio whatsapp. La foto è quella di una bella signora in vestito da ballo con una rosa rossa tra i capelli.

Riflessioni conclusive

Di fronte all’irruzione traumatica del Covid nelle nostre vite mi ero domandata se nei pazienti anziani si sarebbe verificato un allentamento o, invece, un rafforzamento delle consuete difese rispetto all’idea della morte. E ancora se ci sarebbe stata un’accelerazione del processo di esplorazione e comprensione di sé o, al contrario, un blocco di tale processo a causa dell’effetto traumatico del vissuto di emergenza.  

Nell’esperienza con i miei pazienti anziani  in trattamento psicoanalitico e psicoterapico il momento speciale, che possiamo definire “di crisi” in quanto ha rotto violentemente un equilibrio precedente, sembra aver messo queste persone “con le spalle al muro” e, nonostante il cambiamento di setting dovuto al lavoro “in remoto”,  sembra aver provocato per lo più un maggiore contatto dei pazienti con loro stessi, con l’analista, con la realtà esterna e con quella interna: in definitiva  il momento di crisi sembra aver costituito un momento della verità.

 L’angoscia di morte a cui essi si confrontano sembra un’angoscia reale, un’angoscia che come tale, nota Bonasia (1988) è stata poco studiata dalla psicoanalisi, laddove a partire di Freud (1909 e 1914) il terrore della morte è stato visto più come un mascheramento dell’angoscia di punizione e dei sensi di colpa per i desideri di morte nei confronti di un genitore che per il suo aspetto di timore oggettivo per il fatto in sé.  L’avvenimento inaspettato della pandemia come situazione di crisi, si è rivelato essere uno di quei momenti difficili «dove…  proprio tra le incrinature e le crepe può farsi strada una parte di sé più intima e più vera» (Fattori e Secchi, 2017, 109). Questo mi sembra sia accaduto anche alle due pazienti “trattate” nel setting particolare costituito dal Servizio di Ascolto. Nel caso di Amelia il Covid sembra aver causato proprio una crepa nel consolidato scudo difensivo che per tutta la vita aveva protetto questa donna dai conflitti e dall’angoscia: il sintomo a livello del corpo (la difficoltà respiratoria) sembra essere la manifestazione di questa incrinatura. Possiamo pensare che da un lato si sia fatto strada   verso la coscienza l’antico desiderio di morte nei confronti della sorella, con relativo corteo di sensi di colpa, secondo l’ipotesi freudiana relativa all’angoscia di morte, dall’altro che si sia avvicinata alla consapevolezza di Amelia l’idea di una realistica vicinanza della morte, data l’età avanzata e il rischio legato al virus. Attraverso l’ascolto analitico è stato possibile per Amelia sia un avvicinamento delicato ai propri sentimenti ostili nei confronti della sorella ,  sia un avvicinamento non più  traumatico e destrutturante, ma su un registro più dolente e nostalgico, alla consapevolezza di avere alle spalle un lungo passato e, indirettamente, alla consapevolezza dell’avvicinarsi della morte. Che a un lungo passato alle spalle corrisponda inevitabilmente un breve futuro, ossia l’avvicinarsi della morte e che ai sentimenti di invidia e gelosia per la sorella possa aver fatto seguito un desiderio di morte della stessa, poi tragicamente realizzatosi e quindi portatore di pesanti sensi di colpa inconsci, sono collegamenti rimasti nella mente dell’analista, dato il tipo di setting, l’intervento breve in situazione di emergenza, che non permetteva di aprire il discorso su temi che avrebbero richiesto poi un lungo lavoro di elaborazione. Ma non escludo che il filo delle mie domande e dei miei interventi possa avere condotto Amalia fino alla soglia di queste verità dolorose. Come osserva Balsamo (2021) in certe occasioni e con certi pazienti non ha senso aggiungere trauma a trauma con un’interpretazione che “svela” il sintomo come metafora del problema interiore, ma piuttosto l’analista fa un intervento laterale , metonimico, piuttosto che metaforico, per assonanze con domande e discorsi che “distraggono” dal trauma, ma anche alludono ad esso.

Anche per Gioia forse ha lavorato più il mio non detto che il detto nel recupero della figura protettiva e salvifica del compagno e, attraverso di lui, della madre. L’ingaggio   del vicino di pianerottolo in una dinamica eccitante nei suoi aspetti sado-masochistici (i dispetti reciproci), aveva prepotentemente occupato la scena interna della donna probabilmente come difesa dalle angosce realistiche di morte portate dal rischio legato al Coronavirus: l’eccitazione occupa la mente e tiene lontana l’angoscia. L’angoscia di morte comunque presente aveva poi forse anche riattivato dinamiche edipiche antiche in relazione all’amore-odio nei confronti di un padre cui anche consapevolmente Gioia aveva probabilmente qualche volta augurato la morte. Qui   il senso di colpa è legato all’invischiamento disperante e senza via d’uscita in una confusione   dove il persecutore (il padre e poi il marito) di cui si desidera la morte, è nello stesso tempo anche l’oggetto d’amore. Non si tratta però di una sana ambivalenza nei confronti dell’oggetto, legata all’accettazione della compresenza nell’oggetto di aspetti positivi e negativi, ma di ambiguità, di confusione, di sapere-non sapere, sulla base di una “convinzione perversa” (Balsamo, ibidem) che si tratta di una relazione malata e che l’oggetto d’amore porta solo dolore e distruzione: il marito è sì violento, ma tuttavia.. (in fondo è una brava persona, mi picchia solo perché mi ama, sono io che gli faccio perdere la pazienza). Quello della “posizione ambigua” (Bleger,1973), posizione pre-conflittuale, è il meccanismo di difesa maggiore cui la persona è costretta a ricorrere nelle situazioni di massima dipendenza dal mondo esterno, come quelle caratterizzate da situazioni di sudditanza psicologica o di violenza; essa comporta un adattamento rassegnato alla situazione negativa e un atteggiamento di conformismo (Amati Sas, 2020). Nel caso di Gioia l’ambiguità sembra sostenuta da un quadro erotizzato di tipo perverso all’interno del quale la donna ha vissuto la relazione col padre e poi quella col marito nella confusione tra  persecutore reale ed oggetto d’ amore illusorio. Nella situazione psicologicamente coartata il persecutore infatti diventa nello stesso tempo anche l’oggetto, necessario perché unico, di investimento amoroso, oggetto che diventa così indispensabile alla sopravvivenza psichica del soggetto e quindi in qualche modo salvifico per lui. Ritroviamo alcuni aspetti di questo meccanismo nella cosiddetta Sindrome di Stoccolma.  Gioia,   attraverso il nostro breve lavoro, passa dall’invischiamento erotizzato nel rapporto col vicino al  riconoscimento dell’importanza del compagno “buono” nel proteggerla da un “cattivo”: la scissione buono cattivo, pur con i suoi caratteri paranoidei , diventa allora per questa donna non un punto di partenza, secondo la linea evolutiva  che dalla posizione schizo-paranoide porta alla posizione depressiva, seguendo la teoria kleiniana, ma  un importante punto d’arrivo, un elemento di chiarezza che la rasserena e che le permette di fidarsi di qualcuno che le vuole bene davvero , un bene che non è l’effetto illusorio del  suo bisogno di vedere qualcosa di buono nel   mostro che le fa del male. 

 L’attuale momento drammatico sembra in definitiva essersi presentato come una dolorosa opportunità di evoluzione del processo di cura inteso come avvicinamento alla conoscenza di sé, sia all’interno di un trattamento prolungato, sia all’interno di un trattamento emergenziale come quello costituito dal Servizio di Ascolto: un momento dunque che può essere risultato, pur nella sofferenza, facilitatore di un’operazione di verità.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

Amati Sas S. (2020). Ambiguità, conformismo e adattamento alla violenza sociale, FrancoAngeli, Milano.

Balsamo M. (2021). Necessità e finzione. Lavoro non pubblicato.

Bleger J. (1973). “Ambiguity”. In Arieti S. (a cura di),The World Biennal of Psychiatry and PsYchotherapy, vol II, Basic Books, New York.

Bonasia E. (1088). Pulsione di morte o terrore di morire? Una ricerca sul problema della morte in psicoanalisi, Rivista di Psicoanalisi, 34 (2), 273-315.

Fattori L., Secchi C. (2017). Emergenza del vero Sé fra crisi di fede ed esperienza estatica. In Fattori L., Vandi G. (a cura di) Psicoanalisi e fede: un discorso aperto, FrancoAngeli, Milano.

Fattori L. (2020). L’emergenza Coronavirus nei pazienti anziani: un “momento della verità”, Alpes, Roma.

Freud S. (1966). Correspondence 1873-1939.Gallimard, Paris.

Freud S., Salomé A. (1990). Lettere tra Freud e Andrèas Salomé, Bollati Boringhieri, Torino.

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